Cinquantesimo Episodio: Bang, Bang


MusicPlaylist
MySpace Music Playlist at MixPod.com

Era la ridente cittadina di Samirien, a pochi passi dal confine est del continente di Aman, se di confine si poteva parlare. Una lunga distesa di deserto incontaminato, che separava qualsiasi forma civile da un mondo forse incontaminato e privo delle solite “Guardie del Re”, delle solite taverne “Al drago verde”, dei soliti draghi che non soffiano mai come dovrebbero e che si fanno ammazzare da un gruppo di avventurieri scalcinati che finirà irrimediabilmente per conquistare il mondo perché altrimenti non ci sarebbe divertimento.
Un posto dove i master vengono cacciati da appositi professionisti, quindi appesi. Rimangono a essiccare al tremendo sole desertico, finché le formiche rosse non si accorgono di loro.
E allora non ce n’è più per nessuno.

Astea si massaggiava il mento mentre Ville camminava con passo deciso davanti a lui.
Dovevano andare dal reggente di quella cittadina a farsi ricevere. In fondo nessuno sapeva mai dove andavano gli ormai famosi Ingram di Shaen, quale fosse la loro prossima meta…
Così la prassi stabiliva che ogni volta che arrivavano in una nuova città dovevano farsi ricevere, stupida etichetta.

La locanda era stata comunicata loro da un ragazzino al quale avevano lasciato pochi spiccioli.
Asmodea non lasciava mai nulla al caso, era ormai pomeriggio inoltrato quando arrivarono alla taverna… “Al drago verde”.
Il ragazzo mosse i soliti passi cauti per la locanda, dietro Ville, fissandole la schiena.
Era il modo più comodo per evitare gli specchi che irrimediabilmente gli avrebbero fatto combinare un bel casino.
La cosa non era proprio semplice, perché la sua alabarda non passava per le porte, per le scale, per i tavoli, non passava da nessuna parte. Così Ville camminava e Astea inciampava e imprecava ogni qual volta s’incastrava.
Certo, faceva tutto ciò senza scollare gli occhi dalla schiena di sua sorella, sembravano un cieco col suo aiutante.
Una volta arrivati alla loro camera si fermò e chiuse gli occhi. Ville entrò per l’ispezione di routine. Questa volta nella stanza non c’erano specchi, così la ragazza chiamò Astea che entrò a cuor leggero, Asmodea aveva pensato a tutto.
Posò l’alabarda in un angolo della stanza e si sdraiò sul lettone che avevano in due.
«Mai una volta che riusciamo a trovare una doppia che non sia una matrimoniale…» borbottò la ragazza.
«Che ci vuoi fare… difficilmente due viaggiatori sono così stretti da dormire nella stessa stanza, a meno che non siano sposati o parenti. In tal caso una matrimoniale non è un problema no?»
Ville analizzò la faccenda dal punto di vista di Astea…
«Sembra logico… probabilmente è così. Con le matrimoniali accontentano tutti…»
«Già…»
Astea prese a sonnecchiare. Ville uscì dalla stanza e andò di sotto a bere qualcosa. Era stanca ma non abbastanza da prendere e dormire come aveva fatto suo fratello.

«Ville? Chissà dov’è Asmodea…» disse Astea… ma dopo un po’ si accorse che la sorella era uscita. Aveva dormito… ma allora come mai si era svegliato?
C’era qualcuno nella stanza.
Vide l’ombra leggera di una figura incappucciata sul muro ai suoi piedi.
Si stava avvicinando.
Quando fu abbastanza vicina, con una mossa fulminea afferrò la figura e la gettò sul letto.
«CHI DIAVOLO SEI!» sibilò…
Ma sentì delle risate.
«Fermo fermo! Non così in fretta!!»
Era la voce di Asmodea.
«Ma porc-!» il ragazzo la lasciò andare e si portò all’angolo più lontano del letto mentre lei si ricomponeva. Tolse il cappuccio e la sua chioma fluente sospesa fra i toni del blu e del nero, ricadde sulle spalle.
Rimase un po’ imbambolato a guardarla.
«Beh? Nemmeno mi saluti? Mi salti addosso e via? Tutti così gli uomini…»
Astea divenne rosso come un peperone.
«Ma che no, cioè! Ehm… ciao Asmodea » concluse con un sorrisone a trentadue denti.
Lei gli si gettò al collo e lo abbracciò. Respirò un po’ del suo profumo, simile all’odore che circondava Ville, un odore che le ricordava gli aghi di pino.
«A che stai pensando?»
«Agli aghi di pino…» disse lei sorridente.
«Speravo a qualcosa di meglio…»
«Oh no! Mi piacciono gli aghi di pino!»
Astea l’allontanò delicatamente.
«Beh come va?»
«Male.»
«Male? E perché?»
«Perché…»
«Oh beh… te lo dirò quando sarà ora…»
«No dai... ora sono curioso.»
«Eh no cocco, non puoi permetterti già di essere curioso delle cose che mi riguardano… in fondo ci siamo solo baciati!»
Astea sembrò farsi di pietra. Ora sembrava che fra le mani avesse una candela dalla fiamma che traballava e aveva paura che si spegnesse.
«HAHAHAHA! Andiamo scherzavo!» lei lo abbracciò di nuovo.
Lui provò a baciarla ma urtarono coi denti.
Si ritrasse e scosse la testa imbarazzato. Lei rise di gusto.
Poi lo baciò a dovere.


Una specie di grosso orso polare con uno zaino gigantesco sostava in piedi davanti a Lilith, imbacuccata per bene, fuori dalla sua piccola casa.
La creatura rantolava versi incomprensibili.
«Allora SIRE… domani per mezzogiorno dovrò condurre tutta la popolazione della VOSTRA capitale sulla collina del cimitero. Siamo d’accordo?»
«Certo…» bofonchiò il grosso orso.
«Perché quel tono?»
«Perché a cosa mi serve questo pelliccione bianco e morbidoso?»
«Come a cosa ti serve! Siamo a Tradnor! E se è vera la storia della falda sotto questa città, appena sarai poco fuori da qui, farà molto più freddo!»
«Certo che è vera! Ma io non ho freddo!»
«Eh no caro! Sono io il medico! IO DECIDO I TUOI SINTOMI!» lo sguardo era arcigno. Costellato da impercettibili fiocchi di neve.
«Ok ok… anche se non mi pare di ricordare che funzionasse così…»
Noah si avviò fuori dalla città.
«E ricordati le racchette!»
«Non userò mai una cosa così idiota!»
A poco meno di una ventina di metri dal limitare delle case si trovò davanti all’altissimo muro di neve che circondava la conca.
«Che palle camminare…» disse prima di spiccare un salto di una trentina di metri.
Arrivò oltre la barriera naturale, poi nell’atterrare entrò come un proiettile rimanendo sommerso.
Da sotto la neve le imprecazioni arrivavano attutite, ovattate, anche se le onde sonore la turbavano come un laghetto.
Dopo un po’ riemerse, si decise a tirare fuori le racchette dallo zaino, le infilò e prese a camminare svelto.
«Città del cazzo…»


«La città di Samirien ha una forte presenza di chierici di Galder, forse correlati alla regnante, un imponente monastero si erge sulla collina di Salen, la cittadella fortificata è in grado di contenere fino a quattromila uomini e può mantenerli per più di un mese» prese a spiegare Asmodea di fronte ad Astea, Ville e Wein, riuniti nella camera dei due Ingram.
«Ci sono state invasioni?»
«No, in realtà la città non ha mai ricevuto grossi attacchi dall’esterno, ma spesso ci sono stati scontri fra la setta di eretici chiamati “i Violatori” e i sacerdoti del Luminoso.»
Wein annuì distrattamente. «Ho sentito parlare di numerosi e misteriosi omicidi in questa città. Ormai è quasi una cosa normale…»
«Precisamente ribatté» Asmodea «E… un’altra cosa. Qui in città sono Nives, dimenticatevi Asmodea…»
«Fico... Nives è più corto da scrivere per lo Scrittore… sarà contento…» commentò Astea.
Gelo.
Tutti lo guardarono… poi ricominciarono a parlare.
«Quanto staremo qui?» domandò Wein.
«Due giorni, forse tre» rispose Ville calcolatrice. «Se vogliamo arrivare in tempo da Tabata non possiamo rimanere qui più di quanto ho detto.»
«Certo… sarebbe un peccato non presentarsi…»
«Giusto… a proposito Nives,» riprese Ville subito pronta al cambio di nome, «sei riuscita a entrare in possesso della mappa per la sua torre?»
«Certamente, non è stato facile ma ho fatto un bel lavoretto pulito.» le due si sorrisero. In un certo senso stimavano la reciproca professionalità. Un valore che era estraneo a personaggi disdicevoli come Wein e Astea.
«Beh… io andrei a farmi un giretto…» disse Astea alzandosi dal tavolino. Era scesa la notte su Samirien. Di notte c’erano meno specchi che di giorno, non c’erano bancarelle e non c’erano mercati.
Ville lo fissò aguzzando la vista… come se Astea dovesse nascondere qualcosa…
«O… ok … ma portati il mio cappello…» gli disse la sorella.
«Va bene… Nives? Conosci qualche posto divertente dove andare la sera?»
I tre lo guardarono di nuovo, Nives sbiancando.
Poi Astea prese a sorridere a cinquantuno denti… «HAHA Scherzavo! Scherzavo…»
Uscì.
Nives si congedò qualche minuto più tardi. Il resoconto era finito.
Erano rimasti Wein e Ville in una stanza con un grosso letto matrimoniale.
Lei lo guardò storto, il drago aveva una strana espressione.
«Se solo pensi ancora una volta a quello a cui stai pesando ti uccido.»
«Più mi parli così e più mi attiri…»
«Certo, ora ti “attiro”. Come se in questi sei anni non avessi visto tutte le tue occhiate da maniaco… Per me, per Nives e per le altre ragazze che incontravamo…»
«Gelosa?»
«Certo, di te. Come no!»
Wein diventò improvvisamente serio.
«A dire la verità adesso è un po’ diverso…»
Lei stava mettendo a posto le scartoffie sul tavolo, compresa la famosa mappa sulla torre di Tabata. Quando sentì quelle parole si fermò di botto.
«Che vai blaterando?»
«Che ora che so, qualcosa è cambiato.»
Ville finì di mettere a posto le carte sul tavolo come nulla fosse.
Lo stava ignorando.
Wein si era quasi deciso ad andarsene quando vide che la ragazza gli aveva lanciato una occhiata furtiva.
Sorrise.
«Che c’è? Non sei riuscita ancora del tutto a cancellare le mie parole?»
Lei si voltò, stranamente sorrideva.
«Non è quello Wein… le tue parole non mi hanno provocato nulla…» disse con un tono che cercava più che altro di consolarlo ma non fece altro che affossarlo.
«È solo che noi due siamo buoni amici… o meglio… questo mi dice la testa e non voglio che tu stia male perché pensi a me che non potrò mai ricambiarti…»
«Ehm ma… cioè…» la logica di Ville era disarmante. Disarmava anche Wein.
Lei si sedette sul letto vicino a Wein e gli diede qualche pacca affettuosa sulla spalla.
«Suvvia… il mondo è pieno di ragazze…»
Wein aprì e richiuse i pugni sulle coperte. «Tu sei diversa.»
«Wein Swiftblade, con me non funzionano i tuoi giri di parole testati su centinaia di altre ragazze.»
Wein si scrollò.
«Piantala Ville, non posso credere che tu non provi nulla. Forse qualcosa in te rimane. Altrimenti non avrebbe avuto senso quella sera.»
«Basta parlare di quella sera Wein… davvero, basta» continuò lei con quel tono che usano i genitori coi figli.
Il drago in incognito si alzò e uscì. Si avvolse nel suo manto invisibile prima di varcare la soglia.
Ville se lo vide svanire con un fruscìo ovattato, mentre alcuni dei suoi capelli ancora brillavano alla tenue luce delle candele.
Gli svanì, davanti agli occhi.

Astea passeggiava tranquillamente per la città avvolta dal manto stellato sopra di loro.
La luna era più grande di qualche sera fa. Si stava avviando velocemente a diventare piena.
Pensò che forse quella era l’ultima volta che fissava la luna in quel modo.
Forse sarebbe morto, o forse dopo il prossimo plenilunio l’avrebbe fissata in un modo diverso.
Libero.
Si sistemò il cappello sulla testa. Gli piaceva portarlo molto basso sugli occhi. Così che la gente non lo guardasse dritto in faccia. Gente… non c’era nessuno o quasi in giro.
Una ragazza gli urlò qualcosa in un dialetto che non conosceva.
«Andiamo ragazzino! Vieni qui a scoprire i piaceri della carne!» gli gridò poi la ragazza nella lingua comune.
«Ehm ecco... mi dispiace... ma credo di aver già cenato…»
Altre tre o quattro ragazze scoppiarono a ridere circondando quella che gli aveva parlato, poi si avvicinarono a lui, ma improvvisamente una mano lo afferrò per il polso e lo portò via.
Era Nives… si insomma… era lei… quella là…
«Dove andiamo di bello?»
«In un posto bello!» ribatté lei.
Arrivarono davanti a una gigantesca cattedrale.
Volute dal grande respiro salivano e si inerpicavano fino al cielo.
Di giorno dava una impressione di luminosità e maestà. Ma di notte la luce svaniva e sembrava un colossale mostro dormiente. Le braccia reclinate intorno alla testa erano l’entrata.
«Io sono nata in questa città, venivo sempre qua da piccola.» si fermò un attimo come se stesse lasciandosi andare ai ricordi, poi continuò, «ehm… beh in genere sulla cattedrale di Galder ci salivo di giorno, passando da dentro… il fatto è che vorrei arrivare là sopra… su quel campanile…»
Astea alzò la testa fino a incassare la testa nelle spalle, visto il cappello.
Lei glielo spostò sul capo così che il ragazzo riuscisse a vedere meglio il posto.
«Di un po’… tu ci arrivi là con un salto??»
Il ragazzo stimò le distanze.
«Beh… non con uno… ma con un paio di balzi posso provare…» e, mentre lo diceva, la prese in braccio, lei per poco non scalciò… ma poi gli gettò un braccio al collo per reggersi e uno sul cappello per non farlo volare via.
Durò qualche secondo.
Si sentì volare e sballottare da una parte all’altra, il cielo si capovolse più volte.
La luna!
Per qualche istante vide la città correre alla sua destra, poi tutto ridivenne fisso.
«Ecco fatt-» Astea scivolò ma si resse alla lanterna dell'alto campanile.

«Ehm… Nives?? Mi soffochi…»
«Ops scusa… siamo al sicuro?»
«Beh… se per “al sicuro” intendi in piedi su un campanile alto una cinquantina di metri… allora sì…»
Lei scese piano piano, poi rimasero lì, in piedi a fissare la città.
Samirien era splendida, quattro o cinque grosse cattedrali di periodi diversi rivaleggiavano in grandezza con la cittadella e il maschio centrale. Come tante piccole candele, le finestre ancora illuminate e traballanti conferivano alla città un senso d’indeterminatezza, di soffusa oscurità.
Una folata di vento fece muovere impazziti i capelli di Nives mentre la ragazza serrava la presa sul ferro che circondava il coronamento del campanile.
Astea, qualche passo più sotto, sulla cupola acuta, resse il cappello mentre il suo lungo cappotto nero gettava una lunga ombra più in basso, nella strada.
Un’ombra lunare, appena accennata.
«Cosa c’era che andava male prima?»
«Oh boh… forse ho paura per quello che sarà, una volta arrivati alla torre.»
«Forse un po’ di paura è normale… ma io sento dentro anche la voglia di scrivere la fine del mio passato.»
Lei lo guardò, i suoi occhi brillavano, forse era un’impressione, ma vi vedeva riflessa ogni luce di Samirien.
«Ma…» provò a riprendere lei… «non ti sembra che le cose vadano bene anche adesso?»
Astea sospirò.
«No, non vanno bene, siamo sempre braccati, in questi sei anni più d’una volta c’è capitato di vedercela brutta e gli attacchi dei demoni si sono fatti via via più pericolosi… l’altra volta se non fosse stato per Wein…»
«Ma ve la siete sempre cavata no?»
«Sì… ma non so quanto tutto questo potrà durare…»
«Chi lo sa veramente?»

I due non parlarono a lungo.
Le nuvole si muovevano più veloci a guardarle da quell’altezza.
Le loro ombre si arrampicavano sui palazzi per poi lasciarli come erano venute, senza il più pallido rumore.
«E poi… devo farlo, per mia sorella. Sono anni che bada a me, si preoccupa, è ora che vada per la sua strada.»
«Non capisco… ma voi…»
«“Voi”, VOI, i DUE Ingram di Shaen, io sono solo un peso per lei…»
«Perché lo pensi? Lei ti ama.»
«Oh no…»
«Come no! Perché?»
« È semplice… non le è possibile.» lui si voltò e la guardò. In quel momento sembrava tremendamente serio, adulto e triste.
La ragazza lo guardò continuando a non capire, ma una cosa l’afferrò. Non doveva domandare ancora.
Forse era un riflesso, ma vide una lacrima.
Lo baciò.

previous
index
next