Primo Episodio: Gallows Pole  


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«Astea Ingram di Shaen; lei verrà giustiziato quest'oggi nella pubblica piazza del paese di Mane. Le accuse che le sono state mosse dal popolo, e per le quali è stato condannato sono di infedeltà al ducato di Sadon ed eresia.»
Un ragazzo se ne stava inginocchiato con la testa e i polsi imprigionati nel supporto di legno di una ghigliottina. In testa aveva un cappello da strega spiegazzato che gli celava il volto. Indossava un mantello nero che lo copriva tutto fino agli stivali neri legati da numerose cinghie di cuoio e metallo. Accanto alla ghigliottina era appoggiata una lunga alabarda, dalla strana forma, la lama di metallo formava una strana mezzaluna che si innestava in due punti sul dritto manico e culminava con una punta. L'arma era chiaramente sproporzionata... troppo grossa per un qualsiasi utilizzo bellico.
«Vi ricordo che siete ancora in tempo per invocare la grazia sconfessando il vostro ateismo eretico, così da ottenere il regno dei cieli dopo la vostra morte...»
«Sai che vantaggio... » Sussurrò il ragazzo con voce scocciata. Poi come se la attenzione fosse stata distolta dal vecchio che blaterava con fare altezzoso, alzò il capo per quanto glielo permetteva la ghigliottina cercando dare una occhiata a quello che aveva davanti.
«Salve Etrom...che ci fai qua?»
«Non lo immagini?»
«Ah è vero! Non ci sarei mai arrivato...»
Davanti al ragazzo era comparsa una donna dalle splendide forme, i capelli blu notte le scendevano in due ciocche davanti al volto e ricadevano dietro lunghi fino alle gambe. Indossava uno stravagante cappello da giullare che ricadeva in due parti che terminavano con degli ornamenti simili a teschi cornuti.
«Perché vuoi farti ammazzare da questi qui?» Chiese la donna, impugnava una falce di strana foggia dal bastone di un rosso spento come gli occhi.
«Non so... sono stanco di vivere...»
«Ma falla finita...»
«Ma che domande mi fai pure tu? Sei la morte no? Fa il tuo lavoro!»
«Mi spiace tesoruccio ma non sono qui per te... fra poco nella folla un vecchio morirà di infarto per il casino che succederà...»
«Vuoi dirmi che non sto per morire?»
«No... mi dispiace...»
La donna era poco vestita, indossava una specie di giacca con due spallacci che riprendevano gli ornamenti del cappello, il busto era fasciato da numerosi lembi di stoffa leggera che coprivano a malapena le grazie riunendosi in un anello d'acciaio poco sopra il petto.
«Cavolo stavolta sembrava quella giusta!»
«Ma mi spieghi perché vuoi tanto morire??»
«Beh uno dei motivi intanto è perché ogni volta che sto in dirittura d'arrivo riesco a vederti...»
«Ok, ho fatto una domanda inutile...» tagliò corto la donna passandosi una mano guantata fra i capelli.
«Dai salvami tu... sai che bello, la Morte salva un uomo dalla Morte...»
«Salvarti? Non esiste una parola simile nel mio vocabolario...»
«Certo che hai un bel caratterino... sembri quasi spietata e implacabile...»
«Mi stai facendo perdere tempo...»
«Sto salvando la vita a della gente?»
«No... morirebbero comunque ma dovrebbero stare un po' di più in sala d'attesa prima di andare dove devono...»
«Dove si va quando si muore?»
«La pianti di fare domande idiote? Segreto professionale...»
«Oh... ho un debole per le donne in carriera.»
«Quasi quasi faccio uno strappo alla regola e ti ammazzo io...»
«Eh... magari...»
La donna gli voltò le spalle fissando la folla che aveva davanti.
«Oh che dolce visione...» sospirò con lo sguardo fisso sul fondo schiena scolpito della Morte.
Etrom si voltò di scatto lanciandogli un'occhiataccia.
«Dove guardavi maiale!»
«Maiale? Sei tu che vai in giro svestita!»
«Tanto non mi vede nessuno che differenza fa!?»
«Io ti vedo! Lo sai che il viola è il mio colore preferito?»
«Sono in pochi quelli che si mettono a fare apprezzamenti sui colori della Morte quando la vedono...»
«Beh io ho avuto sempre tutto il tempo di guardarti e ammirarti! Ogni volta che ti vedo per poco non muoio di infarto!»
«Che spirito...» La donna tornò a scrutare la folla, poi guardò il vecchio che aveva vicino e che stava ancora rivolgendo parole altisonanti al ragazzo alla gogna.
«Credo ce l'abbia con te, meglio rispondere... chissà che non ti guadagni qualcosa di bello nell'aldilà...»
«Ho cambiato idea non ci voglio più andare nell'aldilà sono innamorato di te...»
«Che tenero ragazzo... un cuore spezzato eh?»
La voce dell'uomo ridivenne forte e chiara quasi assordante per le orecchie di Astea.
«Il miscredente non parla! Il demonio l'ha abbandonato nel momento del bisogno ed ora non sa cosa dire vero??»
«Facciamo in fretta mi sta venendo il mal di schiena.» rispose infine Astea.
L'uomo strabuzzò gli occhi per qualche istante poi fece cenno al boia di proseguire.
«Ho ho... ti faccio la sfumatura un po' alta...» biascicò l'omone incappucciato mentre sfoderava un coltello per lacerare la corda che legava in alto la lama.
«Voglio proprio vedere come mi salvo stavolta...»
La folla si zittì, tutti lo guardavano accigliati... o meglio, guardavano il suo cappello.
Le madri coprivano gli occhi dei bambini che cercavano di vedere il più possibile. I contadini del borgo invece guardavano a testa alta.
Astea sentì chiaramente il rumore della corda che veniva tagliata, poi uno schiocco.
Deglutì ma non avvenne nulla.
Provò a sentire i suoni intorno ma tutto era silente... troppo silente, non riusciva a sentire nemmeno il brusio della folla.
Sentì dei passi sul patibolo di legno... poi una voce di ragazza che diceva: «Scusa ma è per il tuo bene.»
Una botta in testa, e tutto si tinse di nero.


Un soffitto sconosciuto.
Si guardò intorno, numerose candele accese illuminavano debolmente l'ambiente. Una finestra sbarrata a croce dava su un cielo notturno senza luna. Nella stanza c'erano delle librerie, libri... cosa erano e a che servivano?
Come se stesse sfondando una porta aperta, ricordò a cosa servivano i libri.
Una sedia, una scrivania, un letto, sembrava ebano.
Cosa era l'ebano?
Un legno pregiato, nero.
Anche le lenzuola del suo letto erano nere. Provò ad alzarsi, era nudo.
Prese con se il lenzuolo e lo avvolse intorno alla meno peggio, continuando a reggerlo con la mano sinistra sul petto.
Passò davanti a uno specchio integrale su un armadio sempre di ebano.
Era un ragazzo, alto e slanciato, con pochi muscoli... senza un filo di grasso.
Aveva anche dei bei capelli, erano corti e ricadevano liberi davanti agli occhi e ai lati del volto. Erano corvini con riflessi viola.
Il suo sguardo venne attirato dai suoi stessi occhi, erano anch'essi viola e scintillavano felini nella notte. Luminosi...ma in qualche modo inquietanti.
Gli era sempre piaciuto il viola...
Quando gli era piaciuto il viola? Si sentiva la testa leggera...
Imboccò la porta portandosi dietro le lenzuola come strascico.
Si ritrovò in un lungo corridoio, sapeva già dove doveva andare anche se ignorava il perché.
Si trovava all'interno di un castello.
Sapeva di essere all'interno di un castello.
Attorno a lui una serie di colonne intervallate a vuoti di qualche metro portava lo sguardo all'infinito come se il corridoio non avesse una vera consistenza spaziale. Le colonne si riunivano in alto in una volta a sesto acuto che toglieva ancora più corporeità all'ambiente.
Si sentì un po' smarrito... ma a casa.
L'unico rumore che l'accompagnava era lo scorrere della stoffa leggera per il pavimento gelido del castello.
Tutto era immerso in un silenzio inconsistente.
Credette di camminare per ore o giorni... senza mai arrivare da nessuna parte, ma alla fine il corridoio terminò in un ambiente più grande. Al centro un tappeto scuro conduceva a sud verso un imponente portone con fregi di creature demoniache.
Demoniache…
Ai lati del portone due enormi gargoyles dormienti sembravano sorvegliare l'immenso salone disabitato.
Il portone, era li che doveva andare.
Giunto davanti al portone sentì per la prima volta di essere vivo.
Il portone baluginò debolmente come reagendo a qualcosa e si spalancò senza il minimo rumore, introducendo in una stanza che si perdeva nell'oscurità. Avrebbe potuto anche essere immensa, semplicemente non ne aveva idea.
I suoi occhi comunque erano abituati all'oscurità, ci mise poco per distinguere le sagome e le forme anche in quella stanza, finché tutto non divenne nitido.
Numerose vetrate schermate da pesanti tende scure davano verso l'esterno. L'odore della sala non era stantio, era più simile all'odore del mare.
Strano, pensò.
Davanti ad ogni finestra c'era una statua, creature alate, sembravano demoni.
Demoni...
Il tappeto proseguiva fino alla fine della stanza dominata da un possente trono di roccia.
Sembrava scolpito. Era lontano.
Mosse un passo in avanti ma si bloccò subito.
Due occhi a specchio baluginarono lontani sul trono.
C'era qualcuno. L'altro da sé. Qualcosa in cui trovare se stesso. Quel solo sguardo lontano gli incuteva timore.
V'era ancora silenzio, ma era abituato al silenzio, era familiare; quegli occhi invece, erano semplicemente terrorizzanti, non conosceva il motivo di quella paura… non conosceva nemmeno quella sensazione così nuova e angosciante.
Passarono alcuni attimi e, come mosso da una forza superiore alla sua, avanzò nella maestosa sala del trono.
Possenti colonne si innalzavano leggere a grandi intervalli senza dividere l'ambiente in più navate. Si sentiva come in un grande oceano, o in cielo, di notte.
Gli occhi continuarono a fissarlo per tutto il tragitto e ogni passo divenne sempre più pesante.
Infine arrivò a qualche metro di distanza, sul trono una splendida donna era appoggiata come una gatta.
Le gambe piegate toccavano il petto, le mani invece erano su uno dei braccioli.
Lunghi capelli biondi mossi ricadevano in ciocche fino a sfiorare il pavimento di marmo. Indossava una leggera vestaglia bianca, solo ora si accorgeva di quel colore.
Quando la donna vide che il ragazzo era giunto a destinazione, senza scollargli gli occhi di dosso, scivolò in una posizione più umana, sedendosi normalmente.
Accavallò le gambe accompagnata da una piccola melodia metallica, indossava numerose cavigliere dorate, come la sua pelle.
Passarono altri interminabili momenti di silenzio.
Lo strascico sul tappeto aveva prodotto un suono ovattato ma era finito appena si era fermato.
Fece per aprire bocca. Ma non parlò. Non aveva ancora sentito la sua stessa voce. Se fosse stata una voce stridula?
Fu lei a parlare per prima.
«Salve, Coral.»
«Salve mia Sovrana.» rispose con una voce giovanile per nulla sgraziata.


«Sto cercando quest'uomo.» Disse una figura incappucciata avvolta in un clergymen nero. La persona dopo aver guardato la pergamena srotolata spalancò gli occhi come se spaventata, quindi scosse la testa allontanandosi.
«...»
Pioveva e la figura si trascinava per i vicoli stretti di un paesino del ducato di Sadon. Troppa gente faceva quell'espressione quando faceva vedere il suo disegno... lo arrotolò nuovamente e lo fece sparire sotto il mantello che usava per ripararsi dalla pioggia.
Imboccò la porta di una locanda. Il calore investì la sua figura e gli ultimi brividi di freddo andarono via. Si allargò il colletto bianco aderente al collo.
«Una stanza» disse mentre portava una mano al cappuccio per tirarlo via.


«Insomma! Che modo di trattarmi! Perché mi hai salvato se devi tenermi così!?!»
Astea piagnucolava come un bambino, legato come un grosso salame, ondeggiava alla meno peggio sul dorso di un mulo che guardava avanti con aria scocciata.
«Zitto e non farmi innervosire!» Tagliò corto la ragazza che lo precedeva.
Indossava una lunga tunica rossa divisa in più parti, una mantellina, una maglia pesante che scendeva fino ai fianchi, senza maniche e un ultimo strato che scendeva fino ai piedi. Alcuni bordi erano bianchi ma la cosa che attirava di più l’attenzione era uno strano cappello alto, una tiara con sopra incise delle strane rune. Sulle spalle uno zaino gigantesco.
«Almeno permettimi di cavalcare questo coso! Mi sto spezzando la schiena!!»
«Se te ne stessi più fermo non ti farebbe così mal-» ma venne interrotta dal suono di ossa rotte.
«Ma sei caduto un'altra volta!?» La ragazza si girò trovandosi davanti la scena grottesca del ragazzo in una posizione fantasiosa con parecchie giunture fuori posto...

...erano passate un paio d'ore, le ombre cominciavano ad allungarsi e il bosco era più silenzioso.«Ora si che si ragiona!» stavolta il tono di Astea era trionfante. Aveva strappato alla salvatrice di poter cavalcare il mulo.
«Zitto o la prossima volta che cadi non ti curo più.»
«Senti ma si può sapere chi sei e perché mi hai salvato?» Astea aveva ripreso a sporgersi dal ronzino per cercare di avvicinarsi alla ragazza. Il cappello da strega copriva sempre il suo volto nonostante la sua danza del ventre...
«Non è il momento di parlarne, forse stase- »
La ragazza venne investita dal ronzino.
Stavolta Astea nel cadere aveva addentato la coda del somaro che aveva lanciato la carica verso la ragazza.
«Sta...stavolta lo uccido...» sibilò la ragazza massaggiandosi la testa; i due erano già lontani seguiti da un polverone...

C'era voluta una buona mezz'ora per raggiungerli... e un'altra mezz'ora per riposarsi dopo la sfacchinata. Da quindici minuti erano nuovamente in cammino e la ragazza non aveva fiatato.
«Quando mangiamo?»
«Quando lo decido io.»
«Sei sicura di voler rimanere a piedi? Perc-»
«CHE TE NE FREGA
Il ragazzo si zittì, era stato completamente slegato e ora cavalcava placidamente accanto alla salvatrice.
«Lo so che fa un po' le bizze ma quest'animale non è male...»
La ragazza si voltò fissandolo con occhi che avrebbero incenerito la catena montuosa dei Vorian vicino Ithos emettendo un sibilo sommesso di rabbia.
«Ok cavalcherò io!» rispose prontamente il ragazzo.
Qualche ora dopo si erano fermati, la ragazza l'aveva mollato nel bel mezzo di una piccola radura che avevano trovato nel bosco.
«Dove sei stata?» chiese il ragazzo.
«Non lo vedi? Ho fatto legna.»
«Eh veramente non lo vedo...»
«Beh se magari ti mettessi quel cappello come Galder comanda magari ci vedresti un po' di più...»
«Magari fosse così facile...»
La ragazza fece cadere la legna e si precipitò da Astea.
Lo afferrò per le spalle per poi sollevargli il cappello.
«Ehm si?» Domandò Astea. I suoi occhi erano di un grigio chiarissimo quasi bianchi, e guardavano un punto distante...come se non avessero di fronte il volto di lei.
«Ma sei cieco per davvero?»
«No fingo per guadagnarmi da vivere...»
La ragazza finse di dargli un pugno ma il ragazzo rimase immobile..
«O fingi o sei idiota perché anche se non ci vedi dovresti aver sviluppato gli altri sensi e se ti arriva un pugno dovresti accorgertene...»
«Sono idiota...»
Gli levò il cappello e i capelli ricci del ragazzo ricaddero sulla fronte, erano castani, e scendevano in volute fino al petto.
«Che ci fai da cieco con una alabarda di quelle proporzioni? Ci vai a caccia di farfalle?»
«Ci combatto?»
«Mi avevano detto che eri forte ma non stupido...»
«Mai lasciarsi ingannare dalle apparenze» provò a baciarla.
Lei si ritrasse mollandogli una manata in faccia facendolo rotolare all'indietro.
«Che ti piglia sei impazzito?»
«Come!? Mi respingi? Nemmeno ho visto il tuo volto, potresti essere orribile... tremenda, piena di pustole...»
Un altro manrovescio lo riportò in posizione retta due metri più giù.
«No dicevo... potresti anche non essere bella ma il mio amore per te va oltre questo… e tu invece di esserne colpita mi respingi?»
«Cieco e maiale.»
«Vestale.»
«Vestale??? Nemmeno ci conosciamo e provi a baciarmi? Sei un pervertito!!»
«Pervertito?? Mi stavano per ammazzare! Ho creduto che non mi sarebbe mai più capitato di stare con una donna e così mi sono detto, "Astea, qua bisogna sbrigarsi altrimenti ti fanno fuori e non avrai più altre occasioni"...»
Continuò a parlare per un po' delle sue disgrazie ma la ragazza l'aveva allontanato e stava accendendo il fuoco...
«Ehi! Almeno dimmi come ti chiami! Il mio nome già lo sai no?»
«Mi chiamo Teiris e, ti assicuro, non sono il tuo tipo.»
«Teiris? Bel nome... sei un'elfa?>
«No, umana.»
Non aveva granché voglia di chiacchierare...
Cenarono tendenzialmente in silenzio.

«Dormirai all'addiaccio.» disse lei dopo un po', mentre entrava carponi nella piccola tenda che aveva montato.
«Con questo freddo??» esclamò incredulo Astea.
«Per Shagrath! Ho una tenda sola e non mi arrischierò di certo a dormire con te!» rispose stizzita.
«Ok ok sei tu il capo...»
«Ah beh! Ti ho anche dato da mangiare cosa vuoi di più?»
Accanto al fuoco c'era una carcassa da cimitero degli elefanti... ripulita a puntino...
Teiris rimase un attimo incantata dallo spettacolo spettrale, poi scosse la testa sospirando.
«Ricordami di non portarti mai a mangiare in una taverna...»
Astea si strinse nelle spalle, si avvicinò al fuoco e si strinse le gambe al petto cercando di prendere sonno.
«Io mi cambio, non guardarmi...»
«Che spiritosa...»
«Ops scusa... non... non ricordavo...» si affrettò a rispondere Teiris rossa di vergogna.
«Fa niente.»
Un rumore metallico.
«Porti un'arma con te?»
«Non è un'arma, è una chiave.»
«Dal rumore che ha fatto sembra gigante!»
«Beh abbastanza...»
«A che ti serve? Per caso è per la tua cintura di cas-» venne investito da una chiave d'oro della lunghezza di una trentina di centimetri dal peso di almeno cinque chili.
«Come non detto...» biascicò sputando qualche dente...
«Buonanotte Astea..»
«Non avevi detto che mi avresti parlato del perché di questo salvataggio-rapimento?»
«Forse domani.»
«Un’ultima cosa Teiris... dovrei avere freddo con questo tempo ma… sento caldo... troppo caldo... »
«Sacro Galder!»
La ragazza sbucò dalla tenda con una tunica con ricamati sopra decine e decine di orologi. Senza cappello i capelli mossi le ricadevano fino alle spalle, in una tonalità azzurro chiaro, resa più luminosa dalle fiamme…
«Astea stai andando a fuoco!»
«ARGH
Astea si alzò e cominciò a correre attorno al fuoco col cappello in fiamme Teiris prese ad inseguirlo col sacco della tenda nel tentativo di “spegnerlo”.

Teiris sentì freddo quando si svegliò, era ancora notte.
Sapeva che le sere erano rigide nel ducato di Sadon ma non aveva mai avuto così freddo… insomma…con la tenda e tutto il resto…
La tenda!
Teiris aprì gli occhi e si ritrovò sotto una splendida volta stellata.
«Ma che cav-?»
Si alzò a sedere, la tenda c’era, ma non era sopra la sua testa. Alcune braci ancora rosseggiavano nel fuoco.
«Astea!» gridò senza vedere il ragazzo da nessuna parte...
Come un lampo raggiunse la tenda trovandosi davanti il placido Astea che dormiva beato coperto dalle SUE coperte nella SUA tenda al SUO posto.
«Ma sei bastardo!»
Afferrò il ragazzo per un piede trascinandolo via dalla tenda.
Prima ancora di accorgersi dove fosse, Astea si ritrovò sollevato per una gamba da terra.
«Ehm…che? Buongiorno Teiris…» biascicò ancora con la bocca impastata prima di essere scaraventato fra le braci roventi del fuoco.
«Se ci riprovi prima mi assicurerò di aver ravvivato il fuoco!» sibilò la ragazza mentre rientrava nella sua tenda con un diavolo per capello.
«Non ti preoccupare Ter… si è già ravvivato il fuoco…»
La ragazza mise fuori il naso e si trovò di nuovo davanti Astea col cappello in fiamme.
«Ma ti diverti a prendere fuoco!?!» gridò esasperata.
«Argh! Vado a fuoco!!!» gridò il ragazzo mentre ricominciava a girare intorno all'accampamento e mentre Teiris sfoderava di nuovo il sacco.
«Sarà una lunga notte…» sospirò la ragazza.


«Come? Sono già le due del pomeriggio??» esclamò la donna in clergymen facendo sfarfallare le orecchie allungate da elfa.
«Mi dispiace signorina ma ieri sera ha abbondato con l'alcool ed è stato già un miracolo che mia moglie sia riuscita a portarla fino in camera...»
«Alcool?? Ecco cos'era questo dannato mal di testa!» Le orecchie si abbassarono mestamente.
Il locandiere abbassò lo sguardo mentre la donna che aveva davanti si portava una mano al mento in profonda riflessione.
«Beh poco male! Tanto più che partire a stomaco vuoto mi faceva già venire i crampi per la fame... portatemi da mangiare! Al resto ci penserò dopo...»
Il locandiere annuì chiamando la moglie.
La ragazza si andò a sedere ad un tavolo, aveva capelli corti corvini con riflessi blu, vestita di una toga nera affusolata.
Si lasciò cadere pesantemente seduta portandosi una mano alla tempia e mordendosi le labbra.
«... che... che male...»

Quando la ragazza ebbe finito di mangiare il locandiere si avvicinò timidamente col conto.
«Fanno dieci monete di rame.»
«Dieci!? Ma è un furto!»
«Mi dispiace ma questi sono i prezzi…senza contare la quantità di alcool che ha ingerito…»
«Certo che dovevo bere altrimenti come facevo a farmi passare il mal di testa!?!?»
«Si ma dopo ieri... altre tre bottiglie…»
«Ognuno ha le sue misure!»
«Dieci monete.» ribatté implacabile il locandiere.

«La prossima volta me ne vado senza pagare…» ringhiò la ragazza mentre usciva dalla locanda.
Il sole aveva già cominciato a scendere. Doveva sbrigarsi…


Il sole era basso nel cielo dell'isola tropicale di Cathal.
Le due figure non si erano mosse di un millimetro dalla notte passata.
Sembrarono passati anni quando la donna riprese la parola.
«Il mio nome è Enid la Tessitrice, Demone Sovrano della lussuria e dell'inganno, uno dei i tre di questo mondo.» La donna aveva parlato con una voce melodiosa ma ferma. I suoi occhi azzurri erano gelidi.
Coral era come paralizzato. Incapace di muovere un muscolo.
«Tu sei il mio unico subordinato, Coral, un demone Maggiore.»
«La tua unica ragione di vita sarà servirmi e la tua causa sarà la causa demoniaca… sei stato generato dalle mie energie e sei parte di me, come io sono parte di te.»
«Ci troviamo nella mia dimora sulla isola di Cathal, un’isola a sud del continente di Aman, dove risiedono draghi, mortali, elfi e umani.»
«Umani…»
«Elfi e Umani, i mortali, creature diverse da noi. Pedine nel nostro gioco, fonte della nostra energia… o semplici svaghi.»
«Nel nostro mondo vivono anche i draghi. Draghi Celesti, la nostra nemesi, creature divine nostri avversari. Draghi Occulti, più potenti dei loro simili, creature neutrali per eccellenza.»
Passarono altri interminabili attimi; man mano che la donna parlava Coral si sentiva come schiavo delle sue parole e della sua bellezza, si sentì come una bambola alla mercé di una creatura veneranda e terribile.
Più si sentiva vivo più l’energia che la donna sprigionava lo faceva sentire piccolo e insignificante.

Infine la donna concluse:
«Il tuo primo compito sarà di riordinare e studiare l’intera biblioteca del castello.»
Come se per magia l’incanto si rompesse, Coral si sentì di nuovo padrone delle proprie azioni. Lasciò cadere il lenzuolo e si inginocchiò nudo al cospetto del Demone Sovrano.
Il sopracciglio della dark lady guizzò anche se lui non se ne accorse.
«Ah… dimenticavo… vestiti.»
E così dicendo alzò una mano sopra la figura inginocchiata e sul corpo del demone comparvero dei vestiti.
Una tunica dal collo alto bianca con ricami viola, oltre la cinta si divideva sui fianchi in due lembi così da lasciare liberi i movimenti. Pantaloni, e un cappotto nero le cui maniche divenivano larghe e capienti. Il demone si ritrovò sul naso anche un paio di occhiali rettangolari e sottili da lettura.
Quando la donna ebbe finito Coral svanì nel nulla.
«Impara in fretta…» commentò Enid.
«A me sembrava solo una bambola di porcellana…»
Una figura emerse dall’oscurità. Alta e imperiosa. Indossava abiti regali dalle colorazioni delle nevi, e un lungo mantello blu dal collare di pelliccia che ricadeva a terra in numerose pieghe.
Spandeva nell’ambiente un’aura di gelo e desolazione.
Il suo sguardo era di ghiaccio e incuteva rispetto.
«Diventerà il migliore» riprese lei.
«Sei ottimista… sappiamo tutti che non possiamo competere con i servi del Guardiano.»
«Come mai tanta rassegnazione? Sbaglio o sei uno dei primi a non condividere i modi di Kaviel? Ora osanni i suoi subordinati?»
La figura imperiosa voltò le spalle al trono.
«Sono obbiettivo. Non ha carattere. I miei non erano così quando li ho creati…»
«Lui è diverso.»
La donna sorrise.

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