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La scala continuava a scendere senza arrivare mai a nessun
piano.
Dopo due o tre volute Wein sinsospettì.
La sua balestra vibrava.
Emetteva piccoli movimenti
come se sentisse qualcosa.
Era strano. Ma lui non sentiva proprio nulla.
Esaminò i gradini, la parte centrale, come un grande tronco, sembrava
assolutamente di legno. Ma qualcosa gli diceva che non era così.
Si fermò.
Respirò a lungo, poi girò la testa alle sue spalle, senza
fissare nulla in particolare.
Di nuovo quella sensazione di nebbia oscura.
«Sei un demone. Ma non ho ancora capito se sei interessato a noi
o meno
» sentenziò.
«Che ne dici di fare due chiacchiere?» provò a dire.
Ville correva per il dedalo di corridoi. Le stanze le apparivano tutte
uguali, ma non capiva se era perché fosse preoccupata o perché
in realtà ERANO tutte uguali.
Astea avrebbe dovuto trovarsi sul fondo del buco
ma non cera,
e la sua alabarda pesava anche più di un uomo adulto.
Poi la ragazza si fermò e provò ad appoggiare delicatamente
la mano sul muro più vicino.
La reazione fu quella che si aspettava.
Il muro si ritirò come una lumaca che veniva toccata da qualcosa.
Si arrotolò su sé stesso, indietreggiò e in qualche
modo si lamentò con alcuni scricchiolii di legno.
«Dovè mio fratello?» sibilò.
Damiel atterrò su un comodo divano in maniera scomposta.
Niente di rotto.
Cercò di fare mente locale su cosa fosse successo ma prima ancora
di mettersi seduta vide due occhi verdi baluginare nelloscurità.
Si arrampicò sullo schienale come un felino per vedere meglio la
figura.
La luce era soffusa, poca ma cera.
Era un bambino dai capelli a caschetto e un vestitino blu
erano
suoi gli occhi.
«Ciao» disse il bambino.
«C
ciao
» provò a dire la ragazza
«dove
sono mamma e papà? Non spaventarti... pioveva e siamo entrati
»
«Oh non ti preoccupare, era quello che volevo
quanto a mamma
e papà
la mamma non si fa mai vedere mentre mio padre è
morto
»
Damiel non capì bene la prima parte della frase ma si focalizzò
sulla seconda
«Oh mi dispiace
forse ti ho ferito
»
«Non ti preoccupare
te lho detto. Mio padre ad ogni
modo se nè andato da un bel po di tempo e ormai ci
ho fatto labitudine
»
«Capisco
sei un bambino forte.» la ragazza si sistemò
seduta sul divano.
«Piacere di conoscerti piccolo, il mio nome è Roxane
»
«Io sono Kaviel
» rispose il frugoletto.
«Ad ogni modo piccolo
non vorrei che tua madre si prendesse
uno spavento
perché non l'avverti del nostro arrivo e le
chiedi se possiamo rimanere per la notte?»
Dal corpetto di Dam
ehm
Roxane, rotolò giù un
pomello doro rubato da chissà quale porta.
«Quello è un pomello?» chiese il bambino..
Lei lo fece sparire con un calcio.
«Ehm
si
sono un mercante io
sono diretta alla
prossima città per vendere le mie
»
«Non fa nulla, è tuo. Io non me ne faccio nulla delloro
che è qui dentro
»
Lei rimase un po interdetta.
«Sei uno strano bambino.»
«Non ho mai detto di essere un bambino.»
«Ah si? E allora con chi avrei il piacere di conversare adesso?»
«Con Kaviel il Guardiano, capo dei tre Demoni Sovrani, figlio prediletto
di Shagrath. Io ti ho scelta.»
Roxane rimase un po in silenzio. La luce soffusa della stanza sembrava
affievolirsi per poi riprendere.
«Che fantasia
io invece sono la principessa Tinuviel di Kalderon
piacere Gran Signore dell'Oltretomba
»
«Bene, sapevo che ti saresti comportata bene.»
«Già
ora scusa ma dovrei cercare i miei compagni
sai che lingresso è pericoloso? Sono caduta in un buco!»
«Te lho detto, era quello che volevo. A me non interessano
né i due Messaggeri Ingram di Shaen, né il potente Drago
Occulto.»
Stavolta lo squadrò. «Come fai a sapere chi sono?»
attese pochi istanti
«ah certo! Dove ho la testa, li hai già
conosciuti??»
«No, ma ad esempio i Messaggeri sono famosi fra i demoni. I miei
fratelli li cercano.»
«Che curioso
» provò a rispondere lei senza sapere
bene cosa dire e cosa pensare.
«Tu sarai la mia Morte. Io sono il guardiano delle vite dei mortali
di questa terra. Sono io che governo i cancelli che conducono le anime
al regno dei morti
ove uno dei quattro Primi Demoni, Arvydas l'Incatenato,
li conserva assieme ai primi mortali Awac e Zylin, fino a che il Mana
avrà questa forma.»
«Sì può sapere di cosa stai parlando bello mio?»
«Ti sto solo spiegando che intendo ucciderti per renderti un potente
demone con le mie stesse mansioni. Andrai in giro per il mondo a recidere
i destini dei mortali. Leterna consolatrice, la fine dei mali. La
compagna di tutta lumanità.»
«Detto così fa un po sgualdrina
»
«Beh ma la Morte non guarda in faccia a nessuno
anche se io
non la definirei sgualdrina. Forse democratica. »
Roxane fece per alzarsi ma scoprì di non potersi muovere.
Rabbrividì.
«Che mi succede? Non riesco a muovermi! Mi hanno drogata!»
«Oh no, sono i miei poteri, io non voglio che tu vada via. Tu dovevi
morire al patibolo.»
«Patibolo? Chi diavolo sei!!» le parole uscivano senza controllo.
Non voleva perdere la calma ma laveva già fatto. Quel bambino
«Diavolo? Si è un ottimo epiteto per me.»
«Merda
» provò ancora a muoversi ma nulla.
Il bambino le si avvicinò, salì sul divano e le passò
un dito sotto il mento.
«Sei affascinante. Sarai il mio dono ai mortali. Vederti arrivare,
sapere che la loro ora è giunta. Uomini e donne si spegneranno
col sorriso mia cara.»
La bocca poteva ancora muoverla. Provò a morderlo ma il bambino
si ritrasse come lombra di una candela.
«Quando ti ucciderò tu perderai ogni ricordo della tua esistenza
umana. Non vorrei che fossi annebbiata da stupidi sentimenti. Sarà
bello, sarà come rinascere, te lo garantisco.»
«Non voglio
» provò a dire mentre gli occhi verdi
del Guardiano, più che quelli di un bambino, adesso sembravano
adulti, potenti e saggi.
La sua volontà veniva meno.
«Non vuoi? La tua voce era meno decisa di poco fa
sarà
la vita eterna. Sarà leterna primavera. Sarai mia.»
Cera un qualcosa di profondo e infinito in quello sguardo, che solo
ora, campeggiava nella luce che le girava intorno timida.
Le sembrava di poter scorgere luniverso, linfinito e si sentiva
piccola, minuta e indifesa.
«Lasciami andare
o chiamerò aiuto.»
«Chiama forte, strilla! Spaventati. Non verrà nessuno. Vuoi
del tè?»
Astea aveva smesso di cercare un basso.
Girava per il teatro alla cieca. Ehm...
Senza capire bene come, era salito sul palco, poi era arrivato dietro
le tende e adesso girava per le quinte. Inciampando e imprecando ogni
volta che urtava qualcosa.
Poi sentì uno strano rumore. Come se stesse su una nave più
che in una casa.
Legno che scricchiolava.
E alcune voci.
Prima Wein, poi quella di sua sorella.
«Ville!» gridò nellenorme ambiente sbucando di
nuovo fuori dalle quinte.
Ma non rispose la voce di sua sorella.
Piuttosto qualcosa di cavernoso e basso, accompagnato ancora da rumore
di legno fracassato. Più forte, quasi assordante.
«A Noi interessa solo la ragazza dai capelli blu. Voi tre siete
di troppo.»
«Noi chi? Cosa volete da Damiel?»
«Noi siamo Noi, Damiel è la Morte e voi invece incontrerete
la Morte.»
Astea si fermò un po a riflettere sul senso delle parole
poi, capendo che tendenzialmente non ce nera uno, scrollò
le spalle.
«Beh è da vedere se Damiel è la Morte e tutto il resto.
A me sembrava una ragazza normale sai comè
»
«Oh che sciocco.»
«Non fa niente
capita a tutti di sbagliare.»
«Non mi riferivo a me idiota.»
«Beh passare da sciocco a idiota è autolesionismo
ho
già abbastanza problemi per conto mio da non volermi fare carico
di una casa depressa che
»
«Merda sei tu lo sciocco e lidiota! Noi siamo a posto!»
«Ma deciditi se usare il NOI o il ME! Poi HA!
Certo! Prima chiedi aiuto! Dici che hai i casini! Poi appena ti dico che
non voglio rotture tu cominci a insultarmi? Beh sai che ti dico? Risolviteli
da solo i problemi! Casa-parlante del cavolo!»
«Un
misero umano
» la voce era colma di disprezzo.
«Sei solo un misero umano.»
«Tsk! Hai le fondamenta marce! E poi che cavolo è questo
posto? Dovè il mio basso?»
«Sei nel mio corpo lurido imbecille! In un magnifico teatro! E poi
cosè questa storia del basso?»
«Voglio il basso e mia sorella!»
«Non mi sembra che laltro uomo fosse basso
forse cè
unaltra persona?»
«NO! Io lo voglio suonare!»
«Ah!» il teatro tremò. «Ti riferisci forse al
mio Sovrano? Certo che è basso ma è solo un bambino!»
«Un bambino? Ma di che bambino vai cianciando!!»
«Beh è vero... non è un bambino
e tu vorresti
suonarlo??»
lo scricchiolio di legno era sarcastico.
«Certo! Chissenefrega se è un teatro io ormai ci ho fatto
la bocca!»
La casa prese a ridere sonoramente.
«hoho
un umano che vuole suonare Kaviel
»
«Chi? È una marca di bassi? »
La casa scosse la testa... ehm cioè si... il tetto
«Ora capisco meglio perché la mia razza vuole sterminarvi.»
Detto questo un gigantesco lampadario avvampò in cima alla volta
del teatro e piombò su Astea.
Il volto di Astea si allargò in un sorriso felice quando vide di
nuovo la luce.
Prese il lampadario in pieno.
Wein si era seduto a un tavolino da tè.
«Vedi
lavorare per il Guardiano non è male
è
solo che magari capita che per cinque secoli non hai nulla da fare
e allora ti annoi
poi però arriva un lavoro tutto insieme
e non si ha il tempo per finirlo.»
«Certo certo
è una gran rottura
cosa fai durante
i secoli di fermo?»
Wein stava chiacchierando tranquillamente con una sedia.
La grossa e lenta scalinata a spirale era divenuta una meravigliosa stanza
circolare. Il legno della tromba delle scale si era ritirato in un magnifico
lampadario, mentre sotto aveva lasciato spazio a un tavolino da tè.
Wein si era seduto e sorseggiava sereno mentre dallaltra parte,
una sedia, seduta al tavolino... cioè si
insomma una sedia
al tavolino, parlava con lui muovendo ogni tanto i braccioli.
Era una di quelle vecchie sedie un po barocche. La fodera rossa.
Come quella su cui era seduto lui.
«Non so. Spesso della gente viene ad abitare, mi comprano
dicono loro e io allora mi diverto a spaventarli
non sai cosa sono
in grado di fare se mi ci metto
»
Dietro Wein dal muro una specie di lama oscura prese a formarsi fino ad
arrivare a pochi centimetri dal collo del drago. La lama prese la forma
di una falce, un po di rincorsa per caricare il colpo, poi le orecchie
di Wein vibrarono e lui si girò. La lama rientrò comera
uscita mentre la sedia scricchiolava imbarazzata.
«Dicevamo?» riprese il drago poggiando le labbra di nuovo
sulla tazza.
«Spavento la gente
la uccido, oppure litigo coi vicini di
casa
»
«Vicini di casa?»
«Sì. Nella città cè un cimitero maledetto
e sconsacrato
quei soliti pastrocchi che fanno gli umani quando
non hanno più soldi e spazio per seppellire i propri parenti
»
«Certo
»
«Ecco vedi
i poveracci hanno formato una specie di schiera
di spiriti derelitti che ogni tanto cominciano ad accampare falsi diritti
sulle terre circostanti
e allora mi tocca dar loro una lezione
»
«Sono forti?»
«Macché! Sono capaci solo di minacciare. Sono dei vigliacchi,
come lo erano da vivi
»
«Beh almeno ammazzi il tempo.»
«E non solo quello
»
La tazza di Wein si colorò di verde mentre il liquido prese a fondere
la ceramica.
Per un puro caso però lacido squagliò prima la parte
superiore e la tazzina si staccò dal piccolo manico incurvato,
cadendo a terra.
«Oh! Mi è caduta la tazza!» disse non senza una vena
di disappunto Wein, mentre lacido corrodeva il pavimento senza che
lui se ne accorgesse.
La casa si morse la lingua.
Cioè
i tappeti rossi delle altre scale si arricciarono su
se stessi
ma ad ogni modo non emise un fiato.
«Cè qualcosa che non va? La mia compagnia è
forse sconveniente?» domandò Wein da perfetto gentleman che
prendeva il tè. Cercava di raccogliere la tazzina ma non la trovava
... e probabilmente non trovava nemmeno una porzione di pavimento.
«Si figuri! Era tanto che non parlavo così con qualcuno
»
rispose la sedia mentre escogitava qualche altro modo per uccidere Wein.
Il muro tornò come prima.
«Lo so! Sei un demone!» gridò Ville prima di ricominciare
a correre.
Il corridoio finì ed entrò in una stanza che alla sua entrata
avvampò di mille luci.
Il soffitto e le pareti si allontanarono veloci facendo comparire una
magnifica architettura impreziosita da finestre di vetro decorate da numerose
volute in ferro.
Apparve anche una meravigliosa sala con una lunga scala dalla quale scendevano
eleganti persone, nobili, principi e ambasciatori.
Come dal nulla si ritrovò di fronte una processione di ricche persone
che rappresentavano se stesse in quella sfilata, il brusio da gran gala
e una orchestra, CON BASSO, che suonava musica classica.
«Ma che diavolo!»
«Oh madamigella! Qual fulgido splendore in così tanta immediatezza!»
salutò un tizio tutto agghindato arrivando da Ville.
Lei lo prese per il bavero.
«Dove sono, cosa è questo posto e dovè mio fratello?»
«Oh io non lo so. Io sono solo un tizio tutto agghindato che è
arrivato da Ville!» disse sorridente la figura prima si svanire
in una nuvoletta di fumo.
Tossì.
«Che significa tutto questo?»
Improvvisamente, tutte insieme, le persone della festa iniziarono a ballare
girando intorno a Ville che li seguiva con uno sguardo attento. Iniziava
a girarle la testa quando una coppia le si avvicinò e un signore
la prese con una agilità fuori dal comune per farla ballare. Si
muovevano a tempo.
«Chi sei?»
«Io sono il signore della coppia che le si avvicinò con agilità
fuori dal comune per farla ballare. Ci muoviamo a tempo!» e ancora
svanì nella nuvoletta di fumo.
La ragazza per poco non inciampò rimanendo senza partner.
Le gambe si mossero veloci come in uno scontro per riprendere lequilibrio.
I rumori divennero soffusi, mischiati. Anche dissonanti.
Laltra persona che arrivò, che era solo laltra persona
che arrivò, nemmeno parlò e divenne fumo prima che Ville
potesse colpirla con un pugno.
Poi ancora e ancora; ed erano rispettivamente uno ancora e laltro
ancora.
Ville si levò gentilmente il cappello, era visibilmente innervosita.
Con nonchalance degna della festa, piantò a terra una mano provocando
una specie di terremoto. Le figure di fumo svanirono.
Tossì.
Poi dalla nebbia emerse un tavolino. Lorchestra continuava a suonare.
Erano sparite le persone. Gli strumenti, compreso il BASSO continuavano
da soli. Ma senza emettere suoni.
«Cosa essere thuuu!» disse Ville al tavolino. Apparve un vecchio
signore canuto vestito di bianco con una lunga pipa in bocca. La figura
rimase silenziosa
quasi spiazzata.
«Come?»
«COSA ESSERE TU!» continuò lei.
«Mi dispiace ma questo avrei dovuto dirlo io!»
«Eh no! IO sono quella che avrebbe dovuto dire cosa
essere tu altrimenti non lavrei detto né sarebbe stato
scritto!»
Il signore armeggiò con la lunga pipa per emettere poi alcuni anelli.
«Io sono il brucaliffo.»
«Io sono il brucaliffo» ribatté Ville.
«No, il brucaliffo sono io, tu sei Ville Ingram di Shaen. È
scritto.»
«E chi lo decide? Io dico e sono quello che voglio.»
«Sì ma io lo sono e basta
»
«No, non lo sei perché non lhai detto subito e non
sei venuto a presentarti come hanno fatto gli altri che erano venuti a
presentarsi.»
«Infatti tu dovevi venire da me
»
«Ma invece sei stato tu ad apparire. Io non mi sono mossa.»
«Non calpestare
»
«NON CALPESTARE I PALMIPEDONI!!»
«Merda!» esclamò il vecchio signore.
«No, merda non lo dice il brucaliffo. Il brucaliffo sono io caro.»
«Tu sei Ville.»
«No, tu sei Ville.»
«Io non sono Ville! Sono una casa.»
«Oh certo e io sono un essere umano!»
«Ma no! È vero! Io sono una casa! Sono una splendida casa!»
«No, tu sei Ville e sei mia ospite!»
«No! Voi siete i miei ospiti! Voi tre! Mentre laltra è
lospite del capo!»
«Tu non hai nessun capo!»
«Ma sì! Ce lho eccome! I demoni hanno sempre un capo!»
«Ma tu non sei un demone e non vuoi ucciderci!»
«Sì che sono un demone e sì, voglio uccidervi! Ma
questo che centra? Io sono solo il brucaliffo.»
«Troppo tardi.»
Ville fece librare in aria le mani, leggere come farfalle, e lenergia
demoniaca che aveva intorno venne risucchiata riportando il tutto a una
comune stanza di una casa.
La sua immagine venne riflessa da uno specchio rotto che la divise in
tante immagini più piccole.
In una le parve di riconoscere suo fratello.
«Astea!»
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