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Si risvegliò ancora in quello che probabilmente era
il suo letto.
Era nudo.
...
Pensò che la manifestazione dei vestiti doveva essere sparita dopo
l'esperienza nella biblioteca.
Passò davanti allo specchio e ricostruì i vestiti come li
aveva scelti Enid...
Poteva creare vestiti come voleva...
Fece qualche prova, prima un mantello, poi un cappello a cilindro alto...
Poteva anche modificare il corpo... in fondo non era che una rappresentazione
materiale della sua essenza demoniaca...
Il suo braccio destro prese ad allungarsi lentamente fino a giungere alla
maniglia della porta, era lungo poco meno di tre metri e fece per aprire
la porta ma la maniglia scattò prima che potesse afferrarla.
Ritirò il braccio in un battito d'occhi con un suono umidiccio...
proprio mentre Enid faceva il suo ingresso nella stanza.
«Si?» Disse irrigidito come un pezzo di legno.
La dark lady lo squadrò per qualche lungo istante, interdetta...
poi disse: «Seguimi... dobbiamo prepararci.»
Era notte ed era stanca di camminare.
Si fermò col fiatone appoggiando le mani sulle ginocchia piegata
dalla fatica.
«Eh...anf anf... devo ...continuare...anf la caccia....»
Era così stanca che non si accorse nemmeno che era stata avvicinata
da qualcuno.
«Mani in alto e niente scherzi! Ho una balestra puntata al vostro
cuore.»
La ragazza si irrigidì.
«Che cav-?»
Luce di una fiaccola.
«Girati»
La ragazza si girò e si ritrovò davanti un ragazzo dalla
lunga chioma nera. Senza luna in cielo i suoi occhi verdi e felini brillavano
sinistri. Era alto e slanciato, lineamenti elfici, le mani aggraziate
da pianista più che da aggressore, erano saldamente fisse su una
balestra pesante dalla lunghezza di due metri, appoggiata sulla sua spalla.
Fra i due sguardi, un mirino di ferro.
Poi il suo sguardo minaccioso cambiò.
«Oh se avessi notato subito la vostra bellezza magari avrei potuto
essere più a modo con voi...»
Il ragazzo spostò la balestra che scivolò in una guida di
legno che aveva fissata dietro la spalla destra a mo' di zaino, l'arma
si fermò in una posizione lievemente inclinata per bilanciare il
peso.
Indossava una tunica dal collo alto con maniche lunghe che finivano allargandosi
e scendendo fino ai fianchi, una fascia di stoffa gliela legava in vita.
Sulle spalle al petto portava una mantellina, i pantaloni erano leggermente
larghi alle caviglie. Tutto quanto sui toni del verde.
«Vedo che sapete essere anche gentile oltre che silenzioso...»
rispose la donna muovendo nervosamente le orecchie.
«Piacere, il mio nome è Wein Swiftblade... cioè...si
...una cosa simile... non sono mai riuscito a pronunciarlo bene...»
Le orecchie allungate del ragazzo sfarfallarono imbarazzate.
La ragazza non riuscì a trattenere una risatina.
«Ehm piacere... io mi chiamo Manoa, Manoa Veda d'Uryll...»
I due se ne stettero un po' a guardarsi alla luce della torcia.
Alla ragazza sembrò che gli occhi di lui indugiassero sulle sue
curve ma era difficile distinguerlo in controluce... poi il tipo ruppe
di nuovo il ghiaccio.
«Intende continuare a viaggiare di notte? Non è sicuro di
questi tempi...»
«A dire la verità importanti affari mi attendono e sono in
una fretta disperata...»
«Ma io ho un accampamento ben nascosto, al calduccio del fuoco con
una lepre sullo spiedo e qualche bottiglia di vino rosso nello zaino...»
«Chiedo il permesso di salire a bordo!»
«Permesso accordato! » Sorrisero.
Le fece strada allontanandosi dalla strada principale portandole il sacco.
«Eccoci arrivati... »
«Dove?» chiese Astea girando il capo da una parte e dall'altra
in cerca di indizi che comunque non avrebbe potuto scorgere.
«Al nostro nuovo accampamento.»
«Dormire al calduccio in una locanda no eh?»
«Non ci sono locande da qui alla nostra destinazione...»
«Ma si può sapere dove mi stai portando?»
«Al mio villaggio.»
«Al tuo villaggio? Non starai precipitando un po' troppo le cose?»
Nell'indietreggiare sul dorso del mulo il ragazzo venne scaraventato a
terra dal peso dello zaino e dell'alabarda. Continuò a muoversi
come una tartaruga girata dal lato del guscio.
«... Insomma... non abbiamo nemmeno ancora fatto l'amo-» fu
la chiave di Teiris a riportarlo in posizione eretta con una gran dose
di violenza.
Si risistemò la mascella con un inquietante suono d'ossa.
«Che ci andiamo a fare al tuo villaggio?»
«Devi aiutarmi.»
«Aiutarti? Ci sono!» batté il pugno sul palmo della
mano «Sei così brutta che al tuo villaggio nessuno ti vuole
e allora hai deciso di tornartene con un ragazzo per far vedere che non
sei poi da buttare via... per questo hai scelto un cieco come me... sacro
Galder devi essere orripilante... è strano però dalla voce
non si direbbe...»
Mentre Astea continuava a ragionare, Teiris prese a tremare di rabbia...
«Dimmi un po' ma ce li hai un naso e due occhi??»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli lanciò un tizzone
dal fuoco.
«Argh! Vado a Fuoco!» gridò Astea spaventato dal calore.
«No no... non vai a fuoco...» lo tranquillizzò la ragazza...
ma quando le fiamme dal cappello passarono alla testa, il ragazzo se ne
accorse direttamente.
Balzò in piedi scaraventando via il tizzone e riprese a correre
intorno al fuoco con la variante che stavolta finì dritto nella
tenda di Teiris, allargando le fiamme alla stoffa del rifugio.
«Ba... bastardo!!» Gridò la ragazza mentre si lanciava
su tenda e ragazzo con lo zaino per cercare di spegnerli...
...ovviamente con la giusta dose di violenza...
«Avresti potuto essere più delicata nello spegnermi...»
Astea teneva in mano il cappello bruciacchiato ma ancora integro. Il suo
volto aveva lineamenti snelli e aggraziati, i capelli ricci lunghi gli
coprivano quasi interamente la faccia e gli occhi chiari.
Forse più per un riflesso incondizionato, tendeva a nasconderli.
«Tu potevi evitare di mandarmi a fuoco la tenda»
«Sono cose che succedono...»
La ragazza gli passò una coscia di cinghiale.
«Toh mangia! E questa è l'ultima» ma prima ancora di
finire la frase Astea la fissava speranzoso in attesa di qualcos'altro
da sgranocchiare.
«Lo sai che si va sulla gogna se si viene sorpresi a cacciare...
in queste quantità, nei boschi del ducato??»
«Tanto... per quello che mi importa... anzi! Potrebbe essere un
nuovo modo di finire impiccato, bella idea!»
Teiris scosse la testa.
«E pensare che io non l'avevo nemmeno toccato quel tipo!»
Wein scoppiò a ridere e Manoa lo seguì a ruota. Per poco
non si strozzò col vino che stava bevendo.
Quando la risata per l'aneddoto raccontato fu finita il ragazzo riprese
la parola
«E così sei in cerca di qualcuno?»
«Già... questo tipo...» Manoa estrasse il disegno.
Wein riuscì a stento a trattenere una risata... sbuffò un
po' poi esplose definitivamente.
«E questo lo chiami un disegno? Già è tanto se si
distingue il sopra dal sotto!!!» Sbottò ridendo della grossa.
Manoa fece schioccare la bocca «... ecco perché tutti facevano
quella faccia strana... a me non sembra brutto...»
«Ehm beviamoci su... magari se me lo dimentico non farò gli
incubi stanotte!!»
La ragazza gli saltò addosso atterrandolo col disegno stampato
in faccia.
«Toh! Imparalo bene a memoria!!!»
«Pietà pietà!»
Le prime due bottiglie di vino rosso erano già finite, fortuna
che Wein aveva le scorte...
«Dovrai vestirti bene...» disse Enid facendolo entrare per
la prima volta nelle sue stanze.
Erano illuminate da un unico raggio di sole che filtrava dal foro in una
cupola al centro della copertura. Era una stanza ottagonale molto ampia
con archi a sesto acuto che sostenevano una cupola che saliva appoggiandosi
a un gioco di archi sempre più stretti.
Sotto la cupola un imponente baldacchino con tende viola opache dominava
l'ambiente.
Qui l'odore era un misto soffuso di essenze leggere.
«Voltati» disse la donna a Coral che si girò verso
la porta.
Sentì il rumore della vestaglia che cadeva e di un armadio che
si apriva.
Deglutì.
«Come sto?» disse dopo un po' lei.
Coral si girò di scatto e si ritrovò davanti la Tessitrice,
vestita solo di una camicia da notte se possibile ancora più trasparente
di quella bianca, completamente nera.
Il ragazzo rimase imbambolato per qualche istante.
«Voltati» ordinò nuovamente.
Obbedì.
Ancora quei rumori, stavolta ci mise un po' di più, dieci minuti
forse.
«Come sto?»
Stavolta era avvolta da una bellezza regale, una tunica scura dal taglio
provocante ma per nulla esagerato. Elegante e magnetico.
Rimase più imbambolato di quanto non lo fosse stato prima.
«Va bene così, ora tocca a te» tagliò corto
la donna.
«A...a me?»
«Si dai spogliati!»
Il demone indietreggiò di qualche passo arrossendo.
«Ehm veramente ...»
«Cosa hai da arrossire? Sei un demone no?»
«Beh ma...»
«Via quella tunica!»
Enid era più veloce di quanto Coral avesse mai potuto immaginare.
Era riuscito a scappare solo per pochi istanti e ora cera solo un
pomello del baldacchino a coprirlo dagli occhi della donna.
«Bene! Ora pensiamo a qualcosa che possa andare bene per stasera...»
Coral continuava a non capire esattamente cosa fossero quei preparativi.
Continuava a non capire... l'unica cosa che capiva era che si trovava
nudo davanti a Enid. Avrebbe voluto sprofondare.
«Astea preparati per la notte.»
«Prepararmi? E come, se non ho nemmeno più il mantello!?!?»
Il mantello di Astea era divenuto la nuova tenda di Teiris. Il ragazzo
se ne stava infreddolito davanti al fuoco, col cappello in testa e le
braccia conserte. Aveva infilato le mani nelle maniche e le aveva unite
per cercare di stare più caldo. Lei se ne stava davanti a lui a
fissarlo in cagnesco.
«Potevi evitare di dare fuoco alla mia tenda!»
«Potevi evitare di lanciarmi contro un tronco infiammato!»
«Potevi evitare di dire quelle cose orribili!»
«Potevi evitare di fare la misteriosa sul nostro viaggio!»
«Potevi-» la ragazza pensò qualcosa da rispondere ma
mentre il suo sguardo si soffermava un attimo perso nel vuoto a pensare
a cosa rispondere, Astea le si avvicinò per baciarla. Le cinse
la vita con un braccio facendola cadere in un casquè da tango.
La ragazza ebbe un impercettibile momento di indecisione, poi una scarica
elettrica attraversò i suoi occhi mentre sbilanciandosi all'indietro
scaraventava lontano Astea verso la foresta.
«Addio porco!»
Il palazzo di Kaviel il Guardiano era una vera e propria oasi nel bel
mezzo del deserto...
Numerose cupole dorate si innalzavano in cielo tondeggianti e appuntite.
Colonne bianche come l'alabastro riflettevano la luminescenza diffusa
della volta celeste...
Intorno al maschio centrale quattro rami si estendevano verso i punti
cardinali cingendo la costruzione con un anello di eleganti mura esterne.
Più che una struttura difensiva sembrava una semplice e immensa
opera d'arte per nulla bellica. Una perla lucente nella desolazione del
deserto che dominava il centro esatto del continente di Aman.
Il vento scompigliava i capelli di Coral.
Avrebbe voluto chiedere al capo il perché di quel viaggio quando
potevano teletrasportarsi, ma non sapeva come avrebbe potuto reagire...
Diede una sistemata al colletto del lungo mantello nero decorato con il
simbolo demoniaco di Enid.
Il tappeto volante eseguì qualche evoluzione prima di atterrare
nel centro del cortile del palazzo.
Erano soli.
La dolce brezza della notte la svegliò. Probabilmente erano le
due del mattino, Astea era rimasto a piagnucolare appeso a chissà
quale ramo per un'ora buona, poi il ramo s'era spezzato e i lamenti erano
cessati. Fece scivolare uno sguardo dubbioso su quell'alabarda gigantesca.
Nonostante il mantello di Astea non fosse perfetto come tenda, quella
notte stava veramente comoda, al calduccio, morbida...come piaceva a lei.
Altro che lo scherzo che gli aveva fatto l'altra sera, se ci avesse riprovato...
lo avrebbe fatto fuori...
In effetti era veramente comoda quella sera... sospirò e fece per
riaddormentarsi. Scostò una ciocca di capelli castani e si raggomitolò
per bene nel sacco a pelo.
«UN MOMENTO!» Urlò già inferocita.
«Che cavolo ci fa una ciocca di capelli castani sulla mia testa!?»
Si voltò ma non ci riuscì, poi fece caso alle braccia che
le fasciavano la vita calde. E alle NUMEROSE ciocche di capelli
castani. Fece fatica a liberarsi dalla presa e a sollevarsi sui gomiti.
E lo vide li.
Placido, con gli occhi colpevoli che guardavano verso l'alto... la faccia
di chi sa di essere stato scoperto e attende la punizione.
Fu possibile vedere il fumo che si innalzò dal campo da un bel
po' di chilometri... sembrava fumo di qualcosa che andava a fuoco... forse
carne umana...
Anche quella sarebbe stata una lunga notte...
Quando atterrarono nel cortile la pietra fredda e luminosa del castello
sembrò circondarli e abbracciarli al tempo stesso. Il cielo era
chiaro nonostante non ci fosse luna.
Enid porse la mano a Coral che la sostenne ed insieme camminarono verso
l'entrata.
Il portone era aperto e all'interno era tutto buio.
Percorsero una decina di metri in un imponente atrio, sentirono le voci
di due bambini che giocavano e si rincorrevano.
Enid non fece una piega, mentre Coral si limitò a frugare freneticamente
con gli occhi la sala. Riusciva a vedere tutto, le colonne tortili i grandi
arazzi e i tendaggi raffinati, ma non vedeva bambini... infine li avvertì...
fisicamente. Un bambino non più grande di dieci anni lo urtò
andando a terra.
Coral si chinò per aiutarlo quasi pietrificato dal fatto di non
averlo sentito arrivare.
«Grazie sei gentile!» rispose il bambino dagli occhi verdi
e i capelli scalati neri.
Coral non rispose ma lo fissò intensamente cercando di vedere oltre
quegli occhi verdi.
Il ragazzo si divincolò e fuggì come era arrivato.
Poi silenzio.
Coral diede un colpo alla piega dei pantaloni, poi quando rialzò
lo sguardo si ritrovò nello stesso androne di prima ma alla luce
di decine di imponenti lampadari circondato da centinaia di persone. Ballavano
a tempo di musica. Una musica di cui si accorgeva solo adesso.
Si voltò ma di Enid non c'era più traccia.
Indietreggiò di qualche passo fissando le decine di volti sconosciuti
e sorridenti che gli passavano vicino, poi si rilassò e chiuse
gli occhi.
Il vociare della folla divenne quasi assordante, poi iniziò a divenire
distante e infine scomparve, ripensò all'ingresso e al silenzio,
fino a ritornare con la mente allo scontro col bambino... e ai suoi occhi.
Levò una mano al cielo e come una leggera increspatura in uno specchio
d'acqua la festa lasciò il posto a una luce più soffusa
dai toni rossi, le persone scomparvero tutte tranne cinque.
«Cinque...» disse mentre cercava di riconcentrarsi sulla realtà
che lo circondava.
Sul trono che era comparso di fronte a lui sedeva il ragazzino che lo
aveva urtato poco fa.
Iniziò a battere le mani.
«Non c'è che dire! Veramente un ottimo lavoro Enid!»
si complimentò con voce gioviale.
«Sembra in gamba!» aggiunse, poi con passi lenti e misurati
si avvicinò al ragazzo che rimase immobile.
«Piacere Coral di Cathal, il mio nome è Kaviel il Guardiano.»
Coral si inginocchiò in una profonda riverenza. «I miei omaggi
Possente Demone Sovrano dell'Aldilà, Figlio prediletto di Shagrath,
Signo-»
«Davvero rialzati! Basta Kaviel il Guardiano se proprio mi devi
chiamare in qualche modo!»
Quello era il capo dei capi. Un bambino, carnagione lattea ed aspetto
innocente... eppure i libri della biblioteca erano pieni delle sue gesta
durante la Vera Guerra. Pareva fosse solo merito suo se i Poteri di Galder
il Luminoso nel momento della sua distruzione si erano sparsi in maniera
irregolare permeando anche luoghi oggetti e persone. I poteri di Shagrath
l'oscuro invece alla sua morte erano confluiti interamente nei tre Demoni
Sovrani.
Rabbrividì.
A quanto pare aveva ancora molto da imparare sulla natura dei demoni.
Dopo qualche secondo di smarrimento portò lo sguardo sulle altre
figure presenti.
Accanto al trono in piedi c'era una ragazza dai capelli blu, poco vestita
e dallo stravagante cappello da giullare che ricadeva in due parti con
dei pendagli, impugnava una falce scarlatta come gli occhi.
Enid era al suo fianco dove l'aveva lasciata prima, mentre alla destra
cerano altre due persone, un tipo alto dai capelli corti blu ghiaccio
che incorniciavano un volto regale dalla carnagione diafana. Era molto
alto e indossava una meravigliosa armatura regale decorata con motivi
che ricordavano il gelo del nord, a canto a lui c'era una creatura gigantesca,
sopra i cinque metri di altezza, una colossale armatura vuota che sinnestava
su un corpo rettiliforme. Due fiammelle azzurre lampeggiavano all'interno
dell'elmo cavo. Decisamente il tipo "grosso e cattivo".
Tutti lo fissavano. Fece per andarsi a presentare al tipo gelido che doveva
essere Brynard, Signore dei Ghiacci, Demone Sovrano della Guerra, ma venne
interrotto dal tono intimidatorio della voce di Enid.
«Avrai modo di conversare con ognuno di noi giacché rappresentiamo
le alte sfere del potere demoniaco su questo mondo. Utilizza bene il tempo
che ti è concesso» sentenziò.
Etrom, la ragazza vicina al trono, fissò il nuovo subordinato con
occhi attenti.
Dopo qualche istante Ghorost, come seguendo una rigorosa etichetta, si
avvicinò al demone e gli fece strada verso il cortile da dove era
venuto giacché non conosceva la dimora del Guardiano. Dopo un po'
di tempo si lasciarono alle spalle gli altri demoni.
«E così... tu saresti il nuovo Demone Maggiore...»
disse riflessiva la creatura, la sua voce giungeva distante e leggermente
disturbata, come se fosse "soffiata" dall'interno di quell'armatura
vuota. Rimbombava, cavernosa e bassa.
«Piacere di conoscerti, il mio nome è Ghorost e sono l'unico
Demone Maggiore di Brynard, sai com'è... l'altro morì in
una gloriosa battaglia...»
Coral cercò di richiamare alla mente l'episodio ma tutte le informazioni
della biblioteca erano troppe per essere assimilate in così poco
tempo. Gli parve di ricordare che erano stati proprio dei Messaggeri ad
ucciderlo. Esseri mortali nei quali era fluito il potere di Galder dopo
la Vera Guerra, potere che poi si era tramandato nel corso dei millenni.
I soffi aumentavano dintensità quando la creatura non parlava,
Coral non riusciva a capire se fosse il suo respiro o qualcosa di completamente
diverso, in fondo la forma del demone non si poteva di certo definire
umana.
«Sei il subordinato di Enid. » sibilò, «lei è
la Tessitrice, farà di te il suo braccio giacché lei non
è mai scesa in campo in prima persona... se escludiamo la Vera
Guerra. Dovrai dimostrarti un valido combattente. Sai già combattere?»
Coral scosse la testa, «a dire la verità non ci ho ancora
mai provato. Sai... è successo poco tempo fa...»
Le orbite cave dell'elmo di Ghorost lampeggiarono «Capisco. Dovrai
imparare, perché nessuno ottiene nulla per nulla, e la forza, specialmente
fra i demoni, spesso è l'unica via di contrattazione.»
Camminarono a lungo, Ghorost parlava di rado per esprimere pochi concetti
semplici come, "guardati dai Draghi Occulti, sono potenti e pericolosi,
i Draghi Celesti sono deboli ma molto ben organizzati, gli uomini sono
divertenti, gli elfi si rompono subito".
Coral sorrise leggermente cercando di annuire ogni qual volta che il bestione
volgeva l'elmo vuoto nella sua direzione chinando la gigantesca mole.
Quando il loro giro turistico terminò si sentì sollevato.
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