Undicesimo Episodio: God’s Away on Business  


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«Il combattimento si è risolto in favore del ragazzo dai capelli lunghi… credo di aver capito che si chiamasse Dante… »
Il volto di Enid rimase impassibile.
L’energia di Coral non accennava a stabilizzarsi… il Demone Maggiore non sapeva nemmeno se ce l’avrebbe fatta a rimanere visibile al cospetto del suo superiore.
«Prima di sferrare il colpo di grazia comunque Dante si è infuriato… successivamente ha dato fuoco all’intera casa… è stato in quel momento che sono stato attaccato.»
Un sopracciglio di Enid ebbe un guizzo. La donna rimase silente.
«Non sono riuscito a comprendere la sua tecnica di combattimento ma sembrava immune ai miei poteri… così dopo alcune schermaglie in cui si è dimostrato più pronto di riflessi, ho deciso di evitare lo scontro con un diversivo… e sono tornato qui… il ritardo è dovuto al tempo che mi ci è voluto per acquistare nuove forze…»
«Sei sfuggito a Dante?»
Coral chiuse gli occhi impaurito, ma il marmo che fissava sempre quando era inginocchiato gli rimaneva in testa come a fargli presente che non bastava chiudere gli occhi per sparire da quella conversazione. Aveva il fiatone, la bocca secca e sudava freddo. Tutto parte del suo travestimento da umano pensò; fin troppo verosimile…
«Sono mortificato mia Sovrana… ma era una lotta impari… e il compito che mi aveva affidato era di raccogliere informazioni non di interferire in alcun modo con la situazione…»
Attese per lunghi istanti una risposta temendo il peggio. Poi sentì qualcosa che lo stupì.
«Sei stato bravo, Coral… »
Sussultò, non credendo alle proprie orecchie.
«Sei stato molto bravo Coral, hai agito nel migliore dei modi nonostante fosse la tua prima missione esterna e nonostante le cose non siano andate per il verso giusto.»
Il tono di Enid era sempre perentorio… ma era una fermezza che aumentava il valore dei complimenti.
Coral per qualche istante non si sentì più vivo… ma semplicemente in pace col mondo.


Dante accompagnò Noah fino all’entrata del castello, di lì lo salutò con un sorriso beffardo.
Il ragazzo borbottò qualcosa accendendosi un’altra sigaretta. «Stupido tizio col cilindro…»
Aspettò qualche minuto, poi aprì il baule in direzione del castello e dal baule partì una sfera infuocata che polverizzò un campanile che si inerpicava a metri e metri d’altezza.
«Figlio d’un cane…» sibilò controllando che nel baule ci fosse di fatto il mithril pattuito. «“Un uomo di parola”» ripeté imitando il tono di Dante «… stupido uomo di parola col cilindro…»
Arrivato davanti alla scialuppa con la quale era arrivato, si tolse di spalla il baule e lo posizionò sulla barca.
Inutile dire che il peso del baule affondò la nave schiacciandola sul basso fondale della costa.
Il ragazzo si bloccò per qualche istante... poi realizzò.
«Cazzo!! E ora come ci torno sulla Northern Star??»


Wein fece un po’ di manovre per far passare la balestra per la stretta scalinata che saliva ai piani superiori. Condusse la ragazza fino alla camera di lei per permetterle di cambiarsi.
Mentre lei era dentro si precipitò nella sua stanza per disfare il letto e renderla “usata”.
Tornò giusto in tempo per vedere Teiris uscire dalla stanza in perfetto ordine.
«Credo che non ci siamo ancora presentati… il mio nome è Teiris Lephrea Kursh… e sono una sacerdotessa di un antico culto…»
Wein trattenne con furia la voglia di saltare addosso alla ragazza ora avvolta in vestiti che non facevano onore al suo splendido corpo.
«Ehm… piacere madamigella Lephrea Kursh… il mio nome è Wein Swilftlafde» provò a dire mordendosi la lingua.
«Il piacere è tutto mio signor... Wein…» sorrise gioviale la ragazza…
Il ragazzo ancora una volta represse l’istinto di spingerla nella stanza e chiudere la porta… erano ragazze che andavano trattate con più riguardo… doveva puntare sulla tattica che aveva deciso…
La condusse nella sua stanza… la balestra occupava gran parte della zona calpestabile… non trovava mai un posto dove metterla…
La ragazza si sedette sul letto e prese a frugare nel vestito per cercare la lettera…
«Cercate questa?» Disse Wein sventolandola in una mano…
«Oh! Certo! Deve essermi caduta mentre tornavo in camera... che sciocca…» ribatté Teiris senza pensare minimamente che Wein gliel'avesse sottratta al volo mentre salivano le scale.
Il ragazzo diede una sistemata alle lenzuola e riprese il discorso…
«Si… ho usato questa lettera e l’obolo per poterle dimostrare l’indomani che ero stato io ad averla salvata… la calligrafia è la mia… e quanto all’obolo… vede… ne ho un altro…»
E mostrò l’obolo che in realtà aveva sottratto dietro lauto pagamento al locandiere…
«Già… sembrate essere voi… non ho mai visto una moneta del genere…» la ragazza fissò la moneta passandosela fra le mani… poi riprese …«come mai non avete potuto portarmi voi stesso nella locanda?»
Wein si grattò la testa…«ehm… sono stato impegnato a soccorrere altra gente… immagino saprà di ieri sera… visto che voi non eravate del villaggio ho agito così… l’oste non c’era…»
«Cosa è successo ieri sera?»
«L’attacco dello Wyrm…»
«Oh no! Di nuovo!» esclamò preoccupata la ragazza.
«Già una vera catastrofe… vedo con piacere che lei comunque sta bene… »
«Beh si…devo aver avuto un mancamento… mentre…»
«Mentre???» incalzò Wein…
«Beh… ovviamente mentre fuggivo dallo Wyrm… non riesco ancora a capire come voi abbiate fatto a salvarmi… e poi…che fine ha fatto il ragazzo che era con me?»
«Ehm ero anche io in viaggio e vi ho… incontrati… lo Wyrm… è arrivato in città per la seconda volta ieri sera distruggendo un intero quartiere… » Wein fece mente locale…«credo stesse proprio inseguendo un ragazzo ora che mi ci fate pensare… magari era il ragazzo di cui parlate… dato che quando vi ho trovata non l’ho visto…»
«Era vestito di nero?? Con una alabarda???»
«Certo, certo… lo stavo per dire …si chiama Astea credo…» aveva lo sguardo fisso in alto e si grattava una tempia per ricordare…
«Si si! Astea! Che ne è stato di lui??»
Wein serrò il pugno in segno di vittoria. C’era cascata con tutte le scarpe…
«Lo hanno giustiziato stamattina.»
«Sacro Galder!»
Wein si affrettò a mettere le mani avanti sorridente… «ehm ma non preoccupatevi! Si è salvato! La ghigliottina si è inceppata a metà strada e poi qualcuno è salito sul patibolo e l’ha portato via!»
«Come?»
«Ehm si… pressappoco è andata così…»
«Ho come una sensazione di deja-vu…» commentò Teiris grattandosi la testa sorridente.
«Come?»
«Ehm no niente niente… la ringrazio infinitamente per avermi portato in salvo… ma io devo raggiungere quel ragazzo…»
Wein si rabbuiò.
«C’è qualcosa fra voi due?»
La ragazza notò il cambiamento di espressione (e le orecchie allungate a lutto) di Wein. «Ehm no no si figuri… è che quel ragazzo è cieco e io ero la sua accompagnatrice… insomma… non so cosa potrebbe succedere... come mai quella persona è intervenuta per salvarlo??»
«Sono spiacente ma credo di non poterla aiutare in questo senso…»
«Avanti non sia formale… mi chiami Teiris e mi dia del “tu”.»
«Va… va bene Teiris… dicevo… non so come mai quella persona abbia portato via questo Astea…»
La ragazza portò una mano alla bocca e si fermò in riflessione cercando di capire cosa poteva essere capitato ad Astea…
Wein fece per avvicinarla di soppiatto ma la ragazza si alzò di scatto affibbiandogli una testata in pieno mento.
«Devo inseguirli! Oh! Mi scusi infinitamente!!!!»
«Ehm non preoccuparti Teiris… e dammi anche tu del tu…» la rassicurò Wein mentre si massaggiava la mascella…
La ragazza si sincerò che il tipo fosse a posto… poi fece per uscire dalla camera…«bene Wein grazie ancora per avermi salvata, non so proprio come avrei potuto farcela senza di te… ora però devo assolutamente raggiungere Astea… non so cosa gli potrebbe accadere nelle mani di sconosciuti…»
«Comprendo il tuo tormento… e mi offro di accompagnarti in questa nobile missione…» provò a dire Wein… era stato troppo pomposo? Ormai l’aveva detto però… trattenne il fiato.
«Oh ma sei così gentile! Ci fossero più persone al mondo come te!!!» Ringraziò la ragazza uscendo dalla stanza.
«È fatta… » Commentò Wein prima di seguirla fuori.


Quando ritornò in sé Coral era ancora in quella situazione di benessere scaturita dalle ultime parole del suo capo, Enid era a pochi passi da lui, in piedi.
«Alzati Coral…» gli disse con un tono diverso, più accomodante.
Il demone si alzò in piedi ma barcollò, allora Enid si avvicinò con un movimento sovrannaturale, lo afferrò per le braccia e lo rigenerò completamente in pochi istanti.
Fu come un grosso respiro dopo minuti di apnea. Si sentì di nuovo in forze.
Alzò lo sguardo sul volto di Enid, era incredibilmente bella e gli reggeva le braccia.
La donna lo lasciò andare e lo sorpassò.
«Vieni… andiamo a cena.»
Cena? Risuonò una voce nella testa di Coral. I demoni mangiavano?


«… andiamo idiota… vieni che ti riporto io sulla nave…» tagliò corto una voce femminile.
«cos- ah! Salve capo!!» sorrise gioviale Noah salutando una figura nella nebbia qualche metro sopra di lui.
Si sentì sollevare da terra insieme al baule e volare verso la nave.
Non ci avrebbe mai fatto l’abitudine alla magia… volò irrigidito fino a che non rimise piede sul legno della Northern Star.
«Ah…casa dolce casa…» esclamò. Dalla nebbia uscirono dei marinai con una sorta di carriola e in quattro portarono via il baule.


Astea si agitava nel sonno… beh si…non si poteva definirlo svenuto dato che russava e ogni tanto biascicava qualche parola senza senso.
Ovviamente il tutto sopra la spalla di Manoa che lo portava alla stregua del sacco in cui riponeva le sue cose.
«Se continua a muoversi così prima gli spacco la spina dorsale e poi proseguo…»
asbd asbd asb-stop
«Oh…ora si ragiona…»
La ragazza aveva corso nella foresta per seminare gli inseguitori. Nel sacco si erano piantate un paio di frecce poi era riuscita a distanziarli.
Non sapeva esattamente dove si trovasse adesso… ma valutò di essere abbastanza lontana da poter depositare il pacco postale per riposarsi… quella corsa era stata massacrante…
Depositò a terra Astea in una piccola radura… poi si sedette ansante.
Riallacciò i bottoni del vestito… e si voltò di scatto verso Astea… gli sembrava si fosse mosso…
Lo fissò per qualche istante… poi riprese ad allacciare i bottoni.
Prese in mano la sua alabarda… era meno pesante di quanto si potesse pensare. L'arma era ben bilanciata nonostante le forme gigantesche. Cercò di controllare che non avesse pezzi in legno, ma non ne aveva.
La forma della lama era strana, c'erano delle curiose scalanature e alcune forme arrotondate… in fondo al manico, alla base, c'era una sfera anch'essa metallica che forse serviva da bilanciere per il peso della lama, e come strumento di offesa in caso di accerchiamento. Con quelle forme non poteva che essere un oggetto da ornamento eppure sembrava studiata come un'arma effettivamente utilizzabile da qualcuno.
La guardò ancora per un po’… poi si strinse nelle spalle, la posò per poi appoggiarsi seduta con la schiena a un albero a riposare.


Quando Manoa si svegliò si trovò alla distanza di pochi centimetri il faccione curioso di Astea, le sue mani erano sulla sua faccia.
In una frazione di secondo si rialzò con una spazzata verso l'alto e in piedi agitando un pugno verso il ragazzo sbraitò: «Che ti passa per la testa idiota?!»
Astea, colpito dalla spazzata, al tappeto qualche metro più in la, alzò la mano verso l'alto salutando.
«Ehm... ciao... io sono Astea! Ci conosciamo?»
«Cos...? Ehm no no... non credo... che stavi facendo con le mani sulla mia faccia?»
«Vedevo come eri fatta...»
Manoa scosse la testa, «e sei scuro di avermele passate solo sulla faccia?»
«È vero! non ci avevo pensato!» constatò Astea battendo un pugno sul palmo dell'altra mano mentre s'issava a sedere. «Potrebbe essere un'ottima scusa per palpare le ragazze!!»
Manoa gli affossò la testa a terra mentre le orecchie da elfa sfarfallavano seccate.
«Ma la vuoi smettere idiota?»
«Cosa?» rispose lui innocente staccando la testa da terra.
Manoa per la prima volta lo guardò seriamente. Quella faccia da ragazzo... che non sembrava essere stata toccata dagli orrori della guerra; quegli occhi chiarissimi che fissavano il vuoto dietro di lei...
«Di un po'...ma tu sei veramente uno dei due Ingram di Shaen?»
«Beh non so se ce ne sono solo due... magari ho qualche altro omonimo... però si... io mi chiamo Astea Ingram di Shaen...»
La ragazza raccolse il cappello che era volato via al ragazzo, lo spolverò per poi passarglielo.
Fu allora che si accorse di una freccia che si era piantata nel sedere di Astea.
«E quella cos'è?» gridò.
«Cosa cosa?? » Astea si guardava intorno agitato.
«Hai una freccia nel didietro!!»
«Per il Mana la mia verginità!!» Astea prese a correre per la piccola radura con dietro Manoa che cercava di acchiapparlo per levargliela.
Non ci mise molto dato che Astea si schiantò contro il primo albero abbastanza grosso da fermare la sua corsa...


Wein camminava di fianco a Teiris.
La ragazza si era rifiutata di ammollargli il suo zainone... tanto più che fuori dalla città avevano ritrovato il somaro...
«Davvero? Deve avere la fortuna di un demone quel ragazzo se ogni volta riesce a salvarsi dalle esecuzioni...»
«In effetti è un tipo strano... quando lo stanno per fare fuori non sembra mai essere disperato... o spaventato... o preoccupato... sembra contento... felice... e ogni tanto attacca pure a parlare con un amico invisibile o qualcosa del genere...»
Lo sguardo di Wein si fissò sulla strada che scorreva sotto i loro piedi con apatia... poi la ragazza si sporse in avanti per vedere la sua espressione e lui ritornò immediatamente sorridente...
«Qualcosa non va Wein?»
«No no... pensavo... a quale potesse essere la ragione per desiderare la morte in quel modo... è pazzo?»
«Non lo so... certo... ha le sue manie, forse sarebbe meglio chiamarle perversioni… mangia come un dannato...ed è magro come un chiodo... però ogni qual volta che c'è stato da combattere, nonostante abbia fatto storie, ha sempre finito col dare una mano... anche per salvarmi... come nel caso dello Wyrm...»
«Combattuto? E come combatte? Non mi avevi detto che era cieco?»
«Ehm beh lo è... ed è anche abbastanza maldestro... solo che quando combatte cambia espressione... e sembra saperci veramente fare... ha ucciso un Drago Occulto e quello Wyrm...»
Wein si grattò una guancia con un sorrisetto scemo... «però... un Drago Occulto e uno Wyrm...»
«Già... incredibile vero? E poi non sembra proprio il tipo da rissa...»
Wein rimase per qualche istante silenzioso... poi riprese la parola..
«Ma basta parlare di questo Astea... sono sicuro che lo ritroveremo quanto prima! Piuttosto... come mai tu viaggi con lui?»
«Ecco... è per un favore che gli devo... lui mi ha chiesto di accompagnarlo... la nostra prima destinazione era l'uscita dal Ducato di Sadon... dove a detta sua lo impiccano troppo spesso...»
«Lo impiccano troppo spesso? Ma non era lui quello che voleva morire?»
Teiris fissò lo sguardo nel cielo come a riflettere.
«Boh non ci capisco nulla nemmeno io ora che mi ci fai pensare!» Sorrise.
Era così bella.


Una triste melodia lontana risuonava per le aule vuote del castello di Dante. Erano le note di un violino.
Era Dante a suonarlo in una camera attrezzata dall'acustica perfetta.
Dopo qualche minuto l'archetto scivolò sulle corde con un suono sgraziato.
«Maledetto Gaul... tenermi nascosta una cosa del genere...»
Dopo un po' rimise a posto il violino in una custodia di legno dall'interno di velluto rosso e se ne andò in giro per il castello fino ad arrivare nel salone dove scioperavano i suoi servitori: la mensa.
Quando arrivò tutti si zittirono.
«Se fate un altro istante di sciopero vi renderò esseri così grotteschi e angoscianti che mi supplicherete di uccidervi.»
Dalla mensa lentamente cominciò una processione silenziosa di lavoratori che tornavano al loro posto.
Dante avvicinò il siniscalco.
«È necessario ricostruire il campanile... quel dannato idiota di Noah l'ha raso al suolo.»
Il vecchio annuì prima di andarsene.


«HAHAHA! E così gli ho polverizzato un campanile!!»
Proclamò Noah mentre sei pirati, di cui due donne ascoltavano il suo racconto.
Tutti scoppiarono a ridere pensando alla faccia che probabilmente aveva fatto Dante nell'istante del botto.
«HAHA stupido tizio col cilindro!!!»
«Noah, l'ancora, salpiamo» comandò poi una voce femminile. La nebbia era ancora fitta
«Aye aye capo! » rispose pronto il ragazzo accennando appena il saluto marinaresco toccandosi la fronte prima di precipitarsi sotto coperta.
In tutta fretta entrò nella stanza dove c'era l'argano per l'ancora, ma invece di mettersi a girarlo, semplicemente afferrò la catena d'acciaio i cui anelli erano lunghi come un suo avambraccio e prese a tirare con forza.
«Ma non gli avete detto come si usa l'argano?»
«Si lo sa... ma dice che per lui è più comodo così...» commentarono due dell’equipaggio affacciandosi nella stanza.

Una ragazza dai capelli legati alle estremità in numerose ciocche lisce e fissati da una fascia, sedeva su una comoda poltrona davanti a Noah, anch'egli seduto su una sedia meno pregiata. I lineamenti della donna erano induriti dal comando, ma conservavano una bellezza quasi fanciullesca.
«Un rapporto dettagliato Noah... comunque permettimi una curiosità...»
«Si capo?»
«Perché ti sei fatto picchiare da quei draghi nell'ultima residenza del Drago Occulto che hai visitato? Non potevi pensare alle piume e basta?»
«Ehm ecco... un motivo c'è... mi ero perso...»
La donna ebbe un tic al sopracciglio, una lunga cicatrice le attraversava il volto affascinante passando sopra il suo occhio destro senza intaccarlo.
«Ti eri perso?»
«Si... mi ero perso e non trovavo il tizio... e allora mi sono detto... se faccio un gran casino lui arriverà di sicuro e mi risparmierà un sacco di tempo e ciocche di capelli...»
«Ciocche di capelli??»
«Ehm quella è un'altra storia...»
«Beh puoi andare... hai fatto un buon lavoro come al solito...»
«C'era da dubitarne?» rispose sornione il ragazzo.
«Credo di no...»
«Beh capo allora me ne vado in camera a fare un pisolino se non c'è bisogno di me...»
«Vai vai... e salutami gli amichetti...»
«Certo lo farò!»
Noah scomparve chiudendo dietro di sé la porta.
La donna si alzò in piedi e indossò un pesante giaccone lungo dalle maniche coi risvolti e con le spallucce da capitano. Sulla schiena compariva lo stesso simbolo che campeggiava sulla bandiera della nave: una grande e luminosa stella, la stella del nord. Sotto indossava una camicia da due soldi con un foulard nel colletto, poi un busto di pelle legato sui fianchi. Il busto scendeva fino alle cosce dividendosi in due pesanti lembi di stoffa. Mentre si avviava verso il ponte, le gambe facevano alternativamente capolino fra i due lembi, fasciate da alti stivali che le arrivavano fino al ginocchio.
Arrivata sul ponte diede un'occhiata ai presenti per poi impartire pochi, chiari ordini. Scomparve di nuovo fra le nebbie.
Noah si accese una sigaretta, scese di un altro piano, per poi arrivare a una porta in corrispondenza con le stanze del capitano al piano superiore.
Aprì la porta e ci fu una strana luce ad accoglierlo.
«Ah...casa dolce casa...» sibilò soddisfatto a denti stretti per non far cadere la sigaretta.
«Il capo vi manda i suoi saluti, ragazzi» esclamò, dopo aver messo piede nella stanza.
Con un colpo secco della mano si richiuse la porta alle spalle.
Un tonfo sordo condannò la seconda ciocca dei suoi capelli al suo triste destino.
«Ma porc...»
Fu costretto a rovinare la maestosa entrata che si era preparato per il suo silenzioso e fedele pubblico.
Riaprì la porta, recuperò i suoi lunghi capelli bianchi e poi la richiuse di nuovo, facendo molta attenzione.


La stanza era qualcosa di inconcepibile.
Probabilmente la più perversa emanazione di una mente traviata e distorta.
Il sogno di una personalità ormai in preda alla follia più furiosa.
Rosa.
Rosa pesca. Rosa confetto. Rosa antico. Rosa corallo.
Rosa ovunque, nelle sue innumerevoli e diabetiche sfumature pastello.
La stanza era avvolta nella luce morbida e delicata di centinaia di minuscole figure che abitavano la camera in ogni suo più impensabile spazio.
Erano ovunque e tanti. Tutti rosa.
Conigli rosa con qualche eccezione bianca. Conigli di peluche rosa.
Ce n'erano quattro, piccoli e paffutelli accatastati gli uni sugli altri proprio accanto alla porta. Noah ne recuperò uno al volo, mentre appoggiava la sfortunata ciocca dei suoi capelli bianchi sulla scrivania, sulla quale troneggiavano altri conigli. Erano di ogni genere e forma. Le uniche caratteristiche che rimanevano sempre invariate erano quel colore preoccupante e gli occhietti rotondi, neri e lucidi che suscitavano inarrestabile e inopportuna euforia in chi li fissava. Sopra il piano della scrivania se ne contavano almeno una decina. Due più grossi sedevano al centro, uno vestito da temibile pirata, con il cappello nero e una sfiziosa gamba in vero legno. Insolitamente due zampette ricurve erano aggrappate sulla sua spalla sinistra ma, inquietante a dirsi, l'ipotetico pappagallino era mancante. L'altro enorme coniglio era una ballerina, con tanto di tutù - rosa - e scarpette in tinta. Intorno a loro, nugoli di coniglietti più piccoli erano appoggiati ovunque e lasciavano soltanto lo spazio per un paio di fogli, calamaio e penna.
«Hum... tu sei nuovo se non sbaglio» commentò serafico Noah che vagava con lo sguardo per la stanza, parlando al coniglio ma senza prenderlo realmente in considerazione. Quello che aveva fra le mani era un piccolo esserino rosa confetto che stringeva tra le zampette pelose un uovo e sorrideva beato tra le dita magre e leggermente arcuate di Noah. Il ragazzo gli lanciò un'occhiata traversa, con un sorriso da squalo e le unghie un po' troppo affondate nel pellicciotto morbido del peluche. «Vieni, vieni fratel coniglietto...» esclamò, cantilenando mentre si aggirava nella stanza in cerca di un posto adeguato al suo piccolo ospite teneroso.
Era un angolo di nave decisamente molto spazioso per essere la cabina di qualcuno diverso dal capitano. Composta da due quadrati distinti, la cabina era divisa da due esili piloni di legno, distanti abbastanza per stendervi in mezzo una tenda di broccato pesante, avvolta sui due lati ai piloni come il sipario di un minuscolo teatrino di burattini. Al di là del fantasioso palcoscenico si poteva scorgere un basso letto a due piazze di legno chiaro, sul quale avevano trovato rifugio altri di quei pupazzi festosi di cui uno, decisamente più strano degli altri, sembrava la fotocopia animalesca del suo padrone.
C'era anche un piccolo divanetto e un basso tavolino, con al centro un portacenere pieno e qualche bottiglia vuota che faceva capolino tra un orecchio bianco e qualche codino peloso.
Ai muri decine di mensole, contro le pareti almeno quattro cassettoni di stili completamente diversi che cigolavano strazianti a ogni beccheggio della fregata e che, a giudicare dagli strani bagliori e dai riflessi che ogni tanto si vedevano attraverso i buchi di tarlo, non dovevano contenere niente di diverso da ciò che era comunque sparso per tutta la cabina.
In generale si aveva l'idea che ignorando la quantità di superficie disponibile, Noah si fosse circondato di tutto ciò che gli piaceva, cosicché lo spazio sembrava essere stato inghiottito dai mobili e dalle suppellettili che si affollavano le une sulle altre.
Era una stanza piena, dall'aria abbandonata eppure senza un filo di polvere. Così che presentava il disordine di una soffitta mai visitata e la pulizia e la cura di una stanza costantemente vissuta dal suo occupante. Un disordine caotico. Oppure un caos ordinato a seconda di come la si voleva vedere. Il tutto condito dal numeroso esercito di rosei roditori.
Noah finì la sua sigaretta, spegnendola nel posacenere e si gettò sul letto in un tripudio di zampette e baluginanti occhietti neri. Disteso sulle coperte, con le scarpe a infangare la base delle lenzuola.
Sollevò il coniglietto con entrambe le mani sopra di sé e lo mosse avanti e indietro, fingendo che camminasse. « È tardi, è tardi ormai!» gracchiò, a gengive scoperte, assumendo uno sguardo allucinato e decisamente poco rassicurante. Chiunque fosse entrato in quel momento - ammesso che fosse riuscito a superare lo shock traumatico del rosa - avrebbe visto un ragazzo alto poco più del metro e novanta, disteso sul letto nella grottesca imitazione del bianconiglio. « È tardi, è tardi ormai!» ripeté. «La regina mi farà tagliare la testa!»
Il peluche si fermò, a mezz'aria, stretto tra le grinfie di Noah che lo fissava. Il suo sorriso si allargò, storto e asimmetrico conferendogli un'aria decisamente sinistra. «Mi farà tagliare la testa...» mormorò, guardando un punto non meglio definito oltre il coniglio.
Si sentì il rumore sinistro di una spada sguainata. Due istanti dopo, sotto i dentoni bianchi del simpatico coniglietto apparve il riflesso di una lunga katana. «Sei in ritardo, caro il mio bianconiglio...» sentenziò Noah «... tremi dunque... non avresti dovuto fare ritardo.»
Il coniglio, limitato dal suo essere inanimato, continuò a sorridere anche mentre il tipo gli puntava la spada alla gola. "Non è stata colpa mia. È stata colpa di Alice" gracchiò Noah.
«Alice?» continuò poi, con la propria voce.
«Si Alice, signore!» gracchiò ancora. «Alice! Quella putt-»
La lama quasi tagliò il collo del coniglio. «Suvvia Bianconiglio. Non essere scortese, la signorina avrà avuto i suoi motivi» fece una pausa, poi quasi strozzò il coniglio con una mano. «ALICE HA SEMPRE I SUOI MOTIVI!!» gridò alla fine, con gli occhi sgranati «MALEDETTA ALICE! E TUTTE LE COLPE RICADONO SUL POVERO CONIGLIO! È SEMPRE COLPA DEL CONIGLIO
Lanciò la katana con violenza davanti a sé. La lama si piantò diretta nella parete di fronte, continuando a ondeggiare con un rumore di morte. Noah emise qualche sospiro ravvicinato, cercando di ritrovare la calma. «Benvenuto fratel coniglietto...» concluse quindi rivolto al coniglio con il suo sorriso deviato. «Il capo saluta anche te...»


Coral se ne stava seduto in maniera scomodamente composta a un capo di un lungo tavolo in attesa. Numerosi candelabri illuminavano timidamente la grande stanza. La tovaglia era bianca con pochi ricami sui risvolti, davanti a lui un numero incalcolabile di posate bicchieri e piatti di ogni tipo.
Era uno sforzo di memoria non indifferente riportare alla mente i libri della biblioteca del castello… non poteva dire di averli ancora assimilati tutti correttamente…
A ogni modo il libro sul galateo scritto da qualche lord noioso di Ithos gli tornò subito alla mente. Sospirò in paziente attesa. Dopo un paio di minuti si incantò a fissare il proprio vestiario: quel lungo mantello, la toga aperta ai lati di modo che non lo intralciasse nei movimenti, quelle maniche lunghe in cui in realtà poteva far sparire pressoché ogni cosa... non erano certo abiti da cena… ma al capo piacevano quelli… altrimenti non glieli avrebbe creati così…
… forse però la situazione era diversa… in fondo l’aveva fatto vestire di tutto punto per presentarlo agli altri Demoni Sovrani…
Indeciso sul da farsi quasi non si accorse di Enid che con passi leggeri da felino entrava nella sala con gli aperitivi. Era vestita di una lunga veste da sera, con uno spacco vertiginoso.
Non doveva essere lui, il subordinato, a cucinare? Farlo fare a lei lo metteva tremendamente in imbarazzo… si parlava anche di garbo con le donne nel galateo… e far fare tutto a lei…
«Non devi preoccuparti di quelle stupidaggini…» parlò Enid entrando direttamente nei suoi pensieri…
«E poi questo è un regalo da parte mia… non devi sentirti ne imbarazzato ne fuori posto va bene?»
Coral fece appello a tutto il suo neonato self-control per non desiderare di sparire nello spazio cosmico… gli leggeva la mente… cosa doveva pensare? Alzò lo sguardo sul superiore cercando le parole giuste ma rimase calamitato dallo spacco della donna.
Ancora cinque passi e lei gli fu davanti.
Come una frusta tornò la coscienza che Enid poteva leggergli nel pensiero e che probabilmente aveva anche notato la sua attenzione alle gambe.
Cercò disperatamente di cambiare pensieri, arraffò l’aperitivo e lo vuotò dopo aver atteso che anche Enid bevesse.
L’alcool gli fece uno strano effetto dentro… era strano sentire acqua che gli entrava dentro... si sentiva una bottiglia… o un fontanile...
Enid sorrise e lui capì di nuovo che aveva letto...
«Ehm…. ottimo…» provò a dire per rompere il ghiaccio ma non c’era nulla da fare…
«Coral smettila di preoccuparti! Togliti quell’aria da elefante in una cristalleria e sii te stesso!»
Lo rimbrottò ironicamente la donna. Coral immaginò l’elefante nel negozio di cristalli… poi immaginò se stesso a cena con Enid e non poté fare a meno di riderne…
Enid sbuffò soddisfatta e si voltò dirigendosi nuovamente verso la cucina…
Ancheggiava appena, con grazia come solo una il Demone Sovrano della Lussuria e dell'Inganno poteva fare…
«Non ti ci abituare eh!? Quando imparerai a cucinare farai sempre tutto te e io me ne starò a dormire fino alle ore dei pasti va bene?»
Coral tornò semiserio.
«Sarò… ehm… felice di dormire per lei ehm... no con lei… cioè… di farla dormire mentre cucino… si… io…»
Stavolta Enid non resistette e sbottò a ridere sguaiatamente… la cosa affascinante era che nonostante la risata non perdeva quell’aura di tropici e sensualità che la circondava.
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