Quarantaduesimo Episodio: Gravedigger


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«Perché non provi a parlare con Astea?»
Attaccò Wein.
Indossava quel suo mantello invisibile e così il becchino del paese, oltre ad essere una ragazza con le curve da capogiro parlava anche da sola.
«Parlargli? E che gli dovrei dire?»
«Non lo so… che ti piace?»
«Astea non mi piace.»
«Sì e io sono dell'altra sponda.»
Asmodea si fermò. «Di un po’, ti ricordi come eri vestito quando mi hai salvata dalla ghigliottina quando ci siamo conosciuti?»
Wein tossicchiò imbarazzato. «Ehm quella è un’altra storia…»
«Certo... avanti accettalo... non è una cosa di cui vergognarsi…»
«OHI COCCA QUA SI PARLAVA DI TE NON DI ME!!»
«Allora ci sarebbe qualcosa di cui parlare di te?»
«Ma… ma!» Wein sbuffò «volevo solo darti una mano…»
Asmodea si voltò e fissò il vuoto con fare quasi materno.
«Beh… grazie Wein… ma non credo che Astea si accorgerà mai di me… ha occhi solo per la sorella…»
Il vuoto scosse la testa.
«Astea per certi versi è ancora un bambino… la sorella è la sorella. Tu potresti avere un altro ruolo per lui… anche se non se ne accorge…»
«Oppure non gliene frega nulla…»
«Già… »
«Bastardo.»
«Obbiettivo.»
«Cornacchia verde.»
«Becchino.»
«Lo prendo per un complimento.»
«Tsk!»

Il pomeriggio stesso i due Ingam fecero visita al boschetto di cui aveva parlato Asmodea. Spirava un vento gelido che dopo qualche minuto portò alle orecchie di Ville una strana voce composta da almeno altre tre o quattro. «Oh che bello… Ville Ingram di Shaen…»
Lunghi alberi dai rami incurvati frusciavano attorno a una creatura dalle stesse fattezze contorte, era sfocata… appena visibile.
«Già… che bello vero? Adesso anche tu andrai a far compagnia agli esseri della tua schiatta…»
«Oh che bello, ma in fondo la morte è quello verso cui tutti vanno, non credi? Tutto quello che ha un inizio ha una fine altrimenti non sarebbe corretto parlare di “inizio”… vorresti dividere con me questa fine? Ville Ingram di Shaen?»
«Il mio turno non è ancora arrivato, forse il tuo.»
«Mi dispiace, Ville Ingram di Shaen, ma di tuo fratello se ne sta occupando un altro come me, perciò nessuno verrà a salvarti. I due famosi Ingram di Shaen sono divisi, come fai a essere tranquilla?»
Dietro Ville apparve un altro demone.
«E così siamo a tre, stavolta avete fatto le cose in grande…» disse lei sprezzante.
«Già credi che basteremo in tre… quanto alle cose in grande… no… noi non abbiamo fatto nulla. Noi eravamo qui. Siete stati voi due ad arrivare nel nostre territorio, tu e l’altro Ingram di Shaen.»
Ville fece per muoversi ma era bloccata al terreno.
«Non riesci a muoverti? Possibile. Sono i nostri poteri e non credo riuscirai ad assorbirli prima che uno di noi due ti passi da parte a parte.»
«Forse un po’ di paura adesso la ho. Ma andrà via subito.»
«Paura della morte?»
«Chissà. La paura deve avere sempre un motivo?»
«Non so, l’umano sei tu, Ville Ingram di Shaen.»
I due presero a ridere divertiti. Una risata stridula.
Quasi uno stormo di uccelli in volo.
«Maledizione! » Ville si guardò intorno allarmata.
E i due continuarono a ridere.
Poi lei si bloccò.
«Scherzavo.»
«COSA?» i due demoni l’attaccarono insieme, poi un’ombra scura sorvolò i tre.
Il cappello di Ville volò in aria e i due demoni si divisero a metà per poi svanire nel nulla in un nuovo urlo stridulo stavolta di pura rabbia.
«Scusa per averti fatto aspettare. Ma il loro amico mi ha fatto faticare più del dovuto» disse Astea atterrando di fianco a lei.
Fece volteggiare l’alabarda in aria per poi fermarla a terra.
«Fa niente. Ci sono abituata...» disse lei di rimando.
«Sono finiti?»
«Sì. Hanno detto che erano in tre.»
«Bene. Andiamo.»
I due gemelli si mossero ma poi improvvisamente altre due figure emersero dalla terra pronte a colpirle.
«Merda!» gridò Astea, ma una fitta pioggia di dardi luminosi li circondò uccidendo le due creature.
«… demoni… mai una volta che dicessero la verità…» brontolò Wein atterrando fra loro. I capelli stavolta sciolti accompagnarono il movimento come un mantello leggero.
Astea si passò una mano sulla fronte, mentre su una guancia di Ville un rivoletto di sangue prendeva a scendere.
«Per poco… non ti ammazzavano…» balbettò fissando la sorella.
«Fa niente Astea! È per questo che io agisco nell’ombra e vi copro le spalle!» ribatté Wein facendo l’occhiolino.
«Siamo una squadra no?»
«Già… » sorrise il ragazzo «i tre della Vera Guerra no?»
«Sì… peccato che io non riesca ancora a pronunciare il mio nome per intero…»


Noah si svegliò nel proprio letto polveroso, ormai non ci stava più dentro comodo, toccava con la testa la spalliera sopra e con i piedi il legno del bordo.
Si girò e vide l’enorme sagoma di un coniglio di pelouche alto almeno un metro.
«Ciao Mr. Rabbit…» salutò «buongiorno Mr. Rabbit.»
Ce ne era voluto di tempo per convincere Dante ad andare a prendergli il suo pelouche preferito.
Ma alla fine glie lo aveva portato.
E lui era riuscito a dormire una notte di fila.
Era stata la prima notte tranquilla.
Bussarono alla porta.
«Aimee??»
«In persona! Scendi da quel letto e vieni a fare colazione. Hai studiato?»
«E QUANDO
«Stanotte?»
«La notte dormo!»
La maniglia ruotò.
«Non entrare sono nudo!» gridò.
Lei entrò lo stesso.
Davanti a lei c’era Noah in piedi.
A sedici anni era già alto più lei.
E… si, era nudo.
«Imbecille!» gridò lei girandosi.
«Imbecille cosa? Io te l’avevo detto.»
Erano passati sei anni da quando in quella casa era entrato un mostriciattolo dai capelli bianchi.
E quel mostriciattolo era cresciuto di mese in mese.
Dante si era occupato dell’istruzione… la ragazza del combattimento.
«Dante che fa? Le seghe come al solito?»
Aimee, questo era il nome che alla fine Noah aveva scelto per la ragazza, andò verso la porta.
«Mi chiedo come tu abbia fatto a imparare questo comportamento da borgata in un posto del genere…»
«È questo posto che mi ispira parolacce… ora sono vestito.»
In pochi istanti aveva indossato braghe, un pesante camicione nero e dei pantaloni blu scuri. Abiti da poco. Detestava quelli che voleva fargli mettere Dante.
«Muoviti. Oggi devi allenarti con Dante… o almeno così mi ha detto.»
«Allenarmi con Dante? Ma non eri tu il mio maestro d'armi?»
«E che ne so io. Vedi di non farti ammazzare subito o faccio una figuraccia…»
«Ok brutta.»
Aimee si girò e lo sollevò per il bavero, come solo lei poteva sollevare Noah a sedici anni..
«Tu dì un’altra volta che sono brutta e ti mando fuori asse la spina dorsale, capito schifoso insetto?»
Noah sorrise appena. Adorava farla incavolare.
«E poi ti domandi dove ho imparato a parlare così?»
Lei arrossì e lo lasciò perdere.
«Ormai è tardi per rimediare. Muovi le chiappe.»
«Certo madamigella di classe… arrivo subito…»


La cena era andata piuttosto bene. Nonostante il contrattempo dei demoni della foresta, Astea e Ville si erano presentati dalla nonnina giusto per le sette di sera.
«E DITEMI! È TANTO DIFFICILE COMBATTERE QUEI COSI??»
«Beh è un lavoro pericoloso signora…»
«COME??»
«MIA SORELLA DICE CHE E’ UN LAVORO PERICOLOSO!!»
«Lavoro? Ma voi non lo fate per lavoro vero? La vostra è una passione vero?» la vecchia li guardava con occhi sognanti… come ormai tutti da qualche anno li guardavano.
«Prima tutti cercano di ucciderci poi tutti ci osannano... e per tutto questo non c'è altra spiegazione che la fragilità dell'animo mortale...» borbottò Ville pulendosi la bocca con un tovagliolo.
«O magari è proprio questa la nostra strada...» sorrise Astea sereno, poi si rivolse alla nonnina. «Beh… certo signora… noi aiutiamo le persone nel bisogno…»
«COME
«HA DETTO CHE AIUTIAMO LE MEZZESEGHE!» sbottò Ville.
«AH CAPISCO! BRAVI BRAVI
Astea e Ville si guardarono sorridendo… probabilmente non aveva capito lo stesso.

Uscendo dalla casa il campanile della chiesa rintoccò le nove. Ce ne avevano messo per liberarsi dalla simpatica vedova.
«CHE SI FA ADESSO
«Astea, idiota, siamo usciti non c'è più bisogno di urlare.»
«Ah sì scusa…»
«Io torno alla locanda.»
«Bene, io ti seguo fra un po’, vado a fare una passeggiata…»
«Ok… prendi il mio cappello... e fa attenzione.»
«Sì… come sempre.»

Astea camminò un po’ per la cittadina. Da qualche anno ogni tanto si prendeva il lusso di andare in giro senza motivo, ma solo ogni tanto. Sei anni fa sarebbe stato un suicidio adesso invece era solo un capriccio.
Un lusso che “ogni tanto” poteva concedersi.
I passi lo portarono poco fuori dalla cittadina, al cimitero.
Senza capire bene come, si ritrovò a vagabondare fra le lapidi.
Ce n’erano di nomi strani e ce n’erano di bambini lì!
Alcuni non avevano avuto nemmeno il tempo di vivere.
«Gravedigger… when you dig my grave…» sentì una voce splendida e argentina risuonare per quel luogo tetro. «Could you make it shallow… so that I…»
«Can feel the rain…» ultimò lui con la sua voce bassa.
Si guardò intorno. Non gli sembrava di aver mai sentito quella voce prima, ma era familiare.
Vagò per il cimitero finché non la vide là. Adagiata su un ramo di un albero ricurvo a guardare la luna crescente.
Era quel ladruncolo da strapazzo che avevano salvato quel giorno a Sato.
Gli sembrava di avere pochi ricordi di allora, senza volerlo quando faceva scorrere la mente indietro nel tempo tornava sempre ai momenti che avrebbe voluto dimenticare per sempre.
Ma stavolta i ricordi di quella mattina riaffiorarono poco a poco, senza interferenze.
Era cambiato molto da quel giorno.
Quella ragazza si era dimostrata essere ben più di un ladruncolo da strapazzo.
Non sapeva cosa le fosse accaduto in quella casa, quella notte. Ma da allora lei era divenuta attivamente un membro del gruppo. Viaggiava separata da loro, arrivava nelle loro destinazioni una o due settimane prima e si radicava nel luogo. Quando loro arrivavano lei aveva raccolto tutte le informazioni necessarie.
E così potevano scegliere con cura il luogo dove alloggiare, le persone da incontrare, i problemi da risolvere. Era tutto più facile con un appoggio esterno come lei…
Si sorprese a guardarla rapito.
«A… Astea?»
Disse lei, la sua voce tornò quella di sempre, non l’aveva mai sentita cantare prima.
«Che bella voce.»
«Tu invece sei stonato come una campana.»
«Non è vero.»
Lei sorrise, «oh si, sei più stonato di Wein…»
«Già Wein… la cantava lui questa canzone…»
«Davvero? Ecco dove l’avevo sentita… è bella.»
«Già… una volta mi disse che era una canzone della tradizione dei Draghi Occulti. Parlava della caducità degli altri abitanti della terra.»
«È bella, non importa perché.»
«Ti prego… canta ancora» disse lui.
Lei arrossì leggermente. Ma la falce di luna continuava a sbiancare la sua pelle diafana.

«Ring around the rosy...
Pockets full of poesy`s...
Ashes to ashes...
We all fall down...
»

Lei rimase zitta.
«Hai finito?»
«Non la ricordo più… e poi mi vergogno…»
Astea sorrise.
Adesso era sotto di lei.
La leggera stoffa nera della tunica da becchino svolazzava leggermente, per poi ricadere morta.
«Ti va di fare due passi?» chiese lui.
«Questo posto non ti piace?»
«Oh al contrario… ma c’è una collina qua vicino… c’è una bella vista e poi c’è poca luna stasera. Si vedono un sacco di stelle.»
«Davvero?»
«Beh… immagino di si. Sai… io ho paura di guardare.»
Lei si voltò e lo guardò non capendo.
«Ho paura di guardarmi in giro, guardare le altre persone. Mia sorella, ho paura che compaia uno specchio. »
L’erba bassa del cimitero frusciava avanti e indietro accompagnando il vestito di Astea e quello di Asmodea.
«As…»
«Invece… se guardo le stelle, la notte… sono sicuro che non vedrò nessuno specchio. È così grossa la volta celeste… è impossibile che io ne veda uno… non ci sono specchi in cielo.»
Lei scese e lo abbracciò come si abbraccia un amico.
«Andiamo… andiamo a fare due passi…» gli disse.


Ville camminava con passo svelto come sempre.
Non c’era motivo di camminare piano dato che si camminava per fare qualcos’altro.
Ad un tratto si bloccò, poi sospirò.
«Sei tu Wein?»
Prima il profumo, poi un mazzo di rose e infine la figura del Drago Occulto.
La sera lui poteva andare in giro più sereno, più del giorno.
E ogni tanto si faceva anche vedere.
«È gentile da parte tua portarmi delle rose.»
«È per farti i complimenti per oggi.»
«Dovrei farli io a te.»
«I complimenti si fanno alla bella attrice, non al comprimario.»
Lei riprese a camminare, Wein la seguiva a un passo di distanza. La cittadina a quell’ora era già silente con le luci spente.
Sembrava morta.
«Ville? Posso farti una domanda?»
«Certo… basta che non sia una cosa sconcia…»
«Vuoi sposarmi?»
«Cosa?» Ville si bloccò.
Wein sorrideva con la sua solita espressione da imbecille.
«No scherzavo… volevo chiederti un’altra cosa…»
«Spara.»
«Vieni a letto con me?»
Ville si voltò e fece per afferrarlo ma lui le apparve davanti.
«NON È SCONCIA!! Non ho detto: ti va di sco…»
Evitò per istinto un manrovescio, poi le comparve a pochi centimetri dal volto, vicino.
Ville non seppe distinguere se il profumo di rose veniva dal mazzo o dai sui capelli.
«Adesso sono serio… quella sera, di sei anni fa. Tu parlasti dei tuoi poteri… come qualcosa… che ti svuotava... anche dei sentimenti.»
Ville si bloccò, perse ogni velleità combattiva e imboccò un vicolo.
«Vieni Wein, andiamo a fare due passi…» gli disse atona.

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