Ottantaseiesimo Episodio: Pioggia di luce


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«Coral.»
«Sì capo?»
Il giovane demone era inginocchiato al cospetto di Enid. La donna era seduta con le gambe accavallate e il suo sguardo era più freddo dell’immensa sala del trono.
«Quanto mi hai raccontato è parecchio interessante… sembra che alla fine Dante abbia deciso di accorciare i tempi e muovere all’attacco indiscriminato contro tutti… si sente sicuro di sé, non è vero?»
«Credo di si capo. È ritornato nel pieno delle forze e ritengo sia anche più pericoloso di prima.»
«Bene, l’Artemide deve essere nostra. Credo che presto Dante ti chiederà di schierarti… come procede l’apprendimento della sua tecnica?»
«Gli scontri con Shaia sono stati molto istruttivi… quali sono le nuove disposizioni?»
«D’ora in poi dovrai cavartela da solo. Kaviel ha escluso noi Sovrani dall’operazione. Con le forze in gioco dice che è troppo pericolosa l’eventualità di perdere uno di noi nella battaglia col rischio di veder sfumare anche l’Artemide. I miei contatti con te finiranno una volta in prossimità dell’isola sacra di Leto… e credo che, proprio per questo, la Northern Star arriverà presto a portata del potere di Galder che ha permeato quei luoghi di modo da eliminare mie eventuali intrusioni. Il nostro obbiettivo rimane sempre lo stesso: prendere l’Artemide. Il modo per raggiungerla sarà affare tuo. Ricorda che c’è anche Etrom in gioco e non ho idea di come potrebbe rientrare nella faccenda. Ricorda il tuo patto con Dante. Sarà un tuo alleato prezioso, finché non sarete riusciti a prendere l’arma. Subito dopo potrebbe divenire il tuo peggior nemico.»
Coral annuì mentre i suoi occhi si perdevano nelle venature del marmo di fronte al trono di Enid.
«Ora puoi andare Coral.» disse Enid con una leggera inflessione di calore nella voce.
Coral si alzò e fece per andarsene poi si fermò.
«Un’ultima cosa capo.»
«Parla.»
«Vorrei chiedervi… se non era troppo disturbo per voi, di mostrarmi l’interno dell’ala Ovest.»
Enid aguzzò lo sguardo e i suoi braccialetti tintinnarono.


La pioggia batteva forte su una lapide di legno con sopra incisi, con pochi e incerti movimenti, i caratteri di Teiris Lephrea Kursch.
Wein e Manoa erano immobili come statue. La rupe frusciava dei suoi alberi e del vento e in lontananza dei lampi illuminavano di tanto in tanto le schiene dei due.
Passarono molto tempo a contemplare il luogo in cui avevano sepolto la ragazza. Non c’era niente da dire o, forse, c’erano fin troppe parole per descrivere l’odio che adesso infiammava il cuore di Wein, o il senso di impotenza di Manoa venuta a conoscenza dei fatti quando ormai non c’era più nulla da fare. Proprio quando sembravano essere divenuti un gruppo, quando le loro capacità si erano unite per compiere un’impresa memorabile… proprio ora che iniziavano a essere parte di qualcosa di più grande di loro, tutto s’infrangeva in mille pezzi senza la speranza che qualcuno potesse rimettere a posto le cose.
Il primo a voltarsi fu Wein, con un ampio gesto del braccio destro scrollò di dosso un po’ d’acqua dalla mantellina. Manoa si girò dopo poco e gli si avvicinò. Gli poggiò una mano sulla spalla e insieme si allontanarono dalla rupe.
Etrom rimase lì ancora più a lungo. Avrebbe voluto parlare. Ma in fondo per dire cosa? Era così che le cose dovevano andare, Teiris aveva pianto a lungo nel viaggio verso l’aldilà. Aveva pianto tutta la sua frustrazione e la tristezza per come la sua vita era finita senza aver conseguito il suo scopo. Poche altre volte aveva sentito così pesante il suo lavoro. Forse mai. Perché adesso le sorti di Astea la interessavano da vicino. Il Fante Oscuro era tornato tale… e lei non ne era felice.
Kaviel le aveva appena dato le ultime disposizioni… e quel luogo la cullò in una concentrazione assoluta.


Enid faceva strada per le sale dell’imponente castello. Quel giorno l’isola era scossa da una violenta tempesta tropicale e le palme si piegavano fin quasi a toccare terra sotto le grida del vento. Il dedalo di cunicoli iniziò a sapere di antico e di polvere. Erano rimasti segnati nella polvere i passi delle prime volte in cui Coral si era ritrovato di fronte a quella porta invasa dall’edera. Dove il sole non entrava e dove tutto ciò che era vivo sembrava intimorito e debole.
Quando finalmente quella porta fu davanti a loro, Enid si fermò e fece segno a Coral di precederla.
«Qui giace il frutto dell’odio di un Demone Sovrano. Motivo di mio piacere e diletto… eppure macchia della mia lunga esistenza. Non ti mostro questo luogo perché non farai ritorno dall’ultima missione. Anzi, sono sicura che sopravvivrai. Ti mostro questo luogo perché voglio che tu sia capace di leggermi dentro, oggi.»
Coral smise di respirare e di sudare come un essere umano. Fece per avvicinare la mano alla maniglia della porta ma, senza che se ne accorgesse, anche la mano di Enid era sulla sua. La donna lo baciò dolcemente sulla bocca prima che lui aprisse la porta. Poi gli occhi del demone si restrinsero per la luce che fuoriuscì dall’ambiente.
Entrò.


Il Santuario dell’Artemide era situato su di un’isola sacra a est di Aman. Nonostante la sua latitudine fosse la stessa del deserto di Cleiral dove si ergeva la residenza del Guardiano, le energie di Galder vi erano confluite a seguito della Vera Guerra rendendola un’isola completamente innevata e bagnata da mari gelidi.
Un contingente di sacerdoti dei Draghi Occulti del Clan di Gaul vegliava sulle sorti dell’arma da secoli e nessuna creatura che non fosse occulta si recava in quei luoghi da molto tempo.
La Northern Star spinta dalla magia dell’equipaggio e da forti venti si mosse da Ithos a vele spiegate di modo che potesse arrivare, in corrispondenza del settimo giorno dall’appuntamento di Dante, in vista dell’isola.
Era una di quelle sere serene in cui non c’era un filo di vento in mare. La truppa dei maghi era impegnata a pieno regime, Ridley passava di tanto in tanto a decidere i turni per far riposare tutti e la serata scorreva tranquilla. Il morale della nave era tornato buono con il ritorno in forze di Dante ed avere qualcosa da fare aiutava tutti a stare più tranquilli.
Coral era tornato sulla nave e dava una mano come poteva senza utilizzare troppo i propri poteri per evitare che potesse venire rintracciato.
Dante passeggiava sul ponte. Immerso nelle sue riflessioni… e nella sua pausa lavorativa.
Ridley lo raggiunse quando la luna stava fuoriuscendo dalle onde per descrivere un lungo arco in cielo. Era gigantesca quel giorno e sorgeva tinta di un colore purpureo.
«Bello spettacolo vero?» salutò Ridley dando un’occhiata di sbieco a Dante.
«Indubbiamente. Una volta tanto siamo d’accordo capitano.»
«Che cosa ne sarà di questa nave quando saremo in vista di Leto?»
«Strana domanda se fatta dal capitano al mozzo.»
«Andiamo Dante. Ho controllo su questa nave nel preciso momento in cui tu mi permetti di averlo. Non essere sciocco.»
«Sapete che non è così. Avreste potuto gettarmi in mare quando non ero capace di occuparmi di me stesso… e invece non l’avete fatto. Adesso sono in debito con voi.»
Ridley sorrise. «Certo, dici che avrei potuto? Con Noah di mezzo? Si sarebbe messo a strillare come un bambino.»
Stavolta fu Dante a sorridere.
«Nonostante non ne abbia alcun ragionevole motivo, quel ragazzo mi vuole bene. »
«Balle. Se è vero che sei stato tu a crescerlo è ovvio che ti sia molto attaccato.»
I due guardarono Noah sul ponte. Se ne stava sdraiato su una rete di corde che collegava l’albero di mezzana alla balaustra della nave. Una folata di vento fece piegare su di un fianco leggermente la nave e lui rotolò giù cascando in acqua come un sasso. Poco dopo si sentì un rumore sordo di scafo di nave che urta contro una testa dura.
Noah riemerse dopo poco gridando improperi al cielo e sputazzando acqua mentre mezzo equipaggio crepava dalle risate.
Dante tossicchiò. «Dovrei essere fiero di come è diventato…»
«E lo sei vero?»
Dante si avvolse di quel silenzio profondo che lasciava all’interlocutore tutto il tempo per rispondersi nella maniera più ovvia.
«Conoscevate la Northern Star prima che io ne diventassi il capitano vero?»
«Certo, in guerra la Morte è una delle compagnie più fedeli... quale che sia la circostanza non ti abbandona mai…»
«Che… che cosa era… prima di me?»
Dante si sistemò gli occhiali sul naso lasciando che riflettessero la luce scarlatta della luna...


All’interno c’era una colonna di luce.
La stanza tutta intorno riportava ancora i segni del loro scontro. Ferita, sospesa nel tempo.
Il tempo aveva cessato di scorrere all’interno dell’ala Ovest del castello di Enid la Tessitrice d’Inganni nell’isola di Cathal.
Nulla era come nel resto del mondo. Non c’era silenzio, né polvere, solo distruzione. E lei era lì. Nella colonna di luce. Bella e tremendamente martoriata.
Immobile, nel riflesso dei suoi occhi castani era possibile vedere qualche vaga scia del dolore che stava provando, dolore.
Coral rimase pietrificato da quella visione. Le profondità più recondite dell’animo di Enid si mostravano a lui in quella stanza in tutto la loro più violenta oscurità. C’era dell’ordine in quella distruzione. L’edera che dall’esterno chiudeva la porta… dei segni di vita pur minimi… tutto all’interno scompariva in quello spettacolo grandioso e terrificante.
Avvertì dietro di sé la presenza del Demone Sovrano. Come quella volta in cui l’aveva colto sul fatto, lei ora non emanava alcuna aura di potere. Era semplicemente abbandonata alla visione. Inerme e indifesa al suo cospetto. Non era il terrificante Demone dell’Inganno che gli parlava durante le occasioni ufficiali, divenute sempre più delle occasioni informali. Non era nemmeno la creatura sovrannaturale e spigliata che lo conquistava fra l’imbarazzo e la bellezza. Era semplicemente un guscio… o meglio… perdeva le sue connotazioni sovrannaturali per divenire quasi… “mortale”.
Coral distolse lo sguardo dalla colonna di luce attirato da una Enid così fuori dal tempo.
Dopo qualche istante in cui assorbì ancora le sensazioni abbiette e terribili che emanava quel luogo, si avviò verso la porta d’ingresso per poi uscirne scosso. Richiuse lentamente dietro di sé la porta con un sospiro di sollievo.
Pensò che un demone non doveva rimanere sconvolto di fronte alla visione di un baratro di odio e terrore. In fondo quelle erano le energie emesse dalle creature viventi che meglio li sostentavano… eppure era scosso. Finalmente si accorse che aveva smesso di respirare e sudare e ritornò a una materializzazione più umana della sua forma, come se concentrarsi sui dettagli gli permettesse di rimettere un po’ di ordine fra i suoi pensieri.
Da ora in poi sarebbe stato di nuovo solo. Solo contro tutti. Persino degli stessi demoni non poteva fidarsi. Il suo obbiettivo primario era recuperare l’Artemide. Un obbiettivo che veniva prima anche della sua stessa sopravvivenza. Dante era un enigma… per non parlare delle altre figure che gli ruotavano attorno, non ultimo il capitano della Northern Star, Ridley Rhian. Sapeva per altro così poco degli intrighi fra tutte le fazioni in gioco che non avrebbe potuto escogitare un piano ben congeniato. Avrebbe dovuto fare affidamento solo sulla sua capacità di improvvisazione e la cosa lo mise a disagio.
Si allontanò dall’ala Ovest vagando immerso nei propri pensieri. Fin quando non rivide Enid davanti ai propri occhi. La sua veste chiara copriva a malapena i circoli rosa delle punte dei suoi seni e il respiro ora visibile in quella donna era un ritmo ipnotico che sembrava attrarlo con una forza terrificante. Le cavigliere e i bracciali luccicavano come bagnati dalla poca luce che filtrava nel castello sull'isola di Cathal; ma non riuscivano a superare la luminosità di quegli occhi di ghiaccio, azzurri e freddi come il Mare del Nord.
Tutto si sarebbe basato sulla sua capacità di improvvisazione.
Si avvicinò arrivandole così vicino da vedere quanto fosse la loro differenza di altezza. Da quella distanza lei sembrava più piccola e meno terribile… quasi… delicata. Il profumo esotico e appena accennato dei suoi capelli lo inebriò ancora di più e le sue mani la afferrarono ormai spasmodiche. La strinse a sé e lei alzò piano il capo verso di lui sorridente.
La baciò sentendo esplodere le proprie energie negative in un uragano di potere. Si sentì risucchiare in un turbine di calore che a ogni voluta lo rendeva più grande e forte fino a farlo perdere del tutto in lei.
Le loro spoglie dalle sembianze mortali trovarono in una delle tante sale un letto su cui piombare. Un letto che in un attimo divenne il baldacchino della stanza reale della Tessitrice. Con imponenti colonne tortili e tende di seta, con la volta e gli archi della stanza ottagonale.
La veste del Demone Sovrano scivolò via con decisione lasciando il corpo vibrante di lei a premere contro quello di Coral che si ritrovò presto senza più vestiti addosso.
La carne mulatta di Enid scivolava sul bianco diafano di Coral stringendolo e avviluppandolo in un crescendo di piacere finché lei non si issò sul ragazzo e i propri fianchi e le sue cosce imperlate di sudore non iniziarono ad accogliere avide le spinte di lui.
Poi improvvisamente si fermarono in un profondo sospiro e lei lo guardò bucandogli lo spirito.
«Facciamo di noi ciò che vogliamo.» sussurrò sorridente.


Il fuoco nel caminetto ardeva intensamente... da qualche parte. Sulla Northern Star invece la luna era ormai salita del tutto in cielo perdendo la sua colorazione rossastra.
«Questa nave… prima di te era un’entità. Durante la Vera Guerra… quando la luna sorgeva tardi e rossa proprio come oggi, alcuni dicevano di vedere una splendida nave arrivare dal cielo. Si muoveva leggera e silenziosa come se non avesse peso. Scendeva nel deserto e lo solcava con una scia meravigliosa, raccoglieva le anime dei morti rimasti sul campo e li portava tutti sul ponte…dal quale questi salutavano le loro spoglie mortali, gli amici e le loro donne.»
Ridley rimase assorta a immaginare lo spettacolo sovrannaturale.
«Quando poi il tempo a disposizione dei caduti era finito, la nave faceva delle piccole evoluzioni nel deserto fin quando non riusciva a sollevarsi da terra. A quel punto la sua consistenza alla vista diveniva flebile e aumentava ancora di più la sua leggerezza. La prua si sollevava dalla sabbia e iniziava a salire alta in cielo senza il minimo suono. Poi la nave prendeva la rotta del nord, in salita, verso la stella che le dà il nome. Quando era abbastanza vicina e sembrava ormai simile alle stelle che ornavano il cielo di fronte a essa, si apriva una specie di cancello nel quale spariva portando con se i mugolii e le parole degli spiriti che trasportava.»
«Hai mai visto in prima persona uno spettacolo simile?»
«No mai. Ma ho sempre voluto sperare di vederlo un giorno. Poi Eliel mi portò via dal deserto, dalla Vera Guerra e dalle mie truppe. Per rendermi ciò che sono diventato.»
«Perché non rifiutasti i suoi servigi?»
«Perché ero giovane e l’odio e la vendetta muovevano il mio cuore.»
«Mentre ora… cosa muove il tuo cuore?»
«La ricerca della pace.»
Ridley rimase in silenzio a lungo.
«Quanto credi che potrò resistere ancora alla volontà di questa nave?»
«Ancora a lungo… sei forte e lei ti ha riconosciuto come tale. Forse ancora l’esistenza di una vita mortale. Forse meno… forse più.»
«Sembra sia arrivato il momento di fare un bilancio della mia vita vero?»
«Abbandonerete anche questo equipaggio?»
«Credo accadrà prima del previsto. La tua comparsa nella mia vita ha accelerato certi meccanismi… e dovrò liberarmi di tutti molto presto.»
In queste ultime parole Dante colse un po’ di tristezza.
Con un gioco di prestigio fece apparire due calici molto ampi in cui versò un liquido dal colore caldo e corposo.
«Cognac?»
«Cognac.»


Wein e Manoa camminavano sotto la pioggia incuranti del vento e dell’umidità.
«Che cosa faremo adesso Wein?»
Wein non rispose. Sembrava immerso in una specie di trance. Camminarono ancora a lungo senza andare in una direzione ben precisa. Poi un colombo apparve dalle nuvole sferzate dal vento e arrivò a posarsi sul braccio alzato di Wein. Quando il colombo toccò il drago, svanì nel nulla lasciando posto a una missiva di poche righe che terminava con la firma elegante di Reldan. Portava la data di due giorni fa, Wein la lesse ad alta voce.
«Fra una settimana al Santuario dell’Artemide. Dante sarà là e ci saranno i celesti, i demoni e gli occulti. Sembra che la vicenda sia vicino a un epilogo. Volevo che lo sapeste. Reldan.»
Wein strinse la lettera nel pugno. Poi guardò Manoa e l’elfa lo ricambiò con un’occhiata interrogativa.
«Che cosa c’entra tutto questo con te? »
«Andrò incontro al mio destino. Non c’è altro che io possa fare.»
«Al tuo destino? Di che diavolo stai parlando?»
«Ormai tutto è perduto. C’è ancora ben poco che io possa fare… ma lo farò.»
Wein alzò gli occhi al cielo di una notte tempestosa come se cercasse per la sua decisione la benedizione della pioggia. «È un addio Manoa. Non voglio che anche tu sia coinvolta in tutto ciò.»
Sospirò sereno.
«Non è un addio. Verrò con te Wein. Non posso abbandonare tutto ora. Ho bisogno di vivere questa faccenda fino in fondo per poterla chiudere una volta per tutte.»
Manoa si appoggiò a Wein portandogli di nuovo una mano sulla spalla e affondando il volto nei suoi capelli.
Wein le sfiorò la mano in segno di gratitudine. «Sai a cosa vai incontro?»
«No, e tu?»


Dante assaporò le ultime gocce di Cognac dopodiché la sua espressione cambiò.
Ridley si accorse del cambiamento e lo fissò con aria interrogativa. Il suo calice era ancora mezzo pieno.
«Devo congedarmi momentaneamente madame.»
«Come?»
«Ho avvertito chiaramente la sua presenza. È a pochi chilometri dalla nave… sulla costa. Mi sta chiamando… e sorride.»
«Hai bevuto troppo Dante?»
Il cielo si oscurò improvvisamente e una fitta pioggia fina prese a scendere senza preavviso.
«Vir Eliel… è qui.»

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