Ottantasettesimo Episodio: Hanging


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Dopo quasi cinquemila anni di nuovo i due si fronteggiavano.
Lontano dall'oceano, seduto comodamente su un masso squadrato nel mezzo di una pianura sterminata circondata da lontani monti all'orizzonte. Come se tutto ciò che aveva attorno non avesse significato; così attendeva Vir Eliel, la creatura più potente di Aman. La tunica lo fasciava ricadendo a terra resa pesante dall'acqua ed il cappello ed il velo gli schermavano il volto e l'espressione. Fumava una lunga pipa dalla quale usciva un esile filo di fumo.
Dante scese dal cielo con leggerezza atterrando con pochi passi ad una decina di metri dalla figura.
Vir Eliel, il Maestro, e Dante Reznor, l’Allievo. Il cielo rimbombava di fragorosi tuoni ed la pioggia circondava i due di un alone fatto di polvere finissima d’acqua.
«E’ passato tanto tempo Dante.»
«Per quello che possa significare… si.»
Il Sovrano dei Draghi Occulti passeggiò per qualche tempo attorno alla creatura seduta che rimase immobile.
«Io… voglio ucciderti.» disse Dante.
«Sapresti spiegarmene il motivo?»
Non riusciva a vederlo da sotto quel velo… ma sapeva che stava ridendo.
«Io… ti odio. Non credi sia normale che io provi questo sentimento per te?»
«E dimmi Dante, perché dovresti provare odio nei confronti di chi ti ha salvato la vita e ti ha elevato ad un grado superiore di conoscenza? Non dirmi che è per via di Sierra.»
Dante si inumidì le labbra.
«Mi hai condannato ad una immortalità di solitudine. Un tempo forse non capivo perché ti odiassi, ora lo so. Si, è per Sierra, e per me.»
Le mani di Eliel, esili e raffinate vagarono per l’aria come per afferrare qualche concetto.
«In fondo senza di me forse non avresti mai compreso il significato della vita non credi? Non saresti mai riuscito ad afferrare quanto di affascinante c’era da perdere… la tua vita per te era un giocattolo, prima.» le mani stavolta si mossero come per scacciare quel concetto che librava sinuoso nell’aria.
«Vivevi la tua vita come una bambola senza coscienza non avrebbe saputo far meglio. Ora invece, sai.»
«Senza di te non avrei perso Sierra.»
Stavolta il tono di Eliel si fece più deciso. «Non l’avresti mai nemmeno incontrata… non l’avresti amata. Non avresti capito. Sei uno sciocco Dante. Più sciocco di quanto pensassi.»
Il drago serrò i pugni dalla rabbia.
«Non pretendere di venire qua dopo cinquemila anni con la presunzione di continuare a fare la parte del Maestro.»
«Pretendere? Speravo che in questi anni fossi riuscito a capire cosa tu fossi realmente… ma a quanto pare non ne sei stato in grado…» Eliel sospirò, «Dante Dante…. sono deluso. Molto deluso…»
«Deluso? TU… » il drago riconquistò la calma. «Tu… di cosa dovresti essere deluso? Sono la tua macchina da guerra, il tuo capolavoro. Voglio sapere perché ti interessasti a me. Perché non qualcun altro?»
Vir Eliel rise ancora scuotendo la testa. «Dante… Dante… possibile che tu non abbia ancora capito? Eri già un’opera d’arte dotata di una fragilità disarmante… ma ora sei cosciente della tua immortalità … sei invincibile… sei completo.»
«Completo? Fragile?»
Ora Eliel sembrava che stesse parlando di lui in terza persona. «Ed era un capolavoro, nella sua innocenza, nella sua naturale malvagità. Nel suo essere così bello e potente insieme, avrei dovuto soltanto affinarlo, renderlo più perfetto di quanto non fosse già. Meno rozzo, più sublime.»
«Se solo io fossi stato in grado di capire…» riprese Dante con una punta di rimorso, «ma ero giovane… e tu non facesti nulla per istruirmi su quanto di realmente importante dovevo imparare. La tua tecnica… solo quella contava per te. Anche a costo di annullare la mia personalità, i miei sogni… le aspirazioni…»
«Aspirazioni? Avevi forse delle aspirazioni degne di questo nome prima che io mi occupassi di te?»
«BASTA ELIEL! Ne avrei avute! Avrei potuto essere felice! Avrei avuto un migliaio di anni per invecchiare, capire il senso di quanto mi circondava e trovare alfine la pace dei sensi… invece ora…»
«È qui che ti sbagli… mio Dante…»
Gli occhiali del Drago Occulto baluginarono. «Che cosa?»
«Questa tecnica ha il potere di rendere immortale chi la controlla a pieno, non lo nego. Governare spazio e tempo per mezzo della magia… un uso chirurgico del potere è in grado di assurgere anche a tali livelli di perfezione… ma tu… eri già immortale... o meglio... non era contemplata la tua fine... come del resto il tuo principio...»
Dante indietreggiò di un passo.
«Quale miasma oscuro e mortale sta uscendo dalla tua bocca? Quali nuove menzogne?»
Eliel si alzò in piedi scuotendo la testa, era imponente. Si avvicinò a Dante come per far si che le sue parole divenissero più chiare.
«Dimmi Dante… potresti mostrarmi una delle tecniche che hai appreso per mezzo del mio insegnamento? Potresti farmi questo ultimo favore?»
«Eliel… il tuo tempo si sta esaurendo… perché è di tempo che ora voglio parlare… di quel poco che ti rimane… perché fra poco di te non esisterà che un vago ricordo.»
«Coraggio Dante… la tecnica che attraverso la capacità di modificare lo spazio materializza delle aure combattenti…»
Gli occhi di Dante si restrinsero mentre un vento forte lo scosse.
«Dove... dove vuoi arrivare…»
«Coraggio mio Dante… fallo.» Il suo era un tono categorico, e Dante non riuscì ad opporre un rifiuto.
Il Drago si concentrò ed attorno a lui apparvero un centinaio di suoi doppi. Non era una versione sommaria della tecnica. Quei doppi sembravano in tutto e per tutto reali. Sembrava che adesso l’area fosse piena di decine di Dante, ed ognuno di loro fissava Eliel con un odio antico.
«Nemmeno adesso riesci ad avere una visione completa di noi due?»
«Noi due? Chi diamine sei. »
«Te lo dissi cinquemila anni fa, sono il tuo maestro.» stavolta il drago lo sentì ridere. La mano di Eliel salì lentamente verso la stoffa che gli copriva il viso e la afferrò. «Ho molti nomi... ma tu chiamami Vir Eliel... oppure... Lord Dante Reznor.» E così dicendo strappò via il lembo rivelando il suo volto identico in tutto e per tutto a quello di Dante. Lo stesso taglio degli occhi, lo stesso rosso spento delle iridi, la forma esile del volto, il mento deciso e persino le stesse orecchie sotto il capello.
Il drago ebbe un capogiro. «Tu…. creatura corrotta… è uno dei tuoi soliti giochi! Non posso averti… creato con questa tecnica…»
«Oh infatti non è accaduto… non sei stato TU a creare me, mio piccolo presuntuoso… hai forse tanti ricordi della tua gioventù? Ricordi alla perfezione chi ti insegnò a leggere? Chi ti donò quella leggiadria imperturbabile che accompagna ogni tuo singolo movimento come una armonia classica suonata da una orchestra impeccabile? Oh! Vedo un po’ di smarrimento sul tuo volto… vuoi sapere perché anche sforzandoti non lo ricordi o hai solo immagini imprecise? Vuoi saperlo?»
«Basta…»
«Te lo svelerò io! Perché tu non hai avuto una infanzia! Non sei mai stato giovane, fanciullo! Tu sei sempre stato così… non rifuggiarti nella tua lunga vita, conservi così bene i ricordi di Sierra che risalgono a quasi cinquemila anni fa, come mai non hai il benché minimo ricordo, anche fumoso della tua infanzia?»
«Io…»
«Sei tu che non sei altro che una mia emanazione… persino il termine creare non è propriamente adeguato. Definiresti creature viventi i doppi che hai materializzato? Ti definiresti il loro creatore? Le definiresti reali nel vero senso della parola? O forse le definiresti solo un espediente per combattere? Il frutto di una tecnica? »
Dante era a bocca aperta. Cadde in ginocchio.
Improvvisamente nella sua testa confluirono centinaia di ricordi. I ricordi di Vir Eliel che parlava con Sierra, i suoi stessi ricordi, sembrava come... che fosse stato lui ad averli vissuti...

Un altro ricordo… ma stavolta era strano… era come se fissasse la scena in terza persona.
Le parole arrivavano dritte alla sua testa… ma non era li.
«Fattene una ragione Sierra. Gli umani appassiscono e muoiono.»
Vir Eliel stava rassettando la sua scrivania prendendo qualche libro in mano e riponendone altri in una libreria. Sembrava come non voler dar peso alla conversazione agendo così.
«Lascia perdere Dante e pensa alla tua felicità. Non ricaverai nulla di buono da questo amore morboso.»
«Sei crudele Vir. Sono tre anni che ti seguo… e queste sono le uniche parole di conforto che hai per me?»
Vir Eliel si voltò verso Sierra. La casa di Vir sembrava scavata all’interno di un grosso albero. I muri erano in legno vivo qualche ramo sbucava verso l’interno ogni tanto. Tavoli, sedie, tutto era fisso al terreno, intagliato. Un lungo letto e un arredamento scarno, non sembrava esserci nulla fuori posto.
C'erano molti, troppi libri, in ogni più piccolo anfratto.
La stanza era ordinata e pulita.
«Stupida. Tre anni per me e per lui non sono altro che un semplice respiro… anche tu... non sei che una piccola parentesi nella nostra vita. Non durerai più di quanto potrebbe durare per te la vita di una farfalla... se riuscirà a padroneggiare la mia tecnica Dante non avrà più limiti alla propria esistenza. Ne sei al corrente? Sai di essere TU la farfalla?»
Sierra strinse i pugni… avrebbe voluto picchiarlo ma sapeva che sarebbe stata una cosa stupida. Lo stupido gesto di una farfalla… nella sua breve vita di un giorno.
«Ti odio Vir.»
«I sentimenti dei mortali scivoleranno su di noi come acqua piovana. Lasciando umidi i nostri vestiti e arido il nostro cuore.»
Sierra si voltò e corse via.
La vista delle lacrime non sfuggì a Vir Eliel che la fissò mentre andava via.
«Cara quanto stupida. Povera creatura…»


Le ali da farfalla... le reazioni di Sierra... Sierra sapeva tutto... chissà cosa pensava di Eliel? Un pazzo con una doppia personalità? Oppure vedeva in lui il suo gemello? Oppure... al fine aveva compreso... e ciononostante si era innamorata di un semplice simulacro? Persino Shaia probabilmente non scorgeva alcuna differenza fra loro due... ed ecco spiegato il motivo delle sue parole... così ambigue...

«È normale che io sia più forte di voi Dante... un buon allievo supera sempre il maestro...» il suo sguardo era quello che si ha con i bambini, le sopracciglia leggermente incurvate verso l'alto e gli occhi luminosi e delicati.
Dante si inumidì le labbra per poi fulminare Shaia con lo sguardo. «Hmpf... per quanto la ritengo un’eventualità remota... potrete anche aver superato Eliel... ma ciò non significa che voi possiate sconfiggermi.»
«Siete paradossale. Non trovate?


«Tutto l'odio che provi nei miei confronti... e nei confronti di Enid... non ti sembra dopotutto irrazionale? Tutte le sfumature del tuo rancore servivano a renderti ciò che sei divenuto. Nemmeno i tuoi sentimenti sono reali. Ed i ricordi... conservi anche parte dei miei ricordi vero? O forse dovrei dire i nostri ricordi? Tutto serviva al mio scopo.»
I cento doppioni creati da Dante svanirono nel nulla lasciandolo solo. Eliel si guardò intorno vedendo le immagini ridivenire nulla e sbuffò sorridente. «Certo... adesso è chiaro che la mia tecnica era evidentemente più completa della tua...»
«Perché credi che Enid abbia declinato il tuo invito quando ti sei presentato nuovamente da lei? Tu l’avevi sconfitta... perché IO l’avevo sconfitta. L’avevo già battuta una volta. Lei vide il mio volto. Non c’era motivo perché tu chiedessi una rivincita… chissà cosa pensò di te quel giorno... se si sentì ancora più umiliata da quel gesto...»
Lo sguardo di Dante divenne vacuo.
«Era logico no?» Proseguì Eliel.
«Per lunghi secoli mi sono disinteressato di questa storia e ho vagato per luoghi che non ricordo... sai... sono anche tornato su alcune mie vecchie posizioni... ad esempio Sierra. Anche io mi ero leggermente affezionato alla ragazza e quando lei divenne una creatura immortale il mio amore per lei crebbe fino a strapparmi al mio vagabondare… »

«Chi sei adesso? Sei tu Dante? Sei impazzito…»

Solo in quel momento Dante capiva il senso di quelle parole.

«Dante sei tu? Non sei Vir Eliel? Siete la stessa cosa... ma tu non sei mai venuto qui... da me.»

Era andato a chiedere di Eliel proprio a lei, una delle poche creature che sapeva che loro erano una unica entità. Eliel… era andato a farle visita chissà quante volte… le sue mani avevano carezzato il corpo freddo di lei in decine di migliaia di occasioni. Le sue labbra l’avevano sfiorata chissà quante centinaia di volte… in tutti quegli anni…
«Come… come hai potuto...»
«Come ho potuto? Come hai potuto tu startene per cinquemila anni fra le mura di un qualche polveroso castello a leggere ed a deprimerti! La vita aveva così tanto da offrirti… non immagini neanche. Ma in fondo anche questo era parte del piano.»
I canini di Dante fecero capolino dagli angoli della bocca trasfigurandolo in una specie di belva.
«STA ZITTO
Si mosse con una velocità fuori dal comune colpendo Eliel in pieno volto scaraventando lontano il suo dannato cappello di vimini.
Lui rideva. Rideva di gusto.
«Coraggio Dante! Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per te! Dal suggerire a Sierra quella soluzione fino al fare si che tu potessi vivere in eterno essendo a conoscenza di quegli stessi poteri che ti avevano fatto comparire su Aman! Come fai a provare rancore! In fondo sei un unicum... un capolavoro artistico... il frutto ultimo della mia tecnica... io…» aprì le braccia come per abbracciarlo, «...vieni qua mia immagine riflessa... sei diventato come io volevo eppure non sei mai stato nulla ed è ora che tu lo sappia…»
Il drago si serrò le mani attorno alla testa «UAAAAAAAARGH

«Se è me che volevate, potevate anche evitare di creare tutti questi disturbi a questa povera città.» sussurrò Reznor con un tono di voce così caldo e profondo da far gelare il sangue nelle vene di Shaia. Scorse poi la paura nei suoi occhi e tutto ciò non fece altro che accrescere la sua sicurezza.
«C… come…» Shaia perse la calma, cercò di liberarsi come se scosso da spasimi e la sua espressione così sicura divenne una maschera di terrore.
«Maestro!» gridò scorgendo negli occhi di Dante la stessa espressione di Vir Eliel, la sicurezza del potere e della saggezza di una creatura millenaria capace di compiere qualsiasi impresa.


«Stai facendo tutto questo per lei? Vendetta o…»
«Basta Sierra. Non parlare più. La sconfitta brucia ancora troppo.»
Sierra aveva una splendida carnagione chiara, capelli corvini mossi e degli occhi acuti del colore del cielo.
«Argh… mi stai facendo male...» disse Dante.
Inavvertitamente lei l’aveva stretto troppo.


«No… Vir Eliel è saggio e potente… ed è anche dotato di una sensibilità sovrannaturale. Quella che ancora manca a te per raggiungere i suoi livelli…»

«Stupido tizio col cilindo...»

«Non è finito amore mio… è iniziato adesso… qualsiasi cosa adesso ci accada io sarò tua… e tu sarai mio…»

«comunque… quei tuoi occhiali... come mai non li togli mai o quasi?»
«Beh… non lo so… abitudine.»
«Posso toglierteli e vedere che occhi hai?»
«Se ci tieni tanto…» Dante fece per toglierseli ma fu lei ad afferrare il piccolo paio di occhiali tondi e a sfilarli.
Rimase un po’ interdetta.
Era scuro, sera, ma i suoi occhi felini erano ridotti a una fessura.
«Non riesco… non riesco nemmeno a vederne il colore…»
«È un rosso scuro… quasi castano…»
Ridley se ne stette un po’ a fissarlo.
«Immaginavo di vedere qualcosa di più spietato, sembrano solo… fuori dal mondo…» Ridley prese tempo per riflettere, «come mai anche se è sera e c’è poca luce le tue pupille sono così chiuse?»
Il drago si passò una mano fra i capelli lisci che scendevano dal cilindro, poi si tolse il cappello.
«Non lo so, non ci avevo mai fatto caso, forse… i miei occhi sono stanchi di questo mondo.»
Il drago prese gli occhiali dalle mani di Ridley e li indossò nuovamente, indossò anche il cilindro.
Con lenti passi si allontanò dal ponte.
«La verità è che non faccio più parte di questo mondo… sono il pallido ricordo del mio tempo e sono destinato a scomparire…»


«Povero e sciocco Dante… migliaia di anni non sono serviti a sciogliere i tuoi dubbi… i tuoi rancori… e i tuoi amori…»

«Non hai nient’altro da dirmi?»
«Immagino di no, altrimenti l’avrei fatto entrando» constatò.
«Bene. Fa come ti pare» sbuffò lei chiudendo il libro. «Sei in ritardo per la sveglia della mattina.» Concluse indicando la pendola che scandiva i secondi.
Dante tolse il soprabito, sospirò e si sedette di fronte alla ragazza velata.
«Come fa quel vecchio orologio a sapere cosa fa il meraviglioso sole ogni volta?»


«Combatti. Voglio la mia rivincita.»
«Non ti sembra un po’ anacronistico?» le cavigliere ed i bracciali del demone tintinnarono.
«Forse, ma io non ho dimenticato l’umiliazione.»
La donna si alzò dal trono, lo raggiunse e gli girò intorno spandendo nell'aria il suo denso profumo di salsedine e frutti esotici.
«E così vorresti sfidarmi, Sovrano dei Draghi Occulti?»
Dante non parlò.
«Mi dispiace… ma non accetterò la tua sfida.»
«Che cosa?»
«Hai capito bene drago…»
Dante serrò i pugni.
«Maledizione non puoi farmi questo! Il dolore che sopportai per poterti battere… la volontà… i sacrifici... i duelli con me stesso per arrivare ogni volta alla fine di ogni, dannata, giornata…»
«Mi dispiace Dante… ma mi hai già battuta una volta…»


«Quanto inutile tempo dovrà ancora passare, Dante? Ancora non hai capito nulla, Dante! Né di te, né di nessun altro!» si morse le labbra, poi riprese a sorridere. Ma smise quasi subito.
«Per quanto continuerai a camminare di fianco alla storia, Dante? Per quanto ancora la tua ombra carezzerà la strada senza intralciarla, Dante? Per quanto ancora camminerai di fianco al sentiero fissando il mondo con quegli occhi spenti, DANTE?»
«Dante!»

«Dante…»


«... potrete anche aver superato Eliel... ma ciò non significa che voi possiate sconfiggermi.»
«Siete paradossale. Non trovate? Ma non temete... mi basterà poco tempo per liberarmi di voi.»

«Finiscila…»

Dante si guardò attorno, l'erba, la pioggia, il cielo e la terra. Tutto ciò era una menzogna, non era vero. Non poteva esserlo. Si issò in piedi incurvato, sprigionava una energia terrificante.
«Che io sia reale o meno... che tu sia reale o meno. Oggi morirai. Non per il mio rancore né per i tuoi atti, ma per la mia libertà.»

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