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Era mattina, si svegliò nuovamente nel suo letto,
nudo.
Si alzò in piedi e fece comparire dei vestiti che poi indossò.
Doveva imparare a sembrare umano in tutto e per tutto.
Ripensò a quello che era successo la sera scorsa, Enid gli aveva
chiesto di uscire per un allenamento
poi non ricordava più
nulla.
Si grattò la testa, uscì nel corridoio a fare una passeggiata,
era mattina presto.
Nella sala del trono non cera nessuno, di Enid nemmeno lombra,
forse ancora dormiva.
Passò anche davanti alla sua stanza da letto, era chiusa e non
si azzardò a entrare.
Per qualche tempo gli sembrò di essersi perso nel castello
poi la vide di nuovo...
quella grande porta... di legno.
E ledera
ledera era stata spostata quando laveva
aperta
cosa aveva visto dentro?
Distruzione.
Il corridoio sembrò allungarsi a dismisura e ci mise più
del dovuto a percorrerlo tutto.
La luce del giorno sembrava non poter arrivare in quel luogo e fuori dalle
rade finestre il cielo sembrava essere diventato tutto a un tratto livido
e scuro.
Quella stanza nascondeva qualcosa, la curiosità era troppa.
La mano fu di nuovo sulla maniglia, la vegetazione oppose meno resistenza,
appena socchiusa la porta vide una sagoma allinterno.
Enid, illuminata da una luce azzurrina.
La donna era nel mezzo della stanza in piedi di fronte a una colonna di
luce, ma riusciva a vedere ben poco dallo spiraglio che aveva aperto.
Come mai non aveva avvertito la sua presenza?
La donna sembrò non accorgersi di lui.
I capelli le scendevano sul corpo flessuoso fasciato da una vestaglia
leggera, la sua pelle abbronzata lo ipnotizzò.
Il suo volto sembrava distante, come perso in chissà quale pensiero.
Poi Coral sentì improvvisamente la presenza di Enid farsi più
tangibile e richiuse di scatto la porta.
Sparì.
Teiris tornò allaccampamento trascinando dietro di sé
un fagiano.
«Possibile che si debba cacciare anche la mattina appena alzati?»
La ragazza cominciava a diventare insofferente, «come fai ad avere
così tanta fame?? E specialmente sei così magro... dove
diavolo la metti tutta quella roba??»
«Sono giovane e devo crescere
piuttosto
mi fai scendere?»
Astea era stato legato a un albero ed era rimasto lì a piagnucolare
per tutta la notte, anche quella era stata una lunga notte.
«Prometti di non fare il maiale?»
«Ma che promesse sono?? Può un uomo andare contro la propria
natura? Resistere al desiderio di una splendida ragazza che lha
stregato?»
«Bella ragazza?» rispose Teiris senza farsi imbambolare da
quelle parole «ma non ero io quella che non si sapeva nemmeno se
aveva due occhi e un naso??»
«Oh beh si fa per dire! Di solito in storie del genere le ragazze
sono sempre belle...»
«Che??» rispose la ragazza non capendo.
«Niente niente...»
Manoa si risvegliò dalla botta, era mattina inoltrata.
Mal di testa come al solito, ma stavolta era localizzato... nel punto
dove era stata colpita, aprì gli occhi di scatto e si trovò
di fronte Wein.
«Ciao...» disse lui sorridendo. Era seduto davanti a lei con
la testa appoggiata su una mano. Il ragazzo si mosse leggermente e qualche
ciocca di capelli gli ricadde sul volto e i raggi del sole fecero capolino
sul volto dellelfa dandole più colore.
«Per Shagrath! Che fine ha fatto quel coso?? E la grotta?»
Aveva la testa fasciata. Qualche ciuffo di capelli faceva capolino fra
un passaggio e l'altro della benda.
«Di "cosi" ce n'erano due e per poco non ti facevano prigioniera
o peggio... quanto alla grotta... meglio che dimentichi in fretta quello
che hai visto...»
«L'hai visto anche tu?»
«No»
«Cosa è successo dopo la botta?» continuò a
incalzare l'elfa.
«Siamo riusciti a scappare...»
La ragazza provò a issarsi a sedere. Le girò la testa ma
ci riuscì.
«Però... sei resistente... non so quanti sarebbero sopravvissuti
a quel colpo...» commentò Wein. Appoggiata sulla roccia dove
era seduto, c'era una enorme balestra pesante, la stessa che le aveva
puntato contro quando si erano conosciuti. Con una mano il ragazzo scostò
la mantellina che gli copriva il petto ricadendogli sul braccio sinistro.
Con un gioco di prestigio fece comparire una mela. La ragazza la prese
con un po d'indecisione per poi addentarla vorace.
«Sono stata una stupida... mi sono fatta fregare come una novellina...»
«Di un po'... ma il "coso" dentro l'hai battuto tu?»
riprese dopo qualche tempo Wein.
«Si.»
Gli occhi del ragazzo guizzarono... «però... devi avere un
bel po di doti nascoste
»
«Cosa?»
«Se riesci a picchiare gli scagnozzi di Lord Reznor...»
«Lord Reznor?»
«Ora dove andiamo di bello?» chiese Astea dondolandosi sulla
sella.
«Al prossimo villaggio sperando che non trovi il modo di farti giustiziare
pure là... è la via più rapida per uscire da Sadon...»
«Menomale... così almeno la gente smetterà di appendermi
per i motivi più disparati...»
«Non è che te le cerchi? Non è da tutti farsi condannare
a morte due volte in pochi giorni...»
«Sono cieco e tutti se la prendono con me...»
«Oh certo, ci mancava solo la scena madre...»
La ragazza camminava affiancata al somaro che procedeva con instancabile
volontà mentre Astea faceva di tutto per rendergli più faticoso
il viaggio.
«Sento qualcosa...» disse Astea in tono canzonatorio mentre
continuava a dondolarsi.
«Cosa?»
«Ancora non ho capi-» L'animale disarcionò Astea stanco
dei suoi balletti.
«Possibile che non sai nemmeno stare in sella ad una bestia? Imbecille!»
Poi anche Teiris si bloccò.
Davanti a lei sulla strada una figura barcollante camminava nella loro
direzione.
Dopo aver percorso una decina di metri crollò a terra.
La ragazza si precipitò dall'uomo e lanciò subito un incantesimo
di guarigione.
«Sacro Galder... sono già in paradiso??» disse l'uomo
socchiudendo gli occhi.
«No è ancora vivo per fortuna...» rispose la ragazza
arrossendo, «cosa le è successo??»
«Il nostro villaggio... è stato distrutto...»
«Perché sei sulle tracce di questo Astea?» chiese "Wein
e Basta".
La ragazza elfica camminava di fianco al ragazzo. Anche Wein aveva orecchie
allungate e lineamenti aggraziati.
«A dire la verità non posso rivelartelo. È una missione
segreta.»
«Beh già dicendomi che è una missione segreta mi hai
fatto venire dei sospetti... mettiamo che io sia una spia
»
«Non lo sei, mi hai salvato...» ribatté sicura l'elfa.
«Beh magari ti ho salvato solo perché cercavo da te delle
informazioni come i "cosi" della grotta...»
«Oh cavolo! Se sei una spia vorrà dire che appena mi darai
ragione di crederlo ti farò fuori così elimino il problema
alla radice ok?»
Wein sorrise divertito «certo che i Draghi scelgono proprio a cavolo
gli agenti segreti... sei peggio di un libro aperto!» commentò
passandosi una mano fra le due lunghe ciocche di capelli che gli ricadevano
sul volto.
«Ah si? E invece nel mio genere sono temuta e...» Manoa si
fermò come riflettendo sulle sue stesse parole poi aggiunse indispettita:
«
e... e NON LAVORO PER I DRAGHI!»
«Si come no... non sei un agente segreto al lavoro per i Draghi
Celesti?»
«Draghi Celesti? Che sono colorati?»
Wein sbuffò e proseguì portandosi le mani dietro la testa.
«Ok, continua pure a fare la misteriosa, tanto quello che volevo
sapere l'ho già capito dalla lettera chiusa col sigillo che avevi
addosso...» insinuò il ragazzo.
«Lettera? Sigillo? Mi hai perquisita???»
«Uscendo dalla grotta eri tutta sporca di sangue... e così
ti ho lavato i vestiti mentre dormivi...»
«Mi hai vista ancora nuda?!?»
«Ancora?» Chiese il ragazzo con la faccia più angelica
e innocente della terra, i lunghi capelli neri che gli ricadevano dietro
le spalle incorniciavano un visino giovane... poteva quel faccino bello
aver commesso azioni turpi verso la sua persona??
«Come... come ancora?? Non... non...» lei prese a gesticolare
con le mani confusa.
«Cosa?»
«Beh. Mi hai vista nuda una volta, ora lo so per certo, sei un maiale!»
«Ma... ma non era igienico... e poi avevi la febbre, avevi bisogno
di vestiti asciutti...»
«Certo... una scusa vale l'altra per spogliarmi...» sibilò
con occhi a fessura Manoa.
«Ho ancora il tuo odore addosso...» Rispose lui spiazzandola.
«Che?»
«Si... stanotte hai dormito coi miei vestiti dato che non ne hai
di ricambio nel sacco che ti porti dietro...»
La ragazza si fermò guardando lo zaino in perfetto ordine e poi
il ragazzo...
«... grazie Wein»
«Fa nulla... non sopporto chi tratta male le donne...»
Teiris e Astea galoppavano sul somaro "rinforzato" dalle guarigioni
della ragazza.
«Si può sapere perché ti sei messa a correre? Che
vuoi fare, ripulire il villaggio dalle macerie??»
«Se c'è una cosa che mi ha insegnato il mio maestro è
aiutare la gente che ha bisogno...» tagliò corto la ragazza.
«Si ma... ma... MA IO CHE C'ENTRO?»
«Non hai detto che dovevo starti vicino?»
«Si ma se sei tu a cacciarmi nei casini allora è meglio che
vada in giro da solo...» disse Astea incrociando le braccia sul
petto e annuendo.
«Eh no cocco! Ora sei costretto a seguirmi, devo rispettare il patto!»
Il sopracciglio destro di Astea prese a guizzare nervoso di fronte alla
logica limpida della ragazza.
«Di un po' ma sei sorda o cosa? Quel tipo ha detto che il villaggio
è stato attaccato da uno Wyrm! »
«...beh che problema c'è'?»
«MA LO SAI ALMENO COS'E' UNO WYRM!?»
«... beh in effetti no... ma tu sei tanto forte!» rispose
con un sorrisone a trentasei denti. «E poi cosa vuoi che sia! Di
che si ciba? Di angurie invece che di mele?»
« È una delle creature più violente e pericolose di
questa terra... un gigantesco verme dal diametro di una decina di metri,
lungo più di duecento... insomma... mai sentito parlare del detto
"sai dove dorme uno Wyrm"?»
La ragazza cercò di fissarlo ma gli occhi erano celati dalla piega
del cappello...
«Beh dove dorme? Non tenermi sulle spine!»
«Dove gli pare! È ovvio!» Concluse Astea sollevando
un dito con fare da professore.
Stavolta fu Teiris a rimanere interdetta.
«Beh ormai siamo in ballo! Di questo passo arriveremo al villaggio
per domani...»
Astea si strinse nelle spalle, poi la abbracciò per non cadere.
La ragazza fece per scrollarselo di dosso ma fece prima lui a parlare
con voce tremante: «Non voglio altre ossa rotte... aiuto, paura!»
Teiris sbuffò mentre sparivano dietro una curva del sentiero.
La carrozza si fermò poco prima di un enorme cancello di ferro
battuto alla fine di un viale che portava verso una sontuosa reggia. Pioveva
a dirotto e il cielo era squarciato da lampi e tuoni che rischiaravano
a giorno le forme degli alberi e del pesante cancello.
Notte fonda.
Una figura si affacciò dalle tendine della carrozza, un baluginìo
di occhiali poi le tendine si richiusero, due figure curve spalancarono
il cancello e la carrozza partì a spron battuto, sollevando la
ghiaia del viale.
Dopo alcune ore la carrozza si fermò davanti a un elegante porticato,
il cocchiere scese ad aprire lo sportello; la pioggia l'aveva bagnato
fino all'osso.
Dalla carrozza scese la figura col cilindro.
Dietro di lui si schiantò un fulmine che lo illuminò tetro
nella notte.
Si avviò verso la porta di ingresso.
«Possibile che debba succedere sempre così?» sibilò.
Il fulmine aveva incenerito la carrozza.
Lord Reznor bussò delicatamente con la mano guantata e in pochi
attimi un servitore gli aprì la porta permettendogli di entrare.
Gli lasciò il soprabito nero e il cilindro. Le classiche orecchie
allungate da drago o da elfo fecero capolino fra i lisci capelli.
Si sistemò gli occhiali e si avviò per i corridoi della
villa. Era vestito di tutto punto, completo nero, con un cordino legato
con un elegante nodo al colletto. I capelli lisci gli arrivavano al petto
e gli coprivano il volto oscurato dalle luci alte del vestibolo.
Lo stavano aspettando.
Un altro servitore lo raggiunse e gli fece strada per la villa fino a
farlo arrivare in una stanza secondaria tappezzata di un rosso cupo.
All'interno della stanza c'erano altri quattro uomini vestiti elegantemente.
Salutò ossequioso, il servo richiuse la porta lasciandoli soli
ma accompagnato dal rumore del legno che si chiudeva, un pugno lo raggiunse
al volto scaraventandolo a terra e facendogli cadere gli occhiali.
Si passò il dorso della mano vicino alla bocca per asciugare un
rivoletto di sangue.
«Sei un pazzo. Ci manderai tutti al massacro.» disse la figura
umana che lo aveva colpito con tono fermo. Era più alto e più
piazzato di lui, indossava un lungo mantello nero che lo avvolgeva quasi
completamente.
«Ho solo fatto quello che andava fatto...» rispose sereno
Dante al cui volto era difficile dare una età. Raccolse gli occhiali
e li indossò, il colore degli occhi era celato dalla penombra.
«Hai ancora il coraggio di rispondere?»
Un altro uomo posò una mano sulla spalla del primo.
«Andiamo Lord Gaul... può bastare...»
«Bastare? Il suo comportamento infanga il nome di noi Draghi Occulti!
La stirpe più nobile di tutti i draghi. Partecipare a questa riunione
sapendo che qualche vecchio bavoso Drago Celeste dovrà farmi la
ramanzina per colpa sua è inammissibile.»
Dante si risollevò da terra e diede un colpo alla piega dei pantaloni
che si era per un attimo rovinata.
«Francamente me ne infischio dei vostri salotti mondani...»
Gli occhi di Lord Gaul avvamparono d'ira.
Ma prima che potesse intraprendere altre azioni bussarono alla porta.
Era il servitore di prima.
«Se sarete così gentili da seguirmi potrò introdurvi
al signore di questa villa.» Si inchinò.
Coral posò gli attrezzi da lavoro: un vecchio grembiule spiegazzato
trovato chissà dove in cucina che aveva perso il colore se mai
lo aveva avuto; un fazzoletto per tenere fermi i capelli, fazzoletto che
prima di indossare aveva lavato dal vecchiume dei secoli e infine una
scopa che aveva vissuto per troppo tempo.
Gli arnesi di una casalinga. Era riuscito a mettere a posto qualcosa...
si... una minima parte... della immensa cucina. Sospirò.
Fuori il mare era tranquillo e spirava una leggera brezza che faceva ondeggiare
le palme. Trovò la propria stanza senza sbagliare strada, circondato
ancora da quel senso di familiarità.
Varcò la pesante porta di ebano, la luce lunare che passava dalla
piccola finestra lambiva un lato del letto.
Rimase un attimo ipnotizzato da quella luce, poi si decise a sperimentare
alcuni dei suoi poteri.
Alzò una mano e concentrò le sue energie.
Poi fu come se tutto il suo corpo si spezzasse in più punti.
Apparvero centinaia di ferite che non ricordava di aver subito e un dolore
lancinante lo avvolse.
Urlò il suo dolore con tutto il fiato che aveva in corpo e cadde
a terra bocconi.
Dolore, dolore ovunque, era come se si stesse disfacendo.
Serrò i denti, mentre qualcosa di simile al sangue fuoriusciva
dalla sua bocca. Provò ad alzare il capo ma una nuova ondata di
fitte più profonde lo avvolse insieme ad alcuni ricordi frammentari.
Gli occhi a specchio di Enid, un sorriso sadico e i poteri del suo Demone
Sovrano che lo facevano a pezzi.
Dalle sue ferite presero a spruzzare fiotti di sangue o si trattava della
sua energia?
Qualsiasi cosa fosse, presto quel liquido macchiò la stanza. Crollò
a terra col volto sul pavimento freddo.
Ancora quel dolore, quei dolori, centinaia di migliaia di colpi ricevuti,
ferite. Paura. La mente accecata da flash di puro terrore e follia.
Attacchi e lui che cercava la difesa come una preda in trappola.
Ed Enid che non accennava a terminare il suo furioso scontro.
Gli occhi gli bruciarono.
Stava piangendo?
«Lord Gaul VII, il vostro "giovanotto" e i suoi uomini
stanno molestando gli esseri umani» biascicò un vecchio Drago
Celeste.
«Provvederemo a farlo rientrare nei ranghi...» rispose secco
Lord Gaul «Piuttosto, qualè il vero motivo di questa
riunione?»
Cinque Draghi Celesti e altrettanti Occulti sedevano a un tavolo lungo
illuminato debolmente da candele. La stanza era ricoperta di arazzi e
dalle finestre alcuni lampi rischiaravano di tanto in tanto i volti dei
presenti accompagnati da tuoni. Fra i vari volti dei Celesti, Reznor riconobbe
quello di Mustis, patriarca di Galder, numerose rughe scavavano il suo
volto nascondendo dei brillanti occhi azzurri e profondi. Indossava un'elegante
toga ornata con le insegne del suo dio e aveva lunghi capelli bianchi
come alabastro. Egli esisteva praticamente dall'inizio dei tempi e quella
era l'immagine che dava. Indubbiamente una creatura dai poteri immensi.
Anche le sue ali erano più grandi e maestose di quelle di ogni
altro drago presente, seppure fossero chiuse e vicine al corpo. Era di
comune uso fra Draghi Celesti e Draghi Occulti, di mantenere per lunghi
periodi una forma umana dotata di ali e coda. Era una tradizione che risaliva
ai tempi in cui le sedute diplomatiche dei Draghi avvenivano con creature
come esseri umani o elfi. I draghi in genere mantenevano le ali e la coda
per distinguersi dagli elfi ai quali, in forma umana, somigliavano profondamente
per lineamenti ed eleganza. Lord Reznor era l'unico drago senza ali e
coda presente alla seduta.
«I Demoni acquistano potere... e noi Draghi Celesti abbiamo bisogno
dell'Artemide.»
Disse infine in tono secco il patriarca.
Lord Gaul rise sommessamente.
«Dare quell'arma a voi Celesti sarebbe come rivelare i segreti della
Magia Nera a un bambino...»
Gli sguardi dei Celesti s'infiammarono. Il patriarca invece rimase impassibile
a fissare Gaul.
«La nostra linea di pura neutralità continuerà a prescindere
dalle vostre azioni, noi non muoveremo un dito» concluse risoluto
il Sovrano dei Draghi Occulti.
«E allora dateci quell'arma! I Demoni tremerebbero al solo sentirne
parlare!» Ribatté il più giovane dei Sovrani dei Celesti.
«Ci dispiace Lord Safedi... ma, né voi né altri, avranno
l'Artemide.»
«Vi state scavando la fossa da soli» sentenziò il rappresentante
dei Draghi di Ithos.
«Correremo i nostri rischi, se è per i nostri ideali.»
Dante se ne stava con la testa appoggiata su una mano e lo sguardo assente.
«Lei non è interessato alla conversazione?» lo interpellò
un terzo Drago Celeste.
«Ha centrato il punto» rispose indifferente.
«E come mai?»
Dante si limitò a fissarlo negli occhi per qualche istante, per
poi tornare al suo dolce far nulla.
Il Celestiale si inalberò: «Allora congedatevi se non siete
disposti a dare una mano ai vostri fratelli! E non fatevi più rivedere
nei nostri territori.»
«Certo, prima siamo gli odiosi Draghi Occulti chiusi nel loro credersi
superiori, poi diventiamo i vostri fratelli ingrati? Siete patetici.»
Poche parole dette con un sorriso sarcastico.
«Lord Reznor, se lei è qui ancora vivo lo deve solo a Lord
Gaul, lo tenga bene a mente.» Parlò per la prima volta Lord
Mustis con tono tagliente.
Dante rispose con un composto cenno di assenso del capo.
D'un tratto la porta della sua camera si aprì ed Enid entrò
con lenti e misurati passi.
Coral, ancora a terra tremante di dolore, si accorse di lei solo quando
vide le sue cavigliere dorate davanti ai suoi occhi.
Provò a dire qualcosa ma non ci riuscì.
«Lo so» rispose semplicemente lei. Poi uscì dalla stanza.
Le lacrime ripresero a scorrere ma di rabbia. Pura furia. Era stata lei
a ridurlo così nel corso di un terribile allenamento che lui aveva
ricominciato a ricordare solo insieme al dolore che provava. Enid sapeva
che era in quelle condizioni e tutto quello che era stata capace di dire...
Serrò i denti e si alzò sulle braccia. Continue fitte di
dolore lo attraversavano come aghi. Cercò di alzarsi in piedi,
poi svenne.
Quando il demone si risvegliò si sentiva bene. Il sonno attraversato
dagli orrendi incubi dello scorso combattimento si era interrotto d'un
tratto.
Avvertì immediatamente il profumo esotico di Enid.
Aprì gli occhi.
La donna era seduta a terra le gambe leggermente distese su di un fianco.
La testa di Coral era appoggiata sulle sue gambe, la donna gliela cingeva
delicatamente con le braccia.
Il profumo e quel calore e tutto intorno il suo sangue.
Desiderò che quel momento durasse in eterno.
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