Novantaseiesimo Episodio: The Best Is Yet to Come


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La Northern Star era alla deriva verso quella destinazione dannata e Coral era fermo e immobile seduto al centro del ponte.
«Maledizione Coral! In piedi e dammi una mano!» lo scosse la voce di Ridley, tornata in sé.
«Noah è morto… la Northern Star ha preso lui… invece di te…» disse non capendo bene cosa fosse quella sensazione che gli serrava lo stomaco.
«Ma dove hai la testa stupido demone! Presto! Corri a prendere la bottiglia col sangue di Sierra! E prega il Mana che non sia troppo tardi o ti farò frustare!» imprecò Ridley mettendo mano al timone.
La nave, poco più che un legno vecchio, virò bruscamente opponendo la poppa a quell'imboccatura.
Coral apparve poco dopo con in mano la bottiglia di Sierra, presa dalla camera di Noah non sapendo bene che farsene «ecco la bottiglia!»
«Il tuo bastone!» urlò Ridley e Coral non se lo fece dire due volte, le lanciò quel pezzo di legno ormai pressoché inutilizzabile e la maga lo utilizzò per incastrare alla bell'e meglio il timone sulla rotta prefissata.
Poi con un balzo fu su Noah. Lo sollevò con la testa appoggiata al suo petto e cercò di fargli bere quel sangue denso e di un rosso quasi accecante.
«Andiamo ufficiale! Te lo farò ingoiare tutto se necessario!» tuonò Ridley imperterrita. «Coral, muovi questa dannata bagnarola e portaci fuori di qui!»
«Capitano io…»
«Utilizza il potere che ti è rimasto… e, se non ne hai più, prendi un remo e comincia a remare!»
Coral si posizionò al centro della nave, non c'erano vele su cui far spirare del vento allora, con le poche energie rimaste, cercò d’invertire la rotta della nave sempre più vicina a quel gorgo luminescente. Guardando dietro le sue spalle, poteva intravedere delle fiamme blu e delle lande desolate simili al ghiaccio, che però gli davano la sensazione del calore più assoluto. Guardò il suo corpo e vide che c'era rimasto ben poco da guardare. Era quasi svanito del tutto.
«Andiamo Noah!» gridò Ridley. Finita la bottiglia lo fece distendere a terra e iniziò con la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco. Aveva gli occhi lucidi. Ricordava che cosa aveva detto la Northern Star quando lei era semi-cosciente. Doveva essere lei ad andarsene… e non lui.
«Cazzo! Questo cuore ne ha viste di peggio! Dopo tutto quello che hai fatto, morire adesso sarebbe da idioti! Non ti lascerò andare via con la Northern!» Qualche goccia salata cominciò a bagnare la casacca di Noah.
Il capitano della nave continuò per un minuto intero a praticare la respirazione e il massaggio cardiaco ma Noah continuava a rimanere immobile… i suoi occhi erano riversi.
Il vecchio re sembrava ormai un contenitore vuoto.
Del sangue di Sierra gli uscì dalla bocca durante il tentativo disperato di Ridley, ma sembrava non esserci nulla da fare.
«Merda!» urlò Ridley alzandosi in piedi con una espressione risoluta.
Alzò una mano in cielo ed evocò un incantesimo del fulmine. Dopodiché lo scagliò con tutta la forza che aveva nel petto del ragazzo.
«ANDIAMO NOAH NON MI LASCIARE!!»

Coral era allo stremo. Il gorgo ormai lambiva la poppa della nave e già le prime assi di legno iniziavano a sollevarsi per venire risucchiate. Non sapeva proprio più come fare, sentì le forze venire meno.
Avrebbe potuto teletrasportarsi via di lì e lasciare quei due a una sorte ormai certa… eppure… rimaneva là… anche contro ogni speranza…ad aspettare che qualcosa succedesse.
D'un tratto sentì la nave muoversi finalmente nella direzione opposta. Ridley era di nuovo in piedi e, con i palmi rivolti verso il basso, la stava spingendo, con chissà quali poteri residui, verso il luogo dal quale provenivano.
Aveva le guance rigate da lacrime.
Coral sentì la morsa allo stomaco crescere. Probabilmente era tutta suggestione… in fondo non aveva neanche uno stomaco da sentire schiacciato… eppure anche dai suoi occhi cominciò a scendere del liquido… che arrivato alla bocca sapeva di salato.
Guardò verso il corpo di Noah ma non lo vide dove lo aveva lasciato.
«Stavolta stai esagerando a fare l'umano eh… non hai mezze misure» lo scosse una voce. «Tieni questa… magari ti ridà un po' di energie.»
Si girò dall'altra parte e vide la mole di Noah che gli porgeva la spada di Brynard sorridente. Coral l’afferrò avido e sentì subito che le forze gli stavano tornando. Il ragazzo dalla chioma bianca fece quattro passi incerti e si andò a sedere sui gradini del cassero di prua. Tirò fuori l'astuccio con le sigarette da una tasca della sua casacca-armatura e se la accese facendo scorrere un fiammifero sul legno della nave.
«Come…fai a essere così tranquillo!» disse Coral mentre aumentava la spinta della nave con le nuove forze. «Stiamo per finire tutti e tre all'aldilà!»
«Beh… tu guarda il capitano… ha la faccia di una che ci lascerà finire la dentro?»
Coral guardò verso Ridley, immersa in uno sforzo sovrumano eppure sicura di riuscire nell'impresa.
«E poi… dopo tutto quello che abbiamo fatto… morire adesso sarebbe da idioti…»


Dante e Wein si guardarono per un interminabile istante. Wein pensò di vederci ormai doppio, la figura di Dante non era più facilmente distinguibile.
«Adesso non ci sarà più nulla per cui combattere… perché porrò fine a tutto…» sussurrò il drago, non avvertiva quasi più il suo corpo e si sentiva sempre meno parte di tutto ciò che lo circondava… ma non aveva importanza… perché la sua vita e la sua esistenza erano libere dal fato che Vir Eliel aveva scelto per lui. Adesso... era libero.
Prese la lancia magica di nome Artemide fra entrambe le mani e in un ultimo disperato dispendio di energie la fece piombare violentemente sulla coscia spezzandola in due.
Astea ed Etrom sbarrarono gli occhi mentre Wein fissò la scena immobile.
«La verità è che non faccio più parte di questo mondo… sono il pallido ricordo del mio tempo e sono destinato a scomparire…» sussurrò stremato e ferito a morte «con oggi… tutte le creature più antiche della Vera Guerra abbandonano questa esistenza. Oggi… inizierà una nuova epoca…» l'arma spezzata iniziò a liberare tutte le proprie energie.
Il Santuario venne scosso da un forte terremoto. L'intera volta venne percorsa da decine di crepe e tutta la costruzione iniziò a crollare.
Dante cadde all'indietro e Manoa lo sorresse inginocchiandosi. Laddove l'arma giaceva rotta, la terra si incrinò e si spalancò aprendo un gigantesco crepaccio e lasciando i due su una piccola isola di terra sospesa quasi nel vuoto.
L'ultima immagine che Astea, Wein ed Etrom ebbero dell'ultimo Sovrano dei Draghi Occulti, allievo di Vir Eliel, fu quella di Manoa che lo stringeva dolcemente fra le braccia, in lacrime, mentre la figura del drago ridivenuta ben visibile, si guardava attorno assente.
Poi la terra li inghiottì in un baratro senza fine.
Astea si girò verso Wein regalandogli il primo vero sorriso dopo secoli di lontananza.
E il Sovrano Fantasma rispose con un sorriso ancora più radioso. Non disse nulla quando vide la figura di Etrom dietro di lui brandire la falce. Come trecento anni prima, le sorti del suo migliore amico erano in qualche modo di nuovo nelle sue mani… eppure, negli occhi di Etrom che lo fissarono non vide lo sguardo del Demone della Morte, ma quello della ragazza che aveva viaggiato con loro tanto tempo fa. Non delle orbite rosse come la falce… ma degli occhi… umani e innamorati.
Un suono secco e Astea, già stremato, cadde a terra ferito a morte. Le catene e i mille legacci magici del sigillo di Enid caddero assieme a lui, spezzati in più punti e iniziarono a trasformarsi in tante piccole luci che salirono lentamente al cielo. Wein si alzò lentamente in piedi guardando alternativamente lui ed Etrom.
«Etrom… ma che cosa…» sussurrò Astea mentre il suo respiro si faceva sempre più affannato e sentiva le forze scorrergli via come acqua dalle mani.
«Wein… sto morendo…» disse quasi senza voce, i suoi occhi tradirono un barlume di felicità… poi anche la bocca si allargò in un sorriso. «Wein sto morendo…» disse continuando a ridere «dopo tutto questo tempo… Etrom…»
«Chiamami Sofìa, vecchio idiota… » sussurrò lei chinandosi su di lui. «Andiamo a casa» disse e lo baciò dolcemente.
Quando Etrom si ritrasse, Astea era morto.
Morto veramente. I suoi occhi guardavano un punto imprecisato dell'orizzonte… come quando era cieco. Solo che non si muoveva più, non andava a fuoco e non stava scherzando. Era semplicemente morto.
Ucciso dalla Morte.
Sopra l'ala Ovest del castello sull'isola di Cathal, le stesse piccole luci si alzavano in cielo timidamente, arricciandosi in volute, inseguendosi al soffio del vento e danzando al suono della risacca.

Una sola figura, claudicante e malandata uscì dal Santuario di Leto quel giorno, mentre i resti del tempio crollavano in un gigantesco spettacolo.
Un drago senza le ali, unico testimone degli eventi che avevano scosso dall'interno il continente di Aman.
Molte leggende quel giorno si crearono sull'identità dell'unico superstite di quello scontro ma nessuno seppe mai quale fosse la vera identità di colui che entrò nel mito col nome di Sovrano Fantasma.


Una brezza temporalesca spazzava le spiagge dell'isola di Cathal. Il sole si stava tuffando in quelle acque calde e limpidissime.
«E così mi stai dicendo che non solo hai distrutto la tua arma… quel bastone dotato di poteri incredibili… ma hai anche perso l'Artemide, distrutta da Lord Dante Reznor?» parlò Enid incredula.
Coral non aveva parole. Fino a quando non si era trovato al cospetto del suo Demone Sovrano si era sentito vittorioso di fronte a quella situazione disperata… eppure, ora che ci pensava, aveva fallito su tutta la linea.
«Un fallimento completo!» continuò Enid alzando le braccia al cielo. «Totale!» continuò.
«Io… capo… non so come…»
«Basta, non voglio sentire altro!» gridò la dark lady furibonda.
«Non tornare qui finché non ti sarai procurato da solo un'altra arma di quel livello! Stavolta non muoverò neanche un dito!» comandò imperiosa.
Coral fece per sparire mortificato ma, improvvisamente, sentì il profumo e la presenza di Enid dietro di sé, lei era svanita dal trono.
Il Demone Sovrano lo abbracciò cingendogli il collo.
«Non ci sono parole per descrivere il valore della tua impresa Coral… sono felice che tu sia sopravvissuto» gli sussurrò all'orecchio «e, prima di andartene, passa a dare una pulita all'ala ovest… sono secoli che qualcuno non ci mette più piede.»
Coral mandò giù un groppo in gola beandosi di quell'abbraccio che lo riscaldava delle energie del demone per il quale aveva compiuto tutte quelle imprese. Enid afferrò una parte del suo ragionamento e gli diede una pacca su una spalla.
«Ora muoversi. Non mi piace ripetermi!» lo rimbrottò severa.
Coral scomparve, lei si rimise a sedere accompagnata dal tintinnare ipnotico dei suoi bracciali e delle sue cavigliere, e fece comparire il copricapo che Dante aveva indossato durante la Vera Guerra. Lo strinse nelle mani e, quando le riaprì, vi era rimasta solo della polvere.


Due figure camminavano nel fresco della primavera di Kalderon. Gli alberi fiorivano e, nell'aria, c'era quel profumo di una nuova vita che rendeva tutti più allegri. Una delle due figure portava sulla schiena una grossa balestra… utile probabilmente per la caccia degli obesi elefanti volanti rosa che giravano da quelle parti… o forse solo un ferro vecchio senza la benché minima utilità. L'altra invece era coperta completamente da una tunica nera e camminava ancora con passi incerti sorretta dal tizio con la balestra. Probabilmente era l'aria della primavera… il tizio ogni tanto allungava le mani e veniva ogni volta bacchettato prontamente dalla figura incappucciata.


Noah se ne stava in camera sua a rimettere a posto i conigli. Quando Coral era entrato a prendere la bottiglia di Sierra aveva fatto un gran casino. E ora a lui toccava rimettere tutto meticolosamente a posto insieme a Bellamy il grosso coniglio rosa che scoppiava di salute. Quando ebbe messo tutto in “ordine” ebbe un brutto presentimento e quando si girò si ritrovò davanti la figura di Brynard il Signore dei Ghiacci nella sua tenuta da battaglia.
«Sacro Mana! Che posto orribile!» gridò Brynard perdendo quasi l'equilibrio.
Quella stanza era terrificante e tutto quell'amore e quel rosa pazzo e sconsiderato gli fecero venire meno le forze. Ora capiva cosa intendeva Enid quando diceva che non doveva andare a fargli visita…
Il ragazzo non disse una parola fissandolo in silenzio. Erano alti uguale.
«Non hai nulla da dirmi… Noah di Tradnor?» disse dopo un po' Brynard riconquistando un briciolo di contegno.
«Ehm… immagino che questa sia tua… la rivuoi indietro?» disse dopo un po' Noah mettendo mano alla spada di ghiaccio. Le katane erano andate perse nell'ultimo scontro e quella era l'unica arma che gli era rimasta.
Brynard mascherò a stento la sorpresa, dopodiché scosse la testa.
«Non vuoi vendicarti? Combattermi per tutto quello che ti ho causato?»
Noah estrasse una sigaretta e se la accese tranquillamente.
«Avrei qualche speranza si sopravvivere? E inoltre… servirebbe a ridarmi quello che ho perso?»
Brynard si ritrovò a non avere una risposta… o meglio… la risposta era una sola, negativa.
«Se non servirebbe a nulla… allora è inutile che io faccia qualcosa. Inoltre… ormai appartieni al passato della mia vita… un passato che sto cercando di superare... anche perché qui nel presente c'è gente che ha bisogno di me.»
Brynard si voltò e fece per andarsene, soddisfatto da quelle poche parole.
«E la tua spada?» domandò Noah.
«Tienila. È tua. E comunque credo che ormai ti sia affezionata. Addio Re di Tradnor. Quando morirai celebrerò un funerale fastoso nel tuo palazzo. E officerò dei riti sontuosi anche per la tua famiglia. Con permesso.» Brynard aprì la porta e se ne andò, sparendo dopo pochi passi.
Noah salì sul ponte della Northern Star. Ridley era al timone sicura, una delle sue ciocche era rimasta completamente bianca e non era tornata del rosso acceso dei capelli del capitano. Ridley sembrava maturata dopo quello scontro terribile. Adesso dimostrava una trentina d'anni. La nave era in subbuglio. Tutto l'equipaggio, dall'artiglieria alla truppa di assalto era all'opera sotto lo sguardo dei carpentieri per riparare tutti i danni che aveva subito. Avrebbero attraccato in un porto franco per fare le riparazioni più grandi e dopo avrebbero ripreso il mare pronti per nuove scorrerie.
Noah salì sul ponte e salutò Ridley.
«Tutto bene capitano?»
«Mai stata meglio» rispose lei con un sorriso.
«Già decisa la rotta?»
«Ovvio… se avessi dovuto aspettare te adesso saremmo in fondo all'oceano a fare compagnia ai pesci.»
«E lei? Se n'è andata?»
«La Northern Star? Sì, per sempre.»
«Sembra andato tutto per il verso giusto no?»
«Direi di sì… un successo… a parte Dante…»
Gli occhi di Noah vennero attraversati da una vena di tristezza.
«Ha concluso la sua vita come voleva… anche lui era vissuto più del dovuto… e in fondo credo sia giusto così» concluse.
Dopo qualche istante si materializzò davanti a loro Coral. Era in tutto e per tutto identico a come lo avevano conosciuto. Aveva rigenerato il mantello e gli occhiali, solo i capelli erano un po' più lunghi. Non aveva più quel taglio da scolaro e sembrava un po' più adulto.
«Cambiato look?» rise Noah salutandolo con qualche pacca sulla spalla.
«Un po'… al mio capo piacciono coi capelli lunghi…» sorrise, poi spostò serio lo sguardo su Ridley. «Capitano» disse poco dopo.
«Sì?» rispose lei fiutando la beffa.
«Potrei… continuare a viaggiare con voi… per un po' dico…»
«E… perché mai?»
«Beh… io ho bisogno di una nuova arma… e… non mi viene in mente nessun altro modo per trovarla che non sia viaggiare per un altro po' con voi alla ricerca di qualche tesoro o… qualche avventura… in fondo è questa ora la mia nuova missione.»
Noah guardò Ridley grave… nascondendo un sorriso beffardo.
Anche Shepard si avvicinò con aria grave.
«Shepard. Cosa ne dici?»
Il timoniere trasse un lungo respiro: «Questa nave dovrà ricevere delle riparazioni in un porto, dovrà essere tirata in secca per i ponteggi…dovremo dare fondo alle casse per riparare tutti i danni, inoltre, una delle prossime priorità, consiste nel cercare una nuova arma per l'ufficiale Noah… vista la fine che hanno fatto le sue katane… e poi…»
«… non sappiamo quando riprenderemo il mare» proseguì Ridley «e per quale rotta quindi…»
«Accetto!» sorrise Coral senza aspettare che il capitano finisse di parlare.
«Bene… ma dopo tutto quello che è successo… ti meriti una promozione sul campo. Diventerai il comandante della truppa di artiglieria… che ne dici?»
Il volto di Coral si rischiarò in un sorriso solare.

Di sotto, nella stanza di Noah, Bellamy continuava a frugare col musetto in una catasta di conigli addossata ad un angolo della stanza. Dopo qualche tempo ne rotolò fuori uno con in testa un grosso cilindro nero, un cappotto lungo e degli occhialetti tondi sul naso.


Etrom teneva per mano Astea mentre insieme camminavano verso le porte dell'aldilà. Era una specie di collina in cui l'erba cresceva bianca. Anche le vesti di Astea erano bianche… una lunga e semplice toga bianca. I colori erano così forti che il ragazzo aveva gli occhi socchiusi e così anche Etrom.
«Che dici? Con tutto il male che ho causato mi toccherà scontare la mia pena in qualche modo nell'aldilà vero?»
«Mah non saprei… secondo me hai scontato abbastanza in terra… tu che dici?»
«E tu… verrai con me?» chiese Astea speranzoso, ma la ragazza non rispose.
Quando erano ormai a pochi metri da uno strano portale nel bel mezzo della collina bianca, davanti a loro comparve il Demone Sovrano Kaviel il Guardiano.
«Che cosa hai fatto Etrom. Sei venuta meno a uno dei comandamenti di noi Demoni Sovrani uccidendolo. Non te l'avevo ordinato» disse il bambino con un tono serio che mal s'adattava alle sue sembianze.
La ragazza si inginocchiò mortificata: «È stata una mia grave mancanza… mio sovrano.»
Il bambino schioccò la bocca seccato.
«Se è così che svolgi il tuo lavoro allora sei licenziata!» disse arrabbiato.
«Licenziata?» disse Etrom mentre un fremito di gioia le percorreva la schiena.
«Sì, licenziata. Sei morta e basta. Addio!»
Astea era rimasto in silenzio per tutto il tempo e guardava la scena curioso come se non riuscisse a sentire cosa si stessero dicendo i due demoni.
Il bambino fece per andarsene ma Etrom lo chiamò di nuovo.
«Kaviel!» gridò. «Tu sapevi già tutto?»
Il bambino si girò imbronciato «Forse.»
«Allora perché hai perso così tanto tempo con me?»
«Sei stata la migliore, anche se per poco tempo… e poi…»

«Deve esserci un motivo quando scatta una “passione”?»
Kaviel parlava di quel desiderio in maniera chiara e quasi disarmante. Enid sembrò non capire bene a cosa si riferisse.
Fu di nuovo Enid a parlare, dopo qualche tempo.
«Dimmi Kaviel. Ti sembra che tutto questo sia stupido?»
Il bambino ci rifletté su. Poi s’issò a sedere con una movenza fanciullesca.
«Perché stupido? È divertente, questo basta.»

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