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«Toh guarda chi si vede
» esclamò
suadente Enid la Tessitrice.
Dopo qualche istante apparve dal nulla Kaviel il Guardiano.
Enid sedeva in riva alla spiaggia con una vestaglia di un bianco candido
che faceva risaltare la sua pelle mulatta. La luna non era che appena
accennata e sbiadiva allorizzonte e la risacca del mare le lambiva
i piedi per poi scivolare via nelloceano.
Due maestose pantere le sedevano a canto, una era accucciata, laltra
sdraiata.
Sembravano tutti e tre rapiti dallo spettacolo sempre uguale ma in qualche
modo diverso della lunga distesa azzurra che si apriva davanti a loro.
«Ciao Enid.»
Il Guardiano lasciò scorrere lo sguardo per un po sul panorama,
poi prese a camminare con le mani dietro la testa.
«Come vanno le cose?»
«Come sempre?»
«E le tue pantere?»
«Fanno le pantere?»
Kaviel sbuffò.
«Non è valido rispondere a una domanda con una domanda.»
«E allora sputa il rospo. Sono anni che non ti fai vedere, ci sarà
un motivo.»
«Beh, intanto volevo sapere come proseguivano i tuoi studi per la
creazione di un Demone Maggiore tuo sottoposto
»
«Procedono, ma non credo che avrò modo di crearlo a breve.
Ho altre idee per la testa al momento.»
«Ti riferisci ai due Ingram di Shaen?»
«No, a uno solo dei due.»
Il bambino si allontanò da lei e dopo un quarto d'ora tornò
indietro da una vera e propria passeggiata innocua sulla spiaggia. Rimase
lì, al suo fianco, a lungo.
«Posso sapere come mai sei così interessata al ragazzo? Non
se ne stava occupando Brynard?» Riprese il Kaviel dopo qualche ora.
«Brynard se ne occupa, ma non caverà un ragno dal buco. Fino
a ora è stato capace solo di inimicarseli.»
«Beh non credo sia una cosa tanto facile convincerli a stare dalla
nostra parte
»
«Sì, forse è così
» rispose lei
annoiata.
Il bambino sorrise complice.
«Hai un piano.»
«Sì.»
«Posso farti qualche domanda?»
«Potrei rispondere in maniera negativa?»
«Credo di no
ma potresti sempre mentire.»
«No, farò la brava, è tanto che non ci si vede.»
Il bambino sorrise ancora, stavolta felice.
«Bene! Mi sono sempre chiesto
perché lui.»
«È semplice, è per un favore che devo a una certa
persona
»
«Davvero?»
«Sì.»
Kaviel si grattò il capo.
«Vir Eliel.» quelle parole dette da un bambino scivolarono
sul Mare del Sud, tiepide.
Una delle pantere emise un rantolo sommesso e minaccioso.
«Vuoi mettere le mani su Astea per via di Eliel?» continuò
il Guardiano.
«Sì, diciamo che... è una specie di sfida a distanza.
Voglio che la sua tecnica si scontri con la mia... e per questa sfida...
Lord Dante Reznor è perfetto.»
«Reznor? Ma non capisco perché ci metti tanto impegno...»
sorrise il bambino. «Piuttosto, credi veramente che un tipo come
Astea sarà mai in grado di combattere alla pari contro una creatura
del genere? Conosci meglio di me di cosa è capace quel drago.»
«Non credo, ne sono certa.»
La luna era scomparsa allorizzonte.
Il Guardiano riprese la parola.
«Dante è un Sovrano dei Draghi Occulti
e ha già
di per se un potere immenso
ma Dante è anche molto di più,
la sua tecnica di combattimento è quanto di più devastante
si sia mai visto in circolazione, ed è vivo dai tempi della Vera
Guerra. Solo noi demoni o quella vecchia scarpa di Mustis siamo in giro
da così tanto...»
Enid annuì.«Non è meraviglioso?»
«Forse... prima della comparsa di Vir Eliel avevo sempre dato scarso
peso alla tecnica di combattimento. Per un demone saper combattere significa
conoscersi, essere in grado di utilizzare i propri poteri al massimo.
Ma per le altre creature è qualcosa di diverso, saper combattere
significa moltiplicare le proprie capacità, non esaurirle.»
Enid annuì ancora.
«Finita la Vera Guerra iniziai a sviluppare un equivalente per noi
demoni, lo sai Kaviel?»
«Sì che lo so, per questo mi affascini.»
Enid sorrise amabile.
«Noi demoni non siamo creature di questa realtà. Questa realtà
ha delle regole che ci sfuggono, diverse dalle nostre. Ma io le ho comprese,
io governo entrambe le leggi e sono pronta a tramandarle a chi le metterà
in pratica.»
«Così sarebbe questa la tua sfida alla tecnica di Vir Eliel
e Dante? Tramite Astea? Perché non sfidarlo direttamente? A patto
che tu riesca a trovarlo?»
«Voglio solo dimostrare solo che la mia scuola è superiore
alla sua.»
«Capisco... ma perché Astea, perché non creare un
Demone Sovrano cui tramandare la tua tecnica...»
Enid guardò Kaviel.
«Non voglio un subordinato uguale a me, che impari la mia tecnica.
Il Demone Sovrano che voglio dovrà essere scaltro e intelligente
e non voglio che divenga un combattente nel modo in cui voglio che lo
diventi Astea.»
Il bambino si sedette a canto ad una pantera. Il felino lo guardò
per qualche tempo, poi gli permise di stare lì vicino.
«Sono delle fiere meravigliose.»
«Lo so.»
«Fammi capire... vuoi un Demone Maggiore che diventi il tuo braccio
destro e si occupi della causa demoniaca... ed un allievo che non sia
energia della tua stessa energia che sbatta in faccia a Vir Eliel o Dante
la loro debolezza?»
«Sì, pressappoco.»
Kaviel prese a ridere di gusto.
«Oh cara Enid questa è veramente una sorpresa! Chi avrebbe
pensato che tu avessi ambizioni così grandiose! Fortuna che io
ne sono fuori!»
Ci fu un po di silenzio.
«Ti brucia ancora quella sconfitta
» riprese il bambino,
«e per questo hai sviluppato forse la peggiore arte di morte che
si sia mai vista nella nostra dimensione... l'odio e l'orgoglio in te
raggiungono vette impareggiabili di purezza. Sono costretto a ripetere
che sei un demone affascinante. Nonostante forse tu sia già in
grado di batterti con i due, non vuoi farlo, preferisci dimostrarti superiore
a loro su tutta la linea.»
«Pensavo che mi avresti deriso, non ti sembra una scelta vigliacca?»
«Oh no Enid! È meraviglioso. Noi Demoni Sovrani non ci sporchiamo
le mani! Noi Demoni Sovrani guarderemo la fine del mondo dalla prima fila.
Non ne saremo gli artefici diretti!» Continuò Kaviel ammirato.
Enid sorrise.
«E tu invece? So che hai messo gli occhi su una ragazza che viaggia
con i due Ingram di Shaen.»
«Sei molto informata
» sorrise lui.
«Sì, sono informata ma anche io ho delle domande, posso?»
«Sì, sarò sincero.»
«Bene, perché lei? Perché stai aspettando così
tanto? Perché
proprio in quel gruppo?»
Il Guardiano si sdraiò per fissare meglio la volta celeste.
«Oh quante domande, curiosa Enid
»
La pantera accucciata si mosse e andò a sdraiarsi sulle gambe di
Enid. La mano delicata della donna prese ad accarezzarla lievemente.
«È il destino, lei è la ragazza che voglio come mio
Demone Maggiore. Ti è mai capitato di desiderare così tanto
una persona da non avere più altri interessi?»
«Sono parole eretiche le tue, non avere altri interessi significa
contravvenire alla volontà di Shagrath.»
«Suvvia, questo mondo non finirà in pochi anni. Voglio togliermi
qualche stravizio, come te del resto no?»
«Non capisco come mai tinteressi così tanto.»
«Deve esserci un motivo quando scatta una passione?»
Kaviel parlava di quel desiderio in maniera chiara e quasi disarmante.
Enid sembrò non capire bene a cosa si riferisse.
«Sto aspettando perché fra poco i due Ingram e quella ragazza
saranno da Tabata.»
La dark lady si voltò.
«Cara Enid, non hai forse timore che Tabata decida di prenderli
in custodia?»
«Oh, no, non accadrà mai. Dovremmo piuttosto aver paura che
li uccida.»
I due si fissarono.
Le stelle si erano spostate, ruotando intorno alla stella del nord.
«E così, tutto si risolverà da Tabata. Se riusciremo
a essere tempestivi, io avrò la mia Morte e tu avrai il tuo campione.
»
«Sì.»
Fu di nuovo Enid a parlare, dopo qualche tempo.
«Dimmi Kaviel. Ti sembra che tutto questo sia stupido?»
Il bambino ci rifletté su. Poi sissò a sedere con
una movenza fanciullesca.
«Perché stupido? È divertente, questo basta.»
La torre era nera
e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo grigio. Gli
occhi gialli delle sue finestre gotiche proiettavano luci tremolanti di
candela che avanzavano a stento nella pesante, quasi palpabile, nebbia.
Quelle terre isolate e solitarie apparivano
fuori dal tempo e dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore
demoniache. Erano brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna
strada, nessun abitante. Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del
continente di Aman, in una terra che solo Lei conosceva e nella quale
Lei soltanto poteva permetterti di entrare. O di uscire.
Sorrise beffardo, sotto le lenti degli occhiali tondi che davano al suo
viso l'aria affettata, composta e sottile per la quale era conosciuto.
L'eleganza, la grazia della sua specie e tutto il suo personalissimo stile
antiquato.
Il portone era vecchio e inospitale, così come sarebbe stato l'interno
non appena il suo bussare discreto avrebbe trovato risposta.
Una ragazzina, non più che quindicenne, gli aprì con aria
smarrita. Una cascata di riccioli color grano le incorniciava un viso
rotondo e pulito, non truccato e morbido com'era d'uso tra le vestali.
Indossava un abito casto, semplice. Il corpo coperto agli occhi di chiunque,
non solo ai suoi che dovevano apparirle quelli di un uomo maturo la cui
età però non sarebbe stata capace di indovinare.
«Perdonate la mia intrusione a quest'ora della notte, signorina.
Sono qui per vedere la Signora,» un sussurro che portava con sé
centinaia di anni, decisamente indescrivibile se non con parole che a
stento esprimevano la loro verità. Il tono modulato, costante che
ostentava una gentilezza di circostanza.
La ragazzina arrossì. Bastava una voce maschile sufficientemente
calda, come quella dell'uomo che aveva davanti, a inibire un'adolescente
cresciuta in un castello di donne. Abbassò gli occhi, la mano nell'altra
mano.
«La padrona non è in casa» mentì, con un'adorabile
arricciatura di labbra. Sollevò la testa. Gli occhi in quelli dello
straniero. Quelli dell'uomo nei suoi. La bambina abbassò lo sguardo
ancora una volta.
«In unaltra occasione avrei certo rispettato i motivi che
hanno spinto la Signora a ordinarle di mentire a chiunque bussasse alla
vostra porta» commentò lui. La sua pacata e conciliante spiegazione
era morbida come i guanti di seta con i quali nascondeva le mani. Non
c'era traccia di irritazione nella sua voce. «Ma in questo caso
sono certo e non è superbia la mia ve l'assicuro, che non si rifiuterà
di vedere me.»
«Signore...» iniziò allora la ragazza, colta dal panico,
divisa tra le sue certezze e la verità che quell'alto straniero
sembrava quasi indossare insieme al soprabito.
«... sono spiacente, ma la padrona davvero non è qui al castello.»
«Che situazione imbarazzante.» commentò allora lui,
inclinando la testa di lato. Il suo viso comunque rimase serio eppure
pacifico come lo era stato finora. «Ho visto la sua carrozza qua
fuori e il sole è calato da un'ora soltanto. La Signora dev'essere
al castello oppure dovremmo uscire a cercarla, perché di certo
non sarà in buone condizioni.»
La ragazzina sollevò la testa di scatto e sgranò gli occhi,
come in presenza di un segreto mai rivelato che solo lei e il soggetto
di tale informazione potevano sapere. Lui sorrise affabile, un ombra oscurò
i suoi occhiali e con essi gli occhi rendendo impossibile alla sua interlocutrice
individuare per intero quella reazione.
«Come vede, signorina, conosco bene la nostra comune amica»
continuò.
La ragazza inspirò, fece qualche passo indietro, poi ne fece qualcuno
avanti come se avesse paura che scostandosi gli avrebbe indirettamente
dato il permesso di entrare. Ma lui non si era mosso.
«Non vorrei essere scortese, signore ma- »
«Va tutto bene, Cassandra. Lascialo pure entrare.»
La voce era di donna, calda e vellutata. Un suono antico, passato, che
apparve da subito adatto solo a quelle stanze, a quel castello e a nessun
altro luogo che non fossero quelle mura. Era polvere sui mobili dimenticati
di una soffitta e miele su una fetta di pane morbida.
L'uomo sollevò lo sguardo sulla scalinata ma di lei si vedeva soltanto
una mano e il luccichio d'argento di quelle che sapeva essere manette.
Cassandra si fece da parte, gli occhi inchiodati al pavimento, incapaci
di guardare l'uomo altissimo ed elegante che le passava di fianco, cogliendo
solo il guizzo veloce del suo mantello scuro e il lucido delle sue scarpe
nere.
Lui non parlò mentre lei chiudeva la porta. La ragazza lo sentì
salire le scale, ammantato di quell'aria strana e antica che avvolgeva
lui come la sua stessa padrona. Solo allora Cassandra tornò a guardarlo
mentre raggiungeva la Signora che sorrise in qualche angolo del buio,
mormorando. «Dante. Dante Reznor.»
Non si parlarono per lungo, lunghissimo tempo. Dante in piedi di fronte
alla finestra, lei avvolta nelle sue braccia come non lo era stata per
secoli. Non era cambiata. Nessuno di loro due lo era, perché cambiare
avrebbe significato perdersi e perdersi era intollerabile.
Dante affondò il viso in quei capelli d'ebano lucido, baciando
le ciocche uniformi sulla sommità della testa e quelle bionde,
quasi bianche che s'intrecciavano con quelle nere.
Lei socchiuse gli occhi lasciando che la sensazione di quelle labbra le
riportasse alla mente anche il loro calore, sperando - volendo - che quella
serata significasse qualcosa di più che la sua semplice ricomparsa
dopo secoli di silenzio assoluto.
Eppure, eppure c'era rancore nelle sue parole. «Perché sei
qui?» chiese.
Lui rimase così, per un po'. La bocca affondata nei suoi capelli,
i pensieri nei pensieri di lei. «Per te.»
Lei rise. Un sorriso amaro, un bagliore bianco nella penombra della stanza.
«Risparmia le bugie per chi non può scoprirle, Dante. Non
sei mai stato qui per me.»
«Potrei esserlo ora» rispose lui. Non una traccia di umanità
nella sua voce, ma solo il delicato ipnotico suono di quelle parole che
le sfioravano l'orecchio. Lei si scostò, perché la sua magia
non la sfiorasse di nuovo.
Ma non andò lontano. Non ci riusciva mai.
Dante lasciò che facesse qualche passo e la osservò fermarsi
a qualche metro da lui, bagnata dalla luce pallida della luna che si scioglieva
nella sua pelle cinerea e si rifletteva su tutto quello che in lei c'era
di luminoso. Gli occhi azzurri come il cielo d'estate che lei non aveva
mai visto in tutta la sua vita e labbra rosse come rubini, su un viso
così pallido e incantevole.
«Non mentire. Ti odio quando lo fai.» era voltata verso di
lui ma non lo guardava. Fissava invece la porta con le braccia incrociate
e lo sguardo serio.
Lui sorrise. «Potresti uccidermi con frasi come questa.»
La donna gli permise di vedere di nuovo i suoi occhi e le palpebre tinte
di viola. Quello sguardo impertinente, da bambina viziata, come il suo
viso e la cascata dei suoi capelli neri. Oh, era bella Tabata.
«Forse meriteresti di essere morto!» commentò, gelida.
Come al solito l'affermazione sembrò non sfiorarlo nemmeno. Oltrepassò
lo schermo dei suoi occhiali, forse, ma la sensazione che suscitò
non tornò indietro. Niente sul viso di Dante sembrò dare
a lei la prova concreta che lo avesse ferito in qualche modo. Questo la
irritò.
Dante rimase immobile a fissare lei che portava le mani sui fianchi snelli
e una gamba che le usciva dallo spacco della gonna, le familiari righe
bianche e rosa delle sue autoreggenti e la minuscola scarpa a punta che
batteva impaziente sul pavimento. Il drago si sistemò gli occhiali
sul naso affilato, incurante del fatto che lei trovasse decisamente insopportabile
l'essere fissata a quel modo.
«Non vuoi dirmelo, non è così?» lo apostrofò.
Lui non sembrò soddisfatto della posizione dei suoi occhiali. Se
li tolse con un gesto abituale e li pulì con un fazzoletto bianco,
poi se li rimise sul naso. «Saperlo non ti serve» commentò.
«Questo è quello che credi tu» replicò lei.
C'era uno strano accento, come straniero, nella sua voce.
«Ritengo di fondamentale importanza il mio parere sulle mie questioni
personali» le fece notare Dante.
Lei incrociò le braccia al petto e mise il broncio. Troppo alta
per fare la bambina eppure così totalmente, tremendamente infantile,
era travolgente. «Mi chiedi di non mentire ma ti ostini a chiedermi
cose che sai non ti dirò, costringendomi a farlo.» il drago
le dedicò un sorriso sincero. «Buon Dio Tabata, mi mancavano
le tue contraddizioni.»
Le si avvicinò, ben più veloce di qualsiasi altro essere
umano, troppo lento per lei che lo fermò prima che potesse abbracciarla.
Rimasero così, lei con le mani sulle spalle di Dante e il drago
che la stringeva per i fianchi. «Non trattarmi come una stupida,
Dante Reznor. Non come una stupida. Non Tabata, non me. Le stelle mi parlano,
sapevo che stavi per bussare alla mia porta. Ora voglio sapere il perché.»
Tutto quello che accadde dopo, accadde perché lei glielo aveva
permesso. In caso contrario, Dante sarebbe morto.
Il drago le afferrò entrambi i polsi proprio sotto le manette e
strinse spingendola indietro. Volarono entrambi, trasportati dalla spinta
di Dante, la donna sorrise, lasciando che i suoi piedi atterrassero perpendicolarmente
sul muro dall'altra parte della stanza dove rimase in perfetto equilibrio
come se avesse annullato le leggi di gravità. Dante le atterrò
davanti, i piedi sul pavimento, in tempo per farle da trampolino e vederla
saltare. La gonna si aprì in un enorme ruota nera e Tabata volteggiò
alle sue spalle rimanendo alta quanto lui, i piedi che non toccavano terra.
Schiena a schiena, le braccia incrociate sul petto, le mani intrecciate
con quelle di lui. «Le stelle, parlano. Ora.» gli sussurrò
all'orecchio. Si lasciò scivolare lungo le sue spalle, lui la seguì
con lo sguardo. «Mi mancavi Dante. Sei qui, dimostralo. Dimostrami
che ci sei.»
Si guardarono, schiena contro schiena. Dante nascosto dallo schermo del
suo viso impassibile e da quell'aria così assolutamente immutabile,
lei col viso bianco perla e gli occhi scuriti dal trucco. Il drago osservò
le labbra morbide, che sembravano così piccole e così assurdamente
finte. Sembrava una strana bambola vestita di nero.
La bambola di un demone.
Lei era così maledettamente simile a Sierra. Lei era così
simile a lei quando la luce la sfiorava solamente e la sua pelle non era
umana, ma era porcellana.
Era così tremendamente simile quando dietro quel comportamento
infantile traspirava un gelo profondo. Un gelo che forse non conosceva
fine. Che veniva respinto e avvicinato nuovamente.
Lei era così simile a Sierra.
Ma non era Sierra.
Sierra stessa, non era più Sierra.
Quel luogo di follia era quanto di più vicino ci fosse alloblio.
Lo adorava. Dimenticò tutto.
Lei sorrise e lui cadde all'indietro. Non capì cos'era successo,
poteva solo immaginarlo. In qualche modo l'aveva spinto.
Sì, spinto come fanno i bambini e adesso lui era per terra, disteso
lungo sugli avambracci e lei in piedi, il tacco del suo vezzoso stivale
a due millimetri da ciò che era di fondamentale importanza mantenere
integro e sano.
La cosa le dava un notevole vantaggio.
«Allora, mio diletto» le parole le uscirono di bocca arricciate,
melliflue e accattivanti.
Lo pregò, senza pregarlo, di farsi avanti. Lei sbatté amabilmente
le lunghe ciglia nere, l'attimo dopo Dante si fece trovare di nuovo in
piedi, il suo bel vestito intatto, il cappello immobile sulla sua testa
come se il rischio che potesse cadergli fosse del tutto irrisorio.
Non parlò, non era nel suo stile. Attaccò invece, stando
ben attento a non usare ciò che di più potente aveva per
le mani: togliersi l'illusione dal principio sarebbe stata una mossa sciocca.
Due colpi dritti verso di lei, tre sfere di energia nera lanciate a una
velocità pazzesca.
Lei sorrise, inclinò la testa. Dante sentì il sibilo e poi
lo scatto del suo ombrellino nero che si staccava dal muro e si apriva
per neutralizzare gli incantesimi. Roteò ancora qualche istante,
poi lei lo abbassò, una gamba di traverso con la punta del piede
sul pavimento. Si appoggiò all'ombrellino e sbadigliò. «PRE-VE-DI-BI-LE»
sillabò. «Prevedibile. Sei noioso»
Lui s'inchinò lievemente, una mano orizzontale sul petto, l'altra
lungo il fianco. «Mi permetta di rimediare.»
Si tolse il mantello e la giacca, li appoggiò su una poltrona mentre
lei attendeva immobile, guardandolo interessata. Finalmente arrivò
il momento di posare anche il cilindro che venne riposto con cura sul
resto degli abiti.
Quindi i polsini vennero slacciati. Polsi forti, Tabata sorrise, mordendosi
un labbro.
«En garde!» sibilò la donna, arrotando la 'r' in maniera
da togliere il respiro. Dante intravide la sua lingua battere contro i
denti per pronunciare quella 'd' morbida, che si scioglieva tra le sue
labbra.
L'ombrello si aprì di nuovo, tra di loro, davanti agli occhi di
lei.
Tabata mosse leggermente la testa, lui sorrise.
Lei attaccò.
Fu addosso al drago con la punta dell'ombrello, ovviamente un colpo stupido.
Dante la evitò semplicemente, preparandosi a un secondo attacco.
Tabata si arrampicò sul muro, quindi rimase appesa per i piedi
al soffitto, l'ombrellino chiuso al suo fianco. «Prendimi... cherie
»
Ne seguì una lotta violenta. Dante la raggiunse volando, sferrò
quattro colpi in rapida successione che lei fermò semplicemente
spostandosi. Dante non la vedeva, solo la sua scia era visibile ai suoi
occhi troppo lenti per lei.
«Hai un profumo meraviglioso Dante,» la sua voce nel vuoto.
Lei sembrava ovunque, ma c'era calore di fronte a lui.
Dante faceva fatica a starle dietro, a evitare colpi che non vedeva, sforzandosi
di sentire il leggero alito di vento che li preannunciava.
«Non ne uso» commentò.
«Lo so...» la sua voce rimase sospesa per qualche istante
nelle lunghe orecchie di Dante. La vide, nitida, scorrere lungo il muro
con le giunture simili a quelle di un ragno. Fu un battito di ciglia,
poi Tabata fu ancora Tabata su di lui. Le labbra sul collo, lasciò
che la evitasse «...è il profumo della tua pelle. Avanti,
prova a colpirmi, voglio sentirti più vicino.»
Dante seguì il suono della sua voce, le lettere scandite, l'alito
caldo sul viso. Quasi colpì alla cieca.
Uno, due colpi. La sentì ridere. Al terzo colpo lei lo afferrò
per il polso, scaraventandolo a terra da un soffitto di quindici metri.
Tabata gli atterrò sullo stomaco. «Ooops» si mise due
dita sulle labbra «Ti ho fatto male?»
Si chinò su di lui molto lentamente. Dante sentì ogni punto
del corpo di Tabata congiungersi col suo, vide la sua ombra oscurarlo,
le sue labbra farsi vicine. Sorrise.
Dalle sue mani scaturì una dolce increspatura nellatmosfera,
appena accennata, un colpo di reni e tirò su entrambi per poi spingerla
al muro con violenza. «No, cherie» sorrise, ma il suo viso
era serio. Le respirò sulla gola, forte, come se avesse sollevato
un peso enorme. Sudore gli colava sul viso. «Ma puoi farmene adesso,
se vuoi.»
La guardò in viso, inchiodandole un braccio al muro sopra la testa.
Lei sollevò soltanto un sopracciglio e sorrise. Il viso ovale,
bianco, circondato da una cascata di ciocche nere e bionde. Si spinse
in avanti contro di lui, le labbra quasi a sfiorare quelle di Dante.
«Che cosa ti fa pensare che sia finita?» gli sussurrò.
«Non ho ancora detto che ti lascerò fare.»
Gli occhi rossi di Dante rimasero fissi nei suoi, la mano libera si perse
nella gonna nera di Tabata.
Lei sgranò gli occhi. Inspirò.
«Ho le mie ragioni.»
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