Trentanovesimo Episodio: Scarborough Fair


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Dante si fece cadere come un vestito leggero su una sedia.
La sua posizione era disarticolata e scomoda ma lui non sembrava farci caso.
Forse aveva dimenticato come si stava comodi, o forse erano affezioni che in un certo senso non lo riguardavano più.
Dopo un po’ si spostò.
«Ahia...» mormorò massaggiandosi la schiena... poi si bloccò di scatto e si guardò intorno. Non c'era nessuno nella camera...
La stanza era illuminata da una piccola candela quasi nascosta che tremava e si rifletteva timidamente in uno specchio dai bordi obliqui.
Toccò lo spazio intorno a lui e ne uscì un piccolo carillon, di quelli antichi, una specie di piccola scatoletta con la carica. Una lamina di ferro dentellata sbatteva su un rullo sempre di ferro ed emetteva suoni strani, argentini. Era posata sul tavolo.
Poi intorno a lui ridivenne come giorno.
La luce del sole gli sembrava calda, gentile.
Riscaldava le sue membra affaticate, la fronte imperlata di sudore.
Vir Eliel era già scomparso. Alla fine di ogni sessione di allenamento lui svaniva nel nulla e non si faceva rivedere se non prima dello scontro successivo.
Era quello il momento in cui lei arrivava sempre.
Correva, oppure camminava, oppure appariva alla sua vista se era svenuto, o se era in fin di vita.
Stavolta era rimasto in piedi e così poté vederla arrivare. In un certo senso si sentiva sereno perché lo scontro era finito ed era sopravvissuto anche quella volta.
Vir Eliel lo allenava alla meditazione, al controllo del corpo e dello spazio; lo allenava nello spirito ma, quando combatteva, non era detto che avrebbe rivisto la luce del sole il giorno successivo.
Il maestro non poneva limiti di tempo o di altro genere e Dante si trovava a dover combattere per la vita o la morte ogni qual volta Vir Eliel si presentava da lui con l’intenzione di combattere invece che insegnare.
Lei gli si avvicinò sorridente.
I capelli neri.
Le sue pupille dilatate si strinsero quando l’allucinazione finì, il carillon smise di suonare e davanti a sé, al posto di Sierra vide la ragazza che lo accompagnava a Tradnor.
Gli sorrise, lui invece la falciò con lo sguardo.
Lei rimase immobile.
Senza espressione per molto tempo.
«Sono loro, mi consumano, mi uccidono.»
«I ricordi?»
«Non sono ricordi, sono sogni reali, sono manifestazioni di un’altra realtà in questa e io non li sopporto.»
«Non sopporti ricordare o non sopporti "i ricordi"?»
«Non sono domande che dovresti farmi.»
«E io invece penso di sì “Maestro”» enfatizzò lei.
«Non chiamarmi così.»
«E tu non trattarmi così.»
Dante rimase silenzioso.
«Perché?» disse lei.
Ma lui non rispose, i suoi occhi rossi spenti la fissarono impercettibilmente. Una frazione di secondo, per poi tornare sulla tenda della finestra che ondeggiava avanti e indietro per il vento.
«Perché ti ostini a non voler vivere adesso?»
«Come?»
«Il tuo sguardo, i tuoi gesti, sono quelli di uno spettro e non di un essere vivente.»
«Hai ragione.»
Ancora una pausa.
«E...?»
«Hai ragione e basta. Sei la prima persona che ho con me da molto tempo, c’è un motivo no?»
«Sarebbe?»
«Ti ho scelta... puoi capirmi... anche se per il tuo bene non ti rivelerò tutti i segreti della mia tecnica, puoi capirmi... anche se non mi conosci.»
«Non ti conosco?»
«No.» Dante fu perentorio.
«Parli del tuo passato?»
«Anche.»
Lei scrollò le spalle. «Sai com’è… conoscerti equivale a fare lo storico…»
Il drago quasi abbozzò un sorriso.
«Hai evitato la domanda. Cosa significa che ho ragione? Perché non mi parli del tuo passato?»
«NO
«Fa come vuoi. Questa stanza puzza di stantìo.» lei fece per uscirne.
«Sai che non è vero.»
«Sai che non mi riferivo alla stanza.»

Aveva sentito altri rumori, urla, fremiti. Perché non doveva uscire?
Fu allora che nella casa risuonò un lamento disumano... o meglio... umano.
Ma c'era qualcosa che gli fece gelare il sangue nelle vene più di qualsiasi altra cosa avesse mai sentito.
Noah fu come un lampo sulla porta e girò la chiave.
Serrò i pugni.


«Astea.» disse Ville fissandolo attraverso lo specchio.
Forse era solo una immagine di se stessa strana. Gli ricordava lui. Poi però l'immagine si mosse. Mentre le altre rimasero ferme.
Era lui.

«A...aiutami» disse lui «...scusa.»
Stava succedendo.
Aveva cercato di farci attenzione. Ma quando aveva visto sua sorella era corso da lei senza starci a pensare più di tanto.
Era andato e quello che aveva visto era solo l'immagine riflessa di lei in uno specchio. Poi lo specchio si era rotto e aveva intravisto se stesso e i propri occhi.
Come dalle più recondite profondità del tempo la sua mente prese a trasmettere dei semplici flash.
Li vedeva riflessi nei propri occhi. Come se fossero proiettati dall'interno sulla pupilla.
Come scariche elettriche lo attraversavano scuotendolo come una frusta.
Degli occhi.
Un ruggito.
Un cozzare di creature.
In un altro flash draghi e demoni che si scontravano.
La terra ancora giovane.
Gli occhi di sangue e quelli di cielo.
Tremava. Sudava freddo.
Ville forse si era accorta di lui, sembrava correre verso di lui. Ma era lenta, maledettamente lenta.
Sembrava andare al rallentatore.
«Ti prego vieni... aiutami...» provò a dire ma non uscirono parole. Non riusciva a parlare.
Sudava freddo. Respirava sempre di meno e più lentamente.
E ancora quei flash.
Un ruggito più forte di altri.
Shagrath.
L'ultimo durò più degli altri, era una soggettiva. Lui che si avvicinava, schivava una chela gigantesca del mostro e colpiva a fondo col suo soffio azzurro e divino.
Non era fisicamente come era abituato a non-vedersi. Era un drago gigantesco, quattro... forse sei paia d'ali... o forse erano infinite.
Poi gli parve di “uscire da quel drago”… e di vederselo davanti… azzurro, ma alla fine non aveva colori, li aveva tutti e nessuno.

Ricordi.
Ville era ancora lontana.
«Fratellone... muoviti... non ce la faccio...» continuò Astea. Forse poco più di un sussurro. Una voce flebile.
I muscoli si tendevano e si rilassavano in poche frazioni di secondo. Ogni tanto voltava la testa da una parte all'altra e chiudeva gli occhi. Cercava di non vedere quelle cose ma loro tornavano, sia che tenesse gli occhi aperti o chiusi.
Scene di battaglia.
Dello scontro.
Dello scontro di migliaia di anni fa, fra Galder e Shagrath.
Si sentiva schiacciare come in una pressa.
Lentamente la follia scendeva su di lui come un'ombra.
«Vi...»
Era così terribile il peso dei ricordi nel suo incedere lento e inesorabile ed era così terribile vedere Ville rallentare sempre di più. Non sarebbe resistito ancora a lungo. Non sarebbe resistito ancora a lungo, non sarebbe resistito ancora a lungo non sarebbe resistito ancora a lungo.
Nella sua mente iniziarono a passare scene nemmeno lontanamente concepibili per una mente umana. Lo scontro fra divinità, milioni di creature che gridano all'unisono e poi vengono cancellate all'istante.
Crudeltà inaudite e incredibili miracoli.
Follia, morte, disperazione, rinascita.
Follia.
Vuoto.
La sorella si era avvicinata di due passi forse tre.
Andava piano. La sua faccia era tirata.
Maledettamente spaventata.
Aveva paura quando sua sorella reagiva così.
Lei non era mai spaventata.
Si sentì assalire da scariche di paura.
Voleva girarsi e correre.
Perché Ville era spaventata?
Lo sapeva, ma non voleva saperlo.
Riusciva a scorgere in quegli occhi castani, così belli e sempre sereni, un terrore profondo.
Ma lei non vedeva quello che vedeva lui, poteva solo intuirlo.
Era lui che conservava tutti quei ricordi.
I ricordi dello scontro fra Galder e Shagrath, la Vera Guerra.
Lei sembrava chiamare, urlare il suo nome. Ma lui sentiva solo ruggiti gutturali. La voce di Shagrath.
«Non ti arrabbiare con me... non avere paura... io non... voglio... farti del ... male....»
«Ti prego dimmi che non ti voglio fare del male, che non succederà nulla e che io non ti toccherò nemmeno con un dito.
Dimmelo perché ho paura che ti ucciderò... che ucciderò tutti... ho paura che qualcuno vi ucciderà tutti... e io non potrò fare nulla.»
La sorella non rispondeva.
Né riusciva ad avvicinarsi. Allungò una mano e quasi lo toccò.
Ma il poco corridoio che li separava sembrò dilatarsi correndo per decine di chilometri finché lei non divenne un puntino nero all'orizzonte.

«Scusa...»
«... ma non ce l'ho fatta....»
«EAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARGH

Wein finì di sorseggiare il tè.
«Beh è stato un piacere prendere il tè con voi signor...»
«Chiamami Raimi...»
«Signor Raimi...»
«Anche per me lo è stato Wein Suhshifelafel...»
Wein scosse la testa.
Si alzò dalla sedia proprio mentre una lama oscura uscì e penetrò come burro il tavolo e il luogo dove prima era seduto.
Stavolta il drago lo guardò quasi di sfuggita.
«INSOMMA LA PIANTI DI CERCARE DI AMMAZZARMI??»
«Ehm... scusa... è che sono fatto così...»
«Un par di palle! Mica sei OBBLIGATO!!» Wein prese la balestra e la diede in testa alla sedia che si afflosciò.
Poi tutto ridivenne normale. Si trovava di nuovo sulla rampa.
Una sensazione terrificante lo scosse di brividi, si afferrò le braccia come se sentisse il bisogno di chiudersi in se stesso.
Un'energia terrificante, primordiale. Viva e selvaggia.
Tremava.
«Astea!»

Roxane o Damiel... o comediavolosichiama se ne stava seduta scompostamente sul divano, con una tazzina di tè in mano. Davanti a lei gli occhi del Guardiano sorridevano sereni, come se non le avesse appena promesso di ucciderla e di renderla "la Morte".
La cosa assurda è che lei ormai non poteva fare a meno di credere alle parole del bambino, erano incredibilmente credibili.
L'aspetto da bambino poteva trarre in inganno a una prima occhiata... ma ogni qual volta che lo voleva, lui le trasmetteva un senso di enorme potere, di forza.
Di pace.
Lei era ferma su un divano.
Lui si muoveva ed era un demone.
Lei era in parte serena e in parte angosciata.
«B... basta... non voglio... odio questa scena.»
Kaviel sembrò quasi colpito.
«Come? I tuoi muscoli sono rilassati, non stai più cercando di sfuggire, i tuoi occhi sono sereni e presto anche la tua testa lo sarà.»
La ragazza provò di nuovo a liberarsi e stavolta scoprì che poteva muoversi.
«Ha!» provò a fuggire ma la porta era chiusa...
Anzi no.
Sotto i suoi occhi la porta venne murata, s’incassò nel muro e divenne una decorazione.
Persino la maniglia che aveva fra le mani le scivolò via diventando un’altra decorazione.
Poi però un lamento risuonò nell'intera casa.
Il Guardiano batté le mani divertito.
«Oh! Sono svegli! Sono svegli!! Il papà e lo zio si sono svegliati insieme!» disse gioviale.
«Addio! Non ti preoccupare! Non soffrirai... non ti farà male e poi ricordati che io ti salverò dal viaggio verso il regno delle anime! A presto! A presto!»
Il bambino si dondolò all'indietro sulla sedia e cadde ma non toccò mai terra.
Roxane in un lampo fu sulla sedia dove si trovava Kaviel ma lui era semplicemente sparito.
Con un gesto fulmineo scagliò il pomello d'oro contro la finestra della stanza ma incredibilmente questo affondò nel vetro come se sprofondasse in un lago denso di vegetazione in superficie.
Poi i muri presero a stringersi.
«Oh merda.»
Le tende vennero risucchiate dal bordo che scorreva verso di lei restringendo la stanza, portandosi dietro l'asta che le reggeva e svanendo in una fessura che in realtà non avrebbe dovuto, il tutto con un rumore da far accapponare la pelle.
«NON FARÀ MALE?? CAZZO

Ville si voltò e prese a correre all'impazzata verso Astea.
«Astea, Astea non guardarmi! Non guardare lo specchio!» gridò senza speranza.
Ma lui l'aveva già fatto.
Scariche di energia azzurrina lo circondarono avvolgendolo, trapassandolo da parte a parte mentre la sua espressione rimaneva ferma e impassibile; mentre gli occhi si muovevano impazziti da una parte all'altra del campo visivo, come se stessero assistendo a chissà quali scene.
In un attimo fu su di lui, l'abbracciò, una mano sulla testa e una dietro la schiena. Gli fece appoggiare la testa sulla spalla.
Le sue mani fumarono e presero a bruciare.
«Argh!» gridò Ville mentre il suo potere, veniva usato contro suo fratello minore.
Cercò con tutte le forze di assorbire le energie che si stavano risvegliando in Astea... ma il ragazzo rimaneva rigido... finché qualcosa nei suoi occhi si spezzò. Astea portò le mani alla testa ed urlò con tutto il fiato che aveva in corpo liberando una colonna di luce che salì alta nel cielo. La casa si ritrasse su se stessa ferita facendo correre la luce fino alle stelle.
Il cielo oscuro e temporalesco si aprì come bucato da un proiettile rivelando la volta celeste, sopra di loro. Una cascata di fulmini si abbatté intorno alla casa.
Ville venne scaraventata via volando per una decina di metri nel corridoio.
Astea rideva... rideva in una espressione distorta dalla follia.
Le risate divennero vere e proprie urla.Il lamento, poi di nuovo rumori.


Il bambino fissò la porta pietrificato.
Indietreggiò fino a toccare il letto. Allora indietreggiò ancora.
Urtò il tavolino.
La lampada cadde a terra.
Fiamme.
«Aiuto!» gridò Noah. Un grido soffocato. In realtà voleva che Dante venisse ma non voleva chiamarlo.
Doveva venire e basta.
Arrivare e portarlo via... da qualche altra parte.
Afferrò la coperta e la batté sulle fiamme con forza, una di quelle coperte antiche e pesanti svolazzava come un fazzoletto di seta nelle mani del piccolo Noah che in pochi istanti ebbe ragione del fuoco.
Solo allora si accorse di essere rimasto completamente al buio.
«A... aiuto?»
Dopo qualche secondo i rumori continuarono e a loro si sommarono alcuni piccoli respiri, forse aliti di vento... quasi umani. La sua vista, abituata ormai all'oscurità si fissò di nuovo sulla maniglia.
Era una sua impressione o stava girando?
Beh Noah non è normale. Probabilmente un bambino normale si sarebbe andato a rintanare nel letto. Sotto le coperte.
Lui invece piombò sulla porta, girò la chiave e l’aprì con violenza in un urlo di guerra.
La porta passò in mezzo a qualche cosa che poco dopo si riformò davanti al bambino.
Un'ombra fatta di oscurità, dalla forma umanoide, le dita lunghe e adunche, il corpo esile, quasi un sottile alito di fumo, la faccia scavata, riassumibile in un rombo leggermente curvato il tutto sospeso a mezz'aria.
La creatura si voltò e lo guardò emettendo un sussurro appena percettibile, che Noah percepì perché non aveva un normale udito.
I suoi occhi divennero un puntino.
Svenne.
L'ombra si chinò su di lui fissandolo... curiosa.


A centinaia di chilometri di distanza... in un'altra magione... si era in pieno rundown.
Astea ormai non era più in sé.
Un pezzo di casa provò ad attaccarlo. Una gigantesca lama affilata tagliò di netto una tenda di seta solo passandole vicino. Ma Astea la bloccò con un dito... e subito dopo con una leggera pressione dello stesso la lama andò in mille pezzi e dietro di essa si scavò con incredibile naturalezza un foro che aprì casa e cielo fino alle stelle.
Sua sorella scosse la testa, stordita.
Cercò di rialzarsi, e vide le gambe di Astea davanti a lei.
Aveva recuperato l'alabarda, aveva tolto le bende e la guardava senza dare l'impressione di aver riconosciuto chi fosse.
Sollevò l'arma e fece per calarla giù ma lei schivò.
In quel pavimento una fessura esile ma profonda centinaia di metri scavò la terra fino agli strati di roccia più profondi.
Ville era riuscita a girargli intorno e lo afferrò da dietro.
Di nuovo cercò di assorbire le energie ma era veramente troppo, anche per lei e per i suoi poteri da Messaggero.
Strillò ancora mentre Astea cercava di scrollarsela di dosso in malo modo.
Non parlava, ruggiva.
«Ci sono quasi...» provò a dire mentre sentiva le forze venirle meno.
Non era uno sforzo alla sua portata... presto Astea l'avrebbe uccisa.
L’afferrò per la testa e se la tirò avanti facendole fare una capriola in aria prima di schiantarla a terra.
In una frazione di secondo l'alabarda calò su di lei ma qualcosa impedì ad Astea di ucciderla.
Due strali di luce gli passarono il braccio da parte a parte.
«Astea!» gridò Ville.
Non riuscirono nemmeno a fargli cadere di mano l'alabarda ma almeno lo rallentarono... rendendolo in un certo senso... "infuriato".
Si voltò con occhi di brace. Non erano del suo solito colore… sembravano vuoti all’interno, scuri, illuminati da bagliori improvvisi, sfocati.
Wein Swiftblade imbracciava la balestra e gli aveva sparato alle spalle.
«Amico... al di là del fatto che è tua sorella... non ti hanno insegnato che le ragazze non si toccano nemmeno con un fiore?»
«Wein! Scappa!» gridò strozzata Ville supina mentre cercava inutilmente di issarsi sui gomiti.
Tossì del sangue che le tornò in faccia.
Astea sorrise, i denti serrati scivolarono gli uni sugli altri facendo uno strano rumore di ossa.
Ancora veloce e potente l'alabarda tagliò a metà Wein... o meglio il posto dove prima il drago si trovava.
Ville chiuse gli occhi ma non sentì un urto né un impatto.
Sentiva solo piccoli brani di combattimento, schivate, l'aria che veniva tagliata, i passi di Astea e Wein che sembrava essere in grado di schivare i suoi attacchi.
Astea urlava sempre più arrabbiato per non riuscire a colpire il drago.
La velocità di Wein sembrava più che in grado di contrastare quella di Astea.
Non che Astea fosse lento.
In quella forma probabilmente non c'era creatura sulla terra dotata di velocità e potenza superiore alla sua... ma forse in Wein aveva trovato qualcuno abbastanza veloce ed esperto da schivare i suoi attacchi.
Dopo qualche istante Ville, con tre passi serrati, gli fu di nuovo addosso.
Riprendendo ad assorbire energia.
Astea la scrollò via di nuovo affossandola in un muro, si voltò e fece per finirla ma stavolta Wein si frappose fra i due. Non all'altezza della lama, ma prima, più vicino ad Astea, all'altezza del bastone.
L'arma lo urtò sulla spalla sinistra scaraventandolo lontano.
Nella concitazione della scena a Ville sembrò che l'avesse spezzato interamente in due e che ora Wein fosse ripiegato su un fianco.
Astea fissò Wein volare via divertito, poi si voltò per finire Ville ma lei era di nuovo in piedi e gli aveva preso la testa fra le mani.
Il ragazzo ruggì e cercò d’indietreggiare.
«Basta Astea... adesso basta» disse lei con fare materno.
L'energia riprese a uscire feroce e a una velocità incredibile.
Lei urlò di nuovo serrando i denti consapevole che ormai l'effetto dei ricordi nel ragazzo si stava affievolendo e infatti, poco dopo, Astea lasciò cadere l'alabarda.
Crollò in ginocchio e lei lo abbracciò al volo cadendo con lui.
Rimasero così, a lungo, uno con la testa sulla spalla dell'altro.
Quando Astea fu in grado di vedere di nuovo aveva il volto affondato nei capelli della sorella.
Ebbe subito paura... ma la sentì respirare.
Anche se respirava a scatti e tremava era viva.
Provò ad abbracciarla... ma aveva un braccio ferito.
Pianse e sospirò insieme, lei era viva.
«Perdonami...»
Ville svenne e lo lasciò andare, cadendo all'indietro.
Lui era di nuovo in sé.

Astea la guardò cadere, era sporca di sangue e sembrava ferita.
Strinse i pugni e i denti, guardò le proprie mani desiderando che sparissero.
Le prese il cappello e se lo mise in testa, poi la sistemò con la testa sulle sue gambe e prese a carezzarle la faccia e i capelli mentre ondeggiava avanti e indietro parlottando sommessamente.
Sembrava completamente ignaro del fatto che la stanza lentamente li stesse inghiottendo.
Se ne accorse quando un pezzo di pavimento provò ad afferrargli una caviglia.
Si scansò un poco, fece per alzarsi ma la mano sana di Wein gli fu sulla spalla.
«Riposati. Ci penso io a questo qua...» disse il Drago Occulto.
Astea non seppe bene spiegare perché ma in quel momento sentì chiaramente di potersi fidare del drago e riprese a carezzare Ville.
Wein sistemò di nuovo la balestra sulla spalla, tutto con il braccio destro. Puntò verso il foro aperto da Astea e fece partire cinque frecce che, arrivate a una altezza di qualche decina di metri sopra la casa, curvarono ognuna in una direzione diversa andandosi a conficcare nel terreno poco distante dalla magione.
Mentre l'ennesima lama da parte del suo amico Raimi cercava di staccargli la testa di netto, lui lo anticipò facendo il gesto del "tagliategli la testa".
«Humpf» sbuffò semplicemente il ragazzo.
Le frecce sfavillarono di energia e si congiunsero con lingue luminose formando a terra fuori dalla casa un gigantesco pentacolo. Il simbolo lampeggiò per qualche attimo prima di esplodere in una colonna di luce.
La lama, il pavimento dalla mano morta e la sedia, rimasta afflosciata in chissà quale parte del palazzo, svanirono nel nulla.
Il demone non ebbe nemmeno il tempo di urlare mentre l'incantesimo di Wein lo spazzava via per sempre.
Anche la porta nella stanza di Roxane ridivenne visibile.
La ragazza stava cercando di puntellare le pareti con quello che riusciva a trovare...
Ma appena rivide la porta la imboccò.
Uscendo urtò Wein, il braccio di Wen, quello malridotto.
«AHIAAA!!»

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