Quarantaquattresimo Episodio: Wedding Nails


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L’ombra che fungeva da servitore e da compagno di giochi di Noah servì a tavola.
Prima ancora aver posato i piatti a tavola Noah aveva li aveva già presi d'assalto.
Dante mangiava compostamente, Aimee non era da meno.
Sedevano a un lunghissimo tavolo.
Dante a capotavola, dall’altra parte Aimee e al centro Noah.
La cena trascorse in silenzio.
Quando ebbero finito Dante senza dire una parola andò nella sala. Probabilmente a buttare giù un bicchiere.
Noah si accese una sigaretta.
«Non dovresti fumare. Fa male alla salute.»
«Già. Mio padre non fumava ed è schiattato giovane.»
«Oh beh allora tanto vale spararsi di tutto.»
«Giusto.»
«Giusto.»
Rimasero in silenzio.
«Pezzo d’idiota.»
«Racchia.»
«Bamboccio morto.»
«Ops…»
Noah evitò a malapena un piatto lanciato dalla ragazza che sapeva essere tanto composta con Dante quanto casinista con Noah.
Il ragazzo sgusciò via dalla sedia e fece per andarsene.
Poi si fermò sulla porta della sala da pranzo.
«Aimee?»
«Sì?» rispose lei.
«Grazie… grazie di tutto.»
«Già» rispose lei spostando lo sguardo su un punto imprecisato della stanza.
Noah si voltò e le sorrise, poi andò via.

Una volta tanto andò da Dante.
La sala dove il drago si recava ogni sera dopo la cena era una di quelle stanze con una vetrina piena di svariati alcolici, in cui campeggiavano i Cognac più pregiati.
Cognac di Champagne, Armagnac e quant’altro.
Entrò e vide Dante vibrare vicino alle bottiglie.
Aveva due bicchieri in mano.
«Prendi qualcosa con me stasera?» chiese.
«Sì ma voglio bere la stessa cosa che bevi tu. Niente succo di pera.»
«Non avevo la minima intenzione di darti del succo di pera Noah…»
Dante sorrise. Si sedette su una comoda poltrona e davanti a lui si sistemò il ragazzo di Tradnor.
«Questi calici sono ampi perché il liquore deve scaldarsi col tuo calore corporeo. È più buono così…»
«Ma è caldo… non sarebbe meglio metterci il ghiaccio?»
Dante storse le labbra.
«Profano. »
«Ok… la prendo come ultima lezione. Poi basta scassamenti eh?»
Il Drago annuì.
Noah si sbrigò a bere, Dante attese di più.
Poi versarono di nuovo.
Il cognac era appoggiato su un basso tavolino di vetro, in una bottiglia rifinita.
Stavolta il ragazzo attese insieme a Dante, era strano bere con Dante.
Da una parte ti sentivi in dovere di dire qualcosa di intelligente, ma alla fine capivi che fare qualcosa di intelligente era il rimanere in silenzio.
Così si finiva per osservarlo attentamente; i piccoli scatti delle sue pupille, le vibrazioni delle sue orecchie allungate, un alito di vento che muoveva qualche sottile ciocca di capelli e il modo che aveva di nuotare nell’ambiente che lo circondava, di muoversi al suo interno con leggerezza.
Noah si schiarì la voce, poi si accese una sigaretta.
«Non fumare.»
«E perché?»
«Il fumo distrugge le papille gustative, ti rovina il gusto. E rovina il cognac.»
«Tsk!»
Passò un minuto e Noah si schiarì di nuovo la voce, stavolta convinto.
«Ho ringraziato Aimee… mi pare giusto ringraziare anche te per tutto quello che hai fatto in questi sei anni.»
Dante sembrò ignorarlo.
Noah lo squadrò.
Dante continuò ad ignorarlo.
Noah lo trapassò da parte a parte coi suoi occhi di un azzurro chiarissimo.
Dante lo ignorò come solo lui poteva fare.
«OHI TESTADICAZZO DÌ QUALCOSA!» sbottò alla fine Noah inferocito.
La luce si abbassò nella stanza e il ragazzo deglutì.
«Ascoltami Noah, ascoltami bene» disse il drago prendendo una lunga pausa in cui buttò giù un'altra sorsata.
«Una mia amica mi ha predetto alcuni brani del futuro, sto per confessarti le sue parole che risuonano per me ancora così oscure. “Dante, ci sarà un re senza regno di un regno senza calore. Quando verrà il momento non permettere che ceda. Concedigli una scelta. Sierra ti sarà compagna in questo.”»
Noah si sistemò sulla sua poltrona cercando di capire. Ovviamente con scarsi risultati.
Quelle poltrone non lo aiutavano. A Dante davano un’aria così intellettuale ma lui era un pesce fuor d’acqua.
«Ci incontreremo ancora e non sarà solo per un saluto, non deludermi allora o non ti perdonerò.»
Il ragazzo si ritrovò con gli occhi fissi a terra. Quasi colpevole.
Colpevole ma di cosa? Lui non aveva fatto nulla. Aveva il mondo ai piedi, o forse presto lo avrebbe avuto.
«L’uomo sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere come il suo destino non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta fra la Luce e le Tenebre.»
Concluse Dante, Sovrano dei Draghi Occulti.
Noah alzò lo sguardo, i suoi occhi brillavano.
«Fidati di me.»


«ETCHUM!» Astea si svegliò con uno starnuto che fece levare gli uccelli dagli alberi che circondavano la collina. Il sole era basso… ma era sorto, era giorno.
Subito si girò verso Asmoqualcosa ma non la vide.
Si grattò la testa...
Stette un po’ a riflettere.
Poi improvvisamente l’illuminazione.
«Oh merda!» gridò mettendosi a correre giù per la collina.
«Ville mi ucciderà! Sarà preoccupata a morte!!»
Alcuni uccellini si fermarono a pochi passi da Ville, atterrati dopo aver preso un grande spavento chissà dove.
Cominciarono a fischiettare, mentre zampettavano qua e là. Lei aprì gli occhi castani, sbadigliò leggermente e si stropicciò gli occhi con naturalezza.
Poi si guardò intorno, era sdraiata ai piedi di un albero e aveva indosso la mantellina verde di Wein Swiftblade.
Si guardò intorno e lo vide seduto su un ramo d'albero che guardava lontano.
Le sue orecchie si mossero appena quando lei si mosse, ma lui non si girò.
Lei sbadigliò ancora.
«Swiftblade!» gridò perentoria.
«EH-CHE -ARGH!» Wein perse l’equilibrio e cadde a terra piantandosi nel sottobosco morbido.
Ad una ventina di metri da loro c’era il ponticello dell’altra sera.
Ville lo guardò di nuovo come se alla luce del giorno tutto quello che era successo sopra quel ponte fosse stato scacciato via insieme alle ombre.
Estrasse Swiftblade da terra.
«Buongiorno Ville!» sorrise lui gioviale.
«Imbecille cosa ci facciamo qui?»
«Oh ma niente! È che ieri sera ti sei addormentata e non sapevo dove alloggiavate stanotte e così non ho trovato niente di meglio da fare che metterti a dormire qui. Dormito male?»
Ville lo guardò assumendo un’espressione da regina del sadomaso. In realtà aveva realizzato di non ricordare più nulla dopo un certo punto della notte.
«Sei sicuro che abbiamo SOLO dormito?»
Wein sorrise nervosamente mentre si faceva piccolo piccolo e si divincolava dalla presa «Certo certo! Hai dormito!!»
«E TU??»
«Io no! »
«CHE COSA??»
«Ho fatto la guardia…»
Ville lo lasciò cadere a terra.
Lui si rassettò.
«Andava bene anche un “grazie”…» borbottò.
Lei lo continuava a fissare inquisitrice.
Lui riprese a sorridere forzatamente.
«Ehm… b... beh?»
Lo sguardo di Ville avrebbe forato la roccia se solo l’avesse puntato sulla roccia. Ora invece puntava diritto negli occhi di Wein.
«C… c’è qualcosa che non va?»
Wein prese a sudare freddo.
Indietreggiando urtò una bottiglia vuota di vino.
Ville lo fulminò.
«COS’È QUESTA
«Una bottiglia?»
«PERCHÈ È VUOTA??»
«Ehm… perché… l’ho bevuta?»
«SOLO TU??»
«SÌ PERCHÈ
Ville tornò sulla difensiva… dopo un po’ si ricordò del fratello.
«Merda! Astea sarà preoccupato a morte!»
Si avviò a passi svelti verso la cittadina.
Wein rimase lì immobile a grattarsi la testa, poi sospirò felice stiracchiandosi la schiena e le braccia con un grosso sbadiglio.
Astea entrò nella locanda dalla finestra di un’altra camera, che quella della sua era chiusa. Un semplice balzo di quattro o cinque metri.
Come un’ombra passò vicino a due innamorati che si baciavano e che non si accorsero di lui.
Ville salì le scale volteggiando sui gradini per poi atterrare sul pianerottolo.
I due bloccarono, si erano visti nello stesso medesimo istante.
«Ehm… b-buongiorno…» dissero insieme per poi interrompersi.
Ci furono attimi di silenzio.
Poi Ville parlò. Un po’ insicura.
«Dormito bene?»
Astea deglutì cercando di far funzionare una volta tanto il cervello.
«Ehm… s... sì… torno adesso… da... dal bagno, sì! Il bagno in fondo al pianerottolo!!»
«Certo! Anche io torno…» iniziò Ville…«ero... a… a colazione!» aggiunse seria.
Deglutirono di nuovo insieme.
Arrivarono insieme sulla porta, Astea l’aprì, poi provarono a entrare insieme ma si bloccarono sull’uscio spalla a spalla.
«Levati imbecille…» disse Ville prima di scrollarselo di dosso.
La stanza era intatta.
La grossa alabarda di Astea appoggiata su un muro, lo specchio della stanza coperto, tutto in ordine.
«Ho rifatto i lett-» dissero insieme.
«Bene!» disse Ville.
«Bene!» commentò Astea.
Sospirarono. Poi si guardarono sospetti.


Writer...
Wake up. Tabata has you.
Follow the black tower.
Knock, knock...



La torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo grigio. Gli occhi gialli delle sue finestre gotiche proiettavano luci tremolanti di candela che avanzavano a stento nella pesante, quasi palpabile, nebbia. Quelle terre isolate e solitarie apparivano fuori dal tempo e dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante. Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman, in una terra che solo Lei conosceva e nella quale Lei soltanto poteva permetterti di entrare. O di uscire.
Il portone era una bocca scura sul teschio del castello.
Grosse lamine di metallo nero lambivano i cardini, come a proteggerli, o a fortificarli perché la porta fosse, se possibile, ancora più ostile.
Il bussare discreto venne udito all'istante, quasi fosse un suono così estraneo da non poter essere ignorato troppo a lungo.
«Desidera?» il volto e la voce erano quelli di una ragazza molto giovane. Capelli lunghi, biondi e lisci.
L'abito era azzurro, svasato. Indossava un delizioso grembiule bianco.
«Potrebbe chiamare Milady un istante?»
La ragazzina tentennò, ma la porta si aprì di colpo tra lei e il misterioso visitatore.
Una folata di vento gelido invase la stanza.
«Chi chiede di Tabata? » la nuova voce era densa, calda.
Una figura nera stava scendendo le scale di malavoglia. Ogni scalino sembrava una fatica inutile da sopportare. Indossava un completino nero di pizzi e trine, e delle calze a fasce bianche e viola. I capelli biondi erano raccolti in due codini.
La cameriera si fece da parte ma la nuova arrivata si fermò dopo l'ultimo scalino e rimase immobile a osservare con sguardo attento l'estraneo che aveva chiesto di lei.
«Ehm... salve madame... sono lo Scrittore...» lo Scrittore provò a darsi un tono alla Dante per fare una finaccia alla prima frase.
Quando si fece avanti nella timida luce all’interno della sala era vestito con un completo dantesco (ma senza cilindro) con occhialini tondi ma neri, da sole. I capelli legati ricadevano in due ciocche mosse ai lati del volto. Castani.
«È un piacere conoscervi di persona ».
La donna lo squadrò da sotto le lunghe ciglia scure. Le palpebre e le tempie erano tinte di viola. «Tabata non parla con chi non è Dante, di solito » mormorò imbronciata. «Ma provi a continuare, magari è più interessante di quel che sembra ».
Il tipo si sentì autorizzato ad attraversare la soglia, nessuno lo fermò.
L' enorme portone si richiuse alle sue spalle con un effetto banale ma d'obbligo..
«La ringrazio del tempo concessomi » continuò il ragazzo, lasciando solo un paio di metri tra sé e la ragazza in nero. «Vorrei invitarla a ricoprire un posto tutto speciale nella mia umile opera, nel mondo di Lord Dante Reznor...»
Gli occhi azzurri di Tabata si spalancarono, la testa si inclinò di lato vezzosa. «Tabata non ha mai fatto parte del mondo di Dante... signor... Scrittore. Come può lei rendere questo possibile?»
«È... una specie di magia...» disse lo Scrittore, accompagnando quelle parole con un gesto della mano. Apparvero quattro assi, come scritto, poi scomparvero.
Tabata l’osservò in silenzio, quindi avanzò di qualche passo verso lo Scrittore.
«Lo faccia di nuovo.»
«ehm...» lo Scrittore provò di nuovo ma stavolta apparve il Bianconiglio che cominciò a saltellare per la stanza sussurrando "È tardi, è tardi ormai!"
«Ehm...mi deve essere sfuggito qualcosa si mano...»
La mano di Tabata scattò sul coniglio e si serrò intorno al collo bianco e morbido.
«Non è la stessa cosa di prima...» commentò un po' risentita.
Sollevò la bestiola all'altezza del viso.
Tabata notò la presenza di Noah ai margini della pagina e si voltò, molto lentamente.
«Tabata pensa che ci sia troppa gente nella sua casa» sospirò, «questa piccola cosa ti appartiene? »
Noah si ritrovò improvvisamente da Tabata.
«Ma che diavolo??!? Ehm comunque no, non è mia... anche se forse c'entra qualcosa con me... non è mio... ma gli voglio bene al Bianconiglio... non fargli del male.»
«Bianconiglio?» Tabata guardò la bestiola che se ne stava immobile con le lunghe zampe penzoloni «È così che lui si chiama?»
Ci fu una pausa. Tabata sembrò come pensare, quindi mosse la testa di nuovo in quel modo scattante, come un automa. «Tu sei Noah» esclamò sicura.
«Certo! In persona!!! Ora potresti lasciar andare il Bianconiglio?»
«Dante mi ha parlato di te. Una volta» Tabata gli passò il Bianconiglio. «O forse sono io che gli parlai di te. Prendilo tu»
Lasciato il coniglio si rivolse nuovamente allo Scrittore. «La magia che vuole usare. La spieghi a Tabata.»
Sullo sfondo Noah afferrò il Bianconiglio.
«CHOEEFF!!... con permesso io andrei...» esclamò serafico, sparendo oltre l'orizzonte visibile della pagina.
«Vede... io ho un certo potere sul mondo di Dante...» continuò intanto lo Scrittore «... posso raccontare i fatti nel modo in cui avverranno e lei potrebbe entrare a far parte del mio racconto. Non credo cambierebbe molto da adesso... ma forse incontrerebbe qualche altra persona...»
Tabata ascoltava interessata, le mani giocavano con il manico dell'ombrellino nero. «Altre... persone?» chiese «Intende altre creature del mondo?»
«Sì... altre creature... simili a Dante... anche se di simile a lui non c'è nessuno ».
Tabata non sembrava molto convinta. I suoi occhi erano due lampi azzurri pronti a fulminare chi le stava davanti «il mondo là fuori non è ammesso in questo castello. Solo Dante può entrare, perché lui è...» Tabata s’interruppe, inspirò. Sembrava guardare più il pavimento che lo Scrittore ma poi i suoi occhi tornarono a guardarlo. «Potrò incontrare Dante?»
«Dipenderà da lui, d'altra parte se fossi io a muoverlo non sarebbe lui dico bene?»
«Perché altre persone?»
«Se ve lo dicessi che gusto ci sarebbe? »
«Se Tabata non le conosce, le uccide. Tu ne troverai altre?» sorrise lei, placida ma assolutamente maligna.
«A dire la verità io sono ancora vivo... quanto alle altre persone... il mondo è pieno di "persone"...» qua lo Scrittore rischiò della grossa.
«Il mondo non mi interessa, né lei mi interessa» mormorò Tabata. La sua reazione non era delle più incoraggianti. «Forse dovrebbe trovare un motivo perché io continui ad ascoltarla».
«... delle creature hanno bisogno di voi e forse voi avete quello che loro cercano...»
«Quello che io cerco ha il potere di un drago e il cuore di un demone, Scrittore» sussurrò la creatura guardando altrove. «Nessuno può darmi ciò che voglio se non l'oggetto stesso del mio desiderio e lui non dipende dalla volontà di queste persone che lei nomina, né dalla sua. Allora come può, Tabata, accettare?».
«... se dovessimo vivere tutto il nostro tempo alla ricerca del nostro unico desiderio dimenticheremmo il perché lo aneliamo così strenuamente milady...»
Tabata sorrise. I canini erano un tantino esposti. «Dante dice simili frasi prive di senso ogni volta che apre bocca. Voi me lo ricordate molto, sapete?» ammise quasi pacifica. «E sia. Forse se lo penso verrà anche lui. Ma non garantisco di fare la brava, io non lo faccio mai...»
Lo Scrittore soffocò qualche tic al sopracciglio per nascondere il prorompere selvaggio e furioso di gioia che a stento riusciva a contenere.
«... non preoccupatevi di come vi comporterete. È di voi in tutti gli aspetti che ho bisogno...»
«Oh che deliziosa creatura che siete» Tabata si fece più vicina e gli girò intorno, con un'occhiata particolare al collo. «Deliziosa, sì. Ditelo ancora... quella cosa sui miei aspetti... buffo… nemmeno li conoscete...»
Lo Scrittore deglutì e rimase immobile.
Tabata però lo lasciò in pace e raccolse un paio di tarocchi dal pavimento, accosciandosi a terra come se nulla fosse.
Adesso le sue calze erano a righe bianche e nere. «Si trattiene molto? »
Lo Scrittore stava per sospirare di sollievo ma si bloccò per non uscire dal personaggio dantesco. «A dire la verità fra poco, col vostro permesso, dovrò lasciarvi... leggete le carte?»
«No» la risposta era secca, decisa. Quasi infastidita. Si sentiva il fruscìo della gonna sul pavimento, il rumore ovattato delle dita sulla carta ruvida dei tarocchi. «Loro parlano.»
«... e di cosa parlate voi e loro?»
«Del tempo che scorre fuori da questa stanza e del tempo che dovrà ancora trascorrere»
«Affascinante... anche se conoscere il tempo è un qualcosa che non mi ha mai affascinato... il tempo è così... relativo...»
Lei non si voltò. Stava disponendo i tarocchi per terra. «Il tempo contiene immagini, signor Scrittore. Il tempo contiene parole, sentimenti, perdite e ritorni. Ogni minuscolo frammento del tempo ha tanto da raccontare. Se foste in grado di sentirlo cantare come canta per me, tutto per voi sarebbe diverso.»
«... forse sono solo spaventato... magari un giorno tornerò...» rispose lo Scrittore. «Per adesso spero vogliate perdonarmi ma devo andare...»
Tabata si voltò appena. «Dovrà scrivere ancora, è questo il suo destino» disse con noncuranza. «Esca, adesso. Ma non si volti indietro»
«Addio.»
Lo Scrittore s’incamminò verso la porta, quando l’aprì fu assalito da un tremendo brivido, fece per voltarsi... era terribile, la sua volontà veniva meno, sentiva di non riuscire a resistere.
Qualcosa lo costringeva e lui, dopo il dialogo con Tabata, non aveva più la forza di resistere a quell'improvvisa sensazione... ma improvvisamente delle mani gli cinsero la faccia e la riportano dritta, verso la porta, era Dante. Lo guardò senza far trasparire la più vaga emozione, sospirò, lo fece passare, poi entrò chiudendo dietro di sé la porta.
«Salve cherie...» gli sentì dire. Poi tutto si oscurò.

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