Sessantottesimo Episodio: Death Is Not the End


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«Vanno meglio le braccia?» domandò Wein spostando un po' la carne verso delle braci più giovani. Teiris e Manoa erano andate a espletare i loro bisogni fisiologici... e a fare altra legna.
«Beh che dici?» Astea giocherellava con un bastoncino facendoselo passare fra le dita a una velocità invereconda... probabilmente sarebbe riuscito a giocherellare così anche con l’alabarda senza staccarsi la testa dal resto del corpo.
«Credo di sì...» stettero un po' in silenzio poi il drago riprese la parola. «Senti... ti va di raccontarmi un po' come andarono le cose?»
Astea non si mosse continuando a passarsi il bastoncino da una mano all'altra.
«Se me lo permetti... comincerò io a dirti come andarono le cose... per quanto mi riguarda.»
Astea si fermò, poi parlò: «Solo una cosa.» Wein rabbrividì. «Non... non nominarla.»
Wein si sentì scavare dentro dal proprio dolore e da quello di Astea come non gli accadeva ormai da molto. Quando riprese a raccontare la sua voce tremava, non l'avrebbe nominata...
La loro Ville.


Nell'isola di Cathal Enid si vide recapitare uno strano biglietto da un cucciolo di pantera batuffoloso. L'aveva legato a un collare largo che scomparve appena lei lo toccò. Il cucciolo rimase un po' lì con i baffi larghi e gli occhioni aperti sperando di giocare un po'... Enid lesse il messaggio, poi si voltò e andò verso le proprie stanze.
Il piccolo felino fece ancora un po' di balzelli avanti e indietro prima di tornarsene nella foresta.


Anche Ridley ricevette un biglietto quella sera, ma era strano e confuso. Scritto in una calligrafia elegante e aggraziata. Parlava di qualcuno che voleva entrare a far parte della ciurma. L’appuntamento era in un locale di Ithos…
Rimise via il biglietto e, quando Dante bussò alla sua porta, lo fece sparire del tutto dentro un cassetto e lo chiuse a chiave.
«Buonasera Ridley.» esordì Dante introducendosi timidamente una volta ricevuto il permesso di entrare.
«Buonasera a te. Ora mi spiegherai per filo e per segno cosa è accaduto.»
Non era il momento di andare a ripescare qualche splendida frase dal suo repertorio. Ridley sembrava parecchio nervosa.
«Sono alla ricerca del Maestro Vir Eliel e dell'ultima chiave dell'Artemide.»
«Chiave?»
«Precisamente. Il mio popolo ha pensato bene di controllare l'utilizzo dell'Artemide sigillandola attraverso le esistenze di Cinque Sovrani dei Draghi Occulti. Solo chi è in possesso di tutte le chiavi può disporre dell'arma.»
«Tu hai ucciso gli altri sovrani... o hai pagato affinché Noah se ne occupasse. Cosa sono queste chiavi?»
«È semplice, basta un’unica piuma del Sovrano. Ora sono in possesso di cinque chiavi se comprendiamo la mia.»
«E allora? Non dovresti essere già in grado di impadronirti dell'Artemide?»
«Evidentemente la faccenda è più complicata di quanto pensassi. Lord Gaul I, quando il sigillo venne apposto sull'arma fu abbastanza sveglio da prevedere una eventualità del genere e, per evitare che uno di noi prendesse il controllo dell'arma ha aggiunto un'altra chiave alle cinque.»
«Ma non sono rimasti sovrani. A chi potrebbe appartenere l'ultima piuma?»
«Questo è un problema che sto cercando di risolvere per mezzo dei miei subordinati. Ho fiducia in loro e so che porteranno a termine il compito che è stato loro imposto.»
«Sono a conoscenza del fatto che secoli addietro prendesti come allieva una ragazza. Ti riferisci a lei?»
«Indubbiamente.»
Ridley si grattò la testa mettendosi a sedere.
«Potresti evitare di parlare al plurale semplificando la comprensione dei tuoi discorsi? Tu non hai altri aiutanti di fiducia, vero?»
«È vero. Non è facile avere uomini fidati quando si è soli contro tutti.»
«E ora veniamo al tuo maestro, Vir Eliel, chi è? Se lo stai cercando significa che è ancora vivo. E inoltre sembra che abbia avuto il tempo di istruire un altro allievo in questi millenni. Sai nulla dell'elfo?»
«Eliel è insieme quanto di più vicino e di più distante io abbia mai avuto l'occasione di incontrare. Lo odio. L’odio come solo cinquemila anni di dannazione possono odiare. Il germoglio di quanto di perfetto c'era in me appassì con lui. Ed... era già tardi... quando lo capii.»
Sentir parlare Dante era come ascoltare la voce del tempo, un soffio di vento reso graffiante da una finestra rotta. Uno specchio infranto.
«L'elfo è un altro come te. Vuole la tua testa.»
«Come io voglio quella di Eliel.»
«Sei stato tu il suo maestro?»
«No. Non potrei mai perpetrare questa tecnica... mai in maniera completa. Aimee, questo era uno dei nomi della mia allieva, apprese solo alcuni rudimenti... e il mio nuovo allievo non potrà apprenderla come potrebbe farlo un mortale.»
«Coral?»
«Coral si è alleato con me per raggiungere l’Artemide. Quando l’avremo recuperata, saremo nemici.»
«Deve essere un demone potente se gli permetti di imparare la tua arte e al contempo di essere tuo alleato.»
«Non lo nego.» Il mantello di Dante sembrava muoversi leggermente verso il basso come se stesse colando… o strisciando come un rettile. La donna scosse per qualche istante la testa per liberarsi da quella visione ipnotica. «Dimmi Ridley, aspirare all'immoralità ti sembra un obiettivo logico per una creatura mortale?» La figura del drago parve ondeggiare un po' prima di tornare stabile.
«I mortali credono che la morte sia un limite alla loro esistenza. Un freno che spazzerà via tutto quello che erano. Un taglio netto a quanto rappresentavano...»
«Dante...»
«La morte è il dono che io ho rifiutato cinquemila anni fa. Un dono prezioso che può essere visto come tale solo da chi conosce realmente il bacio del dolore.»
«Stai dicendo che i mortali dovrebbero aspirare alla morte?»
«No. Aspirare alla morte non è una soluzione... per i mortali. Credere che si possa controllare il meccanismo perfetto della natura è quanto di più vano e sciocco possa esistere. La morte è un dono, come tale può essere solo ricevuta. Comprendo i tuoi turbamenti dato che sono probabilmente l'unico a sapere qualcosa della vera Ridley... a ogni modo non era di questo che volevi parlarmi vero?»
La ragazza fissò Dante corrucciando appena gli occhi e le parve che i suoi colori fossero realmente più deboli della stanza che lo circondava. Sembrava quasi... sfocato.
«L’Artemide... servirà per battere Eliel?»
«Oh no... l’Artemide mi servirà per porre fine a tutto.»


Coral entrò nella camerata delle donne sollevando il consueto susseguirsi di schiamazzi, fischi e gridolini divertiti.
«Vieni qui Coral ho qualcosa da darti!» gridava sempre la stessa ragazza in fondo allo stanzone.
E Coral prontamente rispondeva: «Ehm, magari un’altra volta.»
«Allora vogliamo sapere che fine ha fatto Noah!!» prese a gridare un’altra, molto giovane.
«Ehm non ne ho idea… davvero…»
«SÌ COME NO
Coral sistemò gli occhiali sul naso e allargò il colletto della toga da studente, divenuto improvvisamente troppo stretto per i suoi gusti. Le ragazze iniziarono ad accerchiarlo.
«Avanti parla o ti violentiamo!»
«Beh ragazze… non credo che sarebbe una ottima idea… »
«SÌ SÌ VIOLENTIAMOLO E BASTA CHISSENEFREGA DI NOAH!» gridò quella che urlava sempre dal fondo della camerata.
«Uargh!» Coral era diventato viola… cioè … sì… tutto viola…
Le ragazze scoppiarono a ridere di gusto lasciando Coral imbambolato mezzo arrampicato sulla sua amaca.
Dopo qualche istante una figura sbucò da dietro Coral oscurandolo.
La figura scosse la testa. «Ragazze non si scherza così coi nuovi arrivati… povero ciccio…»
Un grosso parruccone fucsia.
Coral si voltò allarmato. «ARGH! IL RE DEI TRAVESTITI! AIUTO
Ma le altre ragazze riconobbero subito quella voce da sotto quel travestimento ridicolo.
«NOAH! È TORNATO NOAH
Che avessero voglia di fare stupri di massa o meno, le ragazze gli saltarono addosso in maniera affettuosa e dopo un po’ presero a lanciarlo per aria mandandolo cozzare ogni volta sul soffitto.
«UARGH BASTA IDIOTE! AHIO
Urla e schiamazzi vari.
«FERME! DEVO ANCORA FARE PACE CON RID PER LA MISERIA! SONO UN CLANDESTINO
Alla porta si affacciò una ragazza. «STA ARRIVANDO IL CAPITANO!!»
Le ragazze schiaffarono Noah sotto un'amaca con sopra un sacco di vestiti e si ammassarono intorno a lui; alcune erano sedute e altre letteralmente sdraiate.
Noah divenne rosso come un peperone mentre si ritrovava a pochi centimetri dal decolleté di una prosperosa guerriera della sua truppa di assalto.
«Shhhh!!» gli disse lei portandosi un dito davanti alla bocca con un sorriso invitante.
Noah mandò giù un malloppo in gola.
«Che diavolo è questo baccano?» gridò Rid cercando di calmare le acque. «Ho bisogno della truppa di maghi. Dovremo riavvicinarci a Ithos per un po’ e avremo bisogno dell’occultamento visivo. Coral, mi servi anche tu per l'occultamento magico se stai lì in mezzo…»
Coral sbucò dal mucchione con baci di rossetto un po’ ovunque, «Eh… s-sì?»
Ridley scosse la testa e fece per andarsene. «Andateci piano col ragazzino…» disse per poi inciampare in una grossa parrucca... FUCSIA.
«E che diavolo è? Una nuova moda?»

Le ragazze liberarono Noah dalla presa.
«Qualcuna di voi m’ha toccato il culo!» gridò indignato.
Coral ondeggiava… «Bwhah… a me con la scusa di coprirti mi sono saltate addosso…»
«Andiamo su… siamo state anche troppo gentili…» sorrise Leen, la ragazza che la prima volta l’aveva portato sotto coperta per mostrargli la sua stanza…
«Eh... sì... me ne farò una ragione…»
Noah si issò a sedere sull'amaca con una gamba posata a terra per stare fermo.
«Ehm… comunque ragazze… mi serve una mano per riconquistare la fiducia del capitano…»
Saranno state in una trentina in quella camerata e annuirono tutte attente e concentrate.
«Ho bisogno di darmi una sistemata… sì, insomma… capelli, vestiti… smettere di puzzare… le solite cose.»
Trenta paia di occhi baluginarono sinistri.
«Oh merda…» commentò Noah.


Astea finì il suo racconto spicciolo privo di qualsiasi particolare di troppo.
Wein, dopo trecento anni, gli aveva spiegato come mai non fosse intervenuto quella volta. Come mai li avesse abbandonati e traditi nel momento del bisogno. Come mai il loro meccanismo, la loro squadra che aveva sempre funzionato alla perfezione, avesse fatto fiasco nel momento più importante delle loro vite... anche se quel giorno di trecento anni fa... non erano già più una squadra. «Ora non ti aspetterai di tornare amici come prima.» disse secco.
Wein provò a dire qualcosa ma Astea continuò il discorso. «Non sono più l’Astea che conoscevi, toglitelo dalla testa; e dillo anche a Teiris. All’inizio era divertente averla intorno. Ma adesso la cosa si sta protraendo troppo, se continuerà a starmi vicina morirà.»
Un bastoncino che si rompeva. Le due ragazze erano tornate proprio per il gran finale.
Teiris lasciò cadere la legna a terra e corse via.
«Non sarai più quello di una volta ma continui a fare cazzate a ripetizione…» commentò Wein alzandosi in piedi e seguendo Teiris.


I clienti del ristorante più lussuoso di tutta Ithos rimasero letteralmente ammutoliti quando Enid la Tessitrice di Inganni fece il suo ingresso trionfale accompagnata da un cameriere anziano e impeccabile.
Ovviamente nessuno sapeva che faccia avesse un Demone Sovrano, semplicemente la classe e la bellezza del demone in forma di donna sembrava attrarre gli sguardi di ognuno, facendoli svanire in un turbinio di emozioni.
Era avvolta da un meraviglioso ed elegante vestito da sera di un nero avvolgente, la carnagione baciata dal sole risaltava fra le pieghe semplici e sobrie dell’abito, il tutto coronato da una folta chioma bionda mossa.
L’attenzione di tutti si focalizzò su quale tavolo sarebbe andata a occupare.
Dopo pochi istanti, la donna fermò il suo incedere a un gesto del cameriere e prese posto a un tavolo dove sedeva un ragazzo molto giovane vestito con sobria eleganza… capelli corti corvini attraversati da riflessi viola e un paio di occhiali dalla montatura rettangolare sul naso
Il cameriere abbandonò il tavolo, opportunamente prenotato in un luogo riservato dell’ampia sala del ristorante.
«Buonasera milady… siete splendida.»


«EH NO PORCA ZOZZA! IO AVEVO PRENOTATO
«Mi dispiace signore ma non risulta alcuna prenotazione a vostro nome.»
«Bastardo deve esserci scritto da qualche parte! Dovrebbe essere passato un marmocchio dai capelli viola!»
Il cameriere... di un altro ristorante continuò a fissare Noah impassibile. «Ora ricordo… credo sia passato… e in effetti ricordo la prenotazione adesso… ma credo ci sia stato un refuso… il locale è pieno e lo rimarrà a lungo… dato che abbiamo varie prenotazioni concatenate…»
«E PORCA TROIA! È importante, mannaggia ai camerieri!»
«Siamo mortificati signore…» ribatté il tizio, stavolta leggermente infastidito.
Noah fuggì. Di lì a poco sarebbe arrivata Ridley... e non avrebbe trovato nessuno.

Il suo sproloquio proseguiva da una buona ora mentre vagava per Ithos. Era vestito di tutto punto. I capelli di solito nodosi e crespi erano adesso lisci e curati. Indossava un mantello azzurro e pantaloni e camicia che avrebbero fatto pensare a un principe.
Persino i suoi gesti, nonostante l'andatura indemoniata, si portavano dietro lo strascico di un’antica educazione regale, si era in un certo senso calato nella parte.
Non fu difficile rintracciarlo per Ridley. «Re di Tradnor!» gridò la donna per un vicolo oscuro.
In fondo alla strada, una specie di spettro bianco, si immobilizzò.
«Senza un regno non ha senso chiamare re un re.» ribatté lo spettro. Poi voltò l'angolo.
«Merda!» sibilò Ridley lanciandosi all'inseguimento. Si librò alta in cielo e schizzò oltre i tetti per raggiungerlo.
«Si fermi SIRE.» continuò lei.
Noah rallentò il passo per poi aumentare l'andatura in maniera inumana fino a svanire in un vicolo.
Quando Ridley arrivò sul vicolo l'aveva perso.
Noah riapparve dietro di lei così velocemente che i capelli dovevano ancora riadagiarsi sulla schiena per la corsa.
«Scusa... ma non mi piace essere preso da dietro...» disse serio.
Ridley soffocò una risata cercando di mantenere il suo volto impassibile. Si girò.
«Come mai la cena è saltata?»
«E chi ti ha detto che l'invito era mio?»
«Primo, se avessi voluto saperlo e avessi tentato un bluff tu ci sei cascato con le scarpe, dato che non avevo parlato di inviti; secondo, una calligrafia come la tua, per quanto camuffata, è facilmente riconoscibile... sembra gelata e folle.»
Noah si grattò la testa… «ehm… »
«Allora, c’era qualcosa di cui volevi parlarmi?»
«Beh ecco non volevo fosse… qua insomma… in mezzo al vicolo… e a quel topo morto vicino al tombino…»
«Topo morto? Beh a cena non sarebbe stato granché meglio, insieme ai cadaveri seduti agli altri tavoli. Un pirata che si rispetti non va pazzo per certe occasioni mondane in cui non può ripulire la gente… ora parla.»
Noah si grattò la testa imbarazzato… «beh chi ha detto che non li avremmo ripuliti… ti va… di fare due passi?»
I due si incamminarono per le vie deserte di Ithos.

«Ecco… volevo mettere bene in chiaro che sono stato uno stronzo, ma l’ho fatto apposta e credo che forse lo rifarò.»
Ridley lo fissò strano.
«Cioè no… mi sono impicciato… è che… si insomma… io già sapevo. Sapevo di stare poco bene me ne ero accorto un po’ anche trecento anni fa. Lilith mi aveva visitato e probabilmente aveva parlato con Dyon… ecco perché lui lo sapeva. Nei trecento anni in cui rimasi bloccato nel ghiaccio imparai a sentire ogni rumore del mio corpo, il mio cuore batteva una volta ogni dieci anni, era una grande occasione per non starci attento. In quello stato di semi coscienza, capii meglio che c’era qualcosa che non andava…»
«Lilith?»
«Mia moglie… era un medico. Era il medico più bravo di tutta Tradnor… che era anche all’avanguardia rispetto agli altri paesi in fatto di medicina…»
«Quindi sapevi di stare male ma non avevi notizie troppo precise…»
«Sì… ed evidentemente non esisteva cura, Lilith non me ne ha mai parlato… forse l’idea che presto ci saremmo separati ha contribuito a farci vivere male gli ultimi giorni insieme… io… l’amavo…»
I due erano arrivati al porto, il mare scrosciava leggero sui moli facendo ondeggiare le piccole barche ormeggiate come in una strana danza a tempo.
«Vivere male?»
«Sì… come due stupidi… lei aspettava pure un marmocchio» Noah sorrise. «Te lo immagini un me in miniatura?»
Ridley si intristì un po’. «Probabilmente sarebbe stato un terremoto… ti andrebbe di raccontarmi per filo e per segno cosa successe quando Brynard assaltò il tuo regno?»
«Beh… non è che abbia questa gran voglia però… è il minimo che possa fare…»
I due passeggiarono a lungo. Ridley era vestita meravigliosamente, non c’era la più pallida parvenza di femminilità nei vestiti ripresi con meticolosa perizia da un classico completo aristocratico, dalla giacca ricamata e lunga alle ginocchia, agli sbuffi, al colletto e al bavero. Però, da ogni suo movimento, quella sera traspirava una sorta di sensualità sopita. Una danza magnetica degli occhi, delle linee delle labbra, dei suoi splendidi capelli rossi, quella sera sciolti e leggermente mossi.

«… e così Brynard mi schiaffò nel ghiaccio. A dire la verità quando ho vissuto quegli eventi avevo perso conoscenza ma nei trecento anni tutto mi è tornato alla mente per gradi… è per questo che mi ricordo ogni particolare…» faceva un certo effetto vedere Noah parlare di qualcosa con serietà. Ridley fece scorrere lo sguardo sulle case del quartiere antico... arrivarono ad una grossa piazza al cui centro figuravano degli antichi ruderi risalenti al tempo della Vera Guerra.
«Deve essere stato terribile…»
«Più o meno… insomma… dopo quello che avevo passato… non avevo granché voglia di stare di nuovo male per la prospettiva che forse un giorno o l’altro sarei schiattato. Vivevo alla giornata, cercavo di essere un buon pirata… e… al contempo di renderti il favore che mi avevi fatto togliendomi dal ghiaccio…»
«E allora perché sei stato così…»
«Bastardo…» suggerì lui.
«Così bastardo quella sera. Io ero fuori di me. Una creatura più ossa che carne mi aveva rivelato che tu saresti morto di lì a poco. E tu non mi avevi detto nulla… e poi…»
«Te l’ho detto, nella vita io non ho mai potuto scegliere. Le cose mi sono sempre successe… o meglio, cadute fra capo e collo… non sono granché bravo nel fare rivelazioni e nel prendere decisioni che cambieranno la vita…» Noah si mise le mani dietro la testa. «Quasi preferisco non pensarci fino all’istante esatto in cui morirò…»
Ridley l’ostacolò portandosi davanti a lui e lo fermò per le spalle.
«Ma tu morirai Noah?»
Il ragazzo si bloccò e si rispecchiò in quegli occhi verdi e luminosi. Ridley avvertì chiaramente il profumo dei capelli del ragazzo, sembrava... vaniglia.
«Beh… ora come ora… non proprio…»
Il volto della donna si rischiarò.
«Che significa non proprio?»
«Dante… il corvaccio, ha trovato un modo per farmi sopravvivere… non so per quanto tempo ma ho idea che sia un bel po’… e poi ho già trentatré anni… mettici trecento di ghiacciolo… finirò con l’essere una rottura di coglioni da vecchio… spero comunque di crepare prima di diventarlo.» Sorrise un po' imbarazzato.
Ridley gli strinse le spalle e poi lo abbracciò.
Rimasero un po’ lì, fermi dove erano, anche Noah l’abbracciò come avrebbe potuto abbracciare un fratello.
Sull'altro lato della piazza fra tre colonne rimaste in piedi, passò il travellone che giorni addietro aveva importunato Coral nel Blu Oyster Club di Ithos.
«Ah! Tutti te i bei giovanotti!» gli urlò sorridendogli gioviale.
Noah agitò un pugno verso di lui in fare minaccioso, poi tornò a guardare Ridley.
«Rid?»
«Eh…» rispose lei da sotto il suo mento.
«Cioè io non… beh sì… non mi abbracciare così…»
«Ehm… scusa… ma… pensavo che non ti avrei più rivisto…»
Portò la testa verso l’alto e tornarono a fissarsi negli occhi.
«Ma scusa… se crepa uno dell’equipaggio tu fai tutta questa scena ogni volta? Siamo pirati mica possiamo essere così… “sensibili”.»
Lei gli sorrise. «Beh tu non sei “uno dell’equipaggio”…»
Noah si rattristò. «Ah… beh immagino di sì… mi troverò un altro modo di vivere… sta sicura che riuscirò a divertirmi lo stesso in qualche modo…» le sorrise.
«Ma no, che hai capito… io ti voglio nel mio equipaggio…» disse lei seria. «Ma non sarai mai uno qualsiasi…»
Noah buttò giù un nodo in gola… «dai mollami… sembriamo due checche…»
Il travellone ripassò per il vicolo sull’altro lato circondato da tre ragazzi. Alzò il pugno in segno di vittoria. Noah scosse la testa sorridendogli.
Fu in quel momento che Ridley lo baciò, a tradimento.

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