Ottantatreesimo Episodio: Love


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«Coraggio tizio col cilindro; per tutta la vita sei stato per me un esempio e un maestro. Ora è giunto il momento che io ricambi.»
«Hai ricambiato combattendo con Shaia, Noah…»
Il ragazzone alzò lo sguardo al cielo perdendosi fra le stelle. Dante era di nuovo nei suoi abiti ufficiali.
«Non è un qualcosa che possa essere restituito mettendo la propria vita in pericolo, quello di cui parlo io è… una specie di apertura. Essere disposto a esporsi per capire gli altri, fino a correre il rischio di rimanerne feriti molto più profondamente...»
«Perché mi hai portato Ithos?»
«È semplice, e poi non lamentarti, il cimitero dovrebbe piacerti come posto no?»
I due vagavano per quel panorama funebre con naturalezza. Noah spingeva la sedia a rotelle e Dante, di tanto in tanto, si girava intorno colpito da qualche dettaglio infinitesimo di questa o quella lapide. Dal canto dell’upupa o da qualche strano spirito che forse solo lui poteva vedere. Nessuno disturbava i dormienti a quell’ora.
«Non lo nego… i simulacri, la bruma e il silenzio… tutto qui è così… fermo e immobile da non farmi sentire solo nell’eternità del tempo.»
«Solo?»
«Solo Noah, anche tu… non sei che una piccola parentesi nella mia vita. Non durerai più di quanto potrebbe durare per te la vita di una farfal-la…» Dante fece un’espressione strana, quasi interrompendo a metà la sua frase.
«Che ti prende?»
«No niente… pensavo che probabilmente Vir Eliel avrà detto qualcosa di simile a Sierra…»
«Beh… che cazzo, noi siamo amici, mica scopiamo!»
Una brezza fresca si divertì a muovere qualche foglia secca e gli steli d’erba fra le lapidi.
«Certo… però il senso è lo stesso Noah, l’immortalità è possibile solo nel momento in cui smetti di anelarla. Nel momento in cui lasci che le tue passioni mortali appassiscano in un angolo buio della tua testa, perché in fondo, quella, è l’unica cosa che possono fare.»
La carrozzella improvvisata girò un paio di curve nel cimitero fino a giungere in una zona più vecchia delle altre... confinante con i ruderi della città antica. Le tombe erano a tratti ammucchiate e a tratti separate, dislocate su più livelli, modificate dalle radici degli alberi e da piccole collinette che s’erano formate nel corso dei secoli. Tutto era fuori posto eppure sembrava normale che l’antichità del luogo avesse rimodellato il cimitero come meglio credeva, lasciandolo in una stasi perfetta.
«Torna indietro Dante… torna con noi.»
«Non sono mai stato con voi…»
«Io credo che, in alcuni momenti, io abbia potuto ammirare il vero Dante, quello che adesso se ne sta seduto in un angolo della tua testa. Troppo spaventato per farsi vedere di nuovo.»
«Spaventato?»
«Già. Tu hai paura di affrontare le conseguenze di quanto hai fatto, paura di tirare nuovamente le somme della tua vita.»
La sedia a rotelle si fermò di fronte a una lapide sbiadita e ormai quasi semidistrutta. L’edera l’aveva corrosa e spaccata come se fosse stata lì da secoli… millenni.
«Cos’è questa?»
«La tomba di Sierra, Dante. La sua tomba mortale.»
Stettero fermi a lungo in quel luogo. La scritta sulla lapide era quasi illeggibile, nulla, in fondo, diceva chiaramente che quello fosse il luogo, eppure entrambi lo sapevano.
«Aimee mi venne a trovare spesso quando divenni re. Parlava sovente di te, con una luce negli occhi che ho avuto modo di vedere solo nelle donne innamorate. Mi disse che quando me ne andai tu prendesti una decisione sulla tua vita.»
«Aimee… anche lei era parte del mio disegno…» Dante chinò il capo.
«È morta?»
«No. Ma ora come ora non so che farmene di lei…»
«Quale decisione prendesti Dante?»
«Io non…»
«Decidesti di ricominciare a vivere… decidesti di avviarti verso un finale strepitoso. Perché adesso vacilli?»
«Io… non vacillo… semplicemente ciò che mi sembrava giusto trecento anni fa, ora mi appare confuso e sbiadito.»
«Hai mai provato a parlarne con qualcuno che non fosse te stesso?» Una cornacchia si fermò sulla tomba per poi volare via strepitando.
«No, mai, chi altri potrebbe capirmi?»
«Riesci a farmi innervosire anche su una sedia a rotelle davanti alla tomba di Sierra! Perché è Sierra la donna per la quale continuasti a vivere e al contempo smettesti di farlo vero?»
«Cosa puoi saperne tu.»
«Io posso sapere cosa significa amare e poi perdere… E so quanto possa essere sciocco non riuscire a bearsi di una meraviglia così grande da avere il potere di anestetizzare i sentimenti.» Dante si voltò leggermente a guardare Noah. Il ragazzo lo fissava con un'espressione intraducibile.
«Se non ti conoscessi, direi che adesso stai parlando con saggezza.» disse tornando a guardare la lapide di Sierra.
«La saggezza non c’entra. Se fossi stato saggio, per me le cose non sarebbero andate così; se lo fossi diventato, ugualmente non avrei corso il rischio di rovinare tutto con Ridley… una delle poche persone che a me ci tiene veramente…»
«Cosa vuoi da me Noah?»
«Voglio che tu trovi la forza di alzarti di nuovo in piedi. Non c’è malattia o malore che possa stendere il Sovrano dei Draghi Occulti allievo di Vir Eliel… nessun male che non sia te stesso. Ed è da te stesso che io voglio…»
«Proteggermi?»
Noah sorrise. Lanciò un’occhiata al cilindro di Dante seduto davanti a lui e per qualche strano motivo si sentì osservato dal drago.
«Non so se è il termine giusto… probabilmente anche il senso di disagio che ti ha portato qui è solo una tua difesa, qualcuno nella tua testa ti vede in pericolo e sta facendo di tutto per fare sì che tu non corra più tali rischi. Fai la cosa giusta Dante, non abbiamo tutta la vita. Fallo adesso... credo tu sappia come.»
Dante serrò la presa sui braccioli della carrozzella.
«Sierra… quando decisi di sistemare la mia vita sul mio cammino c’erano solo Eliel e l'Artemide… andai da Sierra cercando informazioni ma scoprii che, in realtà, la ferita che lui mi aveva inferto tramite lei era ancora aperta…e sanguinava…»
«Liberatene Dante… senza fare confusione. Liberatene; dai inizio alla festa.»
«La ferita era ancora aperta… e ho provato per la prima volta dopo secoli… indecisione.»
«Indecisione?»
«Sì, se quel dolore di cinquemila anni fa era ancora in grado di farmi così male ero veramente colui che credevo di essere?»
«Dante…»
«No… non ero me stesso… o meglio… l’idea che avevo di me. Ero più debole… più fragile… indifeso contro me stesso.»
«Te stesso.»
«Sì! Me stesso!» alzò la voce per un attimo, poi la riabbassò come per rispettare quel luogo che in un certo modo gli era affine.«Fare i conti con la propria fragilità dall’alto di cinquemila anni di sicurezza era forse l’unica cosa che potesse farmi crollare.»
«Fare i conti con le proprie debolezze è un segno di forza. La grandezza degli esseri viventi non è nel non cadere mai, ma nel sapersi rialzare più forti ogni volta che si è caduti.»
«Tutt’altro. Per tutta la mia esistenza sono asceso verso l’infinito… ed ero condannato a cadere. Anelando la verità ho vissuto una menzogna.»
«Stronzate! È paura… la paura di avere paura… paura di non essere come ci aspettiamo di essere, paura di non essere all’altezza. È di questo che si tratta?»
«Forse, uccidere Sierra, senza regalarle nemmeno uno sguardo di addio, mi ha fatto sentire di nuovo forte… eppure…stavo negando a una parte di me l’ultimo barlume di amore che potessi regalare.»
Noah si mise a sedere di fianco alla sedia di Dante, si accese una sigaretta e spirò una lunga boccata.
«Vuoi sapere che ne penso io?»
Il drago si girò a guardarlo… ma, una volta tanto, Noah resse lo sguardo senza sfida, come si guarda un amico.
«Ora dirò una cosa romantica da checca impazzita, ma non farti strane idee… è che adesso mi vengono solo parole di questo tipo… tu sei come la volta stellata dell’universo.»
Dante sorrise.
«Un brutto giorno la tua stella del nord s’è spenta e hai iniziato a vagare senza nemmeno renderti conto di dove stessi andando. Vagavi di costellazione in costellazione, cercando quella stella senza troppa convinzione, registrando solo il vuoto che aveva lasciato, fino a che non hai smarrito definitivamente la via.»
Dante fissò le scritte sulla lapide che ormai solo lui e Noah erano in grado di leggere.
«Ok una stella s’è spenta, ma tu sei anche tutto il resto. Mettersi a fissare quello spazio vuoto credendo che tutto debba oscurarsi non è qualcosa che può aiutarti a uscire da questo coma.»
Noah si alzò in piedi. Buttò la cicca a terra ancora a metà e se ne andò.
«Fallo ora, fallo adesso, credo che tu sappia come... dai inizio alla festa.»
Si allontanò, a pochi metri di distanza era già uno spettro che vagava per il cimitero. Poi venne inghiottito dalle nebbie. Dante alzò gli occhi alla volta celeste striata fra i rami degli alberi.


Ridley e Coral erano sempre più in difficoltà, il demone non contrattaccava mai e si limitava a difendere se stesso e Ridley. Il capitano evitava qualsiasi scontro e Shaia aveva gioco facile.
«Non abbiamo una buona strategia. Shaia sta utilizzando gran parte dei suoi poteri per fermare il tempo qua intorno. Potremmo contrattaccare adesso e…»
Shaia si fece di nuovo sotto e Coral si teletrasportò più volte, evitando ogni volta gli attacchi dell’elfo.
«Sei migliorato demone! Impari in fretta!» commentò l’elfo «È evidente che sei uno di quei tipi che migliorano maggiormente quando si trovano di fronte a situazioni senza speranza…»
«Non fiatare Coral! Shaia sta controllando la zona solo in una minuscola porzione di città, ricordi come è stato in grado di controllare la Collina d’Acciaio che era per lui un terreno difficile? L’elfo sta attendendo che uno di noi due scopra il fianco per colpire, non ha intenzione di sprecare energie, dato che questa notte vuole uccidere anche Dante.»
«Se continuiamo a difenderci prima o poi lo troverà ugualmente un fianco da colpire! Dobbiamo provare a ferirlo almeno!»
Coral stavolta si materializzò davanti a Ridley per deviare col bastone un’altra carezza di Shaia.
«No, Coral, è un ordine» gridò Ridley imperiosa bucando i suoi pensieri.
«Disgustose pulci non crediate di potermi rubare altro tempo!» sbottò infine l’elfo fintando un attacco su Ridley ma colpendo invece direttamente Coral.
La sua mano lo toccò appena e il demone gridò di dolore, venendo scaraventato all’interno di una casa in fiamme. Tutto ciò che era bloccato nel tempo diveniva più duro della roccia e il demone venne sbattuto più volte dentro l’edificio semidistrutto rimbalzando come un corpo senza vita.
«Coral!» gridò Ridley.
«Ora tocca a voi madame» disse nuovamente Shaia avvicinandosi con quattro passi serrati.
«Maled-» ma non fece a temo a schivare, Ridley venne passata da parte a parte dalla mano di Shaia che si lasciò andare a un sospiro di sollievo. Il corpo del capitano della Northern Star cadde a terra esanime e poco dopo la figura della donna si smaterializzò nel nulla.
Il silenzio arrivò assordante attorno all’elfo rimasto attonito.
Poi gli occhi di Shaia si socchiusero arcigni: «Per Galder! Un’illusione!»
Con un segno imperioso della mano rilasciò il tempo attorno all’area per permettere alla deflagrazione di scaricare la propria rabbia.
Pochi istanti dopo era nuovamente sparito.


Coral e Ridley correvano lungo i vicoli della città.
«Siete sicuro capitano che quell’illusione abbia funzionato? Non credo che Shaia sia tipo da farsi ingannare con così poco…»
«Così poco Coral?» disse Ridley svanendogli nel nulla davanti agli occhi e ridivenendo visibile dietro di lui.
Coral rimase allibito. «Cos… ma… un’altra illusione?»
«Sì Coral, se ha ingannato te che sei un demone fatto di energia, credo che non avrò problemi con Shaia almeno per un po’… specialmente pensando allo sforzo che stava facendo per mantenere fermo il tempo...»
«I vostri poteri sono terrificanti capitano… molto più di quanto potessi immaginare…» commentò Coral abbassando lo sguardo riflessivo. I ciottoli della strada scorrevano sotto di loro con quel rumore ritmico e imprevedibile.
Poco dopo un boato scosse la città.
«Ha mangiato la foglia!» gridò Ridley. «O ha scoperto l’illusione o ci ha già uccisi e le nostre immagini sono svanite nel nulla.»
«Non mi stupirei se fosse accaduta la seconda ipotesi…»
«Coraggio Coral, il porto è ormai vicino.»
«Perché proprio il porto?»
«Gli incantesimi d’acqua sono la mia specialità.» rise lei sicura di se.

I due fuggitivi arrivarono in prossimità del porto, una palazzata di edifici alti e uniformi aveva sostituito l’antica cinta muraria che in passato aveva difeso la città dagli attacchi via mare. Lo spazio davanti a loro si apriva come una lingua di strada costruita su un’infinita distesa d’acqua. C’erano poche navi ormeggiate con i nuovi controlli della città. Solo un paio veramente grosse.
«Bene… e ora che si fa?»
«Tu prendi tempo se dovesse arrivare… io mi occuperò di provare a fermarlo.»
Coral mandò giù un malloppo in gola, Ridley si lasciò andare alla concentrazione chiudendo gli occhi e iniziando a sussurrare parole che inizialmente gli risultarono incomprensibili. I suoi capelli cominciarono a ballare come fiamme, mentre attorno a lei folate concentriche sollevavano sassi, polvere e onde d’acqua.


Shaia arrivò al porto in pochi istanti. Sotto di lui Coral sembrava difendere Ridley intenta nel lanciare un incantesimo.
«Ridicole creature! Credete che questo gioco possa funzionare una seconda volta sul sottoscritto?» Shaia alzò in alto una mano dalla quale partì una perturbazione nello spazio che disperse questa seconda illusione ma quello che gli si presentò davanti gli fece sbarrare gli occhi. Nel suo inseguimento non era giunto al porto ma esattamente dall’altra arte della città. Il palazzo reale, gigantesco nella sua mole, emerse dalle acque illusorie con tutta la collina sul quale era pesantemente arroccato come un mostro dormiente. L’illusione stavolta non aveva coinvolto i due fuggitivi ma l’intero centro abitato.
«Mana… la ragazza dev’essere uno dei maghi più potenti di quest’epoca…» sibilò Shaia serrando i denti innervosito. Strinse i pugni.
Si mosse curvando lo spazio attorno a sé divorando i metri che lo separavano dal porto in un batter d’occhi.
Apparve nel porto a una velocità terrificante, ma, improvvisamente, si accorse dell’errore che aveva commesso. La rabbia e il nervosismo lo avevano portato a muoversi in un modo che lo lasciava troppo indifeso quando si fermava per tornare a una velocità normale. Quando il porto fu visibile sotto i suoi piedi si guardò immediatamente le spalle, ma fu da sopra che arrivò una terribile botta del bastone di Coral che lo fece schiantare a terra. Subito dopo il demone scaraventò, nel punto in cui era caduto l’elfo, una selva di sfere di energia fino a dare un terrificante colpo di grazia con un unico fascio di energia violacea che esplose in una colonna di luce che lambì le stelle.
«Shaia non ha la stessa resistenza di un Dante… forse….»
Ridley intanto era immersa in una concentrazione che l’aveva isolata dallo scontro. Il mare attorno alla città iniziò a ribollire di onde terrificanti.


Wein comprese con un unico lungo sguardo tutta la città lasciandosi beare da quella visione così familiare del suo popolo. La tranquillità di quel panorama, nonostante quello che era appena accaduto, lo riconciliò col mondo. Il peso delle sue scelte, le sue responsabilità e i sensi di colpa sembravano più leggeri in quel momento. Una via d’uscita forse c’era e l’aveva appena comunicata al suo vecchio migliore amico. Adesso erano di nuovo in due… o almeno così sperava.
«Dovrai parlare con qualcuno che sia vicino a Kaviel ma che non lo sia a Enid. Dovrai trovare il modo di proporre lo scambio… e solo allora potrai lasciar intuire che sai come mettere le mani sull’ultima piuma. Se vedi spesso qualcuno dei suoi sottoposti, non ci vorrà molto a fare due più due, visto che io viaggio con voi ormai da qualche tempo… quindi lo scambio dovrà avvenire poco dopo il vostro incontro, qualsiasi ritardo verrà preso come un tentativo di venire meno agli accordi, io sparirò nel nulla e nemmeno tu saprai più dove andrò a finire.»
Erano passati alcuni minuti dall’ultima volta che Astea aveva parlato. Ora aveva parlato solo lui. Per qualche istante Wein temette che il ragazzo che conosceva fosse andato perduto definitivamente e che non se la sentisse più di aiutarlo… e di aiutare lei, la loro Ville.
Invece Astea si alzò in piedi e gli porse una mano.
«È un accordo Wein Swiftblade, Sovrano fantasma dei Draghi Occulti.»
Lo sguardo di Wein si illuminò e i suoi occhi divennero lucidi. Scostò la mano e lo abbracciò come un fratello
«Diavolo Astea… mi sei mancato… sei di nuovo tu vero?»
Astea gli diede qualche pacca sulla spalla.
«Non so risponderti… ma farò il possibile per dare il meglio di me in quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo atto della nostra storia.»

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