Trentacinquesimo Episodio: Party Hard


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Astea camminava con le gambe a rombo su delle scarpe nemmeno lontanamente paragonabili ai suoi soliti stivali. Fra l'altro coi piedoni da spilungone che aveva trovare delle scarpe per lui era stata una impresa. Nonostante la gonna lunga Wein aveva detto che affinché il travestimento fosse perfetto doveva indossare anche quelle.
Ville invece era abbastanza a suo agio nell’armatura… non sembrava avere particolari problemi a comportarsi da uomo.
In mezzo ai due l’uomo deviato camminava sereno.
Aveva smesso di fare il coglione, ed adesso si guardava intorno ostentando sicurezza. Anche se le sue orecchie scattavano da una parte e dall’altra ad ogni rumore sospetto.
«Che fico!»
«Cosa?»
Astea toccò un orecchio di Wein che ondeggiò un po’ prima di tornare normale…
«Ma …che dia-»
Astea le toccò di nuovo e stavolta Wein le mosse come se dovesse scacciare qualche mosca…
Certo Ville non aveva problemi a stare nell’armatura. L’unico problema è che lei doveva portarsi dietro un’alabarda pesante come un carro e una balestra pesante come due cavalli.
«Quanto manca alla prossima città?»
«Manca poco…altrimenti non ci saremmo cambiati così presto. Il paese dove abbiamo dormito un tempo era una stazione per le staffette dei cavalli. Poi la città di Sato si è allargata sempre di più fino a diventare troppo vicina per questa stazione delle staffette…e così il posto è rimasto semi abbandonato…»
«Sai un sacco di cose orecchie lunghe…» asserì Astea serio.
«Ho passato un po’ di anni da queste parti, conosco la zona.»
Astea provò di nuovo a toccargli le orecchie ma Wein gli lanciò uno stiletto che si piantò diretto nella mano fra due ossa. Astea guardò Wein, poi la mano…poi prese ad urlare e a correre intorno ai due che continuavano a camminare sereni.
Dopo un po’ Ville lo fermò con un colpo di avambraccio che fece risuonare tutta l'armatura.
Astea rimase un po’ in dietro.
«Cosa sai di Tabata?»
«So che potrebbe esserci utile.»
«Sai troppe cose.»
«Ricordati che il mio sovrano mi ha inviato da voi… io sono un tizio di élite…»
Guardare la cinesina Wein parlare serio e con voce maschile era ancora più schifoso.
«Torna a fare la donna… così fai vomitare.»
Astea li raggiunse.
«Il coltello Astea… dov’è?»
«L’ho buttato… ops scusa… vado a riprenderlo..»
Astea trotterellò indietro… poi li raggiunse di nuovo.


Dante entrò nella sua stanza. La maniglia non ne voleva sapere di rimanere ferma. Ce ne aveva messo di tempo per afferrarla e girarla dalla parte giusta.
Erich si era addormentato sulla sedia. Avevano finito la seconda bottiglia.
Il grosso re scivolò e mollò una craniata sul tavolo di opale… non si svegliò di soprassalto… piuttosto come se l’avesse pizzicato qualcosa. Si alzò toccandosi lentamente la testa e si ritirò ondeggiando nelle proprie stanze.
Prima passò dalla stanza del figlio.
Noah dormiva spaparanzato sul letto con un gigantesco coniglio di un metro e mezzo, bianco e morbidissimo abbracciato. Sembrava sereno.

La stanza di Dante era la meno illuminata di tutto il castello. Rimaneva preparata per lui ogni giorno, c’erano pochi piccoli e sottili accorgimenti che potevano dimostrare la grandezza di un governante. Quello era uno di questi. Ogni giorno quella stanza veniva pulita da cima a fondo, i fiori cambiati e ogni cosa messa al suo posto.
Adesso la stanza sembrava strana. Le tende ed il soffitto si confondevano in un blu scuro, il pavimento sembrava scaturire dalle tende… e così non c’era sopra e sotto in quel luogo.
Solo una luce modesta filtrava dalla finestra. Era la luce della luna, pallida.
Poi vide le mani della ragazza che aveva portato con se. Erano baciate da quella luce e sembravano più pallide del normale.
Con un gesto quasi meccanico chiuse le tende, e la luce svanì. La stanza piombò nell’oscurità.
La sentiva respirare. Poi sentì un fruscio di coperte, probabilmente era sveglia.
Registrava tutto con lentezza… e come se ogni dettaglio fosse un argomento che necessitava di lunghe riflessioni.
La linea appena visibile, di luce fra una tenda e l’altra. Gli sembrava improvvisamente importante.
Lo specchio. Lo specchio senza immagini non era uno specchio. Era un vuoto.
Il letto. Si fece cadere.
Slacciò controvoglia il cravattino. Si ritrovò il cilindro sul petto, probabilmente si era tolto urtando col cuscino. Le orecchie balzarono fuori come tirando un sospiro di sollievo.
Sbuffò.
Con un po’ di fatica iniziò a slacciare i bottoni della camicia. Le sue dita sparivano sotto le asole e riapparivano dopo poco.
Poi un’altra mano si aggiunse a quella che slacciava i bottoni. Era più piccola, un suo indice era grande come il mignolo affusolato di Dante. La mano prese a slacciare i bottoni con più facilità, lo voltò e gli sfilò la giacca, la camicia.
Dante sbuffò di nuovo quasi infastidito, e si voltò su un fianco, fuori dalle coperte.
La ragazza nell’oscurità si avvicinò a lui, lo abbracciò da dietro e rimase così.
Il profumo dei capelli del Drago Occulto era appena percepibile, come una strana essenza, vagamente fruttata.
Prima di addormentarsi lei slegò anche il laccetto dei suoi capelli. Se lo avvolse distrattamente intorno alla mano per non perderlo, poi lasciò scendere la mano fino ad abbracciarlo al fianco. Chiuse gli occhi e sospirò.
Dante già dormiva.


Arrivarono per mezzogiorno alla città.
In effetti era fra le più grandi che avessero mai incontrato nel viaggio.
Un fiume con due grossi affluenti la attraversavano a croce dividendola in quattro settori principali. In quello di Nord era alloggiato il governo della città. Erano diretti ad Est.
«E’ mezzogiorno… » disse distrattamente Astea…
«E quindi?» ribatté Wein.
«“E’ mezzogiorno quindi ho naturalmente fame”, era la frase…» aggiunse Ville.
«Mi sembra una buona idea andare a mangiare. Ve li ricordate i vostri ruoli?»
«Certo certo…» tagliò corto Astea, «con questo paio di tette finte come faccio a dimenticarlo??»
Wein scosse la testa, mentre camminava ancheggiava leggermente e lanciava sguardi furtivi. Peccato che fossero tutti per donne…
«Strano che tu guardi solo le donne…» gli sussurrò Ville.
«Magari sono dell'altra sponda…» sorrise.
Entrarono in una locanda. Probabilmente la più malfamata di tutta Sato.
L’interno era costituito dalla peggiore accozzaglia di energumeni e donnacce della zona.
Rossetto, sudore, pelle. Pochi particolari.
In mezzo a quel caos in cui si faceva fatica a vedere da una parte all’altra della stanza per il fumo.
Astea appena entrato fece marcia indietro uscendo ma Ville lo costrinse ad entrare con una mezza spallata.
«Che c’è sorellina hai paura dei bruti?» sussurro lei.
«Mi sembra un posto dove due come me e Wein darebbero nell’occhio fratellone…»
Il barista biascicò qualcosa di incomprensibile all’indirizzo di Wein. Qualcosa che doveva suonare come un: «non ci servono altre cortigiane andatevene da qualche altra parte…»
Wein li oltrepassò visibilmente contrariato.
Astea lo seguì. Ville rimase incastrata con l’alabarda e la balestra.


«Buongiorno Dante…» gli disse mentre apriva leggermente le tende.
«Buongiorno.» rispose lui. «Devo aver bevuto troppo…» sussurrò cingendo la testa con una mano.
Lei gli porse un bicchiere ripieno di qualche schifezza. Rosso d’uovo… alcol, una polverina nera e qualcos’altro.
Lui lo mandò giù come una medicina.
«Grazie.»
«Di nulla… è strano che tu beva così tanto…»
«Già.»
Dante si alzò e andò in bagno.
Lei si era alzata prima, ed era di nuovo vestita di quella tunica con velo.
Dopo qualche minuto Dante uscì dal bagno.
«Presto sire Erich morrà.»
La ragazza si voltò.
«Come? Pensavo fosse un tuo amico…»
«Non sarò io a toglierlo di mezzo. È mio amico.»
«Visto che ci siamo anche noi al castello immagino non morirà di morte violenta… magari è afflitto da una qualche malattia degli umani…»
«Precisamente… e noi non possiamo fare nulla per aiutarlo…»
«Strano… »
«Cosa?» rispose il Drago Occulto.
«Che tu non possa fare nulla.»
Dante inforcò gli occhiali.
«Qualcosa farò. Ma non per lui. Dovrai darmi una mano…»
La ragazza reclinò all’indietro il capo sorridendo amabile. «Aspettavo un po’ di movimento… la tua cara allieva si stava arrugginendo.»


«Ho idea che sarà difficile trovare un posto dove passare la notte…» bofonchiò Astea mentre camminava poco femminilmente per la strada con le braccia incrociate dietro la testa.
«Certo, se Ville non si fosse lasciata sfuggire la tua alabarda facendola cascare di taglio sul bancone dell’ultima bettola dove siamo stati… forse avremmo trovato posto…»
Ville abbozzò un sorriso forzato.
«Sai com’è… quando gli uomini diventano tutti checche impazzite tocca agli uomini veri portare le cose pesanti…»
«Ma… fratellone! Io sono un uomo!!» controbatté Astea improvvisamente preoccupato.
Ville scrollò le spalle.
«Ma mi spiegate questa storia del fratellone e sorellina??» chiese Wein
Astea allora assunse la posizione di chi sta per narrare un evento storico di un certo rilievo. Il capo alto, le sopracciglia alzate, un dito davanti al muso.
«Quando nascemmo ormai una ventina di anni fa…»
«Cosa?? Avete solo venti anni??»
Ville lo guardò storto.
«Beh si perché?»
«Come perché!? Astea è una pertica! Tu invece sei già bella formata!!»
«Non lo sai che gli umani sviluppano molto prima?? »
«Sì ma… ma.. Ville è già una donna!»
Si fermarono. La gente li guardava. Due donne che davano della donna all’unico uomo.
Ripresero a bassa voce.
«Ehm dicevo… non so… mi sembravate più vecchi… certo magari Ville… Astea potrebbe avere anche quindici anni… o dieci.»
«Ad ogni modo, quando nascemmo venimmo scambiati di culla, e così il nome che toccava a me, il fratello minore, Ville, toccò a lei, la sorella maggiore, Astea.»
«Maggiore e minore? Siete gemelli…»
«Sì, quello che esce prima è il minore…»
Wein ci ragionò su.
«Quindi Ville sarebbe dovuta essere Astea ed Astea Ville?»
«Sì… e noi ci scherziamo su da vent’anni.» tagliò corto Ville quasi imbarazzata dall’idiozia del gioco.
«Che cari!» concluse Wein sbattendo il pugno sulla mano.
«Cammina!» intimò Ville con l’alabarda come se scortasse un prigioniero.

Dopo una quindicina di minuti di passeggiata per i vicoli stretti dei bassifondi della città si ritrovarono in una piazza gremita di persone. Una folla si stendeva per una cinquantina di metri fino ad un patibolo di legno scuro. Una ghigliottina splendente rifletteva la luce del sole, ed attirò subito la loro attenzione.
«C’è una esecuzione.» disse Wein.
«Una esecuzione??» esclamò Astea. «Ma non è giusto!»
«Cosa non è giusto?»
«Non è giusto ammazzare qualcuno senza dargli la possibilità di difendersi! Dovrebbe essere un combattimento alla pari…»
«Che razza di ragionamento! Magari quel tizio che stanno per ammazzare ha fatto lo stesso con altre persone, donne, bambini…»
«Non è un tizio è una ragazza.»
Ville si era allungata per sbirciare oltre le spalle di Wein ed Astea.
«È vero! È una ragazza!!!»
«Ed è anche stupenda!» continuò Wein che improvvisamente aveva cambiato la sua espressione da "non me ne frega nulla" a "per Galder stanno per giustiziare una povera fanciulla innocente!"
I due ragazzi vestiti da donna si guardarono e poi cominciarono a procedere a grandi passi nella folla.
Ville scosse la testa e scrollò le spalle sconsolata.
«Mi scusi buon uo...» Astea si morse la lingua prima di riprendere la voce da donna…
«Mi scusi buon uomo… cosa giustiziamo oggi?»
Wein lo guardò storto… sembrava stesse chiedendo il menù al ristorante…
«E’ una condanna per reati d’opinione.»
Astea rimase immobile.
Il passante scoppiò a ridere.
«BWHAHAHAHAH!! Ma che opinione! E’ una schifosa ladra!!»
Wein ed Astea sentirono l’irresistibile istinto di ridisegnare i connotati al tizio…
Ma passarono oltre.
La ragazza venne fatta inginocchiare.
«Cosa ha rubato?» chiese Wein ad un altro passante.
«Ha derubato le sacre casse degli inquisitori della Fiamma Sacra. I luminosi templari di Galder.»
Gli occhi di Astea e Wein ebbero un guizzo.
Si capirono al volo.
Continuarono ad avanzare mentre la ragazza silenziosa veniva sistemata sul patibolo.
Ad un certo punto Astea iniziò a strillare come un’aquila.
«Il mio bambino!!! Il mio bambino me l’hanno rapito!!!!»
«Aaargh
Intorno a lui si fece il vuoto mentre la gente si guardava intorno timorosa che ci fosse un ladro o peggio nelle vicinanze.
Di Wein non c’era più traccia.
«Si calmi madamigella!!» provò a dire un tizio molto grosso toccandole il braccio ma Astea simulando i gesti inconsulti di una ragazza spaventata lo scaraventò lontano.
Brusio fa la folla, iniziò il caos.
La folla nel caos è come alzare gli occhi al cielo e vedere la pioggia che scende. Centinaia di persone che fuggono da ogni parte senza apparente senso.
Qualcuno rispose al tizio che gli era piombato addosso, iniziò anche la mega rissa.
Il tutto mentre Astea continuava ad urlare ed a picchiare la gente.
Ma il boia sapeva il fatto suo, afferrò l’ascia.
Con una pedata spinse la ragazza nel patibolo e poi troncò la corda che reggeva la lama.
Wein in una frazione di secondo si arrampicò sulla gente in prima fila con gambe e braccia come un grosso ragno e lanciò uno stiletto nella guida della ghigliottina giusto a qualche centimetro buono dal collo della ragazza.
Era veramente splendida.
I suoi capelli lunghi blu notte emanavano un profumo delicato, aveva paura, e tremava.
«Hon thi preoccupare laghazza!! Thi shalviamo noi!!» biascicò Wein mentre coi denti reggeva il pezzo di corda che reggeva la lama e cercava di liberarla dalla gogna.
Il boia non perse tempo e fece per spingere la lama, ma Wein lanciò un altro coltello dritto nella spalla del carnefice che indietreggiò atterrito strillando come un bambino.
Astea intanto sollevava nugoli di persone camminando in mezzo alla folla in rivolta.
Arrivò davanti al patibolo e guardò la ragazza, e subito dopo la lama per controllare che non cadesse ancora. Wein era dietro di lei a slegarla.
Non pensò che avrebbe potuto specchiarsi, nella lama.
Lo capì troppo tardi, e gridò qualcosa nel caos che Astea non sentì, lo sguardo del ragazzo scivolò sulla lama lucente di metallo, ma improvvisamente delle mani gli coprirono gli occhi.
«Chi sono?»
«Il fratellone di un povero idiota…» disse sconsolato Astea pentendosi del rischio che aveva corso…
«Andiamo Astea, Wein ha liberato la ragazza.»
I due gemelli si dileguarono nel caos.

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