Tredicesimo Episodio: Gravity Eyelids  


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Noah chiuse in silenzio la porta della camera del capitano. Lei si era addormentata vestita sul letto. Beveva sempre quando lui le raccontava del suo passato… poi a un certo punto lei crollava addormentata e lui la sera dopo ricominciava da dove lei ricordava.
Dormiva serena, il petto si innalzava ritmicamente quasi a tempo delle onde della scia della nave.
Il ragazzo si passò una mano fra i capelli, la mano rimase impigliata in un nodo.
Tolse il cerchietto e provò in qualche modo a togliere il nodo. Niente da fare.
Dopo qualche minuto passato ad armeggiare si decise a tirare con forza.
Venne via, insieme a un bel po’ di capelli.
Si rimise il cerchietto e si incamminò verso le scale, poi si fermò.
«Veramente divertente» parlò una voce emergendo dall’oscurità.
«I miei capelli non sono affari tuoi. Piuttosto… non è un po’ tardi per una visita?»
Noah non rivolse lo sguardo alla voce rimanendo con lo sguardo fisso davanti a sé su nulla in particolare.
«Devo parlare con Ridley.»
«Capitano Ridley.»
«Devo parlare col capitano Ridley.» Dante fece per avvicinarsi alla porta ma Noah si frappose.
«Adesso non puoi. Sta dormendo.»
«È una cosa abbastanza importante.» Dante fece un altro passo avanti.
Noah di rimando sguainò con la destra la sua katana e la frappose parallelamente fra se e Reznor. Con l’altra mano reggeva il fodero di un’altra spada con l’elsa e il manico di una strana foggia.
«Non intendo ripetermi.»
Dante sorrise.
«Sei sempre il solito… mi piacerebbe avere uno come te al mio servizio…»
«Già… peccato che abbia scelto la bella addormentata di là…»
Dante si voltò e salutò di spalle. «A domani.»
Svanì dopo pochi passi.
Noah si accese una sigaretta. Poi fece retro-march, si fermò davanti alla porta del capitano, si sedette a gambe incrociate e finì la sigaretta.
Provò a prendere sonno, appoggiato di schiena alla porta.


Astea si copriva il volto spaventato mentre Manoa reggeva nelle mani una catena e una cinta stringendole come se le volesse spezzare.
«Che diavolo sono questi legacci!? Come diavolo si sciolgono?»
Il ragazzo tremava…
Manoa si accorse di averlo terrorizzato… e cambiò tono di voce...
«Astea… scusa se sono un po’… irruenta…» cercò le parole giuste, gli si avvicinò e lo baciò su un orecchio con dolcezza.
«e… e… eh...» sussurrò il ragazzo rilassandosi un po’…
«Come mai vai in giro legato come un salame??»
«Ehm… è una storia lunga…» provò a ribattere…
La ragazza ebbe un tic al sopracciglio… poi colta da ira omicida riprese ad armeggiare con il vestiario di Astea col solo risultato di legarsi anche lei come un salame…
«Che… che diavolo! Liberami!!!» urlò.
«Aspetta… non ti agitare…»
Il ragazzo prese in mano la situazione…
«… ora sposta la mano destra qua sotto…»
La ragazza ci provò ma sbagliò buco.
«no… non la… qua sotto…» continuò paziente Astea…
«Come fai a slegarmi essendo completamente cieco?»
«Sento i rumori… e tocco… le corde…» si affrettò ad aggiungere…
«Impressionante…»
«Ora l’orecchio destro… abbassalo e spostalo in parallelo al capo…»
… dopo qualche minuto era libera… e anche lui.
La ragazza lo guardò. Poi si stropicciò gli occhi e lo guardò ancora. Astea era vestito solo dei pantaloni adesso… su tutto il suo petto campeggiava uno strano tatuaggio sbiadito, intorno a lui catene e legacci erano ricomparsi in forma di presenze magiche… non proprio reali… non proprio inesistenti…
Il ragazzo rivolse lo sguardo verso il basso… indeciso fra l’imbarazzato e il mortificato.
Le catene le cinte e il resto erano a terra sopra la sua maglia… ma ne erano in qualche modo comparse altre, magiche…


Intanto a una ventina di chilometri di distanza un ragazzo dalle orecchie allungate se ne stava davanti al fuoco a ravvivarlo, seduto vicino al somaro... anche lui seduto.
Tutti e due a farsi caldo con un'unica coperta.
Il ragazzo aveva una enorme chiave d’oro piantata in testa… abbastanza in profondità da non dare l’idea di venire fuori con facilità. Il somaro aveva in testa un lungo cappuccio notturno verde con ponpon.
L’espressione di Wein era a metà fra lo sconfortato e l’imbronciato. Teiris se la dormiva della grossa invece. Era la seconda buona dormita che faceva da un bel po’ di tempo… senza Astea a romperle… e a farle gli agguati… o a piagnucolare…
Dopo un po’ Wein smosse il fuoco e ne estrasse qualcosa avvolto in alcune foglie verdi.
Il somaro allungò il muso interessato e anche l’espressione del ragazzo si tramutò in attesa spasmodica…
Aprì le foglie e dentro c’era una patata… provò ad addentarla… ma l’espressione ancora una volta fu eloquente… con sconforto profondo riavvolse il tubero nelle foglie e lo rimise sotto le braci…
«È ancora cruda…»
Il somaro sospirò.


Manoa continuava a fissare le catene immateriali intorno a Astea… poi provò a toccarle…rispondevano in qualche modo al tatto.
Afferrò una cinghia e la strattonò fra le mani. La sua espressione da stupita e comprensiva divenne sadica.
«Hum… sarà una bella variante non c’è che dire…»
Gli occhi di Astea divennero due palloni. «CHE?!»
La risata di Manoa risuonò per chilometri.
Certo… insieme alla urla di Astea.


La cena era finita, Kaviel se n’era andato. Dal colloquio di qualche ora fa Enid non aveva potuto fare a meno di notare un cambiamento nell’atteggiamento di Coral nei suoi confronti. Era più… felice.
Sorrise.
«Mia Sovrana?»
«Si?»
«Posso… posso lavarli io i piatti?»
La donna sorrise ancora. «Come vuoi, come vuoi… ho l’idea che se non sgobbi non ti diverti…»
Coral sorrise scivolando in cucina.

Non ci era voluto poco a lavare i piatti… erano state un bel po’ di portate… e poi nell’usare le pentole Enid aveva fatto in modo da rendere il compito di lavarle un’ardua prova…
Per quanto non s'intendesse granché di critica culinaria, Coral aveva mangiato delle vere prelibatezze… anche complicate da preparare, stando ai libri che gli tornavano alla mente…
Il demone sciolse il fazzoletto in testa che raccoglieva i capelli, ripose il vecchio grembiule rosa spiegazzato e diede una spazzata alla cucina prima di uscire, finalmente, a cuor leggero.
Non sentiva l’aura di Enid.
Camminando per arrivare alla sua camera si imbatté nel portone di entrata aperto.
Andò a vedere come mai fosse aperto e notò delle orme… sembravano di qualche grosso felino… ma era certo di poter affermare che non c’era pantera o tigre su quell’isola capace di lasciare impronte così grandi… si domandò se le tigri abitassero sulle isole tropicali.
Dopo un po' si scosse e decise di seguire la pista… sentiva qualcosa in quelle orme.
Si ritrovò fuori dal castello, i suoi passi si fecero man mano più veloci… e il loro rumore lo accompagnava nella notte insieme ai freschi aliti di vento. Il cielo era un misto fra il blu della notte e il riverbero soffuso di miliardi di stelle vicine e lontane… tutte visibili in quella meravigliosa isola.
Prese a correre veloce… incredibilmente veloce… fu quando arrivò in prossimità di un gruppo di pantere che si accorse che il rumore dei suoi passi era cambiato e ora era un ritmico alternarsi di due tempi.
Abbassò lo sguardo e si ritrovò delle zampe… zampe da pantera.
Solo adesso fece caso alla lunga coda che lo aiutava a mantenere una andatura armoniosa.
Annebbiato da centinaia di sensazioni nuove arrivò al cospetto del più grande felino di tutti. Conosceva quella strana e maestosa pantera… aveva decine di code diverse e dalla schiena possenti ali dipartivano in un piumaggio di colori del piccolo branco. Un branco di pantere! Un'assurdità.
Non ebbe il tempo di riflettere su quella figura, che la caccia iniziò.
Un branco di daini. Ne scelse uno… notò che le altre pantere lo seguivano. Il cuore prese a battere all’impazzata, sentiva forza, velocità e adrenalina pompare direttamente nella sua testa insieme a un misto di sete di sangue. Mentre correva la sua mente prendeva momenti di pausa sempre più lunghi in cui non riusciva a pensare ad altro che al battito del cuore della preda e degli zoccoli sul terreno soffice.
La sua velocità era superiore a quella di tutti gli altri. Gli sembrava di far parte di una orchestra affiatata e coordinata da un unico grande direttore, quella belva fantastica e gigantesca. Sentì l’orchestra prepararsi al gran finale, i rumori delle altre fiere intorno a lui divennero lontani e distanti mentre il tempo rallentava e si fermava sulla preda.
Poi il balzo. I suoi muscoli scattarono come una frusta e le zanne si chiusero come una tagliola sul collo della preda. Sentì il daino scalciare, dibattersi, ma sempre con meno forza… finché la vita calda non scivolò via bagnandolo del calore del sangue.
Nella notte le altre fiere, raggiunta una loro preda, iniziarono a cibarsi. Un rumore ipnotico.
Le pantere furono infine riunite di fronte alla nuova belva, saranno stati i riflessi della luce stellare o il sangue ancora caldo della preda che bagnava la bestia, ma sembrava che il suo manto scuro risplendesse di riflessi viola.


Ridley aprì la porta della propria camera vedendosi rotolare all’interno Noah ancora profondamente addormentato.
«Noah?»
«Aoh!»
Il ragazzo nonostante rispondesse continuava a dormire.
«Noah?»
«Aoooh!»
La donna gli mollò una pedata in testa scostandolo dall’entrata. Poi lo scavalcò e si diresse verso il ponte.
Continuò a dormire.
Ridley si allontanò scrollando le spalle.

Quando la ragazza arrivò sul ponte si fermò di fronte al timone a fissare il mare, non c’era nessuno, la rotta era fissa su una direzione. Diede qualche ampia boccata d’aria, poi si decise a parlare.
«Hai intenzione di stare li a fare il guardone oppure vuoi parlarmi?»
«Sempre acuto come al solito il capitano della Northern Star…» rispose Dante emergendo da un’ombra lunga della mattina.
«Tu invece non rinunci mai all’entrata in scena ad effetto…»
«Avrei voluto parlarti ieri bussando “semplicemente” alla tua porta… ma un testone coi capelli pieni di nodi mi ha sbarrato la strada…»
La ragazza sorrise.
«Ora mi spiego qualche suo strano comportamento…»
«Ovvero?»
«Ovvero l’aver passato tutta la notte a dormire appoggiato alla mia porta?»
Stavolta fu Dante a sorridere.
«Che caro…»
«Già… un vero tesoro…» constatò Ridley.
Un uomo della ciurma salì al timone e tolse il blocco correggendo la rotta di qualche grado e segnando le correzioni su di una piccola lavagna vicino al timone. La grossa bussola immersa in acqua girò lievemente, per poi tornare stabile.
«Serve una mano capitano?» chiese il pirata squadrando lo strano tipo apparso sulla nave, vestito con un cilindro, occhiali da vista e un completo nero con cravattino.
«No, grazie Shepard...»
Il tizio diede un’altra occhiataccia a Dante e poi se ne andò.
«Come mai passi da queste parti? T'interessa una romantica alba sul trinchetto della mia nave?»
«Hai frainteso, sono troppo antico per essere romantico, lascio il romanticismo ai giovani…»
La ragazza spostò lo sguardo su Dante, il suo lungo cappotto svolazzava alla fresca brezza mattutina.
«Sputa il rospo corvaccio.»
«Non essere impertinente.»
«Tsk!»
«Il mio educatore mi diceva sempre di non essere impertinente… passo sempre agli altri gli utili insegnamenti, è l’unico modo in cui riesco a servirmene, per me sono perfettamente inutili…»
La ragazza prese qualche istante per riflettere tranquillamente sulle parole del Drago.
«Brillantemente insopportabile come sempre…» concluse alla fine.
«Già… mi perdo sempre in chiacchiere e non arrivo mai al dunque… sono tremendo…»
«Sono tremendi i tuoi finti sorrisi…»
«Ma non sono finti, non posso nascondere la gioia nel vederti…»
«Allora “vedi” di girare sui tacchi e andartene, se era solo di questo che volevi parlarmi…»
«Non mi sento granché il benvenuto sulla tua nave… sarà che non sono un uomo di mare…»
«Già… e poi non sai che le donne portano sfortuna sulle navi?»
Il Drago Occulto sbuffò.
«Oh andiamo… non è da te fare apprezzamenti del genere…» e così dicendo si avvicinò di qualche passo.
«Hum… fammi pensare… forse sarà il fatto che vai in giro vestito da corvaccio sorridendo con aria di superiorità e con una vena di follia?» lei si allontanò.
«È vero… devo smettere di sorridere, così forse verrò preso più sul serio.»
Il drago fissò per qualche istante in maniera seria il capitano della nave. Lei era voltata di spalle ma intravide nella sua mente lo sguardo tagliente di Dante.
Trafitta.
Il drago riprese a sorridere.
«Ho ancora bisogno di voi.»
«Oh questa è bella…»
«A dire la verità ho vagliato altre ipotesi ma alla fine credo che solo voi facciate al mio caso…»
«Non vogliamo più soldi… siamo a posto…»
«Si… capisco... ma vedi… non ti sto proponendo un contratto... ti sto solo facendo presente che da oggi mi serve il vostro aiuto… che voi lo vogliate o meno.» La sua voce si era rifatta tagliente come il suo sguardo invisibile.
Ridley indietreggiò ancora e si voltò con sguardo di sfida.
«Gentile come tutti i sovrani dei Draghi Occulti...»
«Non sono stato io a cominciare…» le si era avvicinato più di quanto lei potesse immaginare… il drago alzò una mano sulla donna carezzandole il volto. «Così bella e così ostile…»
Rimasero immobili per qualche istante, non c’era nessuno. Ridley era sola, con la mano affusolata di Dante sul volto e il suo sguardo ipnotico ben fisso su lei. Era come attendere immobile sul picco di una montagna un turbine di tempeste che si avvicinano a vista d’occhio.
Si ricordò della sua magia… la sua mano prese a brillare mentre Dante continuava a far scorrere il suo sguardo ora distaccato, sul suo corpo…
poi…
«YAAAAWN!!» Uno sbadiglio apocalittico… altro che tempesta.
Dante per poco non cadde a terra, aggrappandosi al timone.
Noah aveva fatto capolino sul ponte sganasciandosi in uno dei suoi migliori stiramenti/sbadigli.
Il ragazzo si tese come una corda di violino per poi tornare normale con qualche altro verso strano…
«Aeeh! Yaah…»
La mano di Ridley smise di brillare.
Noah salì sul ponte e salutò Dante che ancora si reggeva al legno.
«Ciao tizio col cilindro… che ci fai aggrappato al timone? Mal di mare??» chiese guardandolo curioso.
Dante si ricompose dando qualche pacca sulla piega dei pantaloni.
«Nulla che ti riguardi…» tagliò corto Dante.
«Io credo di si… il signorino ha bisogno di noi…» ribatté Ridley.
«Oh beh… ci paga?»
«È questo il punto…»
«No» rispose serio Dante fissando Noah stavolta.
I due si fronteggiarono per qualche istante.
«Bene… direi che non abbiamo scelta. Accettiamo vero?» constatò Noah.
«Credo di si» rispose Ridley.
«Bene… sapevo che avremmo trovato un punto d’accordo…» Dante si sistemò gli occhiali sul volto. «Portatemi con voi. Sto cercando una persona…»
Noah inarcò un sopracciglio, poi portò la mano sulla katana.
Dante chinò il capo sistemandosi ancora gli occhiali sul volto, lo guardò con la coda dell’occhio, sorridente, come a invitarlo a colpire alla giugulare.
Ridley deglutì, poi Noah sfoderò la sua arma facendola volteggiare a pochi centimetri dalla gola di Dante, per poi oltrepassarlo e andarsi a piazzare a poppa, a fissare il mare.
I due lo guardarono in attesa…
Noah prese a farsi la barba con la katana.
Una ciocca dei capelli di Ridley le scivolò sul volto mentre Dante scuoteva la testa.
«Che diavolo ti salta in mente idiota!»
«Cosa? Mi sto facendo la barba? Ieri mi hai detto che pungevo!»
Dante socchiuse gli occhi fissando Ridley… ma la donna lo guardò con l’espressione di “NON SO DI COSA STIA PARLANDO!!
Allora Noah si rigirò e li fissò entrambi… «beh…che ho detto??»
«Nulla nulla… continua a sbarbarti…»
Il capitano rivolse l’attenzione a Dante…
«E come mai se cerchi qualcuno vieni sulla nostra nave?»
«Al momento non ho uomini di fiducia che possano aiutarmi… e il tipo che cerco è scaltro… si accorgerebbe di me se lo cercassi di persona… l’unica soluzione consiste nell'imbarcarmi con voi in incognito e raccogliere informazioni per quanto mi è possibile…»
Ridley soppesò i fatti.
«A una condizione.»
«Quale?»
«Se ti fingerai uno della mia ciurma dovrai esserlo a tutti gli effetti…»
«È ovvio… altrimenti il mio travestimento non funzionerebbe… »
Noah smise di farsi la barba e tornò indietro.
«Bene… allora come primo ufficiale di bordo ti ordino di andarmi a pulire la stanza… vai mozzo... e fa un buon lavoro… senza spostare le cose…»
Nel dirlo il ragazzo diede qualche affettuosa pacca sulla spalla destra di Dante, per poi dargliene una terza e una quarta come a spolverarlo.
«Bene… ricordatevi comunque che ho sempre un piano B» e così dicendo scese le scale. Quando ricomparve sul ponte erano cambiati i suoi vestiti. Adesso aveva dei pantaloni lunghi e una maglia larga. E… una benda sull’occhio.
Noah soffocò una risatina
Dopo qualche tempo Ridley parlò.
«Il piano B è quello che penso io?»
«Beh credo di si… ci ucciderà tutti e andrà in giro tipo sacro vendicatore della morte a uccidere tutti finché non trova il tizio che cerca…»
«Ah beh… pensavo peggio…»
Noah si grattò la testa…
«Mmm... un bel problema avercelo sulla nave...» commentò il ragazzo. Poi mollò un buffetto a Ridley...
«E non fare quella faccia… ci sono qua io…» era impossibile buttare giù d’animo Noah.
La ragazza gli sorrise. «Già… ma vedo che anche tu vai coi piedi di piombo con lui…»
Noah si strinse nelle spalle.
«Conosco i miei limiti…»


Quando Teiris si alzò Wein era già in piedi da un pezzo, aveva già messo a posto le cose e preparato il campo per la partenza… anche il somaro era sveglio e brucava l'erba distrattamente.
«Buongiorno Wein… dormito be- OH MIO DIO UNO ZOMBIE
Le orecchie dell’elfo sfarfallarono depresse.
«Ehm... hai una faccia distrutta… hai dormito male??»
Wein sospirò abbassando le spalle...
«Si… soffro d'insonnia…»
«Oh menomale! Pensavo fosse colpa mia… sai… io era un bel po’ che non dormivo bene… ad andare in giro con Astea c’era sempre da stare con gli occhi aperti e i riflessi pronti…»
Le orecchie di Wein si ripresero...
Era così dolce Teiris… preoccuparsi di lui dopo così poco tempo…
«Si riparte! Non ci scapperà il cieco!!» Urlò il ragazzo spronando la ragazza e il somaro.
Il sole era basso, le ombre lunghe.


Manoa se ne stava seduta con le gambe piegate sul petto a fumare beata una sigaretta, Astea era sdraiato riverso. Privo di sensi, coperto col suo mantellaccio nero…
La donna lo fissò.
Sollevò il mantello senza malizia e afferrò con entrambe le mani una di quelle catene magiche che lo legavano.
Si concentrò e dietro di lei apparve di nuovo il guerriero elfico fatto di energia spirituale.
La creatura afferrò le catene e provò a romperle.
Nulla. Ressero come se fossero destinate a durare per sempre.
Terminò la sigaretta e si alzò.


Coral si risvegliò nel bel mezzo di un piccolo gruppo di pantere… aveva la testa appoggiata alla pancia morbida di un felino grosso quanto lui… un piede era appoggiato sopra la schiena di un altro mentre un cucciolo gli dormiva acciambellato sopra la pancia.
Sollevò il cucciolo in aria per la collottola e lo sistemò in mezzo alla pelliccia di un'altra pantera nera.
Poi fece per alzarsi… la pantera sulla quale poggiava la testa si svegliò spostando un orecchio nella sua direzione. Lo fissò con occhi freddi ma benevoli. Non ostili. Si sentiva quasi a casa… quasi.
I suoi passi lo portarono indietro verso il castello della isola di Cathal.
Chissà quale sarebbe stata la sua prossima missione…
Si passò una mano fra i capelli. Era ancora un po’ scombussolato per l’esperienza della sera passata. Poi ripensò ai sorrisi di Enid… ai suoi complimenti. Era sollevato.
Era giusto che un demone fosse felice? Non doveva provare solo odio e rancore? No, Kaviel provava una quantità di emozioni apparentemente inutili ad un demone. E Ghorost non veniva considerato granché dagli altri...
Però non era il caso di essere tanto sollevato… per poco non veniva ammazzato da quel Dante Reznor… anche se… non riusciva a preoccuparsi… era troppo... fra le nuvole.
Mentre ragionava, o meglio, sragionava sulla sua natura demoniaca si ritrovò di nuovo avvolto nelle mura del suo castello... la sua casa.
Aveva anche mangiato… pensò che ci si sarebbe abituato… e poi le torte… beh se gli uomini avevano inventato le torte qualcosa per la quale valesse la pena studiarli c’era… non servivano solo a produrre il loro sostentamento... le energie negative...
Il castello aveva una strana atmosfera… lo sentiva parte di sé… il castello e l’isola… pensò che in pochi giorni aveva sperimentato sentimenti di attaccamento troppo forti… forse per via del fatto che lui era stato creato da Enid che viveva in quei luoghi da quasi cinquemila anni…
Pensava… la voce che gli parlava dentro la testa continuava ad analizzare strane curiosità della sua vita, quando, ancora una volta, si ritrovò di fronte a quella porta.
L’edera. Il profumo di stantio. L’oscurità che era piombata intorno a lui all’improvviso.
Il sole fuori non riusciva a penetrare in quei luoghi… nonostante le finestre…
Entrava una luce strana, di morte.
Ancora una volta venne colto da un irrefrenabile desiderio di entrare in quella porta. Tutto il suo essere...
Prima di potersene accorgere la mano scivolava sulla maniglia..
Poi si bloccò. Aveva percepito l’aura di Enid… o meglio… non la sentiva da nessuna parte ma in qualche modo sapeva che lei era sull’isola e, l’unico posto dove potesse essere, era quello.
Avrebbe potuto entrare… il suo corpo era attirato da quel luogo..
Ma non lo fece.
Attese, ore, di fronte a quella porta, in piedi. Sembrava divenuto un ornamento.
Era pomeriggio quando Enid ridivenne percepibile e uscì da quella porta.
Coral non riuscì a scorgere cosa ci fosse dietro. Non vi guardò.
Lei uscendo e trovandoselo davanti ebbe un’esitazione.
Si fissarono per lunghi momenti.
Fu lei la prima a prendere la parola.
«Anche tu attratto da questo luogo vero?»
Coral rimase silenzioso… forse non c’era una risposta a quella domanda.
La donna lo sorpassò riempiendo il corridoio di un tintinnio di braccialetti stavolta sinistro.
Il suo profumo era quasi “costretto” in quel luogo.
«Grazie.»
Fu l’unica cosa che lei aggiunse, i suoi passi si persero nel vuoto.


Manoa dormiva ubriaca. Avevano pranzato…
Astea non aveva mangiato granché… l'affare della sera prima gli era rimasto un po' sullo stomaco. Lei invece aveva finito il vino.
Astea prese la sua alabarda e dopo aver estratto una cote prese ad affilarla… i Draghi Celesti.
Sperava di non dover più sentir parlare di quei draghi.
Ma era normale… Seiphen Lun era un Drago Occulto, erano tutte collegate quelle bestiacce. Anche se da lui non poteva essere aiutato… erano poche le persone che potevano aiutarlo e tutte contro di lui.
Inutile starci a pensare…
La cote si crepò. Forse la stava usando con troppa forza.
… nessuno poteva aiutarlo…
... nemmeno la Morte.
Manoa lo guardò di sottecchi… la reazione di Astea della sera prima non era stata certo normale… nel poco tempo che ci aveva passato assieme di tutto aveva pensato tranne che potesse avere una reazione simile.
Cosa avrebbe pensato il suo capo?
Provò a guardarlo meglio aprendo un po' di più le palpebre
Lo vedeva di spalle… il volto di profilo, il cappello copriva gli occhi e i capelli ricadevano ricci e lunghi. Affilava la sua alabarda…

Erano lacrime quelle che vedeva adesso?

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