Cinquantaduesimo Episodio: The Last Remaining Light


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La torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo grigio. Gli occhi gialli delle sue finestre gotiche proiettavano luci tremolanti di candela che avanzavano a stento nella pesante, quasi palpabile, nebbia. Quelle terre isolate e solitarie apparivano fuori dal tempo e dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante. Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman, in una terra che solo Lei conosceva e nella quale Lei soltanto poteva permetterti di entrare. O di uscire.
Sorrise beffardo, sotto le lenti degli occhiali tondi che davano al suo viso l'aria affettata, composta e sottile per la quale era conosciuto. L'eleganza, la grazia della sua specie e tutto il suo personalissimo stile antiquato.
Il portone era vecchio e inospitale, così come sarebbe stato l'interno non appena il suo bussare discreto avrebbe trovato risposta.
A due ore dall'alba, le tende erano ancora tirate. La stanza immersa in un buio denso sembrava non avere più confini. Le pareti erano sparite, inghiottite dalle ombre, l'alto soffitto si era perso quasi non fosse mai esistito.
L'unica cosa che Dante percepiva era l'immenso letto pesante su cui era seduto. Riusciva a scorgere i riflessi delle coperte di seta tra le sue gambe e quelle di Tabata.
Vedeva lei, seduta in fondo al letto che gli dava le spalle. Era una figura minuta e pallida, quasi una macchia bianca e lucida in quel luogo privo di luce. Le spalle leggermente incurvate, la lunga e sfilacciata cascata dei suoi capelli tra i quali spuntavano prepotenti le ciocche albine. La visione inquieta e sola di un potere che non aveva definizioni, né limiti. Un male pericoloso e spaventato.
Dante ricordò il momento del loro incontro. Per brevi istanti, davanti ai suoi occhi chiusi, vide il sorriso di quelle labbra nel buio fitto della foresta. Sentì il palpito leggero del cuore e il respiro uscire da quelle labbra come una preghiera. Ogni alito caldo era una richiesta.
Era apparsa come la nebbia e se n'era andata altrettanto veloce.
Come un incubo prima dell'alba.
La donna posò un'altra carta sopra le altre, le coperte erano un groviglio intorno alle sue gambe. «Potresti smettere di suonare adesso?» chiese, senza voltarsi. «Quel tuo violino mi urta i nervi »
Il drago chiuse gli occhi e affondò l'archetto sulle corde, quasi per dispetto. Altre note si sciolsero nella stanza, incattivite. Riprese a suonare con più tenacia ora che lei gli aveva detto di smetterla. «Come il sole, mio tesoro?» mormorò, maligno.
Lei si voltò un solo istante verso di lui. Dante vide due occhi azzurri trapassarlo come lame. «Di più» fu la risposta. «Posalo, adesso »
La musica divenne allegra, insistente, incessante. Dante la fissò dritta negli occhi con aria di sfida, aumentò il ritmo, sforzò l'archetto, sorrise ben sapendo che questo l'avrebbe irritata. La melodia trapassò i timpani di entrambi, esplose nella stanza divenendo quasi insopportabile «E se non lo facessi?» gridò, sovrastando le sue stesse note.
Farla arrabbiare, era così divertente sfidare una creatura antica, così antica da potergli far provare ancora il brivido della morte, il sottile piacere di portarsi al limite estremo e superarlo un secondo solo.
Commettere gli errori più grossi e poi farsi perdonare da lei.
Tabata era capace di odiare a tal punto che il suo rancore diventava quasi un pericolo fisico.
Ma allo stesso tempo lo coinvolgeva… liberandolo per pochi istanti da se stesso. In luoghi dal quale non era sicuro di poter fare ritorno.
Questo era consolante. Sapere che là, in quella stanza, fra quelle lenzuola e contro quelle labbra poteva anche affogare, se voleva. Dimenticare tutti gli sbagli ed essere dimenticato a sua volta.
L’illusione durava poco, infinitamente poco per uno come lui, ma esisteva, durava, anche se per un solo battito di cuore.
Tabata sembrò imbestialirsi. I suoi occhi si fecero più azzurri e al tempo stesso profondi come due baratri. Dante pensò che lasciarsi ipnotizzare, assopirsi guardandola e non svegliarsi mai più era l'incubo e il sogno che faceva ogni volta che la sua mente vagava avida nei meandri di quella torre maledetta. Sì, morire lì in quell'istante.
Tabata era sul punto di urlare ma non lo fece. La carta che aveva in mano si accartocciò sotto una stretta incattivita delle sue unghie viola, ma poi fu posata con le altre. Un gesto secco, convulso ma silenzioso. «Sei patetico» lo apostrofò, con tono di compatimento.
Lui continuò a suonare.
Gli sembrava di averla in pugno. Si illuse una volta di più che quel tono sommesso, che la sua improvvisa calma fossero un segno del suo trionfo. Le ferite sul suo corpo della loro ultima “lotta” si aprirono di nuovo ma lasciò che il sangue macchiasse le coperte di seta.
«Vieni qui a piangerti addosso per una stupida ragazzina» le parole le uscirono di bocca sibilate, quasi striscianti. Si era voltata di nuovo verso i suoi tarocchi consunti. Vecchie carte di vecchio materiale. Figure sbiadite e inguardabili. Dante poteva vedere le sue spalle nude, il profilo dei suoi seni mentre si chinava ad aggiungere un'altra carta che aveva disposto sulle coperte. I suoi occhi di creatura della notte ci vedevano anche al buio, forse meglio dei suoi.
Il violino cessò di piangere.
«Taci» la voce del drago era divenuta così scura che sembrava provenire direttamente dagli abissi del suo cuore, era qualcosa di indecifrabile, di doloroso. Un tristezza che minacciava rabbia.
Il suo sorriso sbiadì. Sentì la cattiveria di Tabata investirlo come un fiume in piena, raccogliersi nella gola della donna e quindi inondare lo spazio che c'era tra loro attraverso le sue parole fredde.
«Dovresti lasciartela alle spalle, Dante. Non era niente e mai lo sarà,» continuò lei. «Una piccola donna stupida che non ha capito.»
«FINISCILA!» l'urlo stavolta uscì rauco, Dante rilassò le braccia sul letto rinunciando definitivamente a suonare.
Non era più un gioco tra loro, era il suo divertimento: torturarlo.
Tabata sorrise. «Il suo nome. Dimmelo ancora.»
Il drago rimase in silenzio, la testa china, guardava davanti a sé senza vedere nient'altro che l'ombra. Forse il sole stava sorgendo oltre i monti, lontano. Forse l'alba aveva invaso le terre aride e cacciava via le ombre di una notte passata a farsi del male.
Quasi sperò di avere ragione, ma non l'aveva. La notte regnava ancora oppure lei lo avrebbe saputo.
Ricordò la luce arancione che la sua donna non poteva più vedere adesso. La stessa luce che Tabata non aveva mai visto. «No.»
«Dirlo ti fa paura?»
I capelli neri del drago erano sparsi sul letto come i fili di un'immensa ragnatela. Dante ne seguì alcuni con lo sguardo per poi perderli oltre le lenzuola. «Non dire stupidaggini» mormorò.
«Allora dillo» insistette lei. «Rivelami il suo nome, ancora una volta.»
Dante emise un ringhio sommesso, irritato. «Sei infantile e viziata» l'apostrofò. «Lasciami in pace.»
Tabata estrasse ancora una carta, quindi osservò i tarocchi che aveva davanti con lo sguardo vacuo. «Il sole sta sorgendo» mormorò, la sua voce era remota, atona. «Il sole, Dante... il sole... tienilo lontano...»
Solo allora il drago alzò lo sguardo. Lei gli dava le spalle, ma poteva vederla reclinare un poco la testa, i capelli che le scivolavano lungo la schiena ancora nuda. Aggrottò la fronte, stranito. «DANTE! IL SOLE!!» gridò, quasi isterica.
«Le tende sono tirate,» commentò. «Smettila.»
«IL SOLE!» la donna continuava a urlare, la voce era diventata stridula come se fosse in preda alle convulsioni. «TIENILO LONTANO DANTE! LONTANO! LONTANO! LONTANO!! TI PREGO! CACCIALO!!»
Senza pensare alle cattiverie che si erano scambiati, alle ferite inferte e ricevute, Dante si gettò su di lei prendendola per le spalle. «Tabata, non c'è sole!»
«L'ALBA, DANTE, L'ALBA» si agitava, cercando di divincolarsi dalla sua stretta. I suoi occhi azzurri si rigirarono all'indietro, mostrando il bianco. Poi ebbe una convulsione e cadde all'indietro, distesa sul letto. Prese a graffiarsi il viso con le mani, così il drago fu costretto a inchiodarle i polsi al materasso. Le manette quasi gli tagliarono i palmi delle mani.
«LA LUCE...TIENILA LONTANA DA...»
«Tabata, per la miseria calmati! Mancano ancora due ore! Tab- »
Stava ridendo. «... DA LEI...» rise ancora. Rise così forte da soffocarsi e lo guardò, con gli occhi pieni di una malignità nemmeno lontanamente nascosta. «Potrebbe bruciarsi. Piccola, dolce, stupida... Sierra.»
Il drago strinse i polsi di Tabata tra le mani e la guardò con un misto di rabbia e incredulità che nemmeno i suoi occhi immutabili riuscirono a coprire. Le sue pupille si restrinsero ancora di più se possibile, affogate in un rosso spento.
I capelli spettinati, le labbra dischiuse a mostrare denti digrignati, e lei continuava a ridere contorcendosi.
Sentì che aveva un gran voglia di farle del male. Ma era dannatamente difficile, troppe volte i suoi occhi si erano soffermati su di lei giocandogli brutti scherzi, facendogli vedere la ragazza che non aveva più. Era… maledettamente difficile. Era qualcosa che lo legava a Tabata in modo così stretto da non permettergli di allontanarsi. Tutti gli anni che erano stati lontani non valevano più niente se lei desiderava intensamente averlo accanto di nuovo. Come se le loro menti fossero collegate e adesso che era lì e che gli rideva in faccia, non era in grado di prenderla a schiaffi come avrebbe voluto, di farla smettere di ridere. Sarebbe stato come rivivere un brano del suo passato che tanto lo straziava.
La strattonò con un gesto stizzito e si alzò. «Me ne vado.»
Lei si alzò sugli avambracci, le sue risate si spensero all'improvviso come l'ultima stella che era sbiadita nel cielo. «No, non è vero!» esclamò.
«Oh certo che è vero. L’incantesimo è rotto. Basta.»
Lei lo guardò come trafitta. Ma presto montò altra rabbia. Le sue risa erano un ricordo.
«Quale incantesimo Dante? Vieni qui per non pensare a lei. Ma lo fai e credi che stare con me possa salvare la tua anima.»
«Vado via. Questo è quanto.» rispose lui secco, senza la più pallida parvenza di sentimenti. Quel tono che era in grado di far perdere le staffe a quella creatura così antica dalla forma di donna.
Il drago si allontanò come scivolando sul pavimento.
Seguito poco dopo dalla sua ombra liquida.
«Per quanto ancora continuerai, Dante?»
Lei serrò la presa sulle coperte.
«Quanto inutile tempo dovrà ancora passare, Dante? Ancora non hai capito nulla, Dante! Né di te, né di nessun altro!» si morse le labbra, poi riprese a sorridere. Ma smise quasi subito.
«Per quanto continuerai a camminare di fianco alla storia, Dante? Per quanto ancora la tua ombra carezzerà la strada senza intralciarla, Dante? Per quanto ancora camminerai di fianco al sentiero fissando il mondo con quegli occhi spenti, DANTE
«Dante!»

«Dante…»
La porta non si era ancora chiusa ma lui se n’era già andato via.

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