Quarantaseiesimo Episodio: Twisted, Everyday Hurts


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Aimee leggeva un libro, seduta su una poltrona nella stanza dove avevano bevuto insieme Dante e Noah. Le tornarono alla mente le ultime parole che aveva scambiato col drago prima che lui andasse via dalla magione per la notte.
«Perché hai deciso di farlo tornare proprio adesso nel suo regno?» gli aveva urlato contro, tratteneva a stento le lacrime. Più che una madre si sentiva come una sorella maggiore per quel coso bianco e appassionato di conigli.
Dante si era voltato non capendo.
«Solo così potrà capire cosa significa avere la responsabilità di un popolo sulle proprie spalle.»
«E se dovesse morire?» aveva risposto inferocita.
«Non morirà. Non adesso.» le aveva risposto lui.
E adesso era fuori. Come se non gli importasse nulla, era da Tabata.


«Quanto manca?»
«Un paio di giorni, forse qualcosa in più.» rispose Ville.
Wein camminava invisibile qualche passo dietro i due.
«Asmodea è già li?»
«Sì, è andata via la notte della cena con la vedova…» tagliò corto Ville. «È partita con un po’ di anticipo pare. Non ha nemmeno avvertito in paese…»
«Ah si… la storia del becchino con la diarrea…» ricordò Astea controvoglia.
In testa a Wein passarono le scene più disgustose dell’universo ma si guardò bene dal fare commenti. Ville si era voltata quasi ad attenderlo al varco.
«Dico quanto manca al nostro incontro con Tabbàta.»
Ville sospirò.
«Si dice Tabata…»
Astea si grattò la testa.
«Qualcuno mi spiega di nuovo perché andiamo da lei? E specialmente chi è?»
Ville sospirò.
«Abbiamo passato ben due anni a cercare di farti entrare in testa chi fosse! Wein aveva persino tirato fuori di nuovo le marionette!»
«Ah vero! Le marionette!!» ricordò Astea felice.
«Allora Astea, » riprese Wein. «Tabata è una creatura di un altro mondo. Forse simile a Galder o Shagrath. Nessuno sa perché sia qui, ma i pochi che sanno della sua esistenza, sanno anche che come creatura di un altro mondo la sua presenza va lievemente svanendo da questo piano d’esistenza.»
Astea lo guardò inebetito.
Cioè… fissò il vuoto inebetito…
Cioè… assunse una espressione inebetita.
«È come se lei non ci stesse con la testa ok? »
«Wein tu sai troppe cose…» sottolineò Ville.
«Oh no, giusto lo stretto indispensabile… dicevo, è una specie di creatura ultra millenaria, alienata, che vive in questo posto ma più passa il tempo e più ne risulta estraniata.»
«Ok e mi dicevate anche che se ne frega del discorso demoni-draghi giusto?»
«Beh si… probabilmente nulla di quanto accade su questa terra la interessa.»
«Ok, Tabata sta li senza fare nulla.»
«Bene, noi andiamo da lei a chiedere la sua protezione, se lei accetta, molto probabilmente, draghi e demoni che preferiscono starle alla larga, ci lasceranno perdere. O meglio… vi lasceranno perdere.» Precisò Wein.
«Abbiamo qualcosa da proporle, noi in cambio?»
«Beh… ecco…»
«Cioè stiamo andando lì a chiedere un favore e basta? E chi è? Un padrino?»
Ville e Wein si guardarono interdetti.
«La realtà dei fatti è che lei non ha interessi né in un senso né nell’altro, quindi non le costerebbe nulla presumo…» ragionò Wein. «E poi è l’unica cosa da provare dato che non abbiamo altre soluzioni…»
«Bene. Alla luce di tutto ciò, quando è l’appuntamento… e dove?»
Ville scosse la testa.
«Sono circa quattro mesi che ormai puntiamo direttamente da città a città in direzione della sua torre, che si dice appaia ai mortali solo durante le eclissi di sole…» proseguì Wein.
«Fico…»
«Sì… fico e un po’ scomodo… DICO MA COME FAI A NON RICORDARE! Se non ci fosse questo dettaglio di mezzo non saremmo andati in giro sei anni a fare gli eroi!» gridò esasperato Wein. Astea riprese con una domanda senza nemmeno calcolare la reazione del drago.
«Bene, allora quando apparirà anche a noi?»
Wein sospirò riprendendo la calma «fra una settimana se non vado errato. La prossima città è l’ultima, poi ci avvicineremo al deserto di Cleiral, il più grande di Aman… la sua torre è da qualche parte là in mezzo…»
«Tu conosci la strada vero Wein? Altrimenti sarebbe come cercare un ago in un pagliaio...»
«Oh, ovviamente no… penserà a tutto Asmodea…»
«Capisco…» disse Astea tornando disattento.
«Tutto bene Astea?» chiese la sorella.
«Certo che va tutto bene. Fra poco la smetteremo di essere braccati…»
«Sì… oppure smetteremo di "essere" e basta…» sussurrò Ville fra sé e sé.


Dante rientrò nella magione all’alba.
Aimee lo aveva aspettato seduta su una poltrona in una delle decine di stanze.
Leggeva un libro.
«Beh?» chiese.
«Pardon?» domandò Dante non capendo.
«Sei tornato da quella Tabata?»
«Oui.» ribatté lui.
«… e…»
«E cosa?»
«Non hai nient’altro da dirmi?»
«Immagino di no, altrimenti l’avrei fatto entrando» constatò.
«Bene. Fa come ti pare» sbuffò lei chiudendo il libro. «Sei in ritardo per la sveglia della mattina.» Concluse indicando la pendola che scandiva i secondi.
Dante tolse il soprabito, sospirò e si sedette di fronte alla ragazza velata.
«Come fa quel vecchio orologio a sapere cosa fa il meraviglioso sole ogni volta?»
Lei quasi sorrise, ma poi ridivenne seria, infastidita.
«C’è qualcosa di cui vuoi parlarmi?» domandò lui dopo un po’.
«Sì, voglio sapere perché vai da lei.»
«Non ti sembra una domanda un po’ strana?»
«Sì, lo è, ma sei stato tu a chiedere.»
«Brava la mia allieva… mi hai giocato…»
«Allora mi rispondi o ci giri intorno?»
Dante tolse gli occhiali e li pulì con un fazzoletto che estrasse da una tasca.
«Riguarda il mio passato.»
Le tende cercarono inutilmente di non permettere alla luce di entrare, ma in breve Aimee fu illuminata.
Dante invece era ancora avvolto nelle ombre del vespro.
«Da Tabata mi diverto.»
Lei socchiuse gli occhi, un po’ per la luce un po’ per la risposta.
«E il tuo passato?»
«Io non riesco a divertirmi in genere.»
«Certo, come l’altra sera al ballo, avevi una faccia strana quando ti ho rivisto.»
«Quella è stata una piacevole quanto imprevista situazione…»
«Dante, se non vuoi rispondermi non c’è bisogno che tu lo faccia, ma se vuoi farlo abbi il coraggio di andare fino in fondo.»
Il drago scostò lo sguardo e rimase silenzioso.
Dopo un po’ mise mano a una bottiglia di cognac.
«Stai diventando un alcolizzato.»
«Trovo che l'alcol, assunto in dosi adeguate, provochi tutti i sintomi dell'ubriachezza» ribatté lui.
Dopo qualche istante parlò di nuovo.
«Il mio tempo è durato sin troppo, ed è gravato da ricordi che mi è difficile sopportare. È un vero peccato che impariamo le lezioni della vita solo quando non ci servono più.»
«Invece di rafforzarsi per una esperienza terribile, il grande Sovrano dei Draghi Occulti smette di vivere come dovrebbe?»
«Esperienza è il nome che ciascuno dà ai propri errori.»
«Ancora non capisco cosa c’entri la tua ferita con Tabata.»
«È semplice, nella sua torre il tempo si ferma, tutto è assurdo, strano e per pochi istanti riesco a dimenticare tutto ciò che mi affligge.»
«Tutto qui?»
«No, Tabata mi ricorda anche qualcuno.»
Aimee si sistemò sulla sedia.
Si umettò le labbra prima di ricominciare a parlare.
«Una somiglianza?»
«Non lo so, ma entrambe avevano bisogno di me.»
«Non vuoi ripetere lo stesso errore?»
Dante voltò lo sguardo.
Lei si alzò in piedi e gli si avvicinò, entrando nel cono d’ombra.
«Ti prego, parlami di lei, l’alba non ci ha ancora scoperti del tutto…»
La luce si abbassò come se reagisse all’umore di Dante.
«Aimee… è questo il nome che ti ha dato Noah vero? Amica…»
«Sì, significa amica…»
«Beh, immagino di doverti qualche spiegazione dopo tutto questo tempo, mi sembra che tu stia vivendo male questa parte della nostra…”amicizia”» constatò il drago.
Constatare era il termine adatto, un’analisi. Senza la più pallida parvenza di un coinvolgimento emotivo.
«Amici, tu sei il mio maestro e ogni qual volta io do l’impressione di averlo dimenticato, tu inizi di nuovo a trattarmi come una allieva.»
Dante stranamente non rispose a quella provocazione, ma lasciando Aimee di stucco, prese a parlare di se stesso.
«Quando ero giovane, una ragazza mi fu vicina nei momenti del bisogno, ma io fui cieco e la vidi per com’era solo quando non potei più vederla.»
Aimee quasi barcollò, poi lentamente girò dietro Dante e lo abbracciò come a fargli coraggio. Fra loro lo schienale antico della sedia, un’imbottitura di pelle abbastanza dura e un legno molto lavorato.
Lui fu sul punto di scostarla ma lei si mosse prima.
«Fu colpa mia e del mio maestro» terminò Dante.
«Questa Tabata… in qualche modo ti ricorda di lei e tu non puoi ripetere lo stesso errore. Ma allo stesso tempo non puoi amarla.»
«Non potrei mai farlo, l’amore è un abito che non indosserò mai più.»
Aimee girò intorno alla sedia, prese il Coganc e lo portò via.
«Dante…» disse semplicemente prima di voltarsi.
«Sarai felice adesso» ribatté lui.
«Adesso ti rispondo io con una frase che tu mi dicesti tempo addietro, “Felicità non è avere tutto ciò che si desidera, ma desiderare tutto ciò che si ha” ...e io, non posso essere felice.»
Lei uscì dalla porta.
Dante sospirò.
«Perché si avvicinano se sanno che non ne ricaveranno nulla?»


Noah apparve in un vicolo scuro della propria città.
Era notte e forse sarebbe durata ancora per mesi. La lunga notte e il lungo giorno. Gli erano mancati quei ritmi lunghi e sonnolenti del suo paese, in cui le attività sembravano rallentare fino a fermarsi, mentre in realtà continuavano a un ritmo febbrile.
I viaggi, i rifornimenti, le staffette, le vie di comunicazione del suo vasto e sconosciuto regno.
Ricordò per un attimo una scena di quando era piccolo.
Lui che guardava con suo padre una di quelle albe appena accennate, che poi sprofondavano di nuovo nella notte più profonda.
«Papà, che palle il sole non sorgerà nemmeno oggi!»
«Lavati la bocca quando parli scricciolo!!»
Tossicchiò grattandosi la testa divertito.
Certo che di ricordi del cazzo ne aveva in quella testa.
Era un posto tremendamente freddo e lui si sentiva tremendamente bene.
Si stiracchiò. Il teletrasporto gli aveva fatto venire un po’ di mal di stomaco.
«Beh… eccoci a casa…» sillabò mentre con passi lenti sbucava fuori dal vicolo entrando in una grande piazza in cui le vie sbucavano piccole quasi come le porte stesse delle case che vi si affacciavano.
Tutto sembrava rimasto uguale, riconobbe subito il luogo. Forse un negozio era cambiato, ma tutto sembrava uguale a come l’aveva lasciato prima.
Solo, c’era meno gente in giro.
Non c’erano i bambini che giocavano anche di notte.
Mancavano i vecchi seduti alla solita panchina nella strada. Col freddo che faceva la mattina stavano fuori soli i vecchi e i bambini.
I vecchi li aveva sempre odiati.
I vecchi avevano la maledetta abitudine di biasimare i giovani qualunque cosa facessero. Le volte che scappava dal palazzo e si mischiava alla folla, aveva sempre avuto battibecchi con le vecchie mummie del posto.
Pensò che forse erano schiattati tutti.
Non gli dispiaceva nemmeno un po', ben gli stava.
Pensò di fare un salto a una locanda che conosceva bene, era là che aveva trangugiato il primo bicchierino di Grog. Era svenuto per due giorni e due notti e al risveglio il padre lo aveva rimandato knock out per una settimana.
Strano, era chiusa.
Girò sui tacchi e continuò a girare sperando di trovare un mercato da qualche parte, in fondo era già “mattina” da un pezzo e nonostante il freddo la gente da qualche parte doveva pur trovarlo il cibo in una città del genere.
Continuò a ciondolare per le vecchie strade di ciottoli smussati con le braccia legate dietro la testa e una sigaretta in bocca che non ne voleva sapere di stare accesa. Ma non trovò nessuno.
Dopo circa un’ora che girava incontrò finalmente qualcuno.
Due figure incappucciate trascinavano un carro per la strada. Nella notte non riuscì a vedere di più.
«Ehi gente! Dico a voi! Che cavolo succede qua in giro?! Non c’è un’anima!» gridò il ragazzo.
I due si fermarono come se avessero visto uno spettro.
«Ragazzo tornatene a casa prima che sia troppo tardi» gridò uno dei due scostando leggermente il mantello, era una donna.
«Che cosa? Andiamo spiegatemi perché non c’è nessuno in giro.»
L'altro, un uomo, prese a ridere, una risata amara…
«Oh … forse ha già preso anche te… e stai delirando…»
«Preso? Cosa?» Noah ormai era vicino al carro.
«La peste… la peste amico mio. La morte serpeggia in tutto il regno e non c’è nulla che possa fermarla…»
Mentre quelle parole venivano leggermente assorbite dal cervello, Noah dal suo metro e ottanta abbondante riuscì a vedere l’interno del carro.
Decine di cadaveri divorati da pustole e macchie nere erano ammassati in pose raccapriccianti, distrutti, annientati dalla malattia.
Si portò una mano alla bocca.
«Mana!»
Indietreggiò, la vista ondeggiò mentre cercava di mantenere il controllo.
«Com’è potuta scoppiare la peste nel mio regno?!?»
L’uomo riprese a ridere.
«Ma da dove vieni? È la guerra, la guerra civile. Dura da anni e la peste non è che una delle conseguenze del lerciume che ci divora le menti e le carni da anni.»
La donna fece per dire qualcosa ma Noah era sparito.

Il ragazzo corse a lungo. Spaventato.
I vicoli, le piazze, tutto era deserto, tutto chiuso. Nessuno usciva di casa, se aveva ancora la fortuna di abitarla.
Sentiva degli occhi osservarlo mentre il suo passo si allungava sempre di più.
«Merda Dante! Che CAVOLO HAI IN TESTA
Gridò fra un respiro e l’altro.
«È la peste! È la fine di tutto! Questo regno è morto!»
Cadde in ginocchio appena fuori dalla città. Subito dopo le ultime case sorgeva davanti a lui una fossa.
Gigantesca, del raggio una quarantina di metri, non ne vedeva il fondo.
O forse non volle vederlo.
Gridò.

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