Cinquantatreesimo Episodio: What Planet is This!


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«YAAAAAAARGH
Noah addentò un grosso pezzo di ghiaccio.
Beh si… non grosso, della serie… un ghiacciolo... nemmeno grosso come il ghiaccio che tolgo dal mio frigorifero rotto.
Era una montagna di ghiaccio.
Era la montagna che incombeva sul laghetto, era un picco di roccia ricoperto da una armatura di ghiaccio spessa qualche metro; dall’altezza in cui si trovava Noah, il monte continuava per un’altra trentina di metri in altezza con un diametro alla base intorno ai sei o sette metri.
Dopo essersi spremuto le meningi per un po’, aveva deciso che far crollare tutto quel ghiaccio sul lago avrebbe fatto traboccare abbastanza acqua… senza contare che con un po’ di fortuna il crollo poteva anche infrangere uno dei bordi del monte verso la città facendo defluire gran parte dell’acqua…
Da quel monte non ci avrebbe messo molto a raggiungere la città, seguendo la valle scavata dal fiume emissario che nasceva dal lago nelle interminabili estati di disgelo di Tradnor.
Noah strattonò un po’ con i denti ma ovviamente non sortì alcun effetto, a parte due grossi lacrimoni per il freddo che si era impadronito dei suoi canini e incisivi!
Se ne stette per cinque minuti buoni raggomitolato a terra con le mani sulla bocca per aspettare che il dolore diminuisse.
Provò di nuovo con le sue spade sdentate, ma il ghiaccio era più duro del metallo.
La prima volta quegli arnesi risuonarono come un diapason urtando il ghiaccio e ritrasmettendo a lui tutta la forza che aveva impiegato.
Quando smise di vibrare, come un gatto che si scrolla di dosso l’acqua, ci riprovò e le spade si ruppero una volta per tutte.
«EH NO! COSO SCHIFOSO
Disse tirando un calcio al monte.
«BRUTTO BASTARDO QUELLE ME LE ERO COMPRATE COL SUDORE DELLA MIA CAZZO DI FRONTE!! »
Sulla montagna spirò una leggera brezza, mentre un cumulo di neve fresca appena posata sul picco cascava in testa al ragazzo…
Uscì dalla neve sbraitando qualche imprecazione nel dialetto di Tradnor, poi buttò a terra lo zaino e ci si sedette sopra imbufalito.
Si mise una sigaretta in bocca e provò ad accenderla.
Al trentaduesimo fiammifero buttato a terra si scocciò.
Guardò le stelle, prima probabilmente per lanciare qualche maledizione ai piani alti, poi per vedere che ora era; oltre una sottile coltre di nuvole erano ben visibili adesso.
Probabilmente mancava poco a mezzogiorno. Il cielo iniziava a essere chiaro, forse quel giorno sarebbe sorto il sole.
«Merda non farò mai in tempo…»
Poi improvvisamente ebbe un’idea.
«Ma certo!» si avventò sullo zaino. Afferrò le katane di Dante e…
… le buttò via.
Ehm… le buttò via, fece sprofondare un braccio nello zaino e ne estrasse della carne secca.
Si sedette di nuovo sullo zaino e prese a mangiare di gusto.
Se le lanciava in bocca come fossero coccodrilli gelatinosi masticando poco o niente prima di ingoiare.
«Al diavolo i modi signorili a tavola di Dante Reznor Lord dei miei stivali.» borbottò fra un “chomp” e l’altro.
Dante nella sua magione comoda e al caldo, starnutì. Aimee lo guardò curiosa e lui sprofondò ancora di più il volto nel libro che stava leggendo.
Avvolto nella pelliccia e seduto sullo zaino, Noah sembrava un grosso orso polare goloso.
La montagna rimase impassibile di fronte alla scena.
Quando Noah ebbe finito per qualche istante assunse l’espressione dei gatti quando sonnecchiano, appagata.
Poi si ricordò della sua missione disperata.
Fece mente locale.
«Allora… vediamo un po’… ci sarebbero gli stuzzicadenti che mi ha regalato Dante ma…»
Si grattò il naso.
«...ma non mi va di far felice il corvaccio che regala le katane…»
Dopo un po' Noah si strinse nelle spalle.
Afferrò la stoffa in cui teneva le katane e le sfoderò con cura.
Le fissò a lungo.
Impugnò una delle due, fece scorrere due dita sulla lama per poi farle schioccare sopra l’acciaio che risuonò come impazzito.
«Beh per essere belle sono belle…» disse reprimendo qualche brivido che gli era corso lungo la schiena con quel suono.
Risoluto, tornò a sfidare il monte con sguardo arcigno.
«Ok, vediamo se queste servono a qualcosa…»
Mollò un fendente con una. Senza sortire il più insignificante effetto.
«Ecco avete visto!?» gridò a nessuno in particolare. «Non servono a nulla! Sono soprammobili!»
Noah si grattò il mento.
Mentre era di nuovo intento a pensare, il suo zaino scivolò all’indietro e cadde per un buon centinaio di metri di strapiombo, sul lago, lontano dalle sue mani…
«La mia… ca-carne secca…» sussurrò.
Si sporse. Non c’era modo di recuperarla.
«LA MIA CARNE SECCA! NON AVEVO ANCORA FINITO DI MANGIARE! NON AVEVO ANCORA FINITO LE SCORTE
Gridò incavolato.
Poi vide a terra i trentadue fiammiferi gettati in mezzo a un cumulo di arnesi per il fuoco: un acciarino, una pietra focaia, due o tre zippo e quattro accendini a gas di cui uno con la forma di un fucile a canne mozze.
«NON POSSO NEMMENO FUMARMI UNA SIGARETTA IN SANTA PACE!» continuò alzando il tono della voce.
«E PORCA ZOZZA MI HAI SCASSATO PURE LE SPADE!!»
Una piccola frana si staccò sotto di lui e precipitò candida sul laghetto senza intaccare il ghiaccio che lo ricopriva.
Il vento dileggiò i suoi capelli mentre il suo sopracciglio destro cominciò a guizzare impazzito.
«CHE FAI MONTE DEL CAZZO?? PRENDI PURE PER IL CULO?? EAAAAAARGH!!»
I suoi occhi divennero un puntino quando, imbestialito, afferrò le katane al contrario, come pugnali e mollò un doppio fendente ad “X” sul ghiaccio con tutta la forza dell’improvviso accesso d’ira. Le katane di Dante sfavillarono durante il colpo.
«CREPA BASTARDO!» infierì con un calcio.
Poi sbiancò.
Il taglio ad “X” era ben visibile sul picco di ghiaccio. In una frazione di secondo le superfici presero a scorrere l’una sull’altra, e ovviamente il calcio le fece scorrere nella parte sbagliata.
«ARGH NO!» gridò. Prese una spada e la conficcò come un piccone, poi prese a tirare.
«NON CADERE DALL’ALTRA PARTE PORCO…» sul collo una vena si gonfiò a dismisura mentre gli veniva un’ernia per lo sforzo.
Poi finalmente tirò il fiato.
«Ah…bravo così… segui il re Noah…» il pezzo prese a scorrere verso di lui.
Un’ombra notturna, leggermente più scura del resto, lo coprì.
«Oh cazzo. NO… no no no no!! NON ADESSO! NON ADDOSSO!» spalancò la bocca mentre la rupe precipitava verso il laghetto portandoselo dietro come punta di diamante.
«NOOOOOOOOOOOOOOOOO!!»
Precipitò e le sue grida svanirono lasciando la rupe silenziosa. Prima di un enorme boato.
Il grosso blocco di roccia e ghiaccio si schiantò sul bordo sud del lago facendo franare parte del ghiaccio che lo circondava e spaccando irrimediabilmente quello che lo ricopriva come una teca di cristallo.
Le acque in pochi istanti presero a defluire via con una violenza incredibile, scendendo giù dal monte in una cascata che copriva in un salto più di quattrocento metri di strapiombo faticosamente scalato da Noah il giorno prima.
Il ragazzo fece da cuscinetto d’aria nell’impatto fra le due masse di ghiaccio. Tossì sangue prima di sprofondare a decine di metri sott’acqua.
L’acqua era calda, incredibilmente calda rispetto a fuori. Per un attimo si lasciò andare al tepore poi, come se stesse nascendo, improvvisamente l’acqua andò via e lui si sentì risucchiare verso l’esterno.
Una fiumana di imprecazioni sottomarine in forma di bolle uscirono dalla sua bocca mentre veniva scagliato verso lo strapiombo.
«UOOOÒOOOH!!» schizzò fuori dalla cascata come un proiettile, gridando ad effetto doppler, prima di esserne inghiottito di nuovo centinaia di metri sotto.
Si stava divertendo troppo.
L’avanzata dell’acqua era inarrestabile, ghiaccio e rocce venivano spezzate nella folle corsa giù per la valle, ma Noah era ancora vivo.
Dall’interno dell’inondazione prese a nuotare con ancora le katane in mano.
Il suo era uno stile “rana che affoga”, a bocca aperta, con violenza.
Nuotava lungo l’incredibile corrente per arrivare sulla cresta dell’onda.
Arrivato verso la fine cominciò lo stile libero.
Il primo passo messo a terra lo fece scattare più avanti dell’inondazione, da li cominciò a correre senza modificare granché l’assetto… lungo una pendenza che tante imprecazioni gli aveva fatto consumare all’andata, in salita.
«Argh! Ma perché mi sono messo d’avanti!» gridò d’un tratto guardando indietro.
Le acque divoravano tutto come un gigantesco mostro con le fauci che si rimescolavano di continuo lungo i bordi della stretta valle.
Lui correva così veloce che non aveva bisogno di racchette. Lasciava una scia di neve che veniva subito inglobata.
«Bene!» si disse mettendosi una mano sotto il mento e l’altra a reggere il braccio con fare riflessivo, mentre con due o tre balzi riusciva a distanziare l’inondazione.
«Ora si pone un altro problema: come buco la terra sotto Tradnor?» l’onda l’inghiottì.
Poco dopo, utilizzando lo stesso metodo, prima a nuoto poi di corsa, riuscì a uscire nuovamente dall’acqua.
«PUAH!» respirò.

Sul colle del cimitero Lilith aveva raccolto poco meno di cinquemila persone. Tutti sopravvissuti. Una ventina erano morte quel giorno, un altro centinaio attendeva la morte, non c’era stato modo di spostarli. A quale pro poi?
«Quanto diavolo ci mette…» sibilò la dottoressa mentre quattro monatti, addetti a portare i cadaveri al lazzaretto, continuavano a passeggiare avanti e indietro davanti a lei.
Nell’attesa i quattro tipi si raccontavano le cose più strane che erano successe loro durante il lavoro.
«Perché?! Non vi ho raccontato mai di quella volta che sono andato a prendere la prostituta? Era già mezza morta ma ci teneva a “donarsi” per l’ultima volta ad un uomo!»
«Bleah! Che schifo!» ridacchiarono gli altri prima di venir fulminati dallo sguardo di Lilith. La ragazza si sentì tirare una manica da qualcuno.
«Dottoressa… se non ci ha strappato la peste a questa vita, lo farà il freddo…» provò a parlare un vecchio che nascondeva due nipotini sotto un pesante mantello.
Lilith fissò i due frugoletti praticamente paralizzati dal freddo.
«Andiamo Noah… cosa aspetti…»
«Un momento! Cos’è quello!» gridò un soldato che si era rifugiato li sopra con loro.
I cittadini di Tradnor videro lo tsunami.
Con le fauci spalancate, una terribile inondazione veniva da nord. Acqua che correva veloce come il vento sopra la neve ghiacciata, un vero spettacolo sovrannaturale.
«È la fine! L’apocalisse!» gridò una vecchia.
«Silenzio! Non esiste l’apocalisse in questo mondo, quello è “Re” Noah!» disse lei sicura «almeno spero…»

E Noah stava li, a correre davanti all’onda anomala.
«Anf anf anf anf anf!» respirava come un mantice al ritmo delle gambe che si muovevano senza essere facilmente distinguibili.
Arrivato in prossimità del maschio centrale posto a nord della capitale, un lampo di luce baluginò sui suoi occhi.
«Ma certo! Due piccioni con una fava!» gridò. «Dove alloggiavamo noi adesso dormiranno sicuramente quei bastardi che hanno ridotto così la mia città!»
Era la zona fortificata della sua capitale.
Il palazzo reale, chiudeva la possente cinta muraria che circondava tutta la cittadella, oltre la quale si estendeva il resto della città recente.
Nella corsa Noah allargò le spade come se dovesse spiccare il volo.
Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo prima di lanciarsi contro la torre più alta del castello, che si ergeva sulle mura per altri quaranta metri.
«AAAAAAAAAAAAARGH
Le sue spade fischiarono impazzite contro la roccia, poi l’onda lo raggiunse sbattendolo violentemente contro la cinta muraria.
Perse i sensi.

La dottoressa assistette ad uno spettacolo entusiasmante.
La terrificante onda entrò nella conca, scendendo nel cratere naturale creato dalla città.
Le prime case vennero letteralmente spazzate via. Poi l’acqua urtò contro la cinta muraria, s'infranse creando una colonna si spruzzi alta più di cento metri, che poi ricadde per metà ghiacciata, all’interno della cittadella.
In contemporanea all’urto il sole fece capolino all’orizzonte per una brevissima alba disegnando un gigantesco arcobaleno sopra la città, la folla ammutolì.
Il resto dell’acqua si sparse penetrando sottoterra per i tombini per i canali e per qualsiasi altro buco che portasse alle fogne e continuava ad affluire. Tutta la città si riempì come in una incredibile illusione magica, compresa la fossa comune
Era la liberazione della loro città.
Dopo un buon quarto d'ora di afflusso l’acqua finì.
Aveva raggiunto il livello di un tre o quattro metri d’altezza nonostante le fogne.
«E’ fatta dottoressa! La città è salva!» gridò la gente.
Ma lei rimase silenziosa. Scrutava intorno a se affascinata ma attenta, erano solo a metà dell’opera. L’acqua in quel modo si sarebbe gelata in poco tempo e non potevano permetterlo.
La folla poco a poco smise di gridare di gioia, anche loro iniziavano a scorgere il lato orribile di quel meraviglioso spettacolo.
Mentre Lilith guardava il palazzo le sembrò che la sua vista si annebbiasse. Iniziò a vederci doppio, forse era per la pressione cui era stata sottoposta, la paura che la scommessa di Noah non risultasse vincente. Indietreggiò e si accasciò a terra.
Ma a quanto pare non era stata la sola a vedere qualcosa di strano a palazzo.
«La torre regia trema!» iniziò a gridare qualcuno.
«È un cattivo auspicio! Moriremo tutti!»
Il volto di Lilith s'illuminò.
« È pazzo! È pazzo!!» gridò felice ed estasiata.
I monatti la fissarono pronti a intervenire ma lei era semplicemente felice.
«NOAH È PAZZO!! HAHA PAZZO COME SOLO IL MANA LO SA! Sta facendo crollare tutta quella roccia per aprire un buco nei sotterranei fino alla lava!» urlò di gioia al mondo, proprio mentre la torre più alta implodeva.
Ottanta metri di roccia che crollavano su loro stessi fino alle segrete reali, ai sotterranei, la dove lo strato che separava la città dalla falda era molto più sottile.
La popolazione vide sparire il pennacchio più alto della torre per vederlo sostituire poco dopo da un colossale geyser alto forse duecento metri. Di nuovo un arcobaleno, più forte e grandioso di prima.
L’acqua stava evaporando.
Poco dopo un’altra ventina di geyser esplosero nella città e l’acqua poco a poco prese a ribollire come in una grossa pentola. La neve del cratere si sciolse fino a uno strato di ghiaccio ma l’acqua continuò a evaporare.
Fu allora che esplose il grido liberatorio degli abitanti di Tradnor.
Noah si issò sopra una lapide mezza sommersa della collina del cimitero, con ancora in mano le due katane. La sua pelliccia era strappata e distrutta. Perdeva sangue dal naso.
Alzò il pugno al cielo, sorridente.
Poi svenne.

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