Cinquantaquattresimo Episodio: Charlie Big Potato


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«Non fosse stato per re Ethan Zanderu adesso saremmo cibo per i vermi…» disse Nives dando un calcio a un sassolino sulla strada.
Samirien alle loro spalle ancora fumava in alcuni punti, ma era salva. La notte aveva inghiottito i suoi falò e le sue macerie.
«Secondo me faceva bene a venderci a Ghorost…» continuò «che ci ha guadagnato lui dall’aver combattuto con noi?»
«Nulla. Ma credo avrebbe perso tutto se non si fosse occupato con noi di Ghorost in quel momento che ne aveva la possibilità…» s’intromise Ville.
Wein atterrò davanti a loro.
«Ho fatto una ricognizione del luogo, sembra tranquillo. Possiamo accamparci qui, fra uno o massimo due giorni dovremmo arrivare nei pressi della torre. L’eclissi sarà a mezzogiorno del terzo secondo il calendario dei Draghi Occulti…»
«Bene… » commentò Ville. «Nives, Astea? Andate a caccia.»
Astea trasalì. Ville non aveva ancora avuto modo di chiedergli perché lo avesse visto rientrare di mattina invece che dormire nel suo letto, quando l’attacco era cominciato.
Nives lo trascinò via per il bavero del cappotto mentre lui era ancora immerso a pensare.
«Vacci piano Astea! Non mi portare roba semidistrutta altrimenti mangiamo una schifezza!» urlò Wein.

Mentre Ville montava la tenda delle ragazze, Wein si preoccupò di montare quella sua e di Astea.
A dire la verità armeggiava di più con una specie di rifugio che con una tenda vera e propria.
Le sere erano calde e c’era bisogno solo di una copertura in caso di pioggia, o di umidità il mattino.
Legava un grosso telo alle due estremità della balestra, fissava a terra l’arma con un unico tirante legato ai due capi dell’arma, e poi legava gli altri due lembi del telo a degli alberi a poco meno di mezzo metro d’altezza.
Sotto ci si infilava con Astea.

«Secondo te abbiamo fatto bene ad andarcene via subito?» domandò Astea.
«Dove? Da tua sorella o da Samirien?»
«Da entrambi…»
Nives zittì Astea con la mano… poi riprese a passeggiare. Nessuna preda in vista.
«Vedi Astea… se vuoi sapere se siete voi la causa di quel massacro… beh devo essere schietta, la risposta è sì.»
Astea scosse la testa.
«Ma voi non ne avete colpa!»
«Come no! L’hai appena detto! È stata nostra l’idea di andare in giro per le città. In fondo ci siamo solo fatti scudo di loro…»
«Astea… » cominciò Nives cercando le parole. Il ragionamento del ragazzo non faceva un piega ma dargliela vinta avrebbe significato mettergli sulle spalle un peso ancora maggiore…«a volte succedono delle cose che non si possono evitare. Credo che questo attacco a Samirien dovesse accadere, come molte altre cose. In fondo, da qualche parte, dovevate pur rifornivi voi due in questi sei anni no? Era necessario fermarsi nelle città comunque! Quindi era logico supporre che prima o poi i demoni avrebbero attaccato una città grande. Secondo me voi, sei anni fa, faceste una scelta coraggiosa. Invece di fuggire, combattere. I morti ci sarebbero stati lo stesso. Ma avreste difeso quelle persone che necessariamente sarebbero state coinvolte. Voi avete… una specie di ragione morale dalla vostra.»
La ragazza si inumidì le labbra. Era brava con le parole, non sapeva bene come ma aveva rigirato la frittata.
«Tsk… ragione morale… stai rigirando la frittata. A mia sorella non è mai interessato nulla degli altri popoli di questo mondo…»
Nives tossicchiò colta in flagrante.
«E a te Astea?»
Il ragazzo si fermò.
«Io? Ho l’idea di essere in un equilibrio molto instabile. Mi sento dentro qualcosa che non so trattenere e so che sarei capace di tutto se un giorno dovessi perdere il controllo. Come faccio a dirti che io difenderei i popoli di questa terra? Non sarei capace di difendere nemmeno Ville… o… o te.»
Nives sorrise.
«Però… che begli eroi…»
Anche Astea non poté fare a meno di trovare la situazione divertente…
O forse si sentiva solo la testa più leggera perché Nives gli sorrideva.
«Shhh!! Ho visto qualcosa…» disse Astea posandole un dito sulle labbra.

Era l’imbrunire. Wein e Ville avevano finito da parecchio di occuparsi del posto dove si sarebbero accampati e avevano già fatto legna. Il fuoco crepitava davanti ai due.
«Io non so davvero come fai, è una finzione senza motivo di essere, è come indossare sempre una maschera, senza avere bene in testa perché lo si fa.» il drago aveva iniziato a parlare trasportato dalle sue stesse parole, coinvolto. «È una maschera che non sappiamo nemmeno com’è fatta… io … ho imparato a conoscerti in questi anni… o almeno pensavo di esserci riuscito… ma non mi sarei mai immaginato che anche tu fossi condannata a portare un fardello del genere…»
Ville si voltò a guardarlo stavolta veramente stufa.
«Che fai ricominci?»
«Sei forte, sei dannatamente forte, più forte di tutti noi.» le mise una mano sulla spalla ma lei si scostò delicatamente. Il gesto di Wein era stato da amico… privo di sensualità, ma lei lo respinse ugualmente.
«Sono forte? Certo, ma non sono mai forte abbastanza da liberarmi dei demoni, dei draghi, di Ghorost o dei problemi di Astea. A che serve la mia forza? A che serve essere forti se si sta male lo stesso? A farsi fare i complimenti da te, Wein?»
Il ragazzo drago si irrigidì, Ville era capace di cambiare il tono di voce in una frazione di secondo. Quando faceva così sembrava essere “troppo emotiva” piuttosto che apatica. Probabilmente faceva tutto parte della finzione, aveva imparato a modificare i propri atteggiamenti in base alle situazioni così bene da non rendersi conto di quando le sue espressioni cambiavano troppo velocemente.
C’era un che di meccanico, automatico, quando voleva respingerlo.
Wein distolse lo sguardo e alcuni dei suoi capelli scivolarono via dal nastro che usava per legarli, disegnando degli affascinanti arabeschi nell’aria col riflesso del fuoco.
«Ma qualcosa tu lo provi! E va bene, dura poco! Te ne dimentichi, ma le persone al tuo fianco non lo fanno!»
«Non ricominciare col venirmi dietro, non attacca!»
Gli occhi di Wein si infiammarono. «Io... non... VORREI...venirti dietro! Ma per Galder sei capace di alcuni sguardi, movimenti, è come se improvvisamente la velocità di cui sono capace divenisse qualcosa di lento e impercettibile rispetto a te!» lo sguardo del drago si fissò sulle fiamme, «…come se… rallentassi… il mio tempo.»
«Finiscila!»
«Ma per l’amor del cielo! È peggio saperti impegnata a sopprimere quel poco di umanità che ti resta per non avere noie, piuttosto che sopportare tutti insieme la tua maledizione!»
«Io non blocco la mia umanità! E sarebbe di certo peggio far soffrire te e Astea di un male infinito che è immune al tempo! Astea non deve saperlo e tu dimentica che mi ami! MI FAI MALE
Avevano urlato e si erano avvicinati troppo.
Si allontanarono e ripresero a fissare il fuoco.
Ville era seduta con le ginocchia strette al petto. Wein invece era appoggiato indietro sulle braccia.
La testa del ragazzo era un turbine di pensieri, che significavano quelle parole? “Mi fai male”? Un grido strozzato, o forse un urlo d’ira. Non sapeva, non sapeva, non sapeva.
Non decifrava uno dei momenti di Ville.
Non era riuscito nemmeno una volta a capire fino in fondo quello a cui lei si riferiva…
«Tu cosa ti aspetti da Tabata?» ricominciò dopo un po’… cercando un argomento a caso. «Che ponga fine a voi due come eroi? Che vi dia la protezione di cui avete bisogno? Credi che con Astea a metà fra Shagrath e Galder e con te che non provi sentimenti, i vostri problemi finirebbero semplicemente con “la protezione”?»
Ville non rispose.
«Ci ho pensato a lungo. Forse Astea vuole solo seguire i tuoi ordini certe volte. Ma tu devi avere qualcosa in mente che sia più profondo di ciò. Come speri di continuare in queste condizioni?»
«Wein… QUALI condizioni? Io mi dimentico delle “mie condizioni” con la stessa velocità con la quale me ne rammento. Spero solo che una volta protetti potremo ritirarci da qualche parte a vivere tranquilli. Astea non sarà più in pericolo. Basterà fare attenzione ai suoi occhi, mentre io… continuerò a vedere i miei sentimenti scivolarmi fra le mani come sabbia. Per me… non cambierà nulla. Sarà tutto come prima e lo sarà sempre, lo vedi? Adesso ne parlo serenamente.»
«Ville? Tu desideri la morte?» disse tutt’a un tratto Wein, continuando a fissare il fuoco.
Lei non rispose subito.
Poi gli posò una mano sulla spalla.
«Non più di quanto io desideri la vita.»
Deglutì. «Beh forse è ora che io vada.»
«Tornerò quando saranno qui anche gli altri » disse il drago facendo per alzarsi, ma la mano non lo lasciò andare e lui tornò seduto.
«Vi-» si girò verso di lei giusto qualche istante prima che le labbra della ragazza premessero sulle sue.
Sbarrò gli occhi esterrefatto irrigidendosi come un pezzo di legno.
I due andarono lunghi distesi a terra, in mezzo all’erba fresca.
Vide i suoi capelli corvini mischiarsi alle impazzite volute castane di quelli di Ville, mentre lentamente si posavano sul giaciglio improvvisato…
Poi chiuse gli occhi lentamente e la cinse con le braccia. Uno stelo d’erba più lungo degli altri fece sfarfallare le orecchie del drago.
I due si separarono per qualche istante e Ville si specchiò nelle distese verdi degli occhi di Wein.
«Che… dia… diavolo stai facendo Ville…» balbettò lui.
«Mi hai stancato Wein. Forse… adesso, per pochi istanti, non permetterò alla sabbia di scivolarmi via dalle mani.»
Si chinò nuovamente su di lui.


Lilith sollevò Noah di peso e lo baciò sulla bocca con forza.
Era un gesto di gioia. Impetuoso… più di vittoria che di altro… ma Noah divenne rosso come il cerchietto che fra trecento anni gli avrebbe regalato Ridley.
Dopo poco scoppiò in un urlo liberatorio.
La folla si strinse intorno a lui lo abbracciò e continuò a urlare circondata dagli imponenti geyser.
Noah urlò più forte di tutti
«AAAAAAAARGH AHIO E CHE CAZZO!!»
A fatica si liberò degli energumeni, dei bambini e dei vecchi che lo abbracciavano.
La folla si zittì un attimo.
Lilith lo guardò meglio. Solo adesso faceva caso al fatto che un braccio andava in giro libero seguendo angoli abbastanza inusitati. Solo adesso faceva caso al fatto che una spalla di Noah era lussata… solo adesso faceva caso al fatto che probabilmente aveva tutte le costole rotte… con qualche emorragia interna…
Noah tossì di nuovo sangue appoggiandosi a Lilith…
«Dammi una sigaretta… mi curi dopo…» supplicò.
«Certo… se ti faccio morire adesso sarebbe una fine idiota per un eroe…»
«Eroe?? Io… volevo solo la mia carne secca…» balbettò Noah.
« È in stato confusionale. Fasciatelo, quando si libera dall’acqua il mio alloggio portatelo lì.» ordinò ai monatti.
La folla esultò, poco a poco si fece strada in quel cimitero un grido unitario.
«Lunga vita a re Noah. Lunga vita al re.»

Noah si svegliò sotto un soffitto che aveva un che di familiare.
Provò a girarsi su un fianco ma una fitta terrificante gli fece quasi venire le lacrime agli occhi.
Voltò solo la testa. Da sotto una porta sull’altro lato della stanza filtrava una lieve luce.
C’era della musica, una chitarra.
Sentiva la chitarra suonare… e ogni tanto a essa si univa una voce un po’ timida.
Scivolò di nuovo addormentato, sereno.


«Che palle Wein non è possibile che io debba dormire sotto quel trabiccolo!» protestò Astea.
«Di che ti lamenti? È uno spreco montare due tende col tempo che fa! Meglio un rifugio!»
«Sì ma loro ce l’hanno una tenda!»
«Io sono freddolosa…» tagliò corto Nives dall’interno della tenda. «E poi da qualche parte noi ragazze dovremo pure cambiarci no?»
Astea scosse la testa.
«Certo voi dentro una tenda e noi fuori, a cambiarci con l’almanacco al vento in mezzo ai lupi!» gridò.
Wein scoppiò a sghignazzare mentre Astea prendeva a svuotare il suo zaino dalle coperte.
«ALMANACCO?? Ma come cavolo t'è uscito!!»
«E poi non credo sia sicuro! Questo rifugio mi sembra più che altro un arco teso pronto a trinciarmi di netto qualche pezzo di corpo! Col vento scricchiola!»
Wein scosse la testa e Astea sgusciò sotto il rifugio.
«Che succede se parte un tirante? Mi ritrovo a volare sopra Samirien??»
«Non partono i tiranti! Li ho messi bene! Sono secoli che faccio rifugi del genere!»
«Secoli? Ma quanti anni hai?!»
Wein tossicchiò. «Ehm di grazia a te che te ne frega?»
«Se sei un vecchio dai pensieri lubrichi che dà la caccia alle quindicenni ho più che il diritto di saperlo!»
«Idiota» riprese Wein prendendo poi una leggera pausa, il tempo di fissare bene nella testa di Astea quell’insulto. «Noi Draghi Occulti abbiamo una vita diversa dalla vostra! Ho qualcosa come trecento anni ma per la mia razza è come avere venticinque anni… o giù di li…»
«Davvero?? E quanto campa un drago come te??»
«Boh… la vita media degli occulti si aggira intorno al millennio…»
Astea spalancò la bocca.
«Mille anni a fare le stesse cose! Sai che palle!»
Wein lo colpì in testa con un mestolo, stava cucinando.
Armeggiava intorno a un pentolone mentre Astea si cambiava sotto il rifugio.
Aveva appena fatto cadere nella zuppa due gambi di sedano e alcune carote tagliate a rondelle.
«Io non c’entro qua sotto! Sono alto non potevi farlo più grosso ‘sto rifugio?»
«Sei alto come me e io ci sto comodissimo là sotto!»
«Sì ma vai a capire cosa passa nella testa di un ventenne con trecento anni! Magari sei masochista!»
«Che cavolo c’entra! Come fai a uscirtene ogni secondo con una cazzata più grande e senza senso??»
«Me ne esco? Tu hai trecento anni e fai i rifugi che sono delle trappole per topi e te la prendi con me?»
«Certo! Dovresti avere rispetto per chi ha più esperienza di te!»
«Certo lo dico io! Rispetto per un tizio di trecento anni che si traveste da donna si fa venire le tette con un incantesimo e poi ci prova con me??»
In quel preciso istante Nives sbucò fuori dalla tenda… «co…come?» chiese non avendo ben capito.
«Ehm no nulla… è una vecchia storia…» tagliò corto il drago tornando alla sua pentola.
«Certo Nives… è una vecchia storia di pervertiti e travelloni…»
La ragazza aveva indossato una comoda maglia di lana ed una calzamaglia pesante. Sorridendo si andò a sedere vicino al fuoco davanti al pentolone di Wein.
«Wein? »
«Sì?»
«Dove lo metti quel pentolone quando siamo in cammino? Nello zaino non c’entra…»
Wein si sentì arrivare una freccia dietro la testa, era lo sguardo di Astea sul punto di esplodere in una fragorosa risata.
Si voltò con occhi di brace.
«E TU NON RIDERE CAZZONE! NON C’ È NESSUN DOPPIO SENSO


«Noah?»
«o…»
«Noah? Come ti senti??»
«È impossibile… non sono sincronizzati…»
Lilith scosse la testa sospirando.
Noah sembrò uscire dal coma.
«Un momento… quando l’ho detta, quella frase aveva un senso….» mormorò indispettito…
«Sì certo come no…» disse lei passandogli una mano sulla fronte.
«Cosa succede in città?»
«Beh… la città è un po’ cambiata… nei punti dove sono esplosi i geyser adesso c’è del basalto… ci saranno da fare un bel po’ di lavori…»
«Beh… meglio così… la città si ricostruisce… gli abitanti no…»
Lei sorrise.
«Questa è una frase da vero re…»
Noah fece una smorfia.
«Che mi dici della nobiltà? Sono ancora arroccati nel castello?»
Lilith sorrise ancora.
«Sì… ma è questione di tempo. Quando starai meglio andremo a riprendere il trono. D’altra parte facendo crollare quella torre si dice che tu abbia tolto di mezzo l’intero consiglio che governava la città.»
«...hehe... due piccioni con una fava…»
«Quando avremo più tempo mi racconterai come sono andate le cose e specialmente come hai fatto a far crollare una torre…»
Noah cercò di alzarsi a sedere, le bende si arrossarono.
«Non devi muoverti Noah. Sei debole…» disse lei.
«No, dobbiamo muoverci, o qualcun altro prenderà il posto del consiglio. Un generale, un consigliere, un corvaccio…»
«Ce l’hai coi corvi eh??»
Lilith si sedette sul suo letto e lo fece riadagiare sui cuscini.
«Tu non ti muovi. Non ti muovi finché non lo dico io.»
Bussarono alla porta.
«Dottoressa! È urgente!»
Lilith si alzò e uscì dalla porta. La richiuse per bene ma ovviamente l’udito di Noah non era normale.
Noah non era normale.
Figurarsi una cosa come il suo udito.
«Cosa succede?» la sentì parlare leggermente ovattata.
« È l’esercito di ribelli della città di Malacania. Stanno marciando su Tradnor!»
Noah serrò gli occhi.
«Che culo…»

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