Quarantunesimo Episodio: I am a Man of Constant Sorrow


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«Presto! Magia dell’oscurità! A me!» Noah venne circondato da numerose lingue di oscurità, poi protese una mano e le scagliò verso la porta della sua stanza.
Le lingue andarono a schiantarsi sul bersaglio divenendo fumo.
«Ancora!»
Il piccolo continuava a scagliare questi getti di oscurità con forza, finché non si fu stancato di gridare e urlare come un pazzo.
Scoppiò a ridere.
«HAHA MI DIVERTO TROPPO! VOGLIO DIVENTARE UN MAGO! Che dici secondo te ce la posso fare?»
Dal fumo rimasto in aria emerse l’ombra che qualche settimana prima l’aveva spaventato a morte.
Gli girò intorno per rispondergli.
«Certo che ho le palle per diventare mago che ti credi!!»
L’ombra se ne andò.
«Aspetta! Voglio giocare ancora!!» era già andata via.
«Uffa.»
Poco dopo si aprì la porta.
«Andiamo piccolo» disse la ragazza facendo capolino.
«Ok mamma…»
«Ma… mamma??»
«Beh? Che c’è di male… la mia ci manca poco che nemmeno me la ricordo… e poi questi giorni ti stai occupando di me…»
«SÌ, MA NON SONO COSÌ VECCHIA
«Ok allora dimmi il tuo nome.»
«Mi dispiace ma non posso. Per via di una profezia non posso rivelarlo a nessuno, per adesso… come il mio volto…»
«Sì ma allora scegliti un soprannome!»
«Sceglilo tu! Tanto Dante non mi chiama mai per nome.»
Noah prese a ridere.
«Ma che cavolo di assurdità HAHAHAH!!»
Lei lo sollevò per la collottola e lui si immobilizzò stile gatto.
«Primo, non dire parolacce, secondo, se non ti sta bene così puoi sempre non chiamarmi e crepare solo in questa stanza…»
Noah brontolò qualcosa nel dialetto di Tradnor mentre la ragazza lo metteva giù.
«Allora mostriciattolo dai capelli bianchi… devi imparare sin da piccolo a tirare di spada altrimenti alcuni movimenti non li imparerai mai…»
«Io voglio fare il mago!»
«Ma che stupidaggine.»
«No davvero.»
Cambiarono stanza, entrarono in una gigantesca biblioteca.
«Ok comincia a leggere» disse e lo lasciò li.
Dopo qualche minuto Noah si aggirava per villa alla ricerca della ragazza...La pioggia era finita. Si erano accampati nel salone della casa. Nessuno aveva voglia di andare a fare un altro giro turistico per quel posto lugubre… senza contare che se non si dividevano avevano più possibilità di resistere a un altro eventuale attacco.
I turni di guardia erano già stati definiti, il primo sarebbe toccato a Wein.
Ville si era messa comoda sul divano antico, un bracciolo le faceva da cuscino.
I vestiti bagnati erano stati sistemati su una sedia vicina al fuoco del caminetto. Per la mattina sarebbero stati asciutti.
In una stanza avevano trovato dei vestiti di ricambio da indossare… e così adesso se ne stavano tutti in camice di broccato nero e calzamaglie o braghe larghe…
Astea si era sdraiato su un lungo tappeto e, stranamente, Roxane gli si era messa vicino. Per poco non avevano usato lo stesso cuscino.
Quando si era presentato il problema Wein si era offerto di andarne a cercare un altro, d’altra parte erano tutti stanchi.
Astea non faceva caso a Roxane ma lei faceva caso al suo salvatore. Solo Wein faceva caso (con invidia) ad entrambi.
I tre giacigli erano a raggiera vicino al caminetto mentre poco distante c’erano i vestiti zuppi.
«Ah… una cosa…» disse Wein seduto su un tavolino avvolto in una pesante coperta rossa.
«Cosa?» domandò Astea.
«Si può accedere al castello di Tabata solo una volta ogni diciotto anni, dieci giorni e otto ore.»
I tre si voltarono alzandosi a sedere.
«CHE COSA??» sbraitò Astea.
«MA SONO UNA ETERNITÀ!!» gridò Roxane.
«Beh non proprio… non per me… ad ogni modo…»
«Perché non ce l’hai detto prima pezzo d’idiota?» sibilò Ville.
Era tremendamente sexy con quello sguardo gelido mentre, appoggiata languidamente su un divano con una coperta in dosso, reggeva la testa su un braccio piegato.
«Non me l’avete chiesto…» rispose Wein sfarfallando le orecchie. Pensò che non fosse una grande idea comunicare i suoi veri pensieri alla ragazza in quel momento.
«Fermi tutti... quando è stata l’ultima volta che è stato possibile entrare?» domandò pragmatica Roxane.
«Circa… dodici anni fa… se non ricordo male…»
«Ma tu ci sei già stato?»
«No no...»
«Beh sono solo sei anni allora!» disse contento Astea.
«Giusto! Quello che dico anche io!!» ribatté Wein scendendo dal tavolino.
Ville si sdraiò con un sospiro a fissare il soffitto, aveva acquisito un’espressione pensosa «…sei anni sono troppi. Gli attacchi sono andati peggiorando...farsene altri sei così è un suicidio! Il castello distava da qui solo uno o due mesi di viaggio… i miei calcoli non erano sbagliati…»
La pioggia riprese a battere sulle finestre e nella sala scese il silenzio, rotto solo dal crepitare dei ciocchi nel caminetto.
«Scusate… non ci avevo pensato… per me diciotto anni sono relativamente pochi… men che meno sei…»
Astea si fece cadere di nuovo sdraiato, con le braccia dietro la testa a guardare anche lui l’alto soffitto.
Roxane guardava alternativamente gli altri, illuminati a scatti dal fuoco.
Wein si sedette di nuovo sul tavolino, stavolta a gambe incrociate mentre guardava sbadatamente fuori dalla finestra.
L'espressione di Ville invece passò dalla preoccupazione alla tranquillità.
Dopo qualche minuto finalmente prese la parola con fare da chi li avrebbe tirati fuori dai guai.
«Ho trovato» disse semplicemente issandosi a sedere e reggendo la coperta.
«Cosa?» disse Wein più interessato al gioco di luci sulla coperta di Ville che non alle parole che stava per dire.
«È semplice. Voi avete detto che volete “fare del bene” strada facendo giusto?»
«Beh detta così fa un po’ ridere... ma dato che voi due attirate comunque demoni e draghi tanto vale andar loro incontro… da quando vi ho incontrato abbiamo avuto casini ogni giorno… tanto vale prendere l’iniziativa e non farsi prendere impreparati…»
«Già… ma la vostra idea è potenzialmente molto più geniale di quanto non sembri.»
«Eh?» Astea non aveva idea di cosa passasse per la mente della sorella. In quel momento nella sua testa c’era un gatto che cercava di afferrare distrattamente una farfalla con la zampa.
Alzò leggermente il muso come se guardandola sperasse di capire tutto prima.
«È semplice, Wein deve rimanere celato e lo stesso vale per Roxane dati i suoi problemi con quel ragazzino… ma se io e mio fratello diventiamo famosi, ad esempio due famosi mercenari, oppure dei personaggi amati dal popolo, degli eroi…»
«… i draghi smetterebbero di darvi la caccia apertamente per evitare possibili scandali!» esclamò Roxane battendo un pugno sulla mano aperta.
«Esatto, mentre i demoni continuerebbero nei loro tentativi… ma siamo tutti d’accordo che per attaccare un'intera città ci vuole un dispiegamento diverso di forze rispetto a un semplice attacco mirato verso due sole persone. Passeremo in vantaggio di una mossa sui demoni concedendo loro meno possibilità di agire contro di noi, mentre elimineremmo quasi del tutto il problema “draghi”.»
«Insomma la miglior difesa è l'attacco...» annuì Wein convinto.
La pioggia prese a scrosciare più forte per poi smettere di colpo.
«Come scusate?» riprese Astea.
«Allora…» sbuffò Wein di fronte ad un Astea incredibilmente concentrato.
Il ragazzo stava al tavolino seduto davanti al drago. Wein aveva improvvisato tre ignobili marionette. Una aveva le ali gialle, una le aveva nere, un’altra aveva una alabarda improvvisata ed un cappello da strega.
«Dunque. Fino ad adesso draghi e demoni hanno fatto il bello ed il cattivo tempo cercando alternativamente di farvi passare dalla loro parte o uccidervi nel tentativo giusto?»
Muoveva la terza marionetta con la coda nera spuntata per l'occasione mentre Roxane fissava interessata il teatrino.
La marionetta drago e quella demone attaccavano alle spalle quella con l’alabarda e il cappello da strega che iniziava a scappare.
«Più o meno è così!» disse Astea sicuro di sé «loro attaccano, noi scappiamo.»
«Siamo d’accordo che sarebbe un vantaggio prendere l’iniziativa contro questi due interlocutori…» proseguì Wein.
La marionetta Ingram prese alle spalle draghi e demoni che iniziarono a scappare.
«Ok! Noi attacchiamo, loro non se l’aspettano, noi siamo in vantaggio.»
«Ora però immaginiamo che voi diventiate famosi… »
La marionetta Ingram entrò in un castello improvvisato con qualche libro e due alti vasi come torri.
«Ok. Siamo nel castello» continuò Astea fissando il castello.
Le orecchie di Wein vibrarono infastidite.
«SÌ, SIETE IN UN CASTELLO… ora i draghi hanno problemi ad attaccare due personaggi pubblici apertamente giusto? Creerebbero problemi col “proprietario del castello” e con la gente che ci vive giusto? Sai… roba di politica…»
«Beh si… non possono arrivare e fare un gran casino… anche perché loro rappresentano “i buoni” e non possono andare da quelli che difendono i poveracci a piantare un casino come niente fosse.»
La marionetta drago andò via con le spalle curve dopo aver atteso un po’ davanti al castello.
«Mentre i demoni avrebbero di certo problemi ad attaccarvi se voi faceste in un certo senso parte della gente che vive nel castello giusto?»
Il demone cercò di entrare nel castello cozzando sul portone…
«Giusto! Ogni volta non basterebbe un solo demone ma dovrebbero scatenare un gran casino per entrare…»
«Ecco! È questo il senso! Se voi diventate famosi i draghi vi lasciano perdere… o quantomeno hanno più problemi ad arrivare a voi… e lo stesso varrà per i demoni, obbligati a scatenare il finimondo… »
«Certo! Senza contare che poi saremmo noi ad andare a rompere le uova nel paniere ai demoni!!!»
«Bene! Hai capito adesso!?»
«NO
I libri del castello crollarono gli uni su gli altri.


[...]

L'aria era fresca e frizzante, Astea si passò una mano sul mento dove i primi peli avevano cominciato a spuntare, borbottò qualcosa mentre si riproponeva di farsi fare la barba dalla sorella al più presto. Anche perché per lui farsi la barba senza specchio equivaleva a tagliarsi la gola senza troppi preamboli. Stava cercando l'altro membro del gruppo, a un tratto vide una figura curva su una fossa.
«Ciao Delilah…» salutò il ragazzo facendo fatica a ricordare il nome che quella volta la ragazza aveva scelto.
«Imbecille! Adesso sono Asmodea!»
«Ma dove li peschi ‘sti nomi! Possibile che dopo SEI ANNI non so ancora come diavolo ti chiami??» inveì il ragazzo.
«E che ci posso fare io se mi avete relegato a ruolo di comprimaria??»
«Comprimaria??»
«Già! L’informatore! L’infiltrato!»
«Lasciamo perdere… sono ordini di Ville e io non ci ho ancora capito un cavolo!»
«Ma allora sei proprio tonto!!»
«NON SONO TONTO! È CHE NON MI VA DI CAPIRE!!»
«CERTO! E ALLORA NON CAPIRE MA RICORDATI ALMENO I MIEI NOMI!!»
«NON MI VA DI RICORDARE NEMMENO QUE
«SHHHHHH!» l'interruppe una vecchietta che stava portando dei fiori alla bara del proprio marito defunto.
I due si calmarono.
Erano in un piccolo cimitero di villaggio. Asmodea piantò la pala nella terra smossa e tirò un sospiro di stanchezza.
«Posso chiederti una cosa?» domandò Astea.
«Cosa?»
«Perché fai il becchino stavolta?»
«Semplice. Il becchino è il primo a sapere le informazioni più importanti... e poi è un bel lavoro, all’aria aperta, ben pagato e incontri un sacco di gente interessante…»
Astea scosse la testa non troppo convinto.
«Ehm… e il vecchio becchino? Che fine ha fatto?»
«Oh! Ce ne ho messo per toglierlo di mezzo! Adesso è a letto con una malattia intestinale che lo terrà lontano da questo posto per un bel po’…»
«Certo… a meno che non ce lo avvicini irrimediabilmente… magari da cliente…»
«Ci sono andata piano col veleno… una o due settimane al massimo e tornerà più vitale di prima…»
«Certo... il becchino vitale! Me lo immagino un vecchio signore canuto in nero che balla fra le tombe, fa fare i casquet alle vecchie vedove e si diverte a scavare fosse mentre fischietta…»
Per un istante nella testa dei due si focalizzò l’immagine, inspiegabilmente aveva anche un cilindro in testa.
La scacciarono con forza.
«Ehm… allora questa informazione la vuoi oppure hai deciso di fare conversazione per il resto della giornata?»
«Non so… magari non mi dispiacerebbe…» ammiccò Astea alludendo alle forme della ragazza avvolte dal nero dell’abito lavorativo.
«Oh! Si! Pianto tutto e partiamo per una fuga d’amore!!»
«Scherzavo...» tagliò corto Astea facendo afferrare la vanga ad… Asmodea come una falce.
«Ma sei un vero bastardo…»
«Faccio del mio meglio…» sorrise lui amabile.
«OOOOOOOOH ASTEA IL MESSAGGERO!! ASTEA CARO RAGAZZO!!»
I due saltarono per aria.
«ARGH! SACRO GALDER È LA FINE DEL MONDO!!» gridò Astea… poi si accorse della nonnina.
La vecchietta di prima aveva riconosciuto il famoso Astea ed era tornata indietro a salutarlo.
Urlava come un’aquila perché era mezza sorda.
«Oh lei è troppo gentile signora…» rispose lui sorridendo amabile.
«MA VA LA! SE NON FOSSE STATO PER TE E TUA SORELLA QUESTO VILLAGGIO SAREBBE ANCORA SOTTO LO SCACCO DI QUEL TERRIBILE ORRORE NERO!!»
«È stato un piacere aiutare una persona gentile come voi.»
«GRAZIE GIOVANOTTO! STASERA VI INVITO A CASA MIA! LO DEVO FARE, ORA CHE SO CHE VENITE ANCHE A RENDERE OMAGGIO AI CARI DEFUNTI DEL NOSTRO PAESE!!»
«Tsk… con questa voce li sta riportando tutti in vita…» sentenziò Asmodea.
«Ma certo… con molto piacere signora… » rispose Astea soffocando una risata.
«BENE! LA MIA CASA È LA TERZA DALLA CHIESA CHIESA
«Ecco come fanno per scampanare… chiamano la vecchietta…» continuò la becchina.
«COME??»
«No no, nulla signora…» tagliò corto Astea facendo segno ad Asmodea di rimettersi a scavare.
La vecchietta se ne andò e i due ripresero a parlare… a bassa voce.
«Allora. C’è una foresta poco a sud di questo villaggio. È li che si nasconde un gruppo di demoni di medio livello nella gerarchia demoniaca… non sono le solite mezze seghe ma qualcosa di meglio… e per quello che ne so, sono molto vecchi, stanno lì da prima che sorgessero i primi insediamenti del villaggio…»
«Ho capito… quindi dobbiamo andare lì a fare piazza pulita?»
«Pressappoco… non si sono ancora mossi ma lo faranno presto. Ormai tutti sanno che tu e Ville siete arrivati in questa cittadina.»
«Bene… grazie dell’informazione bella…»
«Di niente…»
Astea si girò e fece per andarsene…
«Ah... Astea…» disse lei.
«Sì?»
«Ehm… mi chiedevo… se tu… magari…dopo cena… »
«Cosa?»
«Dopo cena… ti andava di… andare… andaresuunabellacollinettaquavicinodovesivedonolestelleec’èunbellissimopanorama! ANF ANF...» sbraitò tutto d’un fiato la ragazza.
«Che?»
«MA ALLORA SEI PROPRIO SCEMO!!» la ragazza prese a strofinare la testa di Astea con violenza mentre lui invocava pietà.
«AH UN’ALTRA COSA GIOVANOTTO! ARRIVATE ALLE SETTE PRECISE! MIO MARITO MANGIAVA SEMPRE A QUELL’ORA E NON VOGLIO SGARRARE NEMMENO DI UN MINUTO!!»
I due saltarono di nuovo in aria…
«Ehm… certo nonnina…»
«BENE! A DOPO!!»
Quando la vecchia arpia dal cuore buono fu di nuovo lontana…Astea parlò di nuovo.
«…che volevi dirmi prima??»
«No niente… vattene via… o la gente s'insospettirà, non tutti si fermano a chiacchierare col becchino…»
«Ma non ti preoccupare… fossi anche la Morte in persona io mi divertirei a chiacchierare con te…» sorrise il ragazzo mentre se ne andava.
Asmodea riprese a scavare con più forza di prima.
«Al diavolo.»

«I am a maaaaan… of constant sorrow…
I have seen trouble all my days...

...For six long years I've been in trouble
No pleasure here on earth I've found
For in this world I'm bound to ramble
I have no friends to help me now
»

Wein appollaiato su un albero se ne stava con un banjo in mano a cantare un misto fra una canzone blues e country.
«PIANTALA CON QUESTO STRAZIO!» sbottò Asmodea.
«E chi disturbo? I morti che sono morti?» ribatté lui mentre il banjo continuava a emettere quei suoni strimpellati da vecchio saloon.

«It's fare thee well my old lover
I never expect to see you again...

...You can bury me in some deep valley
For many years where I may lay
Then you may learn to love another
While I am sleeping in my grave… AAAARGH


Il drago prese in piena fronte la vanga di Asmodea…dopodiché scappò via volando come una grossa cornacchia verde mezza trasparente.
Fra le lapidi delle tombe un forte vento fece scorrere numerosi covoni e sterpaglie a caso.

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