Settimo Episodio: Here to stay  


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Era mattina, si svegliò nuovamente nel suo letto, nudo.
Si alzò in piedi e fece comparire dei vestiti che poi indossò. Doveva imparare a sembrare umano in tutto e per tutto.
Ripensò a quello che era successo la sera scorsa, Enid gli aveva chiesto di uscire per un allenamento… poi non ricordava più nulla.
Si grattò la testa, uscì nel corridoio a fare una passeggiata, era mattina presto.
Nella sala del trono non c’era nessuno, di Enid nemmeno l’ombra, forse ancora dormiva.
Passò anche davanti alla sua stanza da letto, era chiusa e non si azzardò a entrare.
Per qualche tempo gli sembrò di essersi perso nel castello… poi la vide di nuovo...
quella grande porta... di legno.
E l’edera… l’edera era stata spostata quando l’aveva aperta…cosa aveva visto dentro?
Distruzione.
Il corridoio sembrò allungarsi a dismisura e ci mise più del dovuto a percorrerlo tutto.
La luce del giorno sembrava non poter arrivare in quel luogo e fuori dalle rade finestre il cielo sembrava essere diventato tutto a un tratto livido e scuro.
Quella stanza nascondeva qualcosa, la curiosità era troppa.
La mano fu di nuovo sulla maniglia, la vegetazione oppose meno resistenza, appena socchiusa la porta vide una sagoma all’interno.
Enid, illuminata da una luce azzurrina.
La donna era nel mezzo della stanza in piedi di fronte a una colonna di luce, ma riusciva a vedere ben poco dallo spiraglio che aveva aperto.
Come mai non aveva avvertito la sua presenza?
La donna sembrò non accorgersi di lui.
I capelli le scendevano sul corpo flessuoso fasciato da una vestaglia leggera, la sua pelle abbronzata lo ipnotizzò.
Il suo volto sembrava distante, come perso in chissà quale pensiero.
Poi Coral sentì improvvisamente la presenza di Enid farsi più tangibile e richiuse di scatto la porta.
Sparì.


Teiris tornò all’accampamento trascinando dietro di sé un fagiano.
«Possibile che si debba cacciare anche la mattina appena alzati?» La ragazza cominciava a diventare insofferente, «come fai ad avere così tanta fame?? E specialmente sei così magro... dove diavolo la metti tutta quella roba??»
«Sono giovane e devo crescere… piuttosto… mi fai scendere?»
Astea era stato legato a un albero ed era rimasto lì a piagnucolare per tutta la notte, anche quella era stata una lunga notte.
«Prometti di non fare il maiale?»
«Ma che promesse sono?? Può un uomo andare contro la propria natura? Resistere al desiderio di una splendida ragazza che l’ha stregato?»
«Bella ragazza?» rispose Teiris senza farsi imbambolare da quelle parole «ma non ero io quella che non si sapeva nemmeno se aveva due occhi e un naso??»
«Oh beh si fa per dire! Di solito in storie del genere le ragazze sono sempre belle...»
«Che??» rispose la ragazza non capendo.
«Niente niente...»


Manoa si risvegliò dalla botta, era mattina inoltrata.
Mal di testa come al solito, ma stavolta era localizzato... nel punto dove era stata colpita, aprì gli occhi di scatto e si trovò di fronte Wein.
«Ciao...» disse lui sorridendo. Era seduto davanti a lei con la testa appoggiata su una mano. Il ragazzo si mosse leggermente e qualche ciocca di capelli gli ricadde sul volto e i raggi del sole fecero capolino sul volto dell’elfa dandole più colore.
«Per Shagrath! Che fine ha fatto quel coso?? E la grotta?» Aveva la testa fasciata. Qualche ciuffo di capelli faceva capolino fra un passaggio e l'altro della benda.
«Di "cosi" ce n'erano due e per poco non ti facevano prigioniera o peggio... quanto alla grotta... meglio che dimentichi in fretta quello che hai visto...»
«L'hai visto anche tu?»
«No»
«Cosa è successo dopo la botta?» continuò a incalzare l'elfa.
«Siamo riusciti a scappare...»
La ragazza provò a issarsi a sedere. Le girò la testa ma ci riuscì.
«Però... sei resistente... non so quanti sarebbero sopravvissuti a quel colpo...» commentò Wein. Appoggiata sulla roccia dove era seduto, c'era una enorme balestra pesante, la stessa che le aveva puntato contro quando si erano conosciuti. Con una mano il ragazzo scostò la mantellina che gli copriva il petto ricadendogli sul braccio sinistro. Con un gioco di prestigio fece comparire una mela. La ragazza la prese con un po’ d'indecisione per poi addentarla vorace.
«Sono stata una stupida... mi sono fatta fregare come una novellina...»
«Di un po'... ma il "coso" dentro l'hai battuto tu?» riprese dopo qualche tempo Wein.
«Si.»
Gli occhi del ragazzo guizzarono... «però... devi avere un bel po’ di doti nascoste…»
«Cosa?»
«Se riesci a picchiare gli scagnozzi di Lord Reznor...»
«Lord Reznor?»


«Ora dove andiamo di bello?» chiese Astea dondolandosi sulla sella.
«Al prossimo villaggio sperando che non trovi il modo di farti giustiziare pure là... è la via più rapida per uscire da Sadon...»
«Menomale... così almeno la gente smetterà di appendermi per i motivi più disparati...»
«Non è che te le cerchi? Non è da tutti farsi condannare a morte due volte in pochi giorni...»
«Sono cieco e tutti se la prendono con me...»
«Oh certo, ci mancava solo la scena madre...»
La ragazza camminava affiancata al somaro che procedeva con instancabile volontà mentre Astea faceva di tutto per rendergli più faticoso il viaggio.
«Sento qualcosa...» disse Astea in tono canzonatorio mentre continuava a dondolarsi.
«Cosa?»
«Ancora non ho capi-» L'animale disarcionò Astea stanco dei suoi balletti.
«Possibile che non sai nemmeno stare in sella ad una bestia? Imbecille!»
Poi anche Teiris si bloccò.
Davanti a lei sulla strada una figura barcollante camminava nella loro direzione.
Dopo aver percorso una decina di metri crollò a terra.
La ragazza si precipitò dall'uomo e lanciò subito un incantesimo di guarigione.
«Sacro Galder... sono già in paradiso??» disse l'uomo socchiudendo gli occhi.
«No è ancora vivo per fortuna...» rispose la ragazza arrossendo, «cosa le è successo??»
«Il nostro villaggio... è stato distrutto...»


«Perché sei sulle tracce di questo Astea?» chiese "Wein e Basta".
La ragazza elfica camminava di fianco al ragazzo. Anche Wein aveva orecchie allungate e lineamenti aggraziati.
«A dire la verità non posso rivelartelo. È una missione segreta.»
«Beh già dicendomi che è una missione segreta mi hai fatto venire dei sospetti... mettiamo che io sia una spia…»
«Non lo sei, mi hai salvato...» ribatté sicura l'elfa.
«Beh magari ti ho salvato solo perché cercavo da te delle informazioni come i "cosi" della grotta...»
«Oh cavolo! Se sei una spia vorrà dire che appena mi darai ragione di crederlo ti farò fuori così elimino il problema alla radice ok?»
Wein sorrise divertito «certo che i Draghi scelgono proprio a cavolo gli agenti segreti... sei peggio di un libro aperto!» commentò passandosi una mano fra le due lunghe ciocche di capelli che gli ricadevano sul volto.
«Ah si? E invece nel mio genere sono temuta e...» Manoa si fermò come riflettendo sulle sue stesse parole poi aggiunse indispettita: «… e... e NON LAVORO PER I DRAGHI
«Si come no... non sei un agente segreto al lavoro per i Draghi Celesti?»
«Draghi Celesti? Che sono colorati?»
Wein sbuffò e proseguì portandosi le mani dietro la testa.
«Ok, continua pure a fare la misteriosa, tanto quello che volevo sapere l'ho già capito dalla lettera chiusa col sigillo che avevi addosso...» insinuò il ragazzo.
«Lettera? Sigillo? Mi hai perquisita???»
«Uscendo dalla grotta eri tutta sporca di sangue... e così ti ho lavato i vestiti mentre dormivi...»
«Mi hai vista ancora nuda?!?»
«Ancora?» Chiese il ragazzo con la faccia più angelica e innocente della terra, i lunghi capelli neri che gli ricadevano dietro le spalle incorniciavano un visino giovane... poteva quel faccino bello aver commesso azioni turpi verso la sua persona??
«Come... come ancora?? Non... non...» lei prese a gesticolare con le mani confusa.
«Cosa?»
«Beh. Mi hai vista nuda una volta, ora lo so per certo, sei un maiale!»
«Ma... ma non era igienico... e poi avevi la febbre, avevi bisogno di vestiti asciutti...»
«Certo... una scusa vale l'altra per spogliarmi...» sibilò con occhi a fessura Manoa.
«Ho ancora il tuo odore addosso...» Rispose lui spiazzandola.
«Che?»
«Si... stanotte hai dormito coi miei vestiti dato che non ne hai di ricambio nel sacco che ti porti dietro...»
La ragazza si fermò guardando lo zaino in perfetto ordine e poi il ragazzo...
«... grazie Wein»
«Fa nulla... non sopporto chi tratta male le donne...»


Teiris e Astea galoppavano sul somaro "rinforzato" dalle guarigioni della ragazza.
«Si può sapere perché ti sei messa a correre? Che vuoi fare, ripulire il villaggio dalle macerie??»
«Se c'è una cosa che mi ha insegnato il mio maestro è aiutare la gente che ha bisogno...» tagliò corto la ragazza.
«Si ma... ma... MA IO CHE C'ENTRO
«Non hai detto che dovevo starti vicino?»
«Si ma se sei tu a cacciarmi nei casini allora è meglio che vada in giro da solo...» disse Astea incrociando le braccia sul petto e annuendo.
«Eh no cocco! Ora sei costretto a seguirmi, devo rispettare il patto!»
Il sopracciglio destro di Astea prese a guizzare nervoso di fronte alla logica limpida della ragazza.
«Di un po' ma sei sorda o cosa? Quel tipo ha detto che il villaggio è stato attaccato da uno Wyrm! »
«...beh che problema c'è'?»
«MA LO SAI ALMENO COS'E' UNO WYRM!?»
«... beh in effetti no... ma tu sei tanto forte!» rispose con un sorrisone a trentasei denti. «E poi cosa vuoi che sia! Di che si ciba? Di angurie invece che di mele?»
« È una delle creature più violente e pericolose di questa terra... un gigantesco verme dal diametro di una decina di metri, lungo più di duecento... insomma... mai sentito parlare del detto "sai dove dorme uno Wyrm"?»
La ragazza cercò di fissarlo ma gli occhi erano celati dalla piega del cappello...
«Beh dove dorme? Non tenermi sulle spine!»
«Dove gli pare! È ovvio!» Concluse Astea sollevando un dito con fare da professore.
Stavolta fu Teiris a rimanere interdetta.
«Beh ormai siamo in ballo! Di questo passo arriveremo al villaggio per domani...»
Astea si strinse nelle spalle, poi la abbracciò per non cadere.
La ragazza fece per scrollarselo di dosso ma fece prima lui a parlare con voce tremante: «Non voglio altre ossa rotte... aiuto, paura!»
Teiris sbuffò mentre sparivano dietro una curva del sentiero.


La carrozza si fermò poco prima di un enorme cancello di ferro battuto alla fine di un viale che portava verso una sontuosa reggia. Pioveva a dirotto e il cielo era squarciato da lampi e tuoni che rischiaravano a giorno le forme degli alberi e del pesante cancello.
Notte fonda.
Una figura si affacciò dalle tendine della carrozza, un baluginìo di occhiali poi le tendine si richiusero, due figure curve spalancarono il cancello e la carrozza partì a spron battuto, sollevando la ghiaia del viale.
Dopo alcune ore la carrozza si fermò davanti a un elegante porticato, il cocchiere scese ad aprire lo sportello; la pioggia l'aveva bagnato fino all'osso.
Dalla carrozza scese la figura col cilindro.
Dietro di lui si schiantò un fulmine che lo illuminò tetro nella notte.
Si avviò verso la porta di ingresso.
«Possibile che debba succedere sempre così?» sibilò.
Il fulmine aveva incenerito la carrozza.

Lord Reznor bussò delicatamente con la mano guantata e in pochi attimi un servitore gli aprì la porta permettendogli di entrare.
Gli lasciò il soprabito nero e il cilindro. Le classiche orecchie allungate da drago o da elfo fecero capolino fra i lisci capelli.
Si sistemò gli occhiali e si avviò per i corridoi della villa. Era vestito di tutto punto, completo nero, con un cordino legato con un elegante nodo al colletto. I capelli lisci gli arrivavano al petto e gli coprivano il volto oscurato dalle luci alte del vestibolo.
Lo stavano aspettando.
Un altro servitore lo raggiunse e gli fece strada per la villa fino a farlo arrivare in una stanza secondaria tappezzata di un rosso cupo.
All'interno della stanza c'erano altri quattro uomini vestiti elegantemente.
Salutò ossequioso, il servo richiuse la porta lasciandoli soli ma accompagnato dal rumore del legno che si chiudeva, un pugno lo raggiunse al volto scaraventandolo a terra e facendogli cadere gli occhiali.
Si passò il dorso della mano vicino alla bocca per asciugare un rivoletto di sangue.
«Sei un pazzo. Ci manderai tutti al massacro.» disse la figura umana che lo aveva colpito con tono fermo. Era più alto e più piazzato di lui, indossava un lungo mantello nero che lo avvolgeva quasi completamente.
«Ho solo fatto quello che andava fatto...» rispose sereno Dante al cui volto era difficile dare una età. Raccolse gli occhiali e li indossò, il colore degli occhi era celato dalla penombra.
«Hai ancora il coraggio di rispondere?»
Un altro uomo posò una mano sulla spalla del primo.
«Andiamo Lord Gaul... può bastare...»
«Bastare? Il suo comportamento infanga il nome di noi Draghi Occulti! La stirpe più nobile di tutti i draghi. Partecipare a questa riunione sapendo che qualche vecchio bavoso Drago Celeste dovrà farmi la ramanzina per colpa sua è inammissibile.»
Dante si risollevò da terra e diede un colpo alla piega dei pantaloni che si era per un attimo rovinata.
«Francamente me ne infischio dei vostri salotti mondani...»
Gli occhi di Lord Gaul avvamparono d'ira.
Ma prima che potesse intraprendere altre azioni bussarono alla porta. Era il servitore di prima.
«Se sarete così gentili da seguirmi potrò introdurvi al signore di questa villa.» Si inchinò.


Coral posò gli attrezzi da lavoro: un vecchio grembiule spiegazzato trovato chissà dove in cucina che aveva perso il colore se mai lo aveva avuto; un fazzoletto per tenere fermi i capelli, fazzoletto che prima di indossare aveva lavato dal vecchiume dei secoli e infine una scopa che aveva vissuto per troppo tempo.
Gli arnesi di una casalinga. Era riuscito a mettere a posto qualcosa... si... una minima parte... della immensa cucina. Sospirò.
Fuori il mare era tranquillo e spirava una leggera brezza che faceva ondeggiare le palme. Trovò la propria stanza senza sbagliare strada, circondato ancora da quel senso di familiarità.
Varcò la pesante porta di ebano, la luce lunare che passava dalla piccola finestra lambiva un lato del letto.
Rimase un attimo ipnotizzato da quella luce, poi si decise a sperimentare alcuni dei suoi poteri.
Alzò una mano e concentrò le sue energie.
Poi fu come se tutto il suo corpo si spezzasse in più punti.
Apparvero centinaia di ferite che non ricordava di aver subito e un dolore lancinante lo avvolse.
Urlò il suo dolore con tutto il fiato che aveva in corpo e cadde a terra bocconi.
Dolore, dolore ovunque, era come se si stesse disfacendo.
Serrò i denti, mentre qualcosa di simile al sangue fuoriusciva dalla sua bocca. Provò ad alzare il capo ma una nuova ondata di fitte più profonde lo avvolse insieme ad alcuni ricordi frammentari.
Gli occhi a specchio di Enid, un sorriso sadico e i poteri del suo Demone Sovrano che lo facevano a pezzi.
Dalle sue ferite presero a spruzzare fiotti di sangue o si trattava della sua energia?
Qualsiasi cosa fosse, presto quel liquido macchiò la stanza. Crollò a terra col volto sul pavimento freddo.
Ancora quel dolore, quei dolori, centinaia di migliaia di colpi ricevuti, ferite. Paura. La mente accecata da flash di puro terrore e follia.
Attacchi e lui che cercava la difesa come una preda in trappola.
Ed Enid che non accennava a terminare il suo furioso scontro.
Gli occhi gli bruciarono.
Stava piangendo?


«Lord Gaul VII, il vostro "giovanotto" e i suoi uomini stanno molestando gli esseri umani» biascicò un vecchio Drago Celeste.
«Provvederemo a farlo rientrare nei ranghi...» rispose secco Lord Gaul «Piuttosto, qual’è il vero motivo di questa riunione?»
Cinque Draghi Celesti e altrettanti Occulti sedevano a un tavolo lungo illuminato debolmente da candele. La stanza era ricoperta di arazzi e dalle finestre alcuni lampi rischiaravano di tanto in tanto i volti dei presenti accompagnati da tuoni. Fra i vari volti dei Celesti, Reznor riconobbe quello di Mustis, patriarca di Galder, numerose rughe scavavano il suo volto nascondendo dei brillanti occhi azzurri e profondi. Indossava un'elegante toga ornata con le insegne del suo dio e aveva lunghi capelli bianchi come alabastro. Egli esisteva praticamente dall'inizio dei tempi e quella era l'immagine che dava. Indubbiamente una creatura dai poteri immensi. Anche le sue ali erano più grandi e maestose di quelle di ogni altro drago presente, seppure fossero chiuse e vicine al corpo. Era di comune uso fra Draghi Celesti e Draghi Occulti, di mantenere per lunghi periodi una forma umana dotata di ali e coda. Era una tradizione che risaliva ai tempi in cui le sedute diplomatiche dei Draghi avvenivano con creature come esseri umani o elfi. I draghi in genere mantenevano le ali e la coda per distinguersi dagli elfi ai quali, in forma umana, somigliavano profondamente per lineamenti ed eleganza. Lord Reznor era l'unico drago senza ali e coda presente alla seduta.
«I Demoni acquistano potere... e noi Draghi Celesti abbiamo bisogno dell'Artemide.»
Disse infine in tono secco il patriarca.
Lord Gaul rise sommessamente.
«Dare quell'arma a voi Celesti sarebbe come rivelare i segreti della Magia Nera a un bambino...»
Gli sguardi dei Celesti s'infiammarono. Il patriarca invece rimase impassibile a fissare Gaul.
«La nostra linea di pura neutralità continuerà a prescindere dalle vostre azioni, noi non muoveremo un dito» concluse risoluto il Sovrano dei Draghi Occulti.
«E allora dateci quell'arma! I Demoni tremerebbero al solo sentirne parlare!» Ribatté il più giovane dei Sovrani dei Celesti.
«Ci dispiace Lord Safedi... ma, né voi né altri, avranno l'Artemide.»
«Vi state scavando la fossa da soli» sentenziò il rappresentante dei Draghi di Ithos.
«Correremo i nostri rischi, se è per i nostri ideali.»
Dante se ne stava con la testa appoggiata su una mano e lo sguardo assente.
«Lei non è interessato alla conversazione?» lo interpellò un terzo Drago Celeste.
«Ha centrato il punto» rispose indifferente.
«E come mai?»
Dante si limitò a fissarlo negli occhi per qualche istante, per poi tornare al suo dolce far nulla.
Il Celestiale si inalberò: «Allora congedatevi se non siete disposti a dare una mano ai vostri fratelli! E non fatevi più rivedere nei nostri territori.»
«Certo, prima siamo gli odiosi Draghi Occulti chiusi nel loro credersi superiori, poi diventiamo i vostri fratelli ingrati? Siete patetici.» Poche parole dette con un sorriso sarcastico.
«Lord Reznor, se lei è qui ancora vivo lo deve solo a Lord Gaul, lo tenga bene a mente.» Parlò per la prima volta Lord Mustis con tono tagliente.
Dante rispose con un composto cenno di assenso del capo.


D'un tratto la porta della sua camera si aprì ed Enid entrò con lenti e misurati passi.
Coral, ancora a terra tremante di dolore, si accorse di lei solo quando vide le sue cavigliere dorate davanti ai suoi occhi.
Provò a dire qualcosa ma non ci riuscì.
«Lo so» rispose semplicemente lei. Poi uscì dalla stanza.
Le lacrime ripresero a scorrere ma di rabbia. Pura furia. Era stata lei a ridurlo così nel corso di un terribile allenamento che lui aveva ricominciato a ricordare solo insieme al dolore che provava. Enid sapeva che era in quelle condizioni e tutto quello che era stata capace di dire...
Serrò i denti e si alzò sulle braccia. Continue fitte di dolore lo attraversavano come aghi. Cercò di alzarsi in piedi, poi svenne.


Quando il demone si risvegliò si sentiva bene. Il sonno attraversato dagli orrendi incubi dello scorso combattimento si era interrotto d'un tratto.
Avvertì immediatamente il profumo esotico di Enid.
Aprì gli occhi.
La donna era seduta a terra le gambe leggermente distese su di un fianco. La testa di Coral era appoggiata sulle sue gambe, la donna gliela cingeva delicatamente con le braccia.
Il profumo e quel calore e tutto intorno il suo sangue.
Desiderò che quel momento durasse in eterno.

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