Trentottesimo Episodio: On The Run - Mad Tea Party


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La scala continuava a scendere senza arrivare mai a nessun piano.
Dopo due o tre volute Wein s’insospettì.
La sua balestra vibrava.
Emetteva piccoli movimenti… come se “sentisse qualcosa”.
Era strano. Ma lui non sentiva proprio nulla.
Esaminò i gradini, la parte centrale, come un grande tronco, sembrava assolutamente di legno. Ma qualcosa gli diceva che non era così.
Si fermò.
Respirò a lungo, poi girò la testa alle sue spalle, senza fissare nulla in particolare.
Di nuovo quella sensazione di nebbia oscura.
«Sei un demone. Ma non ho ancora capito se sei interessato a noi o meno…» sentenziò.
«Che ne dici di fare due chiacchiere?» provò a dire.

Ville correva per il dedalo di corridoi. Le stanze le apparivano tutte uguali, ma non capiva se era perché fosse preoccupata o perché in realtà ERANO tutte uguali.
Astea avrebbe dovuto trovarsi sul fondo del buco… ma non c’era, e la sua alabarda pesava anche più di un uomo adulto.
Poi la ragazza si fermò e provò ad appoggiare delicatamente la mano sul muro più vicino.
La reazione fu quella che si aspettava.
Il muro si ritirò come una lumaca che veniva toccata da qualcosa.
Si arrotolò su sé stesso, indietreggiò e in qualche modo “si lamentò” con alcuni scricchiolii di legno.
«Dov’è mio fratello?» sibilò.

Damiel atterrò su un comodo divano in maniera scomposta.
Niente di rotto.
Cercò di fare mente locale su cosa fosse successo ma prima ancora di mettersi seduta vide due occhi verdi baluginare nell’oscurità.
Si arrampicò sullo schienale come un felino per vedere meglio la figura.
La luce era soffusa, poca ma c’era.
Era un bambino dai capelli a caschetto e un vestitino blu… erano suoi gli occhi.
«Ciao» disse il bambino.
«C…ciao…» provò a dire la ragazza… «dove sono mamma e papà? Non spaventarti... pioveva e siamo entrati…»
«Oh non ti preoccupare, era quello che volevo… quanto a mamma e papà… la mamma non si fa mai vedere mentre mio padre è morto…»
Damiel non capì bene la prima parte della frase ma si focalizzò sulla seconda…
«Oh mi dispiace… forse ti ho ferito…»
«Non ti preoccupare… te l’ho detto. Mio padre ad ogni modo se n’è andato da un bel po’ di tempo e ormai ci ho fatto l’abitudine…»
«Capisco… sei un bambino forte.» la ragazza si sistemò seduta sul divano.
«Piacere di conoscerti piccolo, il mio nome è Roxane…»
«Io sono Kaviel…» rispose il frugoletto.
«Ad ogni modo piccolo… non vorrei che tua madre si prendesse uno spavento… perché non l'avverti del nostro arrivo e le chiedi se possiamo rimanere per la notte?»
Dal corpetto di Dam… ehm… Roxane, rotolò giù un pomello d’oro rubato da chissà quale porta.
«Quello è un pomello?» chiese il bambino..
Lei lo fece sparire con un calcio.
«Ehm… si… sono un mercante io… sono diretta alla prossima città per vendere le mie…»
«Non fa nulla, è tuo. Io non me ne faccio nulla dell’oro che è qui dentro…»
Lei rimase un po’ interdetta.
«Sei uno strano bambino.»
«Non ho mai detto di essere un bambino.»
«Ah si? E allora con chi avrei il piacere di conversare adesso?»
«Con Kaviel il Guardiano, capo dei tre Demoni Sovrani, figlio prediletto di Shagrath. Io ti ho scelta.»
Roxane rimase un po’ in silenzio. La luce soffusa della stanza sembrava affievolirsi per poi riprendere.
«Che fantasia… io invece sono la principessa Tinuviel di Kalderon… piacere “Gran Signore dell'Oltretomba”…»
«Bene, sapevo che ti saresti comportata bene.»
«Già… ora scusa ma dovrei cercare i miei compagni… sai che l’ingresso è pericoloso? Sono caduta in un buco!»
«Te l’ho detto, era quello che volevo. A me non interessano né i due Messaggeri Ingram di Shaen, né il potente Drago Occulto.»
Stavolta lo squadrò. «Come fai a sapere chi sono?» attese pochi istanti…«ah certo! Dove ho la testa, li hai già conosciuti??»
«No, ma ad esempio i Messaggeri sono famosi fra i demoni. I miei fratelli li cercano.»
«Che curioso…» provò a rispondere lei senza sapere bene cosa dire e cosa pensare.
«Tu sarai la mia Morte. Io sono il guardiano delle vite dei mortali di questa terra. Sono io che governo i cancelli che conducono le anime al regno dei morti… ove uno dei quattro Primi Demoni, Arvydas l'Incatenato, li conserva assieme ai primi mortali Awac e Zylin, fino a che il Mana avrà questa forma.»
«Sì può sapere di cosa stai parlando bello mio?»
«Ti sto solo spiegando che intendo ucciderti per renderti un potente demone con le mie stesse mansioni. Andrai in giro per il mondo a recidere i destini dei mortali. L’eterna consolatrice, la fine dei mali. La compagna di tutta l’umanità.»
«Detto così fa un po’ “sgualdrina”…»
«Beh ma la Morte non guarda in faccia a nessuno… anche se io non la definirei sgualdrina. Forse democratica. »
Roxane fece per alzarsi ma scoprì di non potersi muovere.
Rabbrividì.
«Che mi succede? Non riesco a muovermi! Mi hanno drogata!»
«Oh no, sono i miei poteri, io non voglio che tu vada via. Tu dovevi morire al patibolo.»
«Patibolo? Chi diavolo sei!!» le parole uscivano senza controllo. Non voleva perdere la calma ma l’aveva già fatto. Quel bambino…
«Diavolo? Si è un ottimo epiteto per me.»
«Merda…» provò ancora a muoversi ma nulla.
Il bambino le si avvicinò, salì sul divano e le passò un dito sotto il mento.
«Sei affascinante. Sarai il mio dono ai mortali. Vederti arrivare, sapere che la loro ora è giunta. Uomini e donne si spegneranno col sorriso mia cara.»
La bocca poteva ancora muoverla. Provò a morderlo ma il bambino si ritrasse come l’ombra di una candela.
«Quando ti ucciderò tu perderai ogni ricordo della tua esistenza umana. Non vorrei che fossi annebbiata da stupidi sentimenti. Sarà bello, sarà come rinascere, te lo garantisco.»
«Non voglio…» provò a dire mentre gli occhi verdi del Guardiano, più che quelli di un bambino, adesso sembravano adulti, potenti e saggi.
La sua volontà veniva meno.
«Non vuoi? La tua voce era meno decisa di poco fa… sarà la vita eterna. Sarà l’eterna primavera. Sarai mia.»
C’era un qualcosa di profondo e infinito in quello sguardo, che solo ora, campeggiava nella luce che le girava intorno timida.
Le sembrava di poter scorgere l’universo, l’infinito e si sentiva piccola, minuta e indifesa.
«Lasciami andare… o chiamerò aiuto.»
«Chiama forte, strilla! Spaventati. Non verrà nessuno. Vuoi del tè?»

Astea aveva smesso di cercare un basso.
Girava per il teatro alla cieca. Ehm...
Senza capire bene come, era salito sul palco, poi era arrivato dietro le tende e adesso girava per le quinte. Inciampando e imprecando ogni volta che urtava qualcosa.
Poi sentì uno strano rumore. Come se stesse su una nave più che in una casa.
Legno che scricchiolava.
E alcune voci.
Prima Wein, poi quella di sua sorella.
«Ville!» gridò nell’enorme ambiente sbucando di nuovo fuori dalle quinte.
Ma non rispose la voce di sua sorella.
Piuttosto qualcosa di cavernoso e basso, accompagnato ancora da rumore di legno fracassato. Più forte, quasi assordante.
«A Noi interessa solo la ragazza dai capelli blu. Voi tre siete di troppo.»
«Noi chi? Cosa volete da Damiel?»
«Noi siamo Noi, Damiel è la Morte e voi invece incontrerete la Morte.»
Astea si fermò un po’ a riflettere sul senso delle parole… poi, capendo che tendenzialmente non ce n’era uno, scrollò le spalle.
«Beh è da vedere se Damiel è la Morte e tutto il resto. A me sembrava una ragazza normale sai com’è…»
«Oh che sciocco.»
«Non fa niente… capita a tutti di sbagliare.»
«Non mi riferivo a me idiota.»
«Beh passare da sciocco a idiota è autolesionismo… ho già abbastanza problemi per conto mio da non volermi fare carico di una casa depressa che…»
«Merda sei tu lo sciocco e l’idiota! Noi siamo a posto!»
«Ma deciditi se usare il NOI o il ME! Poi HA! Certo! Prima chiedi aiuto! Dici che hai i casini! Poi appena ti dico che non voglio rotture tu cominci a insultarmi? Beh sai che ti dico? Risolviteli da solo i problemi! Casa-parlante del cavolo!»
«Un… misero umano…» la voce era colma di disprezzo. «Sei solo un misero umano.»
«Tsk! Hai le fondamenta marce! E poi che cavolo è questo posto? Dov’è il mio basso?»
«Sei nel mio corpo lurido imbecille! In un magnifico teatro! E poi cos’è questa storia del basso?»
«Voglio il basso e mia sorella!»
«Non mi sembra che l’altro uomo fosse basso… forse c’è un’altra persona?»
«NO! Io lo voglio suonare!»
«Ah!» il teatro tremò. «Ti riferisci forse al mio Sovrano? Certo che è basso ma è solo un bambino!»
«Un bambino? Ma di che bambino vai cianciando!!»
«Beh è vero... non è un bambino… e tu vorresti…“suonarlo”??» lo scricchiolio di legno era sarcastico.
«Certo! Chissenefrega se è un teatro io ormai ci ho fatto la bocca!»
La casa prese a ridere sonoramente.
«hoho… un umano che vuole “suonare” Kaviel…»
«Chi? È una marca di bassi? »
La casa scosse la testa... ehm cioè si... il tetto…
«Ora capisco meglio perché la mia razza vuole sterminarvi.»
Detto questo un gigantesco lampadario avvampò in cima alla volta del teatro e piombò su Astea.
Il volto di Astea si allargò in un sorriso felice quando vide di nuovo la luce.
Prese il lampadario in pieno.

Wein si era seduto a un tavolino da tè.
«Vedi… lavorare per il Guardiano non è male… è solo che magari capita che per cinque secoli non hai nulla da fare… e allora ti annoi… poi però arriva un lavoro tutto insieme e non si ha il tempo per finirlo.»
«Certo certo… è una gran rottura… cosa fai durante i secoli di “fermo”?»
Wein stava chiacchierando tranquillamente con una sedia.
La grossa e lenta scalinata a spirale era divenuta una meravigliosa stanza circolare. Il legno della tromba delle scale si era ritirato in un magnifico lampadario, mentre sotto aveva lasciato spazio a un tavolino da tè. Wein si era seduto e sorseggiava sereno mentre dall’altra parte, una sedia, seduta al tavolino... cioè si… insomma una sedia al tavolino, parlava con lui muovendo ogni tanto i braccioli.
Era una di quelle vecchie sedie un po’ barocche. La fodera rossa. Come quella su cui era seduto lui.
«Non so. Spesso della gente viene ad abitare, mi “comprano” dicono loro e io allora mi diverto a spaventarli… non sai cosa sono in grado di fare se mi ci metto…»
Dietro Wein dal muro una specie di lama oscura prese a formarsi fino ad arrivare a pochi centimetri dal collo del drago. La lama prese la forma di una falce, un po’ di rincorsa per caricare il colpo, poi le orecchie di Wein vibrarono e lui si girò. La lama rientrò com’era uscita mentre la sedia scricchiolava imbarazzata.
«Dicevamo?» riprese il drago poggiando le labbra di nuovo sulla tazza.
«Spavento la gente… la uccido, oppure litigo coi vicini di casa…»
«Vicini di casa?»
«Sì. Nella città c’è un cimitero maledetto e sconsacrato… quei soliti pastrocchi che fanno gli umani quando non hanno più soldi e spazio per seppellire i propri parenti…»
«Certo…»
«Ecco vedi… i poveracci hanno formato una specie di schiera di spiriti derelitti che ogni tanto cominciano ad accampare falsi diritti sulle terre circostanti… e allora mi tocca dar loro una lezione…»
«Sono forti?»
«Macché! Sono capaci solo di minacciare. Sono dei vigliacchi, come lo erano da vivi…»
«Beh almeno ammazzi il tempo.»
«E non solo quello…»
La tazza di Wein si colorò di verde mentre il liquido prese a fondere la ceramica.
Per un puro caso però l’acido squagliò prima la parte superiore e la tazzina si staccò dal piccolo manico incurvato, cadendo a terra.
«Oh! Mi è caduta la tazza!» disse non senza una vena di disappunto Wein, mentre l’acido corrodeva il pavimento senza che lui se ne accorgesse.
La casa si morse la lingua.
Cioè… i tappeti rossi delle altre scale si arricciarono su se stessi… ma ad ogni modo non emise un fiato.
«C’è qualcosa che non va? La mia compagnia è forse sconveniente?» domandò Wein da perfetto gentleman che prendeva il tè. Cercava di raccogliere la tazzina ma non la trovava…
... e probabilmente non trovava nemmeno una porzione di pavimento.
«Si figuri! Era tanto che non parlavo così con qualcuno…» rispose la sedia mentre escogitava qualche altro modo per uccidere Wein.

Il muro tornò come prima.
«Lo so! Sei un demone!» gridò Ville prima di ricominciare a correre.
Il corridoio finì ed entrò in una stanza che alla sua entrata avvampò di mille luci.
Il soffitto e le pareti si allontanarono veloci facendo comparire una magnifica architettura impreziosita da finestre di vetro decorate da numerose volute in ferro.
Apparve anche una meravigliosa sala con una lunga scala dalla quale scendevano eleganti persone, nobili, principi e ambasciatori.
Come dal nulla si ritrovò di fronte una processione di ricche persone che rappresentavano se stesse in quella sfilata, il brusio da gran gala e una orchestra, CON BASSO, che suonava musica classica.
«Ma che diavolo!»
«Oh madamigella! Qual fulgido splendore in così tanta immediatezza!» salutò un tizio tutto agghindato arrivando da Ville.
Lei lo prese per il bavero.
«Dove sono, cosa è questo posto e dov’è mio fratello?»
«Oh io non lo so. Io sono solo un tizio tutto agghindato che è arrivato da Ville!» disse sorridente la figura prima si svanire in una nuvoletta di fumo.
Tossì.
«Che significa tutto questo?»
Improvvisamente, tutte insieme, le persone della festa iniziarono a ballare girando intorno a Ville che li seguiva con uno sguardo attento. Iniziava a girarle la testa quando una coppia le si avvicinò e un signore la prese con una agilità fuori dal comune per farla ballare. Si muovevano a tempo.
«Chi sei?»
«Io sono il signore della coppia che le si avvicinò con agilità fuori dal comune per farla ballare. Ci muoviamo a tempo!» e ancora svanì nella nuvoletta di fumo.
La ragazza per poco non inciampò rimanendo senza partner.
Le gambe si mossero veloci come in uno scontro per riprendere l’equilibrio.
I rumori divennero soffusi, mischiati. Anche dissonanti.
L’altra persona che arrivò, che era solo l’altra persona che arrivò, nemmeno parlò e divenne fumo prima che Ville potesse colpirla con un pugno.
Poi ancora e ancora; ed erano rispettivamente uno ancora e l’altro ancora.
Ville si levò gentilmente il cappello, era visibilmente innervosita. Con nonchalance degna della festa, piantò a terra una mano provocando una specie di terremoto. Le figure di fumo svanirono.
Tossì.
Poi dalla nebbia emerse un tavolino. L’orchestra continuava a suonare. Erano sparite le persone. Gli strumenti, compreso il BASSO continuavano da soli. Ma senza emettere suoni.
«Cosa essere thuuu!» disse Ville al tavolino. Apparve un vecchio signore canuto vestito di bianco con una lunga pipa in bocca. La figura rimase silenziosa… quasi spiazzata.
«Come?»
«COSA ESSERE TU!» continuò lei.
«Mi dispiace ma questo avrei dovuto dirlo io!»
«Eh no! IO sono quella che avrebbe dovuto dire “cosa essere tu” altrimenti non l’avrei detto né sarebbe stato scritto!»
Il signore armeggiò con la lunga pipa per emettere poi alcuni anelli.
«Io sono il brucaliffo.»
«Io sono il brucaliffo» ribatté Ville.
«No, il brucaliffo sono io, tu sei Ville Ingram di Shaen. È scritto.»
«E chi lo decide? Io dico e sono quello che voglio.»
«Sì ma io lo sono e basta…»
«No, non lo sei perché non l’hai detto subito e non sei venuto a presentarti come hanno fatto gli altri che erano venuti a presentarsi.»
«Infatti tu dovevi venire da me…»
«Ma invece sei stato tu ad apparire. Io non mi sono mossa.»
«Non calpestare…»
«NON CALPESTARE I PALMIPEDONI!!»
«Merda!» esclamò il vecchio signore.
«No, merda non lo dice il brucaliffo. Il brucaliffo sono io caro.»
«Tu sei Ville.»
«No, tu sei Ville.»
«Io non sono Ville! Sono una casa.»
«Oh certo e io sono un essere umano!»
«Ma no! È vero! Io sono una casa! Sono una splendida casa!»
«No, tu sei Ville e sei mia ospite!»
«No! Voi siete i miei ospiti! Voi tre! Mentre l’altra è l’ospite del capo!»
«Tu non hai nessun capo!»
«Ma sì! Ce l’ho eccome! I demoni hanno sempre un capo!»
«Ma tu non sei un demone e non vuoi ucciderci!»
«Sì che sono un demone e sì, voglio uccidervi! Ma questo che c’entra? Io sono solo il brucaliffo.»
«Troppo tardi.»
Ville fece librare in aria le mani, leggere come farfalle, e l’energia demoniaca che aveva intorno venne risucchiata riportando il tutto a una comune stanza di una casa.
La sua immagine venne riflessa da uno specchio rotto che la divise in tante immagini più piccole.
In una le parve di riconoscere suo fratello.
«Astea!»

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