Quarantacinquesimo Episodio: Disturbed and Twisted


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«Toh guarda chi si vede…» esclamò suadente Enid la Tessitrice.
Dopo qualche istante apparve dal nulla Kaviel il Guardiano.
Enid sedeva in riva alla spiaggia con una vestaglia di un bianco candido che faceva risaltare la sua pelle mulatta. La luna non era che appena accennata e sbiadiva all’orizzonte e la risacca del mare le lambiva i piedi per poi scivolare via nell’oceano.
Due maestose pantere le sedevano a canto, una era accucciata, l’altra sdraiata.
Sembravano tutti e tre rapiti dallo spettacolo sempre uguale ma in qualche modo diverso della lunga distesa azzurra che si apriva davanti a loro.
«Ciao Enid.»
Il Guardiano lasciò scorrere lo sguardo per un po’ sul panorama, poi prese a camminare con le mani dietro la testa.
«Come vanno le cose?»
«Come sempre?»
«E le tue pantere?»
«Fanno le pantere?»
Kaviel sbuffò.
«Non è valido rispondere a una domanda con una domanda.»
«E allora sputa il rospo. Sono anni che non ti fai vedere, ci sarà un motivo.»
«Beh, intanto volevo sapere come proseguivano i tuoi studi per la creazione di un Demone Maggiore tuo sottoposto…»
«Procedono, ma non credo che avrò modo di crearlo a breve. Ho altre idee per la testa al momento.»
«Ti riferisci ai due Ingram di Shaen?»
«No, a uno solo dei due.»
Il bambino si allontanò da lei e dopo un quarto d'ora tornò indietro da una vera e propria passeggiata innocua sulla spiaggia. Rimase lì, al suo fianco, a lungo.

«Posso sapere come mai sei così interessata al ragazzo? Non se ne stava occupando Brynard?» Riprese il Kaviel dopo qualche ora.
«Brynard se ne occupa, ma non caverà un ragno dal buco. Fino a ora è stato capace solo di inimicarseli.»
«Beh non credo sia una cosa tanto facile convincerli a stare dalla nostra parte…»
«Sì, forse è così…» rispose lei annoiata.
Il bambino sorrise complice.
«Hai un piano.»
«Sì.»
«Posso farti qualche domanda?»
«Potrei rispondere in maniera negativa?»
«Credo di no… ma potresti sempre mentire.»
«No, farò la brava, è tanto che non ci si vede.»
Il bambino sorrise ancora, stavolta felice.
«Bene! Mi sono sempre chiesto… perché lui.»
«È semplice, è per un favore che devo a una certa persona…»
«Davvero?»
«Sì.»
Kaviel si grattò il capo.

«Vir Eliel.» quelle parole dette da un bambino scivolarono sul Mare del Sud, tiepide.
Una delle pantere emise un rantolo sommesso e minaccioso.
«Vuoi mettere le mani su Astea per via di Eliel?» continuò il Guardiano.
«Sì, diciamo che... è una specie di sfida a distanza. Voglio che la sua tecnica si scontri con la mia... e per questa sfida... Lord Dante Reznor è perfetto.»
«Reznor? Ma non capisco perché ci metti tanto impegno...» sorrise il bambino. «Piuttosto, credi veramente che un tipo come Astea sarà mai in grado di combattere alla pari contro una creatura del genere? Conosci meglio di me di cosa è capace quel drago.»
«Non credo, ne sono certa.»
La luna era scomparsa all’orizzonte.
Il Guardiano riprese la parola.
«Dante è un Sovrano dei Draghi Occulti… e ha già di per se un potere immenso… ma Dante è anche molto di più, la sua tecnica di combattimento è quanto di più devastante si sia mai visto in circolazione, ed è vivo dai tempi della Vera Guerra. Solo noi demoni o quella vecchia scarpa di Mustis siamo in giro da così tanto...»
Enid annuì.«Non è meraviglioso?»
«Forse... prima della comparsa di Vir Eliel avevo sempre dato scarso peso alla tecnica di combattimento. Per un demone saper combattere significa conoscersi, essere in grado di utilizzare i propri poteri al massimo. Ma per le altre creature è qualcosa di diverso, saper combattere significa moltiplicare le proprie capacità, non esaurirle.»
Enid annuì ancora.
«Finita la Vera Guerra iniziai a sviluppare un equivalente per noi demoni, lo sai Kaviel?»
«Sì che lo so, per questo mi affascini.»
Enid sorrise amabile.
«Noi demoni non siamo creature di questa realtà. Questa realtà ha delle regole che ci sfuggono, diverse dalle nostre. Ma io le ho comprese, io governo entrambe le leggi e sono pronta a tramandarle a chi le metterà in pratica.»
«Così sarebbe questa la tua sfida alla tecnica di Vir Eliel e Dante? Tramite Astea? Perché non sfidarlo direttamente? A patto che tu riesca a trovarlo?»
«Voglio solo dimostrare solo che la mia scuola è superiore alla sua.»
«Capisco... ma perché Astea, perché non creare un Demone Sovrano cui tramandare la tua tecnica...»
Enid guardò Kaviel.
«Non voglio un subordinato uguale a me, che impari la mia tecnica. Il Demone Sovrano che voglio dovrà essere scaltro e intelligente e non voglio che divenga un combattente nel modo in cui voglio che lo diventi Astea.»
Il bambino si sedette a canto ad una pantera. Il felino lo guardò per qualche tempo, poi gli permise di stare lì vicino.
«Sono delle fiere meravigliose.»
«Lo so.»
«Fammi capire... vuoi un Demone Maggiore che diventi il tuo braccio destro e si occupi della causa demoniaca... ed un allievo che non sia energia della tua stessa energia che sbatta in faccia a Vir Eliel o Dante la loro debolezza?»
«Sì, pressappoco.»
Kaviel prese a ridere di gusto.
«Oh cara Enid questa è veramente una sorpresa! Chi avrebbe pensato che tu avessi ambizioni così grandiose! Fortuna che io ne sono fuori!»
Ci fu un po’ di silenzio.
«Ti brucia ancora quella sconfitta…» riprese il bambino, «e per questo hai sviluppato forse la peggiore arte di morte che si sia mai vista nella nostra dimensione... l'odio e l'orgoglio in te raggiungono vette impareggiabili di purezza. Sono costretto a ripetere che sei un demone affascinante. Nonostante forse tu sia già in grado di batterti con i due, non vuoi farlo, preferisci dimostrarti superiore a loro su tutta la linea.»
«Pensavo che mi avresti deriso, non ti sembra una scelta vigliacca?»
«Oh no Enid! È meraviglioso. Noi Demoni Sovrani non ci sporchiamo le mani! Noi Demoni Sovrani guarderemo la fine del mondo dalla prima fila. Non ne saremo gli artefici diretti!» Continuò Kaviel ammirato.
Enid sorrise.
«E tu invece? So che hai messo gli occhi su una ragazza che viaggia con i due Ingram di Shaen.»
«Sei molto informata…» sorrise lui.
«Sì, sono informata ma anche io ho delle domande, posso?»
«Sì, sarò sincero.»
«Bene, perché lei? Perché stai aspettando così tanto? Perché… proprio in quel gruppo?»
Il Guardiano si sdraiò per fissare meglio la volta celeste.
«Oh quante domande, curiosa Enid…»
La pantera accucciata si mosse e andò a sdraiarsi sulle gambe di Enid. La mano delicata della donna prese ad accarezzarla lievemente.
«È il destino, lei è la ragazza che voglio come mio Demone Maggiore. Ti è mai capitato di desiderare così tanto una persona da non avere più altri interessi?»
«Sono parole eretiche le tue, non avere altri interessi significa contravvenire alla volontà di Shagrath.»
«Suvvia, questo mondo non finirà in pochi anni. Voglio togliermi qualche stravizio, come te del resto no?»
«Non capisco come mai t’interessi così tanto.»
«Deve esserci un motivo quando scatta una “passione”?»
Kaviel parlava di quel desiderio in maniera chiara e quasi disarmante. Enid sembrò non capire bene a cosa si riferisse.
«Sto aspettando perché fra poco i due Ingram e quella ragazza saranno da Tabata.»
La dark lady si voltò.
«Cara Enid, non hai forse timore che Tabata decida di prenderli in custodia?»
«Oh, no, non accadrà mai. Dovremmo piuttosto aver paura che li uccida.»
I due si fissarono.
Le stelle si erano spostate, ruotando intorno alla stella del nord.
«E così, tutto si risolverà da Tabata. Se riusciremo a essere tempestivi, io avrò la mia Morte e tu avrai il tuo campione. »
«Sì.»
Fu di nuovo Enid a parlare, dopo qualche tempo.
«Dimmi Kaviel. Ti sembra che tutto questo sia stupido?»
Il bambino ci rifletté su. Poi s’issò a sedere con una movenza fanciullesca.
«Perché stupido? È divertente, questo basta.»


La torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo grigio. Gli occhi gialli delle sue finestre gotiche proiettavano luci tremolanti di candela che avanzavano a stento nella pesante, quasi palpabile, nebbia. Quelle terre isolate e solitarie appa
rivano fuori dal tempo e dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante. Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman, in una terra che solo Lei conosceva e nella quale Lei soltanto poteva permetterti di entrare. O di uscire.
Sorrise beffardo, sotto le lenti degli occhiali tondi che davano al suo viso l'aria affettata, composta e sottile per la quale era conosciuto. L'eleganza, la grazia della sua specie e tutto il suo personalissimo stile antiquato.
Il portone era vecchio e inospitale, così come sarebbe stato l'interno non appena il suo bussare discreto avrebbe trovato risposta.
Una ragazzina, non più che quindicenne, gli aprì con aria smarrita. Una cascata di riccioli color grano le incorniciava un viso rotondo e pulito, non truccato e morbido com'era d'uso tra le vestali. Indossava un abito casto, semplice. Il corpo coperto agli occhi di chiunque, non solo ai suoi che dovevano apparirle quelli di un uomo maturo la cui età però non sarebbe stata capace di indovinare.
«Perdonate la mia intrusione a quest'ora della notte, signorina. Sono qui per vedere la Signora,» un sussurro che portava con sé centinaia di anni, decisamente indescrivibile se non con parole che a stento esprimevano la loro verità. Il tono modulato, costante che ostentava una gentilezza di circostanza.
La ragazzina arrossì. Bastava una voce maschile sufficientemente calda, come quella dell'uomo che aveva davanti, a inibire un'adolescente cresciuta in un castello di donne. Abbassò gli occhi, la mano nell'altra mano.
«La padrona non è in casa» mentì, con un'adorabile arricciatura di labbra. Sollevò la testa. Gli occhi in quelli dello straniero. Quelli dell'uomo nei suoi. La bambina abbassò lo sguardo ancora una volta.
«In un’altra occasione avrei certo rispettato i motivi che hanno spinto la Signora a ordinarle di mentire a chiunque bussasse alla vostra porta» commentò lui. La sua pacata e conciliante spiegazione era morbida come i guanti di seta con i quali nascondeva le mani. Non c'era traccia di irritazione nella sua voce. «Ma in questo caso sono certo e non è superbia la mia ve l'assicuro, che non si rifiuterà di vedere me.»
«Signore...» iniziò allora la ragazza, colta dal panico, divisa tra le sue certezze e la verità che quell'alto straniero sembrava quasi indossare insieme al soprabito.
«... sono spiacente, ma la padrona davvero non è qui al castello.»
«Che situazione imbarazzante.» commentò allora lui, inclinando la testa di lato. Il suo viso comunque rimase serio eppure pacifico come lo era stato finora. «Ho visto la sua carrozza qua fuori e il sole è calato da un'ora soltanto. La Signora dev'essere al castello oppure dovremmo uscire a cercarla, perché di certo non sarà in buone condizioni.»
La ragazzina sollevò la testa di scatto e sgranò gli occhi, come in presenza di un segreto mai rivelato che solo lei e il soggetto di tale informazione potevano sapere. Lui sorrise affabile, un ombra oscurò i suoi occhiali e con essi gli occhi rendendo impossibile alla sua interlocutrice individuare per intero quella reazione.
«Come vede, signorina, conosco bene la nostra comune amica» continuò.
La ragazza inspirò, fece qualche passo indietro, poi ne fece qualcuno avanti come se avesse paura che scostandosi gli avrebbe indirettamente dato il permesso di entrare. Ma lui non si era mosso.
«Non vorrei essere scortese, signore ma- »
«Va tutto bene, Cassandra. Lascialo pure entrare.»
La voce era di donna, calda e vellutata. Un suono antico, passato, che apparve da subito adatto solo a quelle stanze, a quel castello e a nessun altro luogo che non fossero quelle mura. Era polvere sui mobili dimenticati di una soffitta e miele su una fetta di pane morbida.
L'uomo sollevò lo sguardo sulla scalinata ma di lei si vedeva soltanto una mano e il luccichio d'argento di quelle che sapeva essere manette.
Cassandra si fece da parte, gli occhi inchiodati al pavimento, incapaci di guardare l'uomo altissimo ed elegante che le passava di fianco, cogliendo solo il guizzo veloce del suo mantello scuro e il lucido delle sue scarpe nere.
Lui non parlò mentre lei chiudeva la porta. La ragazza lo sentì salire le scale, ammantato di quell'aria strana e antica che avvolgeva lui come la sua stessa padrona. Solo allora Cassandra tornò a guardarlo mentre raggiungeva la Signora che sorrise in qualche angolo del buio, mormorando. «Dante. Dante Reznor.»
Non si parlarono per lungo, lunghissimo tempo. Dante in piedi di fronte alla finestra, lei avvolta nelle sue braccia come non lo era stata per secoli. Non era cambiata. Nessuno di loro due lo era, perché cambiare avrebbe significato perdersi e perdersi era intollerabile.
Dante affondò il viso in quei capelli d'ebano lucido, baciando le ciocche uniformi sulla sommità della testa e quelle bionde, quasi bianche che s'intrecciavano con quelle nere.
Lei socchiuse gli occhi lasciando che la sensazione di quelle labbra le riportasse alla mente anche il loro calore, sperando - volendo - che quella serata significasse qualcosa di più che la sua semplice ricomparsa dopo secoli di silenzio assoluto.
Eppure, eppure c'era rancore nelle sue parole. «Perché sei qui?» chiese.
Lui rimase così, per un po'. La bocca affondata nei suoi capelli, i pensieri nei pensieri di lei. «Per te.»
Lei rise. Un sorriso amaro, un bagliore bianco nella penombra della stanza. «Risparmia le bugie per chi non può scoprirle, Dante. Non sei mai stato qui per me.»
«Potrei esserlo ora» rispose lui. Non una traccia di umanità nella sua voce, ma solo il delicato ipnotico suono di quelle parole che le sfioravano l'orecchio. Lei si scostò, perché la sua magia non la sfiorasse di nuovo.
Ma non andò lontano. Non ci riusciva mai.
Dante lasciò che facesse qualche passo e la osservò fermarsi a qualche metro da lui, bagnata dalla luce pallida della luna che si scioglieva nella sua pelle cinerea e si rifletteva su tutto quello che in lei c'era di luminoso. Gli occhi azzurri come il cielo d'estate che lei non aveva mai visto in tutta la sua vita e labbra rosse come rubini, su un viso così pallido e incantevole.
«Non mentire. Ti odio quando lo fai.» era voltata verso di lui ma non lo guardava. Fissava invece la porta con le braccia incrociate e lo sguardo serio.
Lui sorrise. «Potresti uccidermi con frasi come questa.»
La donna gli permise di vedere di nuovo i suoi occhi e le palpebre tinte di viola. Quello sguardo impertinente, da bambina viziata, come il suo viso e la cascata dei suoi capelli neri. Oh, era bella Tabata.
«Forse meriteresti di essere morto!» commentò, gelida.
Come al solito l'affermazione sembrò non sfiorarlo nemmeno. Oltrepassò lo schermo dei suoi occhiali, forse, ma la sensazione che suscitò non tornò indietro. Niente sul viso di Dante sembrò dare a lei la prova concreta che lo avesse ferito in qualche modo. Questo la irritò.
Dante rimase immobile a fissare lei che portava le mani sui fianchi snelli e una gamba che le usciva dallo spacco della gonna, le familiari righe bianche e rosa delle sue autoreggenti e la minuscola scarpa a punta che batteva impaziente sul pavimento. Il drago si sistemò gli occhiali sul naso affilato, incurante del fatto che lei trovasse decisamente insopportabile l'essere fissata a quel modo.
«Non vuoi dirmelo, non è così?» lo apostrofò.
Lui non sembrò soddisfatto della posizione dei suoi occhiali. Se li tolse con un gesto abituale e li pulì con un fazzoletto bianco, poi se li rimise sul naso. «Saperlo non ti serve» commentò.
«Questo è quello che credi tu» replicò lei. C'era uno strano accento, come straniero, nella sua voce.
«Ritengo di fondamentale importanza il mio parere sulle mie questioni personali» le fece notare Dante.
Lei incrociò le braccia al petto e mise il broncio. Troppo alta per fare la bambina eppure così totalmente, tremendamente infantile, era travolgente. «Mi chiedi di non mentire ma ti ostini a chiedermi cose che sai non ti dirò, costringendomi a farlo.» il drago le dedicò un sorriso sincero. «Buon Dio Tabata, mi mancavano le tue contraddizioni.»
Le si avvicinò, ben più veloce di qualsiasi altro essere umano, troppo lento per lei che lo fermò prima che potesse abbracciarla. Rimasero così, lei con le mani sulle spalle di Dante e il drago che la stringeva per i fianchi. «Non trattarmi come una stupida, Dante Reznor. Non come una stupida. Non Tabata, non me. Le stelle mi parlano, sapevo che stavi per bussare alla mia porta. Ora voglio sapere il perché.»
Tutto quello che accadde dopo, accadde perché lei glielo aveva permesso. In caso contrario, Dante sarebbe morto.
Il drago le afferrò entrambi i polsi proprio sotto le manette e strinse spingendola indietro. Volarono entrambi, trasportati dalla spinta di Dante, la donna sorrise, lasciando che i suoi piedi atterrassero perpendicolarmente sul muro dall'altra parte della stanza dove rimase in perfetto equilibrio come se avesse annullato le leggi di gravità. Dante le atterrò davanti, i piedi sul pavimento, in tempo per farle da trampolino e vederla saltare. La gonna si aprì in un enorme ruota nera e Tabata volteggiò alle sue spalle rimanendo alta quanto lui, i piedi che non toccavano terra. Schiena a schiena, le braccia incrociate sul petto, le mani intrecciate con quelle di lui. «Le stelle, parlano. Ora.» gli sussurrò all'orecchio. Si lasciò scivolare lungo le sue spalle, lui la seguì con lo sguardo. «Mi mancavi Dante. Sei qui, dimostralo. Dimostrami che ci sei.»
Si guardarono, schiena contro schiena. Dante nascosto dallo schermo del suo viso impassibile e da quell'aria così assolutamente immutabile, lei col viso bianco perla e gli occhi scuriti dal trucco. Il drago osservò le labbra morbide, che sembravano così piccole e così assurdamente finte. Sembrava una strana bambola vestita di nero.
La bambola di un demone.
Lei era così maledettamente simile a Sierra. Lei era così simile a lei quando la luce la sfiorava solamente e la sua pelle non era umana, ma era porcellana.
Era così tremendamente simile quando dietro quel comportamento infantile traspirava un gelo profondo. Un gelo che forse non conosceva fine. Che veniva respinto e avvicinato nuovamente.
Lei era così simile a Sierra.
Ma non era Sierra.
Sierra stessa, non era più Sierra.
Quel luogo di follia era quanto di più vicino ci fosse all’oblio.
Lo adorava. Dimenticò tutto.
Lei sorrise e lui cadde all'indietro. Non capì cos'era successo, poteva solo immaginarlo. In qualche modo l'aveva spinto.
Sì, spinto come fanno i bambini e adesso lui era per terra, disteso lungo sugli avambracci e lei in piedi, il tacco del suo vezzoso stivale a due millimetri da ciò che era di fondamentale importanza mantenere integro e sano.
La cosa le dava un notevole vantaggio.
«Allora, mio diletto» le parole le uscirono di bocca arricciate, melliflue e accattivanti.
Lo pregò, senza pregarlo, di farsi avanti. Lei sbatté amabilmente le lunghe ciglia nere, l'attimo dopo Dante si fece trovare di nuovo in piedi, il suo bel vestito intatto, il cappello immobile sulla sua testa come se il rischio che potesse cadergli fosse del tutto irrisorio.
Non parlò, non era nel suo stile. Attaccò invece, stando ben attento a non usare ciò che di più potente aveva per le mani: togliersi l'illusione dal principio sarebbe stata una mossa sciocca. Due colpi dritti verso di lei, tre sfere di energia nera lanciate a una velocità pazzesca.
Lei sorrise, inclinò la testa. Dante sentì il sibilo e poi lo scatto del suo ombrellino nero che si staccava dal muro e si apriva per neutralizzare gli incantesimi. Roteò ancora qualche istante, poi lei lo abbassò, una gamba di traverso con la punta del piede sul pavimento. Si appoggiò all'ombrellino e sbadigliò. «PRE-VE-DI-BI-LE» sillabò. «Prevedibile. Sei noioso»
Lui s'inchinò lievemente, una mano orizzontale sul petto, l'altra lungo il fianco. «Mi permetta di rimediare.»
Si tolse il mantello e la giacca, li appoggiò su una poltrona mentre lei attendeva immobile, guardandolo interessata. Finalmente arrivò il momento di posare anche il cilindro che venne riposto con cura sul resto degli abiti.
Quindi i polsini vennero slacciati. Polsi forti, Tabata sorrise, mordendosi un labbro.
«En garde!» sibilò la donna, arrotando la 'r' in maniera da togliere il respiro. Dante intravide la sua lingua battere contro i denti per pronunciare quella 'd' morbida, che si scioglieva tra le sue labbra.
L'ombrello si aprì di nuovo, tra di loro, davanti agli occhi di lei.
Tabata mosse leggermente la testa, lui sorrise.
Lei attaccò.
Fu addosso al drago con la punta dell'ombrello, ovviamente un colpo stupido. Dante la evitò semplicemente, preparandosi a un secondo attacco. Tabata si arrampicò sul muro, quindi rimase appesa per i piedi al soffitto, l'ombrellino chiuso al suo fianco. «Prendimi... cherie…»
Ne seguì una lotta violenta. Dante la raggiunse volando, sferrò quattro colpi in rapida successione che lei fermò semplicemente spostandosi. Dante non la vedeva, solo la sua scia era visibile ai suoi occhi troppo lenti per lei.
«Hai un profumo meraviglioso Dante,» la sua voce nel vuoto. Lei sembrava ovunque, ma c'era calore di fronte a lui.
Dante faceva fatica a starle dietro, a evitare colpi che non vedeva, sforzandosi di sentire il leggero alito di vento che li preannunciava.
«Non ne uso» commentò.
«Lo so...» la sua voce rimase sospesa per qualche istante nelle lunghe orecchie di Dante. La vide, nitida, scorrere lungo il muro con le giunture simili a quelle di un ragno. Fu un battito di ciglia, poi Tabata fu ancora Tabata su di lui. Le labbra sul collo, lasciò che la evitasse «...è il profumo della tua pelle. Avanti, prova a colpirmi, voglio sentirti più vicino.»
Dante seguì il suono della sua voce, le lettere scandite, l'alito caldo sul viso. Quasi colpì alla cieca.
Uno, due colpi. La sentì ridere. Al terzo colpo lei lo afferrò per il polso, scaraventandolo a terra da un soffitto di quindici metri.
Tabata gli atterrò sullo stomaco. «Ooops» si mise due dita sulle labbra «Ti ho fatto male?»
Si chinò su di lui molto lentamente. Dante sentì ogni punto del corpo di Tabata congiungersi col suo, vide la sua ombra oscurarlo, le sue labbra farsi vicine. Sorrise.
Dalle sue mani scaturì una dolce increspatura nell’atmosfera, appena accennata, un colpo di reni e tirò su entrambi per poi spingerla al muro con violenza. «No, cherie» sorrise, ma il suo viso era serio. Le respirò sulla gola, forte, come se avesse sollevato un peso enorme. Sudore gli colava sul viso. «Ma puoi farmene adesso, se vuoi.»
La guardò in viso, inchiodandole un braccio al muro sopra la testa.
Lei sollevò soltanto un sopracciglio e sorrise. Il viso ovale, bianco, circondato da una cascata di ciocche nere e bionde. Si spinse in avanti contro di lui, le labbra quasi a sfiorare quelle di Dante.
«Che cosa ti fa pensare che sia finita?» gli sussurrò. «Non ho ancora detto che ti lascerò fare.»
Gli occhi rossi di Dante rimasero fissi nei suoi, la mano libera si perse nella gonna nera di Tabata.
Lei sgranò gli occhi. Inspirò.
«Ho le mie ragioni.»

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