Trentasettesimo Episodio: Butterflies and Hurricanes


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Era un temporale classico.
Quello con i fulmini, tuoni e saette. Che poi sono sempre fulmini.
Lampi.
E così li ho nominati tutti.
Astea era completamente zuppo. Wein aveva steso in qualche modo il mantello sulla sua enorme balestra… e la portava sulla spalla, come una specie di tettoia.
Sotto la balestra Damiel.
Ville camminava silenziosa davanti al gruppetto.
L’acqua colava giù dal suo cappello. Aveva abbottonato tutto il lungo cappotto.
C’erano bottoni su tutto il fianco sinistro. Un po’ come il cappotto di Astea, con la differenza che quello di Astea aveva le fibbie e si concludeva con un collo stretto. Ville invece lo aveva più aperto e alto.
Non si parlava col temporale. Si guardava davanti.
Fu Wein il primo a scorgere, in lontananza, la sagoma scura di una casa.
Anche la casa era classica.
Oscura. Di quelle col tetto spiovente. Un’antica magione.
Le folgori la facevano risplendere come una piccola roccia, in mezzo a un boschetto che le si stendeva intorno.
Quando Ville si fermò Astea per poco non andò a sbattere contro Wein.
La ragazza si voltò.
«Di accamparsi all’aperto con questo schifoso temporale non se ne parla. Andiamo a chiedere ospitalità.»
«È tanto lontana la prossima città?»
«Mancano cinque… o forse sei ore di cammino… ma di notte i cancelli sono chiusi e non fanno entrare nessuno, senza contare che al buio potremmo sempre perderci.» rispose Damiel.
«Che ingiustizia… altre cinque ore di camino e poi dovremo separarci…» sospirò Wein affranto.
Damiel non ci fece caso, era corsa avanti per andarsi a riparare sotto il piccolo portico di entrata della casa.
Arrivarono anche gli altri.
Astea era rimasto sotto la pioggia. Il portico era piccolo e i suoi capelli sembravano tanti serpenti, bagnati come erano sotto il temporale.
Ville si tolse il cappello e bussò.
Ovviamente non rispose nessuno.
«Disabitata?» domandò Wein mentre strizzava il mantello e faceva scivolare la balestra nella guida che aveva legata sulle spalle.
«Sembra…»
«Non è raro vedere case del genere a poca distanza dalla città. In genere sono residenze estive… di qualche ricco mercante…»
«Però sei informata eh?»
«Certo… l’occasione fa l’uomo ladro… ehm… cioè… informato…»
«Ah dimenticavo che vai in giro a svuotare case del genere.»
«Beh entriamo…» tagliò corto Ville.
«Ci penso io…» disse la ragazza dalla chioma blu passando davanti al gruppetto.
Dai capelli sfilò qualcosa che non era una forcina… ma due fili di ferro appositamente fatti per scassinare.
Rimase quasi delusa quando la porta si aprì semplicemente ruotando la maniglia.
«Beh?» disse Wein.
«È aperta! Io non ho ancora cominciato!»
Stavolta fu Astea a oltrepassarli ed entrare.
Appena messo piede dentro si sgrullò come un gatto inondando il poco che era rimasto asciutto dei tre.
Chiusero la porta e…


Quando vide il manto di Dante sventolargli davanti capì che quella sensazione tremenda era finita.
Si era sentito soffocare. Ma respirava.
Schiacciare, ma stava bene.
Aveva aperto gli occhi ma non aveva visto nulla.
Come se fosse d’improvviso diventato cieco.
Poi tutto era finito.
Di nuovo il rumore della stoffa. Ed una oscurità più intima. Meno invasiva.
Erano in una grande stanza con il soffitto alto.
Da una finestra un temporale cercava di illuminare ogni tanto l’ambiente. Con scarsi risultati.
Anche i tuoni, sembravano non azzardarsi a entrare in quel luogo.
Si guardò intorno. Non c’erano più le facce, né suo padre.
Provò a parlare ma la prima volta non uscirono parole.
Dante si avvicinò a una vetrina e ne estrasse una bottiglia di Curvousier.
Si sedette a un tavolino e ne versò poche gocce in un ampio bicchiere.
Poi lo avvolse con le dita e si sedette. Quasi stanco.
Attese.
«Che… che significa?» stavolta le parole erano uscite dal bambino.
«La morte?»
Noah non ebbe voglia di rispondere.
«La morte è una compagna, ti ricorda di vivere finché non ti viene a trovare.»
Ancora lampi.
Tolse il cilindro, con un gesto della mano il cappello sembrò svanire nel nulla per poi ricomparire su di un attaccapanni.
«Tuo padre è stato un uomo fortunato.»
«Fortunato di cosa? Di morire lasciandomi da solo?»
Aveva gridato.
Dante lo guardò. Tolse anche gli occhiali poggiandoli sul tavolino.
Aveva occhi rossi, quasi spenti. Noah riusciva a vedere solo quello oltre a una grande macchia nera.
«Non so, forse anche di questo.»
Stettero a lungo fermi. Noah in piedi a un paio di metri dal tavolino. Lui seduto a bere.
«Possibile che tu non abbia altro da dirmi?»
«Temo di no. La morte non è più mia compagna… da molto tempo. E io ho dimenticato come si vive.» le labbra baciarono il bicchiere. «Questa sarà la tua casa per un po’ di tempo. È lontana dal tuo regno e qui nessuno verrà a cercarti. Starai da me per un po’.»
«Perché?»
«È l’ultima volontà di tuo padre. Voleva che io ti crescessi facendoti diventare un uomo.»
«È assurdo! Sapeva che sarebbe morto?»
«Sì.»
«E allora perché non me l’ha detto?? Avremmo potuto…»
«Cosa? Vivere i suoi ultimi giorni in una tristezza sconfinata?»
«No! Avremmo fatto qualcosa di bello insieme… prima… che tutto diventasse così buio…»
«Non ne sareste stati in grado. Nessuno ne sarebbe stato capace.»
Noah si lasciò cadere seduto.
«Questa è una delle mie magioni. Qui non ci sono gli scocciatori del mio popolo. Qui io posso stare da solo, senza spie fra i piedi. Dovrai vivere qui per un po’… finché non sarai diventato in grado di reggere sulle tue spalle il peso del tuo sangue.»
«Io qui non ci vivo. Non è divertente.»
«Mi dispiace ma il tuo regno è in rivolta. Tornare la significherebbe rimanere vittima dei giochi di potere che si sono scatenati non appena tuo padre è venuto a mancare.»
«Non c’è nulla qua. Non c’è nemmeno Dyon…»
«Oh si… qualcosa c’è. Proprio di questo volevo parlarti.»
Noah si bloccò vedendo che Dante aveva cambiato espressione.
«Cosa?»
«Solo un consiglio per la notte.»
«Notte?»
«Sì, non uscire mai dalla tua stanza.»
«Che… ma… e… e se devo andare al bagno?»
«Ne farai a meno. Per amor del Mana non vagare per la casa di notte.»
Noah deglutì.
«Ora devo andare, ti porterò nella tua camera e dormirai la.»
«DA SOLO
«Sì perché?»
Noah si sarebbe fatto uccidere sul posto pur di non dire che aveva una paura mortale.
«CERTO PERCHÉ NO!?»
«Bene. »
Si alzò. Il bicchiere era vuoto.
«Seguimi e non voltarti.»


«Perfetto! Siamo qui in questa catapecchia e non c’è nessuno!»
«Beh si… mi sembra più che perfetto… rimarremo solo la notte.»
«Ville?» chiese Astea.
«Cosa?»
«Io ho fame. Mangiamo?»
La ragazza scosse la testa.
«Certo mangiamo! Anche io ho fame…» proseguì Damiel. «Ma prima devo trovare un bagno.»
Detto questo Damiel si incamminò per il vestibolo oscurato.
«Aspetta Damiel! Non c’è una luce qua!» le gridò contro Wein mentre frugava nella mantellina per trovare qualcosa che facesse al caso suo.
«Fa niente! Sono abituata a girare per case del genere di notte!» disse prima di svanire nel nulla.
Il drago scrollò le spalle.
Astea posò a terra l’alabarda.
Cercò nel buio una poltrona abbastanza comoda e ci si avvicinò.
Intanto Ville posò il suo sacco e prese a estrarne carne secca e frutta.
Astea controllò se la poltrona fosse impolverata, poi ci si lasciò cadere sopra a peso morto.
Quello che successe dopo ebbe dell’incredibile.
La poltrona e il pavimento di assi sotto di lui, si staccarono dal resto del pavimento precipitando al piano di sotto e poi ancora all’altro piano e poi ancora finché i rumori non divennero lontani e ovattati. Il tutto mentre Astea lanciava una sequela colorita d’imprecazioni su draghi e demoni.
Wein mandò di traverso l’acqua della borraccia guardando Ville.
E Ville lasciò cadere tutto guardando Wein.
La cosa curiosa è che i loro sguardi si erano incrociati attraverso uno specchio.
Ville rabbrividì.
«Oh merda.»
Wein capì al volo che una casa piena di specchi non era l’ideale per Astea.
«Oh cazzo!»
Ville afferrò l’alabarda di Astea e si lanciò nel foro del pavimento senza pensarci su due volte.
«A..aspet!» il drago si concentrò emettendo un lieve globo di luce. Ma inspiegabilmente la sfera si dissolse.
«Tsk! Perfetto! Come mai la mia magia non funziona?»
Prese le scale.
«Cazzo…»
Fuori, le linee della casa sembrarono incurvarsi lentamente per poi rimanere storte e grottesche.


La stanza di Noah sarebbe andata bene anche per una vecchia mummia.
Il letto, l’arredamento… tutto quanto, gli ricordava i luoghi dove i ministri del suo regno si divertivano a portarlo per insegnargli a leggere o altro.
Era tutto vecchio e polveroso.
Come se nessuno mettesse piede in quella stanza da secoli… però era strano. Tutto era in ordine… e al di là dell’impressione che dava, non c’era un filo di sporcizia.
Dante gli fece strada, mentre entravano Noah vide con la coda dell’occhio qualcosa dietro di lui.
Fece per dirlo ma sé ne stette zitto. Dante sembrava tranquillo.
«Buonanotte Noah…»
«B… buonanotte… zi… ehm… Dante.»
Dante accese una piccola lampada a olio.
Poi si voltò e sé ne andò chiudendo la porta.
Non era passato un secondo, che già nella testa del bambino risuonavano distorte le parole di Dante.
Non uscire… o Qualcosa ti verrà a trovare…
Non uscire per amor del Mana! Galder ha dimenticato questi luoghi… e creature di ogni genere vagano in cerca di Giovani Principi da Afferrare.
Sentì un rumore strano. Come se nella casa fosse caduta una libreria… o qualcosa di simile.
Cercò di stare tranquillo. Probabilmente era solo il temporale.
Probabilmente.


Astea non si era fatto male cadendo da tutti quei piani di altezza. Non era riuscito a contarli. Si scrollò di dosso il legno e la poltrona.
Si alzò in piedi e diede una occhiata intorno scrocchiando il collo.
Buio.
Nulla. Si sentiva cieco.
Provò ad andare avanti a tastoni. La sua alabarda era su, chissà quanti metri fa.
Poi… TARATADAAAN!! Un pianoforte… un accordo basso e greve. Da colpo di scena tragico.
«Che cazzo ci fa qui un pianoforte??» imprecò Astea per aver sbattuto il ginocchio sullo sgabello ed essersi appoggiato sulla tastiera scoperta.
Continuava a non vedere bene. Ma le cose che toccava erano strane. Forse altri strumenti… e quel pianoforte.
Batté il pugno sul palmo della mano.
«Ci sono! Sono in una band! Datemi un basso!»
Astea continuò a chiedere un basso per un bel po’ di tempo urtando qualsiasi tipo di strumento, era nell'orchestra, sotto il palco, in un gigantesco teatro.
«Ville?? Ci sei?»

Ville atterrò con leggerezza su un pavimento in legno perfettamente integro. Ma di Astea e della poltrona non c’era traccia.
Si guardò intorno.
«Astea? Ci sei?»
«C’è qualcosa che non va.»
Guardarsi intorno non era granché utile. La poca luce del piano superiore non arrivava fin là sotto e così era già tanto se riusciva a vedere la propria mano davanti agli occhi.
Le sembrava di essere cieca, o “scomparsa”… senza esitare andò avanti alla ricerca di Astea.
Le stanze sembravano ripetersi con cadenza quasi musicale.
«Dove diavolo mi trovo? Non doveva essere una casa estiva? Cosa sono tutti questi corridoi? Così in basso per giunta…»

Le torce che Wein aveva con sé erano zuppe e la sua magia non funzionava. Si affidò al suo sguardo fino da drago… ma inspiegabilmente riusciva a scorgere solo piccoli particolari nell’oscurità. Come se ci fosse una nebbia nera intorno a lui.
Si accorse che respirava affannato. Allora si calmò e riprese a scendere le scale con calma.
Le scale giravano in un’enorme spirale, piccoli e larghi gradini con poca pendenza. Quella casa doveva essere gigantesca per permettersi una scala del genere.
Strano.
Da fuori non sembrava così grossa.

Damiel non ci mise molto a trovare i bagni. Le ville come quelle erano fatte in serie dallo stesso idiota.
Dopo un po’ uscì e tornò indietro.
Strano. Di Astea, Ville e Wein nemmeno l’ombra.
Si sentì afferrare dalla paura ma poi si tranquillizzò.
«Figurati se devi spaventarti adesso… hai passato una vita da sola a fare questo genere di cose…» disse fra sé e sé mentre passeggiava per la stanza.
Era troppo buio. Fu un lampo a farle vedere l’abisso verso il quale stava camminando, giusto un istante prima di finirci dentro.
Non urlò nemmeno per il colpo che s’era presa, mentre cadeva anche lei nel buco aperto da Astea.

Nell’atrio quella sensazione di Wein si fece quasi tangibile… e una strana nebbia si condensò sopra il foro nel pavimento.
Quando si diradò il buco era… sparito.
Anche l’ingresso s’incurvò, scricchiolò e si lamentò, poi rimase inclinato.
Corrotto.
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