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Era la ridente cittadina di Samirien, a pochi passi dal
confine est del continente di Aman, se di confine si poteva parlare. Una
lunga distesa di deserto incontaminato, che separava qualsiasi forma civile
da un mondo forse incontaminato e privo delle solite Guardie del
Re, delle solite taverne Al drago verde, dei soliti
draghi che non soffiano mai come dovrebbero e che si fanno ammazzare da
un gruppo di avventurieri scalcinati che finirà irrimediabilmente
per conquistare il mondo perché altrimenti non ci sarebbe divertimento.
Un posto dove i master vengono cacciati da appositi professionisti, quindi
appesi. Rimangono a essiccare al tremendo sole desertico, finché
le formiche rosse non si accorgono di loro.
E allora non ce nè più per nessuno.
Astea si massaggiava il mento mentre Ville camminava con passo deciso
davanti a lui.
Dovevano andare dal reggente di quella cittadina a farsi ricevere. In
fondo nessuno sapeva mai dove andavano gli ormai famosi Ingram di Shaen,
quale fosse la loro prossima meta
Così la prassi stabiliva che ogni volta che arrivavano in una nuova
città dovevano farsi ricevere, stupida etichetta.
La locanda era stata comunicata loro da un ragazzino al quale avevano
lasciato pochi spiccioli.
Asmodea non lasciava mai nulla al caso, era ormai pomeriggio inoltrato
quando arrivarono alla taverna
Al drago verde.
Il ragazzo mosse i soliti passi cauti per la locanda, dietro Ville, fissandole
la schiena.
Era il modo più comodo per evitare gli specchi che irrimediabilmente
gli avrebbero fatto combinare un bel casino.
La cosa non era proprio semplice, perché la sua alabarda non passava
per le porte, per le scale, per i tavoli, non passava da nessuna parte.
Così Ville camminava e Astea inciampava e imprecava ogni qual volta
sincastrava.
Certo, faceva tutto ciò senza scollare gli occhi dalla schiena
di sua sorella, sembravano un cieco col suo aiutante.
Una volta arrivati alla loro camera si fermò e chiuse gli occhi.
Ville entrò per lispezione di routine. Questa volta nella
stanza non cerano specchi, così la ragazza chiamò
Astea che entrò a cuor leggero, Asmodea aveva pensato a tutto.
Posò lalabarda in un angolo della stanza e si sdraiò
sul lettone che avevano in due.
«Mai una volta che riusciamo a trovare una doppia che non sia una
matrimoniale
» borbottò la ragazza.
«Che ci vuoi fare
difficilmente due viaggiatori sono così
stretti da dormire nella stessa stanza, a meno che non siano sposati o
parenti. In tal caso una matrimoniale non è un problema no?»
Ville analizzò la faccenda dal punto di vista di Astea
«Sembra logico
probabilmente è così. Con le
matrimoniali accontentano tutti
»
«Già
»
Astea prese a sonnecchiare. Ville uscì dalla stanza e andò
di sotto a bere qualcosa. Era stanca ma non abbastanza da prendere e dormire
come aveva fatto suo fratello.
«Ville? Chissà dovè Asmodea
» disse
Astea
ma dopo un po si accorse che la sorella era uscita.
Aveva dormito
ma allora come mai si era svegliato?
Cera qualcuno nella stanza.
Vide lombra leggera di una figura incappucciata sul muro ai suoi
piedi.
Si stava avvicinando.
Quando fu abbastanza vicina, con una mossa fulminea afferrò la
figura e la gettò sul letto.
«CHI DIAVOLO SEI!» sibilò
Ma sentì delle risate.
«Fermo fermo! Non così in fretta!!»
Era la voce di Asmodea.
«Ma porc-!» il ragazzo la lasciò andare e si portò
allangolo più lontano del letto mentre lei si ricomponeva.
Tolse il cappuccio e la sua chioma fluente sospesa fra i toni del blu
e del nero, ricadde sulle spalle.
Rimase un po imbambolato a guardarla.
«Beh? Nemmeno mi saluti? Mi salti addosso e via? Tutti così
gli uomini
»
Astea divenne rosso come un peperone.
«Ma che no, cioè! Ehm
ciao Asmodea » concluse
con un sorrisone a trentadue denti.
Lei gli si gettò al collo e lo abbracciò. Respirò
un po del suo profumo, simile allodore che circondava Ville,
un odore che le ricordava gli aghi di pino.
«A che stai pensando?»
«Agli aghi di pino
» disse lei sorridente.
«Speravo a qualcosa di meglio
»
«Oh no! Mi piacciono gli aghi di pino!»
Astea lallontanò delicatamente.
«Beh come va?»
«Male.»
«Male? E perché?»
«Perché
»
«Oh beh
te lo dirò quando sarà ora
»
«No dai... ora sono curioso.»
«Eh no cocco, non puoi permetterti già di essere curioso
delle cose che mi riguardano
in fondo ci siamo solo baciati!»
Astea sembrò farsi di pietra. Ora sembrava che fra le mani avesse
una candela dalla fiamma che traballava e aveva paura che si spegnesse.
«HAHAHAHA! Andiamo scherzavo!» lei lo abbracciò
di nuovo.
Lui provò a baciarla ma urtarono coi denti.
Si ritrasse e scosse la testa imbarazzato. Lei rise di gusto.
Poi lo baciò a dovere.
Una specie di grosso orso polare con uno zaino gigantesco sostava in piedi
davanti a Lilith, imbacuccata per bene, fuori dalla sua piccola casa.
La creatura rantolava versi incomprensibili.
«Allora SIRE
domani per mezzogiorno dovrò condurre
tutta la popolazione della VOSTRA capitale sulla collina del cimitero.
Siamo daccordo?»
«Certo
» bofonchiò il grosso orso.
«Perché quel tono?»
«Perché a cosa mi serve questo pelliccione bianco e morbidoso?»
«Come a cosa ti serve! Siamo a Tradnor! E se è vera la storia
della falda sotto questa città, appena sarai poco fuori da qui,
farà molto più freddo!»
«Certo che è vera! Ma io non ho freddo!»
«Eh no caro! Sono io il medico! IO DECIDO I TUOI SINTOMI!»
lo sguardo era arcigno. Costellato da impercettibili fiocchi di neve.
«Ok ok
anche se non mi pare di ricordare che funzionasse così
»
Noah si avviò fuori dalla città.
«E ricordati le racchette!»
«Non userò mai una cosa così idiota!»
A poco meno di una ventina di metri dal limitare delle case si trovò
davanti allaltissimo muro di neve che circondava la conca.
«Che palle camminare
» disse prima di spiccare un salto
di una trentina di metri.
Arrivò oltre la barriera naturale, poi nellatterrare entrò
come un proiettile rimanendo sommerso.
Da sotto la neve le imprecazioni arrivavano attutite, ovattate, anche
se le onde sonore la turbavano come un laghetto.
Dopo un po riemerse, si decise a tirare fuori le racchette dallo
zaino, le infilò e prese a camminare svelto.
«Città del cazzo
»
«La città di Samirien ha una forte presenza di chierici di
Galder, forse correlati alla regnante, un imponente monastero si erge
sulla collina di Salen, la cittadella fortificata è in grado di
contenere fino a quattromila uomini e può mantenerli per più
di un mese» prese a spiegare Asmodea di fronte ad Astea, Ville e
Wein, riuniti nella camera dei due Ingram.
«Ci sono state invasioni?»
«No, in realtà la città non ha mai ricevuto grossi
attacchi dallesterno, ma spesso ci sono stati scontri fra la setta
di eretici chiamati i Violatori e i sacerdoti del Luminoso.»
Wein annuì distrattamente. «Ho sentito parlare di numerosi
e misteriosi omicidi in questa città. Ormai è quasi una
cosa normale
»
«Precisamente ribatté» Asmodea «E
unaltra
cosa. Qui in città sono Nives, dimenticatevi Asmodea
»
«Fico... Nives è più corto da scrivere per lo Scrittore
sarà contento
» commentò Astea.
Gelo.
Tutti lo guardarono
poi ricominciarono a parlare.
«Quanto staremo qui?» domandò Wein.
«Due giorni, forse tre» rispose Ville calcolatrice. «Se
vogliamo arrivare in tempo da Tabata non possiamo rimanere qui più
di quanto ho detto.»
«Certo
sarebbe un peccato non presentarsi
»
«Giusto
a proposito Nives,» riprese Ville subito pronta
al cambio di nome, «sei riuscita a entrare in possesso della mappa
per la sua torre?»
«Certamente, non è stato facile ma ho fatto un bel lavoretto
pulito.» le due si sorrisero. In un certo senso stimavano la reciproca
professionalità. Un valore che era estraneo a personaggi disdicevoli
come Wein e Astea.
«Beh
io andrei a farmi un giretto
» disse Astea
alzandosi dal tavolino. Era scesa la notte su Samirien. Di notte cerano
meno specchi che di giorno, non cerano bancarelle e non cerano
mercati.
Ville lo fissò aguzzando la vista
come se Astea dovesse nascondere
qualcosa
«O
ok
ma portati il mio cappello
» gli disse
la sorella.
«Va bene
Nives? Conosci qualche posto divertente dove andare
la sera?»
I tre lo guardarono di nuovo, Nives sbiancando.
Poi Astea prese a sorridere a cinquantuno denti
«HAHA
Scherzavo! Scherzavo
»
Uscì.
Nives si congedò qualche minuto più tardi. Il resoconto
era finito.
Erano rimasti Wein e Ville in una stanza con un grosso letto matrimoniale.
Lei lo guardò storto, il drago aveva una strana espressione.
«Se solo pensi ancora una volta a quello a cui stai pesando ti uccido.»
«Più mi parli così e più mi attiri
»
«Certo, ora ti attiro. Come se in questi sei anni non
avessi visto tutte le tue occhiate da maniaco
Per me, per Nives
e per le altre ragazze che incontravamo
»
«Gelosa?»
«Certo, di te. Come no!»
Wein diventò improvvisamente serio.
«A dire la verità adesso è un po diverso
»
Lei stava mettendo a posto le scartoffie sul tavolo, compresa la famosa
mappa sulla torre di Tabata. Quando sentì quelle parole si fermò
di botto.
«Che vai blaterando?»
«Che ora che so, qualcosa è cambiato.»
Ville finì di mettere a posto le carte sul tavolo come nulla fosse.
Lo stava ignorando.
Wein si era quasi deciso ad andarsene quando vide che la ragazza gli aveva
lanciato una occhiata furtiva.
Sorrise.
«Che cè? Non sei riuscita ancora del tutto a cancellare
le mie parole?»
Lei si voltò, stranamente sorrideva.
«Non è quello Wein
le tue parole non mi hanno provocato
nulla
» disse con un tono che cercava più che altro
di consolarlo ma non fece altro che affossarlo.
«È solo che noi due siamo buoni amici
o meglio
questo mi dice la testa e non voglio che tu stia male perché pensi
a me che non potrò mai ricambiarti
»
«Ehm ma
cioè
» la logica di Ville era disarmante.
Disarmava anche Wein.
Lei si sedette sul letto vicino a Wein e gli diede qualche pacca affettuosa
sulla spalla.
«Suvvia
il mondo è pieno di ragazze
»
Wein aprì e richiuse i pugni sulle coperte. «Tu sei diversa.»
«Wein Swiftblade, con me non funzionano i tuoi giri di parole testati
su centinaia di altre ragazze.»
Wein si scrollò.
«Piantala Ville, non posso credere che tu non provi nulla. Forse
qualcosa in te rimane. Altrimenti non avrebbe avuto senso quella sera.»
«Basta parlare di quella sera Wein
davvero, basta» continuò
lei con quel tono che usano i genitori coi figli.
Il drago in incognito si alzò e uscì. Si avvolse nel suo
manto invisibile prima di varcare la soglia.
Ville se lo vide svanire con un fruscìo ovattato, mentre alcuni
dei suoi capelli ancora brillavano alla tenue luce delle candele.
Gli svanì, davanti agli occhi.
Astea passeggiava tranquillamente per la città avvolta dal manto
stellato sopra di loro.
La luna era più grande di qualche sera fa. Si stava avviando velocemente
a diventare piena.
Pensò che forse quella era lultima volta che fissava la luna
in quel modo.
Forse sarebbe morto, o forse dopo il prossimo plenilunio lavrebbe
fissata in un modo diverso.
Libero.
Si sistemò il cappello sulla testa. Gli piaceva portarlo molto
basso sugli occhi. Così che la gente non lo guardasse dritto in
faccia. Gente
non cera nessuno o quasi in giro.
Una ragazza gli urlò qualcosa in un dialetto che non conosceva.
«Andiamo ragazzino! Vieni qui a scoprire i piaceri della carne!»
gli gridò poi la ragazza nella lingua comune.
«Ehm ecco... mi dispiace... ma credo di aver già cenato
»
Altre tre o quattro ragazze scoppiarono a ridere circondando quella che
gli aveva parlato, poi si avvicinarono a lui, ma improvvisamente una mano
lo afferrò per il polso e lo portò via.
Era Nives
si insomma
era lei
quella là
«Dove andiamo di bello?»
«In un posto bello!» ribatté lei.
Arrivarono davanti a una gigantesca cattedrale.
Volute dal grande respiro salivano e si inerpicavano fino al cielo.
Di giorno dava una impressione di luminosità e maestà. Ma
di notte la luce svaniva e sembrava un colossale mostro dormiente. Le
braccia reclinate intorno alla testa erano lentrata.
«Io sono nata in questa città, venivo sempre qua da piccola.»
si fermò un attimo come se stesse lasciandosi andare ai ricordi,
poi continuò, «ehm
beh in genere sulla cattedrale di
Galder ci salivo di giorno, passando da dentro
il fatto è
che vorrei arrivare là sopra
su quel campanile
»
Astea alzò la testa fino a incassare la testa nelle spalle, visto
il cappello.
Lei glielo spostò sul capo così che il ragazzo riuscisse
a vedere meglio il posto.
«Di un po
tu ci arrivi là con un salto??»
Il ragazzo stimò le distanze.
«Beh
non con uno
ma con un paio di balzi posso provare
»
e, mentre lo diceva, la prese in braccio, lei per poco non scalciò
ma poi gli gettò un braccio al collo per reggersi e uno sul cappello
per non farlo volare via.
Durò qualche secondo.
Si sentì volare e sballottare da una parte allaltra, il cielo
si capovolse più volte.
La luna!
Per qualche istante vide la città correre alla sua destra, poi
tutto ridivenne fisso.
«Ecco fatt-» Astea scivolò ma si resse alla lanterna
dell'alto campanile.
«Ehm
Nives?? Mi soffochi
»
«Ops scusa
siamo al sicuro?»
«Beh
se per al sicuro intendi in piedi su un campanile
alto una cinquantina di metri
allora sì
»
Lei scese piano piano, poi rimasero lì, in piedi a fissare la città.
Samirien era splendida, quattro o cinque grosse cattedrali di periodi
diversi rivaleggiavano in grandezza con la cittadella e il maschio centrale.
Come tante piccole candele, le finestre ancora illuminate e traballanti
conferivano alla città un senso dindeterminatezza, di soffusa
oscurità.
Una folata di vento fece muovere impazziti i capelli di Nives mentre la
ragazza serrava la presa sul ferro che circondava il coronamento del campanile.
Astea, qualche passo più sotto, sulla cupola acuta, resse il cappello
mentre il suo lungo cappotto nero gettava una lunga ombra più in
basso, nella strada.
Unombra lunare, appena accennata.
«Cosa cera che andava male prima?»
«Oh boh
forse ho paura per quello che sarà, una volta
arrivati alla torre.»
«Forse un po di paura è normale
ma io sento dentro
anche la voglia di scrivere la fine del mio passato.»
Lei lo guardò, i suoi occhi brillavano, forse era unimpressione,
ma vi vedeva riflessa ogni luce di Samirien.
«Ma
» provò a riprendere lei
«non
ti sembra che le cose vadano bene anche adesso?»
Astea sospirò.
«No, non vanno bene, siamo sempre braccati, in questi sei anni più
duna volta cè capitato di vedercela brutta e gli attacchi
dei demoni si sono fatti via via più pericolosi
laltra
volta se non fosse stato per Wein
»
«Ma ve la siete sempre cavata no?»
«Sì
ma non so quanto tutto questo potrà durare
»
«Chi lo sa veramente?»
I due non parlarono a lungo.
Le nuvole si muovevano più veloci a guardarle da quellaltezza.
Le loro ombre si arrampicavano sui palazzi per poi lasciarli come erano
venute, senza il più pallido rumore.
«E poi
devo farlo, per mia sorella. Sono anni che bada a me,
si preoccupa, è ora che vada per la sua strada.»
«Non capisco
ma voi
»
«Voi, VOI, i DUE Ingram di Shaen, io sono
solo un peso per lei
»
«Perché lo pensi? Lei ti ama.»
«Oh no
»
«Come no! Perché?»
« È semplice
non le è possibile.» lui
si voltò e la guardò. In quel momento sembrava tremendamente
serio, adulto e triste.
La ragazza lo guardò continuando a non capire, ma una cosa lafferrò.
Non doveva domandare ancora.
Forse era un riflesso, ma vide una lacrima.
Lo baciò.
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