Quarantanovesimo Episodio: Momentum


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«Insomma, la peste viene quando c’è sporcizia?»
Lilith si grattò la testa. Sedeva su una poltroncina sgangherata davanti al caminetto. Così almeno poteva sperare di asciugarsi i lunghi capelli. Li stava spazzolando con pazienza.
«Guarda Noah, non “ viene” se non ti lavi, ma è portata dai ratti e dalle pulci che stanno sui ratti. E una città con tanti ratti è una città sporca. Capisci?»
«E come mai ci sono tanti ratti?»
«Sai… la guerra civile, la gente, è un periodo buio…» disse lei sospirando.
«A che punto siamo dell’epidemia? Anche se forse sarebbe il caso di parlare di pandemia…»
«Pandem…ehm beh sì… in tutto il nostro continente infuria la peste…»
Lilith ragionò un po’ rimanendo leggermente sorpresa del termine tecnico usato dal ragazzo.
Prese fiato e parlò con schiettezza, perché tanto c’era poco da fare.
«Dalle poche informazioni che ho, so che pressappoco metà della popolazione è andata…»
Noah si immobilizzò.
«METÀ
«Sì Noah… metà…» ribatté lei quasi sussurrando.
I due rimasero silenziosi per un po’.
Non c’era modo di pensare a come una malattia da sola avesse potuto dimezzare l’intera popolazione del suo regno.
Era peggio di ogni guerra, di ogni tirannide.
Peggiore di qualsiasi cosa avesse potuto immaginarsi al suo ritorno.
No, le cose non andavano come aveva creduto anche nelle più grigie previsioni. Era tutto così… maledettamente sbagliato.
«Beh se siamo già a questo punto significa che siamo agli sgoccioli.»
Provò a tirarsi su.
Lei lo guardò sorridente.
«La fai facile…»
«Sì. Per quelli che sono rimasti, basta pulire la città.»
Lei sorrise di nuovo.
«Certo, domani prendiamo una scopa di saggina e ci mettiamo a dare una pulita…»
Noah non fece caso al sarcasmo della ragazza poco più grande di lui e s’immerse in uno strano silenzio riflessivo. Strano perché Noah non era MAI riflessivo.
Dante aveva avuto dubbi sul fatto stesso che pensasse ogni tanto.
Si mise a grattare il mento dove cominciavano a spuntare i primi pelucchi della barba. Ovviamente bianchi.
«Se inondassimo la città?» propose il re-pacco.
«Certo! Primo, come si inonda una città? Secondo, una volta inondata, come fai a far defluire l’acqua che siamo in una conca di neve e ghiaccio? Si gelerebbe tutto e intrappolerebbe la città in una morsa di ghiaccio. Sarebbe la fine di tutto.»
«Beh ma l’acqua annegherebbe i topi… e le pulci…»
«E gli uomini…»
«Non se inondiamo in un momento preciso! Basterà farli rifugiare in qualche luogo sopraelevato… come ad esempio il...»
«Divertente, mandiamo tutti i vivi rimasti al cimitero. Poi annaffiamo le loro case. Perché non pensare a strappare loro i capelli uno a uno?»
Noah si grattò la testa con violenza.
«DEVE ESSERCI UNA SOLUZIONE! STUPIDO TIZIO COL CILINDRO
«Tizio… col… haha MA CHE CA…» Lilith scoppiò a ridere. «CHE CAVOLO È UN TIZIO COL CILINDRO
«È un corvaccio in nero che indossa il cilindro, porta sfiga ed è una mezza femminuccia.»
Lilith continuava a ridere. Amaramente ma rideva.


Astea dormiva della grossa.
Sembrava un piccolo bambino raggomitolato nelle coperte, vicino al fuoco.
Ogni tanto muoveva le palpebre. Probabilmente stava sognando.
Wein ravvivava di tanto in tanto il fuoco. Ville invece era seduta a canto a un albero, avvolta anche lei in una pesante coperta e fissava le braci ipnotizzata.
Il drago stava cercando un momento per parlarle. Quello sembrava il momento adatto ma in effetti non aveva idea di cosa dirle.
«Ville?»
Lei non rispose. Sembrava in trance.
«Ville… ma… ma Astea lo sa?»
Lei lo guardò strano. Uscendo da quel torpore.
«Ti sembra una domanda sensata?»
«Beh no ecco…» si affrettò a correggersi Wein mettendo altra legna sul fuoco «però… mi chiedevo…»
«No, non lo sa» tagliò corto lei. «Vorrei non aver mai parlato l’altro ieri. Non so cosa mi sia preso.» Aggiunse.
Wein sbuffò. La piccola capanna di legni grossi che aveva appena alzato sulle fiamme crollò su se stessa accompagnando il suo gesto.
«Forse hai parlato perché ne avevi bisogno» azzardò lui.
«No, ho solo complicato le cose. Tanto tu non potrai fare nulla.»
Wein rimase silenzioso a lungo. Il fatto che non potesse fare nulla era una verità… ma…
«Non credi che affrontare il problema in questo modo non sia la cosa migliore da fare?»
«E come dovrei affrontarlo? I sentimenti sono come un mal di testa… che ogni tanto viene, mi da fastidio e poi se ne va… io sopporto il mal di testa e aspetto che passi, sperando di non combinare casini.»
«Sì ma…»
«Finisce tutto dopo poco.»
Wein sfarfallò le orecchie infastidito. Era chiaro che Ville non fosse granché in vena di parlare, né di fingere che quel discorso la interessasse veramente. Adesso lei era il vuoto, si sentiva risucchiare dalle sue parole. Come se tutto quello che dicesse venisse inghiottito da qualcosa.
«A ogni modo sono sollevato che Astea non ne sappia nulla» provò a dire senza troppa convinzione.
«Già, e ora per favore non parliamone più, non ha senso. Riposati Wein, io faccio la guardia.»
Il drago si mosse leggermente cambiando posizione.
«Perché l’hai detto a me? Perché non ne parli con tuo fratello?»
«Wein, ho detto che non ho voglia di toccare l’argomento. Adesso sto bene, non ho nulla in testa.»
«A me sembra solo un modo per fuggire dalla realtà.»
Ville lo squadrò.
«QUALE realtà, di grazia?» sottolineò secca. «La realtà di mostri braccati o quella di creature incapaci di vivere come le altre di questa terra?»
«Entrambe! Proprio perché siete i soli non dovresti avere di questi segreti!»
«Lo sapevo, non dovevo parlartene.»
«Oh no!» la bloccò Wein, «io… mi hai fatto felice! Mi sono sentito per una volta veramente importante per qualcuno!»
«Astea ormai ti vuole bene come a un fratello…»
«Sì ma… » si morse le labbra. «Astea non ha bisogno di me, tu sì.»
Ville fece per rispondere in tono sarcastico. Ma si bloccò nello sguardo di Wein.
Deciso.
«Ville?»
«Sì?»
«Tuo fratello va a fuoco!?»
«AAAAAAAARGH!! VADO A FUOCOOO!!»
Astea si alzò come posseduto (beh in realtà è abbastanza posseduto…) con la chioma di ricci in fiamme e prese a correre come un ossesso intorno al campo. Si era avvicinato troppo al fuoco durante il suo sogno.
Ville afferrò una cordicella comparsa a mezz’aria, la tirò e una cascata d’acqua spense il ragazzo.
Un sopracciglio di Wein guizzò lasciandolo con una espressione indecifrabile.
«COS’ERA QUELLO
«Oh beh… sono più di vent’anni che mio fratello ogni tanto prende fuoco senza motivo… alla fine mi sono attrezzata.»
Astea ringraziò Ville scodinzolando… poi a quattro zampe tornò nel letto e si acciambellò di nuovo.
Wein si grattò la testa.
«Ma si è svegliato o era nottambulo?»
«Ma che ne so…»
«Va a dormire Ville. Faccio io la guardia...»
«Ok.»


La dottoressa stava cucinando qualcosa in un pentolone sospeso sul caminetto.
Era girata. Noah al centro della stanza faceva il bagno. Era una piccola casa fatta solo di due stanze. Una da letto e l’altra che fungeva da soggiorno, cucina e anche… bagno, all’occorrenza.
«Perché avevi fuori la gamba?»
«C… come?» chiese lei non capendo. Per poco non le cadde il cucchiaio dentro la loro cena.
«Sì dico… prima, mentre facevi il bagno perché stavi con una gamba di fuori?»
«COME PERCHÉ! Che ne so! La stavo lavando…»
«E la lavi tirandola fuori??
«Ma sì! Come sennò! Quella tinozza è piccola!»
«Rrghh…» brontolò Noah ripensando a come stava facendo il bagno.
Era compresso in una minuscola pozza d’acqua, era una fatica.
Ogni volta che respirava il tutto scricchiolava sinistro.
«Che domande…» borbottò Lilith mentre girava la zuppa concentrata.
«Secondo me è una cosa che si fa per fare colpo sugli uomini…» disse lui dopo un po’.
«Ma la pianti?» disse lei girandosi. «E poi tu sei ancora un ragazzo! A me interessano gli uomini…»
«Ca… ehm non girarti!» disse il ragazzo agitandosi nella tinozza.
Il risultato fu che il legno cedette e la tinozza si aprì a raggiera facendo andare Noah col culo per terra.
«Argh!» gridò raggomitolandosi e contorcendosi per non farsi vedere da Lilith che si voltò di nuovo arrossendo.
L’acqua dalla tinozza si sparse per casa andando a finire vicino al caminetto. Arrivata a una certa distanza dalle fiamme, la pietra bollente la fece evaporare.
Noah col muso a terra fissò la scena improvvisamente rapito da quell’immagine.
Mosse leggermente le orecchie, come fanno i gatti, quando l’acqua sfrigolò evaporando.
Poi ebbe l’illuminazione.
«MA CERTO!» gridò «EUREKA!!»
«CHE È EUREKA??»
«CHE NE SO!! EUREKA EUREKA!!»

Lilith stava cercando di asciugare il campo di calcio saponato che aveva creato Noah in casa.
Il ragazzo ci aveva messo cinque minuti buoni per riuscire ad alzarsi e andare nell’altra camera.
Tornò con in dosso dei vestiti da uomo che aveva trovato in casa.
«Posso indossarli questi?» chiese già vestito…
«Sì sì certo…» rispose lei strizzando lo straccio. Lo fissò con una vena di tristezza.
«Che c’è?»
«No niente… è che quei vestiti erano di mio fratello… è strano vederteli addosso.»
Un paio di pantaloni blu scuro e una pesante casacca nera, quasi una grembiule di una stoffa incredibilmente resistente. Sembravano abiti da lavoro, da fabbro.
Il ragazzo si scurì in volto.
«Mi dispiace…»
«Fa niente… mi fa piacere che servano ancora a qualcosa… altrimenti li avrei buttati no?»
«Sì…» Noah assaggiò la zuppa. «Ottima! Mangiamo!»
«Agli ordini mio re!» ribatté lei ridendo.
«Tsk!» borbottò lui di rimando.


Asmodea si era sistemata da poco in una locanda. Sulla scrivania erano sparse le più disparate mappe. Da quelle relativamente recenti fino ad alcune veramente antiche.
Ne sollevò una e la scrutò soddisfatta. La luce della candela la illuminava sbadatamente.
Proiettava una serie di ombre che a un primo sguardo sembravano un’orografia.
«Il furto di questa è stato un vero capolavoro…» si disse soddisfatta.
Nessuno si era accorto di nulla.
«Ben detto!» disse una voce alle sue spalle.
Lei si voltò di scatto. Non aveva dimenticato quella voce nemmeno in sei lunghi anni.
Una voce capace di sciogliersi come miele e diventare tremenda come api.
Il bambino dagli occhi verdi era di nuovo lì, nella sua stessa stanza. Da dove era arrivato?
Era apparso, proprio come era scomparso sei anni fa.
«Cosa fai qui?» chiese lei ferma.
«Ti guardo. Fra poco sarai mia per sempre. Volevo vederti un’ultima volta prima che ciò accada.»
Lei indietreggiò.
«Perché questo accanimento… io… speravo, che mi avessi dimenticato…»
«Oh figurarsi… i demoni hanno una lunga memoria… hai trascorso bene questi sei anni? Non mi sembri invecchiata, ma hai uno sguardo più maturo…»
«Devo morire a breve?»
«Temo di sì. Stavolta sono sicuro… sai com’è, sono il Guardiano dei cancelli dell’aldilà.»
Non era esattamente facile entrare in un certo ordine di idee in così poco tempo. Ma la ragazza ci riuscì perfettamente.
«Posso fare qualcosa per salvarmi?»
Kaviel la guardò. «Sei migliorata molto, mantieni la calma, sei fredda, mi piaci… comunque la risposta è no. Fidati, hai la mia parola.»
Asmodea si fece cadere seduta su una poltrona.
Aveva capito che non l’avrebbe uccisa adesso.
Ma aveva anche capito che sarebbe morta di lì a poco.
Pensò ad Astea.
Era lontano e sarebbe arrivato lì solo l’indomani mattina.
Il Guardiano svanì dopo poco, così come era arrivato, quasi fosse stato un sogno.
Ma era stato uno di quei sogni tremendi.
Sogni che ti facevano svegliare con le emozioni ben fisse nella testa.
Forse ora che aveva scoperto qualcosa di nuovo, non le era concesso il tempo di viverlo.
Astea sarebbe arrivato solo l’indomani mattina.
Domani.
Non oggi.
Né adesso.
Pianse.
Pianse silenziosamente.


Era stato un pasto frugale. Del pane raffermo un po’ ammuffito, del formaggio che la ragazza teneva conservato in una stoffa pesante sotto il letto come se fosse un tesoro e un po’ di minestra fatta lasciando bollire delle ossa ormai scarnificate in acqua; il tutto condito con un po’ di burro.
Noah mangiava di gusto. Da Dante si mangiava bene finché cucinava Aimee per dei pranzi ai quali il drago non avrebbe preso parte.
Quando invece Dante mangiava con loro, le poche volte, si mangiava strano.
E, visto che ci si metteva tanto a mangiare le cose che mangiava Dante, Noah perdeva la pazienza.
«Perché mi guardi?»
«Non lo so… sto ripensando alla tua malattia fulminea… potrei studiarti…» di nuovo quella strana luce negli occhi di Lilith.
Noah sorrise. «Quando ero piccolo e mi veniva l’influenza correvo dietro a mio padre e lui scappava. Perché a lui le malattie duravano come a tutti gli altri. Correva veloce quel bastardo… anche se era vecchio…»
Lilith riprese a ridere. «Chissà che teppista che eri da piccolo.»
«Lo sono ancora…»
«A questo punto dovrei farti sparire dalla circolazione… il nostro regno non si può permettere di avere un re matto come te…»
Noah sghignazzò. «BWHAHA! PROVACI SE CI RIESCI
«Guarda che prima o poi qualche malattia che ti ammazza la trovo eh!»
«Certo, ci sono le stesse possibilità che tu trovi un uomo abbastanza paziente da sopportarti…»
«Devo forse ricordarti che ti ho offerto vitto e alloggio??»
«Ehm… dicevo… com’è accogliente questa casa… e gentile la sua padrona...»
«Ah ecco…»

«Comunque ho la soluzione» disse quando ebbero quasi finito quel poco che avevano da mangiare.
«Ovvero?»
«Come hai detto, questa città è in una conca.»
«Ancora pensi alla storia di inondare la città? Si formerebbe un grosso lago!»
Noah impallidì per poi scoppiare a ridere felice.
«GIUSTO!! UN LAGO!! Ecco quello che mi mancava! Ora so come far filare tutto!!»
«Che intendi? »
«Ma sì! Sulle montagne intorno a Tradnor c’è un lago non lo sai?»
«Certo che lo so! Ma cosa ce ne facciamo di un lago ghiacciato?»
«Oh beh! Basta svuotarlo e fare arrivare qui l’acqua!» disse sorridente Noah.
Lilith si passò una mano fra i capelli.
«Certo… niente di più semplice e, una volta creato il lago?»
Noah la guardò con aria da intellettuale, dando ovviamente l’idea dell’imbecille.
«Non ti sei mai chiesta a chi sia venuta la brillante idea di costruire una città in mezzo a questo deserto di ghiaccio??»
Lilith ci pensò su.
«Beh… in effetti no…»
«E non ti sei chiesta come mai questa sia la città più a nord del nostro regno, mentre le altre siano tutte molto più a sud?»
«Dove vuoi arrivare??»
«È semplice! Questa città sorge su una falda nella crosta, che scorre a una cinquantina di metri sotto terra. È come se la città sia stata costruita su un terreno riscaldato naturalmente!»
«Ma tu come fai a sapere queste cose??»
« È semplice! Le ho studiate!» ribatté sorridente.

La dottoressa non era granché entusiasta del piano di Noah…
«Ti rendi conto che è completamente senza senso? Nessuno riuscirebbe a smontare un lago montano e a scavare in un solo colpo cinquanta metri di roccia! E anche se lo facessi di certo non riusciresti a far evaporare tutta l’acqua del lago!»
«Oh certo che ce la farei. Sotto di noi la lava scorre a una pressione alta. Basterebbe dare il giusto colpo e le fogne della città penserebbero a trasmettere il calore a tutto il lago artificiale! Semplice no?»
« È la cosa più assurda che mi sia mai capitato di sentire…» ribatté lei.
Noah rimase silenzioso. «Credi che sia una cazzata?»
Lei lo fissò con una strana luce negli occhi.
«No! Facciamolo! Mi fido di te!»

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