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La
torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo
grigio. Gli occhi gialli delle sue finestre gotiche proiettavano luci
tremolanti di candela che avanzavano a stento nella pesante, quasi palpabile,
nebbia. Quelle terre isolate e solitarie apparivano fuori dal tempo e
dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano
brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante.
Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman, in
una terra che solo Lei conosceva e nella quale Lei soltanto poteva permetterti
di entrare. O di uscire.
Sorrise beffardo, sotto le lenti degli occhiali tondi che davano al suo
viso l'aria affettata, composta e sottile per la quale era conosciuto.
L'eleganza, la grazia della sua specie e tutto il suo personalissimo stile
antiquato.
Il portone era vecchio e inospitale, così come sarebbe stato l'interno
non appena il suo bussare discreto avrebbe trovato risposta.
A due ore dall'alba, le tende erano ancora tirate. La stanza immersa in
un buio denso sembrava non avere più confini. Le pareti erano sparite,
inghiottite dalle ombre, l'alto soffitto si era perso quasi non fosse
mai esistito.
L'unica cosa che Dante percepiva era l'immenso letto pesante su cui era
seduto. Riusciva a scorgere i riflessi delle coperte di seta tra le sue
gambe e quelle di Tabata.
Vedeva lei, seduta in fondo al letto che gli dava le spalle. Era una figura
minuta e pallida, quasi una macchia bianca e lucida in quel luogo privo
di luce. Le spalle leggermente incurvate, la lunga e sfilacciata cascata
dei suoi capelli tra i quali spuntavano prepotenti le ciocche albine.
La visione inquieta e sola di un potere che non aveva definizioni, né
limiti. Un male pericoloso e spaventato.
Dante ricordò il momento del loro incontro. Per brevi istanti,
davanti ai suoi occhi chiusi, vide il sorriso di quelle labbra nel buio
fitto della foresta. Sentì il palpito leggero del cuore e il respiro
uscire da quelle labbra come una preghiera. Ogni alito caldo era una richiesta.
Era apparsa come la nebbia e se n'era andata altrettanto veloce.
Come un incubo prima dell'alba.
La donna posò un'altra carta sopra le altre, le coperte erano un
groviglio intorno alle sue gambe. «Potresti smettere di suonare
adesso?» chiese, senza voltarsi. «Quel tuo violino mi urta
i nervi »
Il drago chiuse gli occhi e affondò l'archetto sulle corde, quasi
per dispetto. Altre note si sciolsero nella stanza, incattivite. Riprese
a suonare con più tenacia ora che lei gli aveva detto di smetterla.
«Come il sole, mio tesoro?» mormorò, maligno.
Lei si voltò un solo istante verso di lui. Dante vide due occhi
azzurri trapassarlo come lame. «Di più» fu la risposta.
«Posalo, adesso »
La musica divenne allegra, insistente, incessante. Dante la fissò
dritta negli occhi con aria di sfida, aumentò il ritmo, sforzò
l'archetto, sorrise ben sapendo che questo l'avrebbe irritata. La melodia
trapassò i timpani di entrambi, esplose nella stanza divenendo
quasi insopportabile «E se non lo facessi?» gridò,
sovrastando le sue stesse note.
Farla arrabbiare, era così divertente sfidare una creatura antica,
così antica da potergli far provare ancora il brivido della morte,
il sottile piacere di portarsi al limite estremo e superarlo un secondo
solo.
Commettere gli errori più grossi e poi farsi perdonare da lei.
Tabata era capace di odiare a tal punto che il suo rancore diventava quasi
un pericolo fisico.
Ma allo stesso tempo lo coinvolgeva
liberandolo per pochi istanti
da se stesso. In luoghi dal quale non era sicuro di poter fare ritorno.
Questo era consolante. Sapere che là, in quella stanza, fra quelle
lenzuola e contro quelle labbra poteva anche affogare, se voleva. Dimenticare
tutti gli sbagli ed essere dimenticato a sua volta.
Lillusione durava poco, infinitamente poco per uno come lui, ma
esisteva, durava, anche se per un solo battito di cuore.
Tabata sembrò imbestialirsi. I suoi occhi si fecero più
azzurri e al tempo stesso profondi come due baratri. Dante pensò
che lasciarsi ipnotizzare, assopirsi guardandola e non svegliarsi mai
più era l'incubo e il sogno che faceva ogni volta che la sua mente
vagava avida nei meandri di quella torre maledetta. Sì, morire
lì in quell'istante.
Tabata era sul punto di urlare ma non lo fece. La carta che aveva in mano
si accartocciò sotto una stretta incattivita delle sue unghie viola,
ma poi fu posata con le altre. Un gesto secco, convulso ma silenzioso.
«Sei patetico» lo apostrofò, con tono di compatimento.
Lui continuò a suonare.
Gli sembrava di averla in pugno. Si illuse una volta di più che
quel tono sommesso, che la sua improvvisa calma fossero un segno del suo
trionfo. Le ferite sul suo corpo della loro ultima lotta si
aprirono di nuovo ma lasciò che il sangue macchiasse le coperte
di seta.
«Vieni qui a piangerti addosso per una stupida ragazzina»
le parole le uscirono di bocca sibilate, quasi striscianti. Si era voltata
di nuovo verso i suoi tarocchi consunti. Vecchie carte di vecchio materiale.
Figure sbiadite e inguardabili. Dante poteva vedere le sue spalle nude,
il profilo dei suoi seni mentre si chinava ad aggiungere un'altra carta
che aveva disposto sulle coperte. I suoi occhi di creatura della notte
ci vedevano anche al buio, forse meglio dei suoi.
Il violino cessò di piangere.
«Taci» la voce del drago era divenuta così scura che
sembrava provenire direttamente dagli abissi del suo cuore, era qualcosa
di indecifrabile, di doloroso. Un tristezza che minacciava rabbia.
Il suo sorriso sbiadì. Sentì la cattiveria di Tabata investirlo
come un fiume in piena, raccogliersi nella gola della donna e quindi inondare
lo spazio che c'era tra loro attraverso le sue parole fredde.
«Dovresti lasciartela alle spalle, Dante. Non era niente e mai lo
sarà,» continuò lei. «Una piccola donna stupida
che non ha capito.»
«FINISCILA!» l'urlo stavolta uscì rauco, Dante
rilassò le braccia sul letto rinunciando definitivamente a suonare.
Non era più un gioco tra loro, era il suo divertimento: torturarlo.
Tabata sorrise. «Il suo nome. Dimmelo ancora.»
Il drago rimase in silenzio, la testa china, guardava davanti a sé
senza vedere nient'altro che l'ombra. Forse il sole stava sorgendo oltre
i monti, lontano. Forse l'alba aveva invaso le terre aride e cacciava
via le ombre di una notte passata a farsi del male.
Quasi sperò di avere ragione, ma non l'aveva. La notte regnava
ancora oppure lei lo avrebbe saputo.
Ricordò la luce arancione che la sua donna non poteva più
vedere adesso. La stessa luce che Tabata non aveva mai visto. «No.»
«Dirlo ti fa paura?»
I capelli neri del drago erano sparsi sul letto come i fili di un'immensa
ragnatela. Dante ne seguì alcuni con lo sguardo per poi perderli
oltre le lenzuola. «Non dire stupidaggini» mormorò.
«Allora dillo» insistette lei. «Rivelami il suo nome,
ancora una volta.»
Dante emise un ringhio sommesso, irritato. «Sei infantile e viziata»
l'apostrofò. «Lasciami in pace.»
Tabata estrasse ancora una carta, quindi osservò i tarocchi che
aveva davanti con lo sguardo vacuo. «Il sole sta sorgendo»
mormorò, la sua voce era remota, atona. «Il sole, Dante...
il sole... tienilo lontano...»
Solo allora il drago alzò lo sguardo. Lei gli dava le spalle, ma
poteva vederla reclinare un poco la testa, i capelli che le scivolavano
lungo la schiena ancora nuda. Aggrottò la fronte, stranito. «DANTE!
IL SOLE!!» gridò, quasi isterica.
«Le tende sono tirate,» commentò. «Smettila.»
«IL SOLE!» la donna continuava a urlare, la voce era diventata
stridula come se fosse in preda alle convulsioni. «TIENILO LONTANO
DANTE! LONTANO! LONTANO! LONTANO!! TI PREGO! CACCIALO!!»
Senza pensare alle cattiverie che si erano scambiati, alle ferite inferte
e ricevute, Dante si gettò su di lei prendendola per le spalle.
«Tabata, non c'è sole!»
«L'ALBA, DANTE, L'ALBA» si agitava, cercando di divincolarsi
dalla sua stretta. I suoi occhi azzurri si rigirarono all'indietro, mostrando
il bianco. Poi ebbe una convulsione e cadde all'indietro, distesa sul
letto. Prese a graffiarsi il viso con le mani, così il drago fu
costretto a inchiodarle i polsi al materasso. Le manette quasi gli tagliarono
i palmi delle mani.
«LA LUCE...TIENILA LONTANA DA...»
«Tabata, per la miseria calmati! Mancano ancora due ore! Tab- »
Stava ridendo. «... DA LEI...» rise ancora. Rise così
forte da soffocarsi e lo guardò, con gli occhi pieni di una malignità
nemmeno lontanamente nascosta. «Potrebbe bruciarsi. Piccola, dolce,
stupida... Sierra.»
Il drago strinse i polsi di Tabata tra le mani e la guardò con
un misto di rabbia e incredulità che nemmeno i suoi occhi immutabili
riuscirono a coprire. Le sue pupille si restrinsero ancora di più
se possibile, affogate in un rosso spento.
I capelli spettinati, le labbra dischiuse a mostrare denti digrignati,
e lei continuava a ridere contorcendosi.
Sentì che aveva un gran voglia di farle del male. Ma era dannatamente
difficile, troppe volte i suoi occhi si erano soffermati su di lei giocandogli
brutti scherzi, facendogli vedere la ragazza che non aveva più.
Era
maledettamente difficile. Era qualcosa che lo legava a Tabata
in modo così stretto da non permettergli di allontanarsi. Tutti
gli anni che erano stati lontani non valevano più niente se lei
desiderava intensamente averlo accanto di nuovo. Come se le loro menti
fossero collegate e adesso che era lì e che gli rideva in faccia,
non era in grado di prenderla a schiaffi come avrebbe voluto, di farla
smettere di ridere. Sarebbe stato come rivivere un brano del suo passato
che tanto lo straziava.
La strattonò con un gesto stizzito e si alzò. «Me
ne vado.»
Lei si alzò sugli avambracci, le sue risate si spensero all'improvviso
come l'ultima stella che era sbiadita nel cielo. «No, non è
vero!» esclamò.
«Oh certo che è vero. Lincantesimo è rotto.
Basta.»
Lei lo guardò come trafitta. Ma presto montò altra rabbia.
Le sue risa erano un ricordo.
«Quale incantesimo Dante? Vieni qui per non pensare a lei. Ma lo
fai e credi che stare con me possa salvare la tua anima.»
«Vado via. Questo è quanto.» rispose lui secco, senza
la più pallida parvenza di sentimenti. Quel tono che era in grado
di far perdere le staffe a quella creatura così antica dalla forma
di donna.
Il drago si allontanò come scivolando sul pavimento.
Seguito poco dopo dalla sua ombra liquida.
«Per quanto ancora continuerai, Dante?»
Lei serrò la presa sulle coperte.
«Quanto inutile tempo dovrà ancora passare, Dante? Ancora
non hai capito nulla, Dante! Né di te, né di nessun altro!»
si morse le labbra, poi riprese a sorridere. Ma smise quasi subito.
«Per quanto continuerai a camminare di fianco alla storia, Dante?
Per quanto ancora la tua ombra carezzerà la strada senza intralciarla,
Dante? Per quanto ancora camminerai di fianco al sentiero fissando il
mondo con quegli occhi spenti, DANTE?»
«Dante!»
«Dante
»
La porta non si era ancora chiusa ma lui se nera già andato
via.
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