| Quarantatreesimo Episodio: Starless |
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| Astea ed Asmodea erano sdraiati sullerba
fresca di una collinetta poco distante dalla città. Era spoglia e
non cerano alberi intorno. Una visuale perfetta. Quando erano arrivati si erano sdraiati in silenzio. «Quella stella li è fra le più luminose di tutte come quella laggiù che indica il Nord » «Quella la conoscevo » «Già quelle là invece sono la costellazione di Galder anche se non sono mai riuscito a immaginarmi un drago » Lei sorrise. «Quellaltra più giù è » «Una stella cadente!!» «Dove?» «Ehm... è andata ormai cavolo avresti dovuto vederla ha fatto una scia gigantesca e lunga!» «Uffa.» «Ti piacciono le stelle?» «Sì mi ha insegnato tutto mia sorella quando ha visto che anche io mi interessavo » «E tuo padre?» «Ehm a dire la verità è morto.» «Ops ho toccato un tasto del cavolo » «Ma va. È andata e poi non ricordo né la mamma né il papà perciò immagino che io debba sentire solo un po di delusione per non averli conosciuti, non dolore » «Etchum!» starnutì lei dopo un po. «Hai freddo?» chiese lui. «Un poco ma non voglio andare via » «Aspetta.» Astea prese ad armeggiare con le numerose fibbie del suo cappotto. Dopo un po glielo gettò addosso. «Ma che fai! Ti prenderai un malanno.» «Sta tranquilla sono un osso duro » «Certo poi stai a letto con la febbre » «Asmodea io non posso ammalarmi.» «Lavevo dimenticato » «E ETCHUM!» starnutì lui. La ragazza sorrise. «Nessuno scappa al raffreddore nemmeno il Messaggero storto » Astea si raggomitolò seduto. «Avanti vieni qua. Hai un cappotto gigante centriamo tutti e due se lo usiamo come coperta » «Ehm ma » «Non fare storie.» «O-ok » disse lui prima di sgusciare sotto il panno pesante che si portava dietro. Sotto indossava una maglia nera attillata. Era strano stare sotto le coperte con una ragazza. Per quanto quella non fosse una coperta lei era una ragazza, le sembrava di conoscerla da una vita e ancora, lei era una ragazza. «Tremi» disse lei. «Ho ancora un po freddo... adesso mi passa.» «Se domani hai il raffreddore tua sorella mi ucciderà.» e così dicendo si avvicinò a lui. Se prima si toccavano spalla a spalla, adesso lei si era girata, appoggiò la sua testa sul petto di Astea. Una ciocca di corvini scivolò sulla faccia del ragazzo. Lei attese un po in controluce, come se avesse paura di farlo, poi gli si sdraiò appena un po sopra. Astea sentì la gamba di lei risalire sopra le sue piegata e un braccio girargli sul petto, intorno al collo. «S stai meglio adesso » Il cuore aveva preso a battere allimpazzata. La sentiva sobbalzare su di lui. «Sì immagino di sì. Sei sei calda.» «Sei tu che sei un ghiacciolo » «S si.» Astea rimase immobile a lungo, rigido con le braccia distese lungo il corpo. Poi appena si fu un po calmato gli bastò pensare di nuovo a dove si trovava e con chi per diventare di nuovo pietrificato una strana sensazione non gli era mai successo. Si sentiva a disagio ma stava bene. Era come trovarsi prima di una qualche prova. Quella sensazione di attesa, di fragilità, che ti prende prima di una scelta, che non ti molla ma sta lì, alle calcagna. «Riesci a vedere le stelle così?» chiese lui dopo un po. «No ma va bene lo stesso.» si mosse leggermente e lui si sentì avvampare di nuovo. Lei affondò la testa fra i suoi capelli ricci. «Ho freddo al naso.» si giustificò. «Ora io sto bene.» «Anchio» ribatté subito. Rimasero ancora così per molto tempo. Le stelle si erano leggermente spostate quando ci fece di nuovo caso. Lei adesso sentiva i battiti di Astea sul suo collo e lui sentiva i propri rimbombare dove lei lo toccava. Sospirò e per un po gli sembrò di non ricordare più dove fosse il resto del suo corpo. Se quello che percepiva fosse il suo o quello della ragazza. «Vuoi che vada via?» Chiese lei. «N no. Rimani qui.» «Mi fai il solletico col respiro» aggiunse. Lei per un po provò a respirare piano ma poi ricominciò, si spostò leggermente e lui tremò di nuovo. Allora lei gli si strinse più forte, come a cancellare quei tocchi appena accennati. Improvvisamente lui aprì gli occhi, si alzò e si girò sopra di lei. La fissò dritta negli occhi, serio. «Posso darti un bacio?» «No » rispose lei. Poi lui spinse le sue labbra su quelle di lei. La stradina costeggiava una collina impervia e scendeva ripida. Gradini di ciottoli smussati scendevano fino a un minuscola vallata in fondo alla discesa. Cera un ponte su un ruscello che in realtà non aveva bisogno di guadi, tanto era piccolo. Ville si fermò sul ponticello. Wein non salì sopra. «Quello che ho detto è vero» cominciò lei. «Che che cosa significa esattamente?» «Che le mie emozioni appaiono per pochi istanti, per poi essere scaricate via dal varco che io rappresento.» Wein si grattò la testa. «Stai dicendo che qualsiasi cosa succede tu non riesci a provare nulla?» «Non è proprio così ma vedo come reagisce mio fratello e io non reagisco che con pallide sfocature » «Oh beh tuo fratello è un tipo strano meglio non prendere lui come paragone » «Ma siamo gemelli! Ci assomigliamo! E invece dentro siamo così diversi » «Beh questa è una fortuna credo e poi, Astea è leggermente più alto di te » Ville scosse la testa. «Di un po ma quando parlo mi senti oppure stacchi il cervello?» «Scusa stavo cercando di capire quello che provi.» Il ruscello scorreva silenzioso sotto di loro, si sentiva solo un leggero sciabordio. «Ogni tanto vengo assalita da una paura » «Tu che provi paura » «Una paura che scompare come è arrivata.» Wein non rispose nulla. Se voleva continuare sarebbe stata solo una sua scelta. «Ho paura che se accadesse qualcosa a mio fratello io dopo poco tempo tornerei quella di sempre.» Wein la fissò coi suoi occhi verdi. «Ho paura che se dovesse capitarci qualcosa di terribile » «Ville. Non mi sembra un ragionamento da te questo» la interruppe lui. «Intanto non ci capiterà nulla e poi, se dovesse capitare il riuscire a rialzarsi sarebbe un punto di forza.» «Sì Wein ma quali sono le cose che ci fanno sentire realmente vivi? Vivere sempre la stessa giornata senza che nulla cambi oppure portare con noi dei ricordi? Delle passioni? Delle emozioni?» «Non ho la risposta. Ma forse dovresti fare due chiacchiere con uno dei Sovrani del mio popolo » sorrise il drago. «Wein. Se tu adesso dovessi baciarmi. Io domani non avrei che una lontana immagine di quello che è successo. Un qualcosa di completamente distante, atono.» «Basterebbe baciarti ogni giorno e ogni notte così che tu possa rivivere di nuovo quella emozione.» Sorrise lui. «Non è così facile Wein» disse lei voltandosi. I loro sguardi si incrociarono e una volta tanto il drago resse il suo sguardo. Non lo faceva mai di solito. «Perché no? Tu ad Astea vuoi bene! Lo ami come qualsiasi sorella farebbe! Cosa cè che non va in tutto questo? I tuoi rapporti con lui sono incredibilmente stretti! Sei fredda ma si vede benissimo che qualsiasi cosa lui faccia per te è importante » Lei gli si avvicinò e gli posò una mano sulla bocca. «Basta basta Wein » Tremava «Basta cosa? Stai facendo il discorso più assurdo che io abbia mai sentito! Che senso ha avere paura di non voler bene a qualcuno se la paura stessa è sintomo di quanto uno tenga alla persona stessa?» «Basta » «Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto tu sei quello di cui Astea ha bisogno. Si vede, tu » «Io » «Tu cosa?» «Io fingo » Wein si bloccò. «Ogni qual volta Astea fa qualcosa di speciale io lo sento vicino, lo percepisco come mio, un qualcosa dimportante per me. Ma quella sensazione non dura mai, mi scivola via fra fra le mani » Iniziò a singhiozzare. Wein si irrigidì sconvolto. «E così qualche minuto dopo tutto è come prima e lui è solo una persona che conosco ma che non mispira nulla e faccio quello che faccio perché so che è giusto che io lo faccia.» Wein indietreggiò impallidendo. Poi salì sul ponte e le sue braccia si abbassarono su di lei insieme alle sue orecchie. Labbracciò. Il suo sguardo era colmo di una tristezza infinita. «Anche questo fra poco passerà?» domandò lui. «Sì maledizione sì Wein e non cè niente da fare.» Intorno a loro iniziarono a comparire delle lucciole. Ville sentì il cuore di Wein aumentare di battiti. Era uno spettacolo meraviglioso era affascinato, ma si sentiva distrutto. «Cosa cè?» «Nulla. Non è nulla.» rispose lui, lei non vide mai quelle lucciole. «OH MERDA È TUTTO IL GIORNO CHE ANDIAMO AVANTI!! IO HO FAME!! ANF ANF!!» Dante guardava Noah leggermente sorpreso. Per un intero giorno avevano combattuto. Noah usava due spadacce schifose e arrugginite, le aveva comprate lui stesso dopo aver lavorato come pescatore nella città la vicina. Diceva di non aver bisogno di nulla e che si sarebbe occupato di se stesso. Il ragazzo era malridotto, pieno di graffi, contusioni, un occhio nero. Ma continuava a combattere con appena un po di fiatone. «Tu non sei normale » disse Dante sorridente. «NEMMENO TU CAZZO, NON HAI FAME?» «Noah non rivolgerti a me con quel tono » «Perché chi sei tu?? Mio pad-» Noah ricevette un pugno diritto in faccia e volò lontano. «Cielo credo di aver esagerato » disse il drago mordendosi un labbro. Ma Noah si rialzò come niente fosse. «Che fai adesso? Attacchi pure di sorpresa? Sei vecchio e non ce la fai più a combattere normalmente?» Dante apparve dietro di lui, le sue braccia girarono attorno al collo di Noah per serrarsi con forza. Noah ebbe una scarica di paura. Con un poco più di forza il suo collo si sarebbe spezzato. Ma Dante lo lasciò andare e lui cadde a terra. «Noah. Ricorda che cè sempre qualcuno più forte di te a questo mondo. Quando tornerai nel tuo paese ricordatelo e non lasciare che la tua mente e il tuo corpo divengano fiacchi.» «Quando cosa?» «Quando tornerai. Ovvero, a breve.» Noah si sedette a gambe incrociate. Il suo stomaco emise un lamento di morte. «Allora questa sera ci diremo addio?» «Non lo so. Forse un arrivederci.» «Vienimi a trovare ogni tanto » disse lui improvvisamente serio. «Certo se sopravvivrai al ritorno in patria ogni due o trecento anni farò un salto » Noah lo guardò male. «Scherzavo» disse lui. Il ragazzo abbassò lo sguardo per fissare le scarpe lucide di Dante. Come faceva a muoversi e a non scivolare con quelle scarpe idiote? Davanti a lui caddero due spade in un fagotto di seta preziosa. Erano due katane dalla linea semplice, pulita e dalla fattura splendida. «Che sono queste?» «Sono il mio regalo di addio.» «A me piacciono le mie spade guadagnate col sudore della fronte » «Ma quelle spade non vanno bene per te Noah. Non andrebbero bene nemmeno per un umano normale queste katane sono state forgiate dal mio popolo e hanno la proprietà di essere sempre allaltezza di chi le impugna.» «E che cavolo significa.» «Che sono le katane adatte a te stupido bamboccio.» Noah afferrò le spade e le impugnò. Erano perfettamente bilanciate, Aimee gli aveva insegnato tutto quello che sapeva sulle armi bianche e quelle erano decisamente delle meravigliose armi bianche. Si alzò in piedi e le fece volteggiare un po. «Senti Dante » disse Noah dopo un po. «Credi che sia la cosa giusta per me tornare in quel luogo?» «Parli del tuo regno?» «No del CESSO DI CASA! Certo che parlo di Tradnor!» Dante passeggiò per il campo di battaglia come se si muovesse in un salotto perfettamente arredato. Rocce smussate e crateri in terra divenivano tappeti e comodini quando lui li sfiorava col proprio abito. Poi, quando si allontanava, tutto sembrava di nuovo un semplice luogo disastrato. Il teatro di uno scontro. «Vedi Noah è il tuo destino. Ognuno di noi ha un destino al quale è stato assegnato e il tuo passa per quel regno.» «Sì ma che palle.» Dante lo fissò non capendo. «Andiamo anche tu puoi capire quello che provo. Sei un Sovrano dei Draghi Occulti ma non ti ho visto una volta assolvere alle tue mansioni sei stanco di quella vita sei stanco della vita in generale.» «Cosa io » Dante ci mise un po a rispondere «in realtà assolvo i miei compiti ma certo è vero che non sia granché felice di farlo.» «E allora perché mi proponi di diventare quello che tu non vuoi essere? Non tirare fuori la storia del destino.» «Vedi Noah. Innanzitutto in quel luogo hai lasciato della gente che spera in te e infine la tua crescita non è ancora ultimata. Ora forse saresti in grado di riprendere le redini del tuo regno ma non sei ancora un uomo.» «DEVO DIVENTARE RE PER DIVENTARE UOMO? E IL POPOLO CHI È? TUTTE CHECCHE??» Dante tolse il cappello e lo spolverò. «Quale potenza di encefalo » Il drago si avviò verso casa lasciando Noah seduto per terra a gambe incrociate a riflettere, dopo un minuto abbondante il ragazzo si alzò e lo rincorse. «Sul serio Dante io non mi ci vedo a comandare un regno. Io conosco la storia, la matematica, la filosofia, tu hai avuto sei anni per insegnarmi un sacco di cose e te ne sono grato. Ma dietro tutto quello che mi insegnavi non cera forse il messaggio di dover scegliere la propria strada con molta attenzione? Non credi che tutto quello che mi proponi adesso sia lesatto contrario?» «Humpf davvero credi che io abbia voluto insegnarti questo? Si vede che non hai capito nulla.» «Eh no! Stavolta ho capito! Sei tu che non hai avuto la forza di fare quello che avresti voluto! E adesso ti secca che qualcuno decida di fare il contrario! » Dante si fermò. Si voltò a guardare Noah. «Forse è così piccolo principe, forse ho dei rimpianti, forse io non fui in grado di fare quello che avrei voluto o forse, semplicemente, non fui allaltezza della Storia. Ma non vorrei mai che qualcuno ripetesse il mio stesso errore. Non lo augurerei al mio peggior nemico » disse quasi con un sussurro. Noah deglutì. «E tu per me non sei un nemico sei » «Ok ok scusami!» borbottò Noah senza permettere che Dante finisse la frase. Il drago gli diede le spalle e sorrise. Forse quel giovane di sedici anni aveva imparato a conoscerlo meglio di tanta altra gente. «Presto! Andiamo a cena!» disse Dante con un tono imperioso. «L'arrosto sarà pronto adesso!» Il volto di Noah si rischiarò in un sorriso privo di qualsiasi preoccupazione e si sbrigò a seguirlo. |
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