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«Astea Ingram di Shaen; lei verrà giustiziato quest'oggi
nella pubblica piazza del paese di Mane. Le accuse che le sono state mosse
dal popolo, e per le quali è stato condannato sono di infedeltà
al ducato di Sadon ed eresia.»
Un ragazzo se ne stava inginocchiato con la testa e i polsi imprigionati
nel supporto di legno di una ghigliottina. In testa aveva un cappello
da strega spiegazzato che gli celava il volto. Indossava un mantello nero
che lo copriva tutto fino agli stivali neri legati da numerose cinghie
di cuoio e metallo. Accanto alla ghigliottina era appoggiata una lunga
alabarda, dalla strana forma, la lama di metallo formava una strana mezzaluna
che si innestava in due punti sul dritto manico e culminava con una punta.
L'arma era chiaramente sproporzionata... troppo grossa per un qualsiasi
utilizzo bellico.
«Vi ricordo che siete ancora in tempo per invocare la grazia sconfessando
il vostro ateismo eretico, così da ottenere il regno dei cieli
dopo la vostra morte...»
«Sai che vantaggio... » Sussurrò il ragazzo con voce
scocciata. Poi come se la attenzione fosse stata distolta dal vecchio
che blaterava con fare altezzoso, alzò il capo per quanto glielo
permetteva la ghigliottina cercando dare una occhiata a quello che aveva
davanti.
«Salve Etrom...che ci fai qua?»
«Non lo immagini?»
«Ah è vero! Non ci sarei mai arrivato...»
Davanti al ragazzo era comparsa una donna dalle splendide forme, i capelli
blu notte le scendevano in due ciocche davanti al volto e ricadevano dietro
lunghi fino alle gambe. Indossava uno stravagante cappello da giullare
che ricadeva in due parti che terminavano con degli ornamenti simili a
teschi cornuti.
«Perché vuoi farti ammazzare da questi qui?» Chiese
la donna, impugnava una falce di strana foggia dal bastone di un rosso
spento come gli occhi.
«Non so... sono stanco di vivere...»
«Ma falla finita...»
«Ma che domande mi fai pure tu? Sei la morte no? Fa il tuo lavoro!»
«Mi spiace tesoruccio ma non sono qui per te... fra poco nella folla
un vecchio morirà di infarto per il casino che succederà...»
«Vuoi dirmi che non sto per morire?»
«No... mi dispiace...»
La donna era poco vestita, indossava una specie di giacca con due spallacci
che riprendevano gli ornamenti del cappello, il busto era fasciato da
numerosi lembi di stoffa leggera che coprivano a malapena le grazie riunendosi
in un anello d'acciaio poco sopra il petto.
«Cavolo stavolta sembrava quella giusta!»
«Ma mi spieghi perché vuoi tanto morire??»
«Beh uno dei motivi intanto è perché ogni volta che
sto in dirittura d'arrivo riesco a vederti...»
«Ok, ho fatto una domanda inutile...» tagliò corto
la donna passandosi una mano guantata fra i capelli.
«Dai salvami tu... sai che bello, la Morte salva un uomo dalla Morte...»
«Salvarti? Non esiste una parola simile nel mio vocabolario...»
«Certo che hai un bel caratterino... sembri quasi spietata e implacabile...»
«Mi stai facendo perdere tempo...»
«Sto salvando la vita a della gente?»
«No... morirebbero comunque ma dovrebbero stare un po' di più
in sala d'attesa prima di andare dove devono...»
«Dove si va quando si muore?»
«La pianti di fare domande idiote? Segreto professionale...»
«Oh... ho un debole per le donne in carriera.»
«Quasi quasi faccio uno strappo alla regola e ti ammazzo io...»
«Eh... magari...»
La donna gli voltò le spalle fissando la folla che aveva davanti.
«Oh che dolce visione...» sospirò con lo sguardo fisso
sul fondo schiena scolpito della Morte.
Etrom si voltò di scatto lanciandogli un'occhiataccia.
«Dove guardavi maiale!»
«Maiale? Sei tu che vai in giro svestita!»
«Tanto non mi vede nessuno che differenza fa!?»
«Io ti vedo! Lo sai che il viola è il mio colore preferito?»
«Sono in pochi quelli che si mettono a fare apprezzamenti sui colori
della Morte quando la vedono...»
«Beh io ho avuto sempre tutto il tempo di guardarti e ammirarti!
Ogni volta che ti vedo per poco non muoio di infarto!»
«Che spirito...» La donna tornò a scrutare la folla,
poi guardò il vecchio che aveva vicino e che stava ancora rivolgendo
parole altisonanti al ragazzo alla gogna.
«Credo ce l'abbia con te, meglio rispondere... chissà che
non ti guadagni qualcosa di bello nell'aldilà...»
«Ho cambiato idea non ci voglio più andare nell'aldilà
sono innamorato di te...»
«Che tenero ragazzo... un cuore spezzato eh?»
La voce dell'uomo ridivenne forte e chiara quasi assordante per le orecchie
di Astea.
«Il miscredente non parla! Il demonio l'ha abbandonato nel momento
del bisogno ed ora non sa cosa dire vero??»
«Facciamo in fretta mi sta venendo il mal di schiena.» rispose
infine Astea.
L'uomo strabuzzò gli occhi per qualche istante poi fece cenno al
boia di proseguire.
«Ho ho... ti faccio la sfumatura un po' alta...» biascicò
l'omone incappucciato mentre sfoderava un coltello per lacerare la corda
che legava in alto la lama.
«Voglio proprio vedere come mi salvo stavolta...»
La folla si zittì, tutti lo guardavano accigliati... o meglio,
guardavano il suo cappello.
Le madri coprivano gli occhi dei bambini che cercavano di vedere il più
possibile. I contadini del borgo invece guardavano a testa alta.
Astea sentì chiaramente il rumore della corda che veniva tagliata,
poi uno schiocco.
Deglutì ma non avvenne nulla.
Provò a sentire i suoni intorno ma tutto era silente... troppo
silente, non riusciva a sentire nemmeno il brusio della folla.
Sentì dei passi sul patibolo di legno... poi una voce di ragazza
che diceva: «Scusa ma è per il tuo bene.»
Una botta in testa, e tutto si tinse di nero.
Un soffitto sconosciuto.
Si guardò intorno, numerose candele accese illuminavano debolmente
l'ambiente. Una finestra sbarrata a croce dava su un cielo notturno senza
luna. Nella stanza c'erano delle librerie, libri... cosa erano e a che
servivano?
Come se stesse sfondando una porta aperta, ricordò a cosa servivano
i libri.
Una sedia, una scrivania, un letto, sembrava ebano.
Cosa era l'ebano?
Un legno pregiato, nero.
Anche le lenzuola del suo letto erano nere. Provò ad alzarsi, era
nudo.
Prese con se il lenzuolo e lo avvolse intorno alla meno peggio, continuando
a reggerlo con la mano sinistra sul petto.
Passò davanti a uno specchio integrale su un armadio sempre di
ebano.
Era un ragazzo, alto e slanciato, con pochi muscoli... senza un filo di
grasso.
Aveva anche dei bei capelli, erano corti e ricadevano liberi davanti agli
occhi e ai lati del volto. Erano corvini con riflessi viola.
Il suo sguardo venne attirato dai suoi stessi occhi, erano anch'essi viola
e scintillavano felini nella notte. Luminosi...ma in qualche modo inquietanti.
Gli era sempre piaciuto il viola...
Quando gli era piaciuto il viola? Si sentiva la testa leggera...
Imboccò la porta portandosi dietro le lenzuola come strascico.
Si ritrovò in un lungo corridoio, sapeva già dove doveva
andare anche se ignorava il perché.
Si trovava all'interno di un castello.
Sapeva di essere all'interno di un castello.
Attorno a lui una serie di colonne intervallate a vuoti di qualche metro
portava lo sguardo all'infinito come se il corridoio non avesse una vera
consistenza spaziale. Le colonne si riunivano in alto in una volta a sesto
acuto che toglieva ancora più corporeità all'ambiente.
Si sentì un po' smarrito... ma a casa.
L'unico rumore che l'accompagnava era lo scorrere della stoffa leggera
per il pavimento gelido del castello.
Tutto era immerso in un silenzio inconsistente.
Credette di camminare per ore o giorni... senza mai arrivare da nessuna
parte, ma alla fine il corridoio terminò in un ambiente più
grande. Al centro un tappeto scuro conduceva a sud verso un imponente
portone con fregi di creature demoniache.
Demoniache
Ai lati del portone due enormi gargoyles dormienti sembravano sorvegliare
l'immenso salone disabitato.
Il portone, era li che doveva andare.
Giunto davanti al portone sentì per la prima volta di essere vivo.
Il portone baluginò debolmente come reagendo a qualcosa e si spalancò
senza il minimo rumore, introducendo in una stanza che si perdeva nell'oscurità.
Avrebbe potuto anche essere immensa, semplicemente non ne aveva idea.
I suoi occhi comunque erano abituati all'oscurità, ci mise poco
per distinguere le sagome e le forme anche in quella stanza, finché
tutto non divenne nitido.
Numerose vetrate schermate da pesanti tende scure davano verso l'esterno.
L'odore della sala non era stantio, era più simile all'odore del
mare.
Strano, pensò.
Davanti ad ogni finestra c'era una statua, creature alate, sembravano
demoni.
Demoni...
Il tappeto proseguiva fino alla fine della stanza dominata da un possente
trono di roccia.
Sembrava scolpito. Era lontano.
Mosse un passo in avanti ma si bloccò subito.
Due occhi a specchio baluginarono lontani sul trono.
C'era qualcuno. L'altro da sé. Qualcosa in cui trovare se stesso.
Quel solo sguardo lontano gli incuteva timore.
V'era ancora silenzio, ma era abituato al silenzio, era familiare; quegli
occhi invece, erano semplicemente terrorizzanti, non conosceva il motivo
di quella paura
non conosceva nemmeno quella sensazione così
nuova e angosciante.
Passarono alcuni attimi e, come mosso da una forza superiore alla sua,
avanzò nella maestosa sala del trono.
Possenti colonne si innalzavano leggere a grandi intervalli senza dividere
l'ambiente in più navate. Si sentiva come in un grande oceano,
o in cielo, di notte.
Gli occhi continuarono a fissarlo per tutto il tragitto e ogni passo divenne
sempre più pesante.
Infine arrivò a qualche metro di distanza, sul trono una splendida
donna era appoggiata come una gatta.
Le gambe piegate toccavano il petto, le mani invece erano su uno dei braccioli.
Lunghi capelli biondi mossi ricadevano in ciocche fino a sfiorare il pavimento
di marmo. Indossava una leggera vestaglia bianca, solo ora si accorgeva
di quel colore.
Quando la donna vide che il ragazzo era giunto a destinazione, senza scollargli
gli occhi di dosso, scivolò in una posizione più umana,
sedendosi normalmente.
Accavallò le gambe accompagnata da una piccola melodia metallica,
indossava numerose cavigliere dorate, come la sua pelle.
Passarono altri interminabili momenti di silenzio.
Lo strascico sul tappeto aveva prodotto un suono ovattato ma era finito
appena si era fermato.
Fece per aprire bocca. Ma non parlò. Non aveva ancora sentito la
sua stessa voce. Se fosse stata una voce stridula?
Fu lei a parlare per prima.
«Salve, Coral.»
«Salve mia Sovrana.» rispose con una voce giovanile per nulla
sgraziata.
«Sto cercando quest'uomo.» Disse una figura incappucciata
avvolta in un clergymen nero. La persona dopo aver guardato la pergamena
srotolata spalancò gli occhi come se spaventata, quindi scosse
la testa allontanandosi.
«...»
Pioveva e la figura si trascinava per i vicoli stretti di un paesino del
ducato di Sadon. Troppa gente faceva quell'espressione quando faceva vedere
il suo disegno... lo arrotolò nuovamente e lo fece sparire sotto
il mantello che usava per ripararsi dalla pioggia.
Imboccò la porta di una locanda. Il calore investì la sua
figura e gli ultimi brividi di freddo andarono via. Si allargò
il colletto bianco aderente al collo.
«Una stanza» disse mentre portava una mano al cappuccio per
tirarlo via.
«Insomma! Che modo di trattarmi! Perché mi hai salvato se
devi tenermi così!?!»
Astea piagnucolava come un bambino, legato come un grosso salame, ondeggiava
alla meno peggio sul dorso di un mulo che guardava avanti con aria scocciata.
«Zitto e non farmi innervosire!» Tagliò corto la ragazza
che lo precedeva.
Indossava una lunga tunica rossa divisa in più parti, una mantellina,
una maglia pesante che scendeva fino ai fianchi, senza maniche e un ultimo
strato che scendeva fino ai piedi. Alcuni bordi erano bianchi ma la cosa
che attirava di più lattenzione era uno strano cappello alto,
una tiara con sopra incise delle strane rune. Sulle spalle uno zaino gigantesco.
«Almeno permettimi di cavalcare questo coso! Mi sto spezzando la
schiena!!»
«Se te ne stessi più fermo non ti farebbe così mal-»
ma venne interrotta dal suono di ossa rotte.
«Ma sei caduto un'altra volta!?» La ragazza si girò
trovandosi davanti la scena grottesca del ragazzo in una posizione fantasiosa
con parecchie giunture fuori posto...
...erano passate un paio d'ore, le ombre cominciavano ad allungarsi e
il bosco era più silenzioso.«Ora si che si ragiona!»
stavolta il tono di Astea era trionfante. Aveva strappato alla salvatrice
di poter cavalcare il mulo.
«Zitto o la prossima volta che cadi non ti curo più.»
«Senti ma si può sapere chi sei e perché mi hai salvato?»
Astea aveva ripreso a sporgersi dal ronzino per cercare di avvicinarsi
alla ragazza. Il cappello da strega copriva sempre il suo volto nonostante
la sua danza del ventre...
«Non è il momento di parlarne, forse stase- »
La ragazza venne investita dal ronzino.
Stavolta Astea nel cadere aveva addentato la coda del somaro che aveva
lanciato la carica verso la ragazza.
«Sta...stavolta lo uccido...» sibilò la ragazza massaggiandosi
la testa; i due erano già lontani seguiti da un polverone...
C'era voluta una buona mezz'ora per raggiungerli... e un'altra mezz'ora
per riposarsi dopo la sfacchinata. Da quindici minuti erano nuovamente
in cammino e la ragazza non aveva fiatato.
«Quando mangiamo?»
«Quando lo decido io.»
«Sei sicura di voler rimanere a piedi? Perc-»
«CHE TE NE FREGA?»
Il ragazzo si zittì, era stato completamente slegato e ora cavalcava
placidamente accanto alla salvatrice.
«Lo so che fa un po' le bizze ma quest'animale non è male...»
La ragazza si voltò fissandolo con occhi che avrebbero incenerito
la catena montuosa dei Vorian vicino Ithos emettendo un sibilo sommesso
di rabbia.
«Ok cavalcherò io!» rispose prontamente il ragazzo.
Qualche ora dopo si erano fermati, la ragazza l'aveva mollato nel bel
mezzo di una piccola radura che avevano trovato nel bosco.
«Dove sei stata?» chiese il ragazzo.
«Non lo vedi? Ho fatto legna.»
«Eh veramente non lo vedo...»
«Beh se magari ti mettessi quel cappello come Galder comanda magari
ci vedresti un po' di più...»
«Magari fosse così facile...»
La ragazza fece cadere la legna e si precipitò da Astea.
Lo afferrò per le spalle per poi sollevargli il cappello.
«Ehm si?» Domandò Astea. I suoi occhi erano di un grigio
chiarissimo quasi bianchi, e guardavano un punto distante...come se non
avessero di fronte il volto di lei.
«Ma sei cieco per davvero?»
«No fingo per guadagnarmi da vivere...»
La ragazza finse di dargli un pugno ma il ragazzo rimase immobile..
«O fingi o sei idiota perché anche se non ci vedi dovresti
aver sviluppato gli altri sensi e se ti arriva un pugno dovresti accorgertene...»
«Sono idiota...»
Gli levò il cappello e i capelli ricci del ragazzo ricaddero sulla
fronte, erano castani, e scendevano in volute fino al petto.
«Che ci fai da cieco con una alabarda di quelle proporzioni? Ci
vai a caccia di farfalle?»
«Ci combatto?»
«Mi avevano detto che eri forte ma non stupido...»
«Mai lasciarsi ingannare dalle apparenze» provò a baciarla.
Lei si ritrasse mollandogli una manata in faccia facendolo rotolare all'indietro.
«Che ti piglia sei impazzito?»
«Come!? Mi respingi? Nemmeno ho visto il tuo volto, potresti essere
orribile... tremenda, piena di pustole...»
Un altro manrovescio lo riportò in posizione retta due metri più
giù.
«No dicevo... potresti anche non essere bella ma il mio amore per
te va oltre questo
e tu invece di esserne colpita mi respingi?»
«Cieco e maiale.»
«Vestale.»
«Vestale??? Nemmeno ci conosciamo e provi a baciarmi? Sei un pervertito!!»
«Pervertito?? Mi stavano per ammazzare! Ho creduto che non mi sarebbe
mai più capitato di stare con una donna e così mi sono detto,
"Astea, qua bisogna sbrigarsi altrimenti ti fanno fuori e non avrai
più altre occasioni"...»
Continuò a parlare per un po' delle sue disgrazie ma la ragazza
l'aveva allontanato e stava accendendo il fuoco...
«Ehi! Almeno dimmi come ti chiami! Il mio nome già lo sai
no?»
«Mi chiamo Teiris e, ti assicuro, non sono il tuo tipo.»
«Teiris? Bel nome... sei un'elfa?>
«No, umana.»
Non aveva granché voglia di chiacchierare...
Cenarono tendenzialmente in silenzio.
«Dormirai all'addiaccio.» disse lei dopo un po', mentre entrava
carponi nella piccola tenda che aveva montato.
«Con questo freddo??» esclamò incredulo Astea.
«Per Shagrath! Ho una tenda sola e non mi arrischierò di
certo a dormire con te!» rispose stizzita.
«Ok ok sei tu il capo...»
«Ah beh! Ti ho anche dato da mangiare cosa vuoi di più?»
Accanto al fuoco c'era una carcassa da cimitero degli elefanti... ripulita
a puntino...
Teiris rimase un attimo incantata dallo spettacolo spettrale, poi scosse
la testa sospirando.
«Ricordami di non portarti mai a mangiare in una taverna...»
Astea si strinse nelle spalle, si avvicinò al fuoco e si strinse
le gambe al petto cercando di prendere sonno.
«Io mi cambio, non guardarmi...»
«Che spiritosa...»
«Ops scusa... non... non ricordavo...» si affrettò
a rispondere Teiris rossa di vergogna.
«Fa niente.»
Un rumore metallico.
«Porti un'arma con te?»
«Non è un'arma, è una chiave.»
«Dal rumore che ha fatto sembra gigante!»
«Beh abbastanza...»
«A che ti serve? Per caso è per la tua cintura di cas-»
venne investito da una chiave d'oro della lunghezza di una trentina di
centimetri dal peso di almeno cinque chili.
«Come non detto...» biascicò sputando qualche dente...
«Buonanotte Astea..»
«Non avevi detto che mi avresti parlato del perché di questo
salvataggio-rapimento?»
«Forse domani.»
«Unultima cosa Teiris... dovrei avere freddo con questo tempo
ma
sento caldo... troppo caldo... »
«Sacro Galder!»
La ragazza sbucò dalla tenda con una tunica con ricamati sopra
decine e decine di orologi. Senza cappello i capelli mossi le ricadevano
fino alle spalle, in una tonalità azzurro chiaro, resa più
luminosa dalle fiamme
«Astea stai andando a fuoco!»
«ARGH!»
Astea si alzò e cominciò a correre attorno al fuoco col
cappello in fiamme Teiris prese ad inseguirlo col sacco della tenda nel
tentativo di spegnerlo.
Teiris sentì freddo quando si svegliò, era ancora notte.
Sapeva che le sere erano rigide nel ducato di Sadon ma non aveva mai avuto
così freddo
insomma
con la tenda e tutto il resto
La tenda!
Teiris aprì gli occhi e si ritrovò sotto una splendida volta
stellata.
«Ma che cav-?»
Si alzò a sedere, la tenda cera, ma non era sopra la sua
testa. Alcune braci ancora rosseggiavano nel fuoco.
«Astea!» gridò senza vedere il ragazzo da nessuna parte...
Come un lampo raggiunse la tenda trovandosi davanti il placido Astea che
dormiva beato coperto dalle SUE coperte nella SUA tenda
al SUO posto.
«Ma sei bastardo!»
Afferrò il ragazzo per un piede trascinandolo via dalla tenda.
Prima ancora di accorgersi dove fosse, Astea si ritrovò sollevato
per una gamba da terra.
«Ehm
che? Buongiorno Teiris
» biascicò ancora
con la bocca impastata prima di essere scaraventato fra le braci roventi
del fuoco.
«Se ci riprovi prima mi assicurerò di aver ravvivato il fuoco!»
sibilò la ragazza mentre rientrava nella sua tenda con un diavolo
per capello.
«Non ti preoccupare Ter
si è già ravvivato il
fuoco
»
La ragazza mise fuori il naso e si trovò di nuovo davanti Astea
col cappello in fiamme.
«Ma ti diverti a prendere fuoco!?!» gridò esasperata.
«Argh! Vado a fuoco!!!» gridò il ragazzo mentre ricominciava
a girare intorno all'accampamento e mentre Teiris sfoderava di nuovo il
sacco.
«Sarà una lunga notte
» sospirò la ragazza.
«Come? Sono già le due del pomeriggio??» esclamò
la donna in clergymen facendo sfarfallare le orecchie allungate da elfa.
«Mi dispiace signorina ma ieri sera ha abbondato con l'alcool ed
è stato già un miracolo che mia moglie sia riuscita a portarla
fino in camera...»
«Alcool?? Ecco cos'era questo dannato mal di testa!» Le orecchie
si abbassarono mestamente.
Il locandiere abbassò lo sguardo mentre la donna che aveva davanti
si portava una mano al mento in profonda riflessione.
«Beh poco male! Tanto più che partire a stomaco vuoto mi
faceva già venire i crampi per la fame... portatemi da mangiare!
Al resto ci penserò dopo...»
Il locandiere annuì chiamando la moglie.
La ragazza si andò a sedere ad un tavolo, aveva capelli corti corvini
con riflessi blu, vestita di una toga nera affusolata.
Si lasciò cadere pesantemente seduta portandosi una mano alla tempia
e mordendosi le labbra.
«... che... che male...»
Quando la ragazza ebbe finito di mangiare il locandiere si avvicinò
timidamente col conto.
«Fanno dieci monete di rame.»
«Dieci!? Ma è un furto!»
«Mi dispiace ma questi sono i prezzi
senza contare la quantità
di alcool che ha ingerito
»
«Certo che dovevo bere altrimenti come facevo a farmi passare il
mal di testa!?!?»
«Si ma dopo ieri... altre tre bottiglie
»
«Ognuno ha le sue misure!»
«Dieci monete.» ribatté implacabile il locandiere.
«La prossima volta me ne vado senza pagare
» ringhiò
la ragazza mentre usciva dalla locanda.
Il sole aveva già cominciato a scendere. Doveva sbrigarsi
Il sole era basso nel cielo dell'isola tropicale di Cathal.
Le due figure non si erano mosse di un millimetro dalla notte passata.
Sembrarono passati anni quando la donna riprese la parola.
«Il mio nome è Enid la Tessitrice, Demone Sovrano della lussuria
e dell'inganno, uno dei i tre di questo mondo.» La donna aveva parlato
con una voce melodiosa ma ferma. I suoi occhi azzurri erano gelidi.
Coral era come paralizzato. Incapace di muovere un muscolo.
«Tu sei il mio unico subordinato, Coral, un demone Maggiore.»
«La tua unica ragione di vita sarà servirmi e la tua causa
sarà la causa demoniaca
sei stato generato dalle mie energie
e sei parte di me, come io sono parte di te.»
«Ci troviamo nella mia dimora sulla isola di Cathal, unisola
a sud del continente di Aman, dove risiedono draghi, mortali, elfi e umani.»
«Umani
»
«Elfi e Umani, i mortali, creature diverse da noi. Pedine nel nostro
gioco, fonte della nostra energia
o semplici svaghi.»
«Nel nostro mondo vivono anche i draghi. Draghi Celesti, la nostra
nemesi, creature divine nostri avversari. Draghi Occulti, più potenti
dei loro simili, creature neutrali per eccellenza.»
Passarono altri interminabili attimi; man mano che la donna parlava Coral
si sentiva come schiavo delle sue parole e della sua bellezza, si sentì
come una bambola alla mercé di una creatura veneranda e terribile.
Più si sentiva vivo più lenergia che la donna sprigionava
lo faceva sentire piccolo e insignificante.
Infine la donna concluse:
«Il tuo primo compito sarà di riordinare e studiare lintera
biblioteca del castello.»
Come se per magia lincanto si rompesse, Coral si sentì di
nuovo padrone delle proprie azioni. Lasciò cadere il lenzuolo e
si inginocchiò nudo al cospetto del Demone Sovrano.
Il sopracciglio della dark lady guizzò anche se lui non se ne accorse.
«Ah
dimenticavo
vestiti.»
E così dicendo alzò una mano sopra la figura inginocchiata
e sul corpo del demone comparvero dei vestiti.
Una tunica dal collo alto bianca con ricami viola, oltre la cinta si divideva
sui fianchi in due lembi così da lasciare liberi i movimenti. Pantaloni,
e un cappotto nero le cui maniche divenivano larghe e capienti. Il demone
si ritrovò sul naso anche un paio di occhiali rettangolari e sottili
da lettura.
Quando la donna ebbe finito Coral svanì nel nulla.
«Impara in fretta
» commentò Enid.
«A me sembrava solo una bambola di porcellana
»
Una figura emerse dalloscurità. Alta e imperiosa. Indossava
abiti regali dalle colorazioni delle nevi, e un lungo mantello blu dal
collare di pelliccia che ricadeva a terra in numerose pieghe.
Spandeva nellambiente unaura di gelo e desolazione.
Il suo sguardo era di ghiaccio e incuteva rispetto.
«Diventerà il migliore» riprese lei.
«Sei ottimista
sappiamo tutti che non possiamo competere con
i servi del Guardiano.»
«Come mai tanta rassegnazione? Sbaglio o sei uno dei primi a non
condividere i modi di Kaviel? Ora osanni i suoi subordinati?»
La figura imperiosa voltò le spalle al trono.
«Sono obbiettivo. Non ha carattere. I miei non erano così
quando li ho creati
»
«Lui è diverso.»
La donna sorrise.
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