Treantanonsocosa Episodio: You’re lost little girl?


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Un bambino dalla liscia chioma nera dai riflessi blu apparve seduto sopra il patibolo sovrastante la folla in tumulto.
Sbatteva i piedi sul legno e si lagnava.
«La mia Morte!!! La mia Morte!!» continuava a piagnucolare.


Noah si svegliò di soprassalto. Ricordava a pezzi il giorno precedente. Era ancora notte. Dante aveva mangiato con loro a pranzo e a cena, con la sua amica Brutta, della quale non conosceva il nome.
Perché non ne sapeva il nome? E perché si era svegliato prima? Si girò verso il coniglio gigante afferrandolo e facendo sprofondare la testa nella sua pancia morbida e batuffolosa.
Tutto sembrava lontano, come se dentro di sé crescesse la coscienza che quello sarebbe stato uno dei suoi ultimi ricordi di normalità, di pace.
Qualcuno entrò nella sua stanza e gli vomitò contro un torrente di parole senza senso, qualcosa che gli fece credere che bene o male stesse continuando a sognare.
Ma era un sogno distorto, tanta gente entrò, le facce delle persone si allungavano, distorte, alcune piangevano, altre sfoggiavano dei grugni animaleschi, rabbia, bramosia.
Scese, prese a camminare per il castello mentre le figure continuavano ad andare e venire.
Rumore di passi, suole da ricchi su un pavimento da ricchi.
Le piante invece stavano tranquille anche se le luci concitate di chi andava e veniva le turbavano.
Molta gente aveva delle lanterne, le luci facevano ondeggiare le ombre, le facevano cascare a terra o le schiacciavano sul muro. Le ingrandivano e le rimpicciolivano come se le gonfiassero di qualche dolore inconcepibile.
Si sentiva strano.
Senza sapere bene perché, camminava verso la stanza del padre.
E più camminava e più cresceva la folla, donne, uomini.
Soldati.
Poi finalmente la porta.
Entrò, continuando a guardare le ombre, il pavimento, le facce. Poi incrociò quella del padre.
Lui se ne stava sdraiato sul letto, silenzioso, intorno a lui un nugolo di persone che si zittirono quando si accorsero del bambino.
«Chi l’ha fatto entrare?» gridò uno.
«Presto portatelo via!!» gridò un altro.
C’era un dottore e lo stava visitando…
Ma non capiva bene come mai lo stesse visitando adesso.
Adesso che era morto.
Qualcuno provò ad avvicinarlo ma lui lo scansò con una mano… con un fare abbastanza fermo da fare indugiare l’adulto.
Si sedette di fianco al letto. Con la testa fra le braccia poggiate sulle ginocchia.
«Sire Erich è morto! Chi governerà il nostro paese??»
«Sire Erich era così forte e possente! Com’è potuto morire così?»
«Il re è morto! »
«Dobbiamo organizzarci!»
«Portate via il bambino!»
«Adesso è lui il nostro re!»
«Impossibile! Dovremo prendere in mano il paese finché lui non sarà cresciuto!»
«Certo! Il paese ha bisogno di noi!»
«Portate via il bambino!»
Arrivò trafelato Dyon. Anche se non era né un nobile né un reale, entrò senza badare a i convenevoli e vide il re morto.
Strinse i denti e i pugni, curvando le spalle.
«Che diavolo è successo qua» sibilò.
«Cosa ci fa un plebeo qui dentro! E portate via anche quel maledetto bambino!!»
Dyon fulminò con lo sguardo una delle facce distorte.
«Come osate parlare così di Noah!» li accusò.
La confusione crebbe.
«Sire Noah! Ragazzetto…» lo corresse un altro sfoggiando un sorriso degno della morte.
«Bastardi… come avvoltoi mi avventate sulla carcassa di sire Erich!»
«Cosa ti fa pensare che un soldato possa venire qui dentro a sputare sentenze? Sarai degradato!»
«Me ne sbatto dei vostri gradi! Io so! Voi vi siete già organizzati! Già sapete come fare! Non aspettavate altro!!» prese i suoi gradi dalla divisa e li lanciò contro di loro.
Poi delle guardie lo afferrarono.
«Scusa Dyon ma sono ordini.»
«Vedete!? Già vi comandano!»
«Ma Dyon! È normale che adesso un consiglio assuma il governo del paese…» provò a dire uno dei due… ma improvvisamente la confusione cessò.
Lentamente le luci nel corridoio si spensero una ad una.
Il fruscìo del suo mantello pesante zittiva le persone e faceva appassire le luci.
Il suo profumo appena percepibile rendeva l’ambiente ovattato.
Avanzava, lentamente, e accanto a lui la ragazza.
Quando arrivò nella stanza anche i nobili divennero silenziosi.
«Sarebbe normale che voi prendeste il comando se ne foste in grado» pronunciò Dante mentre la sua presenza intimidiva inspiegabilmente le tante luci nella stanza.
«Cosa abbiamo qui? Un vecchio che ama i bambini, due consiglieri corrotti, tre generali che vorrebbero rendere Tradnor una sola e unica grande caserma… e forse qualche approfittatore che in situazioni del genere tenta sempre la scalata al potere.»
I volti di coloro che erano stati nominati avvamparono d’odio mentre Dante avanzava e la sua ombra, appena accennata e flebile alla poca luce, diveniva stranamente sempre più scura e viva.
«Come osa lei!»
«C’è uno di voi che ha addirittura già chiamato le guardie per poter prendere la palla al balzo e provare un colpo di stato, ma non stia tranquillo. Mentre io parlo, un servitore sta inserendo un veleno letale nel suo calice. Certo, perché costui ha un calice. La morte di qualcuno è pur sempre uno spettacolo che va accompagnato da un buon vino dico bene?»
I nobili si guardarono intorno, qualcuno urlò, altri sbarrarono gli occhi. Da sotto la finestra affluivano truppe negli appartamenti reali. L’urlo veniva dal generale che li aveva chiamati; fece cadere il calice, pietrificato, mentre una figura ammantata comparsa dal nulla fuggiva oltre le guardie che reggevano Dyon. Il buio l’avrebbe coperto.
«Cosa vuole lei Reznor? Prendere il controllo del regno?» provò a dire uno dei due “corrotti”.
Dante non lo degnò di uno sguardo. La ragazza andò dal bambino e si chinò.
Noah era rimasto così, singhiozzava appena, ma adesso il buio lo aveva un po’ tranquillizzato. C’era silenzio anche se l’atmosfera era tesa.
Lei gli passò una mano sul capo.
«Come stai soldatino?» gli disse.
«Non sono un soldatino.»
«Come no? Un soldatino che si addormenta mentre faceva la guardia.» continuò lei, lui alzò lo sguardo. Aveva gli occhi lucidi, di un azzurro terso.
«E cosa potevo fare io per fare la guardia?»
«Non la dovevi fare prima, dovrai cominciare a farla adesso...»
Noah spostò lo sguardo via.
«Non posso, sono piccolo.»
La ragazza si alzò. Arrivarono i soldati.
Dante si avvicinò. Posò una rosa appassita sul letto, poi sollevò Noah per la collottola.
«Che diavolo fai oh!» gridò il bimbo arrabbiato.
«Tu verrai con me» sentenziò.
I nobili s’inalberarono. «Lei non lo porterà da nessuna parte!» gridò uno dei generali avvicinandosi a spada tratta, ma Dante non perse nemmeno tempo a rispondergli.
Gli bastò alzare la mano libera su di lui per fare si che la sua pelle appassisse e divenisse polvere insieme alle ossa.
Il tutto mentre Noah cercava disperatamente di liberarsi dalla presa e non riusciva a vedere cosa succedeva.
«Vecchio “tizio col cilindro!” Cosa credi di fare!» gridò Dyon liberandosi dalla presa dei due soldati e scagliandoglisi contro.
Arrivato a portata di spada, portò un affondo, ma la donna afferrò la punta della lama con due dita e lo bloccò.
«Sei coraggioso…» commentò Dante, «e probabilmente sei l’unico che vorrebbe difendere realmente Noah. Tu vivrai.»
E così dicendo lo sollevò magicamente da terra e con un semplice spostamento d’aria lo lanciò fuori dalla finestra circondandolo poco dopo da una lieve luminescenza che ne avrebbe attutito la caduta. «Non male...» commentò Manoa, «anche le tue defenestrazioni hanno stile...»
Successivamente Dante si produsse in un vero inchino regale, i lembi del mantello ricoprirono la sua figura incurvata di un nero inquietante, con una mano tolse il cilindro facendo scendere i capelli sul volto, e sorrise amabile snudando i canini leggermente sviluppati, da drago.
I suoi occhiali baluginarono facendo tremare i presenti e la poca luce rimasta.
«Col vostro permesso, ora andrei. La mia accompagnatrice risponderà a ogni vostra eventuale domanda.»
Svanì nelle ombre, entrando nell’oscurità sul muro alle sue spalle, col bambino che terrorizzato, rimase immobile.
«Uccidete quella sgualdrina!» gridò un altro generale.
«Non… non osate mai più chiamarmi sgualdrina…» sibilò la ragazza prima di iniziare a sprigionare una luce azzurrina, «è una cosa che mi fa diventare cattiva…»


Wein correva con la ragazza su una spalla, seguito da Astea e Ville. Manteneva un’andatura tale da non seminare i due Messaggeri.
Astea si era tolto il vestito e correva in braghe zoppicando ogni tanto per i dolori che ancora gli rimanevano per l’aver indossato scarpe da donna.
Ville aveva tolto l’armatura e la cotta di maglia… ora sembrava molto simile alla Ville di sempre. Solo col seno fasciato.
«Wein?» disse Ville col fiatone.
«Sì?» rispose lui fresco come una rosa…
Tutto avvenne in poco tempo.
Astea si lanciò sull’uomo donna addentandogli la testa con delle fauci fameliche, mentre Ville lo colpiva allo stomaco sibilando come una vipera. «QUANTO INTENDI ANCORA CORRERE CON QUELLA RAGAZZA IN SPALLA?? È PASSATO UN POMERIGGIO INTERO DAL CASINO DELL’ESECUZIONE
«Io ver-» disse difendendo il suo pacco poggiando una mano sul sedere della ragazza.
Una ginocchiata in pieno volto lo riportò alla realtà, mentre la ragazza atterrava ancora legata mani e piedi.
«Toh! Allora è viva!» gridò Astea.
Pochi istanti dopo l'avevano liberata dalle corde. Lo spettacolo non era dei migliori.
La ragazza si ritrovò davanti un frocetto, Ville.
Un travellone, Astea.
E un viados col rossetto sbafato, Wein.
Lei indossava dei pantaloni corti al ginocchio, una maglia e un corpetto leggero di pelle.
«Sareste voi i miei salvatori?» disse schifata «E chi siete? I Village People?»
I tre si guardarono interdetti.
La ragazza si avviò per la sua strada.
«Arrivederci e grazie per la mano!»
Disse salutando di spalle. «I che cosa??» provò a domandare Astea che inspiegabilmente venne tirato verso di lei. I due andarono lunghi a terra. «Ma che diavolo?»
Astea capì cosa era successo e si rialzò con un sorriso felice in faccia. «Hai visto Ville? Ha funzionato il tuo trucchetto! Col portafoglio legato al cappotto non è riuscita a rubarmelo!»
Ville si grattò la testa imbarazzata. «Quella cosa te l’ho insegnata da bambino e tu la usi ancora da adulto?»
«Oh Galder! Il frocetto e il travestito stanno anche insieme.»
«UN MOMENTO!!» gridò Wein mettendosi fra Astea e Ville, Ville era la SUA preda!
«Oh splendido! Il viados fa il represso terzo incomodo.»
Il sopracciglio di Wein guizzò sinistro. Una strana luce baluginò nei suoi occhi.
Mentre la ragazza si rialzava senza mollare il portafoglio di Astea che faceva il tiro alla fune ringhiando, Wein si avvicinò con passi sicuri a lei.
Dal basso verso l’alto le scarpe ridivennero stivali, la gonna tornò a essere un paio di pantaloni verdi larghi alle caviglie e il resto del vestitino ridivenne la sua solita maglia con le maniche che si allargavano alla fine; poi la mantellina, la sua cinta, tutto tornò al suo posto, sparirono le tette e il suo volto ridivenne quello di sempre. Un passo prima di arrivare a portata, sciolse il nodo ai capelli corvini che ricaddero lunghi in migliaia di fili sulle sue spalle spandendo un odore meraviglioso, poi la cinse per la vita e la baciò profondamente.
Gli occhi di Astea e Ville schizzarono fuori dalle orbite mentre Astea lo indicava con la faccia troppo sconvolta per poter anche solo dire qualcosa.
Una mano del drago passò fra i capelli di lei che per poco si lasciò andare, per poi riprendere il controllo di sé.
Provò a respingerlo, ma lui continuò a baciarla, producendosi in un casquet degno del suo consanguineo decadente…
I loro capelli si mischiavano mentre lei sentiva il suo respiro carezzarle una guancia.
Lo scansò facendo appello a tutta la sua forza di volontà.
«Oh cielo! Ma allora era solo una illusione! Non sei…» arrossì e fece per andarsene via, fuggendo imbarazzata.
Ma ancora una volta la stessa scena.
Stavolta col portafoglio di Wein.
Il filo si tese per poi riportare i due a terra, vicini.
«Ah ma allora lo usi anche tu l’espediente della corda??» esclamò Astea.
«Certo! Funziona meglio di ogni altra cosa!!!»
La ragazza sdraiata sotto Wein caduto a terra malamente appoggiò la testa su una mano e tamburellò a terra con l'altra, seccata di essere caduta due volte nello stesso tiro.
Ville scosse la testa.

«E così hai rubato alle casse degli scagnozzi di Galder?» le domandò Ville.
I tre si erano finalmente rimessi a loro agio. Astea col suo cappottone lungo con le fibbie, Ville col suo mantello e il cappello da strega… quanto a Wein, era tornato se stesso... più o meno.
«Beh si… si fa quello che si può per sopravvivere…»
«Capisco… beh poco male… non sono proprio mostri di gentilezza quelli...»
«Già…»
«A proposito, non ci hai ancora detto come ti chiami…»
«Damiel, Damiel Torniquet.»
«Che nome splendido... che musica melodiosa odono le mie orecchie...» sospirò Wein mentre le orecchie sfarfallavano come solleticate da quel nome.
Lei lo fissò stranita… ma il suo sguardo passò oltre fino a fermarsi su Astea.
Vestito da uomo invece che in boxer e tacchi a spillo faceva un certo effetto.
Wein si frappose nella linea di sguardi fra i due.
I suoi ricci ribelli, a volte quasi boccoli, scendevano sulla sua faccia serena, il suo sguardo si perdeva lontano, quasi in pace col mondo.
Sembrava innocente e innocuo.
Wein si frappose salutando e cercando di attirare l’attenzione.
Ma a questa prima occhiata si univa il suo vestiario, un pesante cappotto lungo, legato da decine di fibbie, le braccia anch’esse legate o fasciate da lembi di stoffa… e una gigantesca alabarda che portava appoggiata su una spalla… così virile... così...
Wein si mangiò le mani livido di rabbia. Poi guardò Ville che sembrava abbastanza indifferente alla scena, sospirò e tornò a fissare quegli splendidi capelli neri dai riflessi blu che ricadevano in due ciocche davanti al viso della nuova arrivata.
Il drago cercò di contenere lo sguardo famelico.
Provò a concentrarsi.
Mentre chiudeva gli occhi per rasserenarsi, Damiel gli passò davanti andando vicino ad Astea.
Sbuffò.
«Certo che da uomo fai un altro effetto eh?» iniziò Damiel dando una pacca sulla schiena ad Astea.
Il ragazzo saltò sul posto come quando si sveglia di soprassalto un gatto, la guardò, sorrise sereno.
«Beh… travestirsi è stata una idea di…» vide che Wein faceva gesti eloquenti per evitare il discorso…
«Cioè sì… è stata una nostra idea travestirci per evitare che…»
Stavolta vide Ville che faceva gesti eloquenti. Aveva afferrato Wein e faceva il gesto del taglio della gola su di lui per rendere il tutto più espressivo.
«Ehm beh… CI PIACE TRAVESTIRCI!» concluse con una mano dietro la testa.
Ville e Wein si spiaccicarono una mano sulla fronte.
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