Cinquantaseiesimo Episodio : Fever Frei


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Il cielo quel giorno era particolarmente sereno, l’aria limpida sapeva di fresco e di nuovo.
La rugiada si attardava ancora sugli steli d’erba mentre i quattro divoravano a piedi i pochi chilometri che ancora li separavano dalla Torre di Tabata.
Tutto nella norma…eppure, tutto era troppo silenzioso, non c’era un uccello in volo e non tirava un alito di vento.
«Fra poco entreremo nel suo territorio…» disse Wein.
«Territorio? Non pensavo ne avesse uno…»
«In realtà non ha un vero e proprio territorio… ma intorno alla sua torre si estende un limite oltre il quale né draghi né demoni possono avvicinarsi, diciamo che è… una specie di consuetudine…»
Nives si passò una mano fra i capelli, «è strano… quella torre sembra un’ombra. Ieri notte mentre la luna saliva in cielo mi è sembrato di vederla scorrere dietro la costruzione…»
«Eh?»
«Beh… il fatto è che mentre la luna passava dietro la torre non ne è stata coperta… è stato come se la torre non fosse fisicamente lì…»
«Beh se fosse stata fisicamente lì non avremmo avuto problemi a entrare anche senza l’eclissi…» riprese Wein, «per i mortali la torre diviene una realtà fisica solo durante le eclissi…» il drago si interruppe bruscamente e aguzzò la vista.
«Merda.» disse seccato.
«Che c’è? Ne hai pestata una?» domandò Astea che ancora non si era svegliato del tutto... a mattina inoltrata.
«Qualcosa che non va Wein?»
«Sì. L’eclissi avverrà intorno a mezzogiorno…»
«Beh allora siamo perfettamente in orario non credi?»
«Sì ma c’è un problema…»
«Cosa? »
«I draghi.»
All’orizzonte si stagliarono sei figure alate che atterrarono e si trasformarono.
«Vogliono impedirci di arrivare da Tabata. Forse la loro è solo una azione di disturbo. Per farci perdere tempo…» provò a dire Nives.
«O forse sono qui per le nostre teste…» tagliò corto Ville. «Non possiamo permettergli di rovinarci il nostro primo appuntamento…»
«Ben detto.» commentò Wein. «Avanzate sempre. Non rimanete indietro se vorranno combattere.»
I sei draghi arrivarono a portata di voce.
«Tsk! Solo sei? Mi deludono!»
«Imbecille… probabilmente quella è una loro truppa di élite…»
«Wein? Non è meglio che tu ti renda invisibile? Sì insomma… così ti vedranno.»
«No… credo di conoscere il loro capo.»
Ville sembrò non capire più di tanto i motivi del drago, a ogni modo non ebbe tempo di pensarci.
Uno del gruppo avversario parlò.
«Fermi dove siete Ingram di Shaen! Vi invitiamo a rispettare i limiti di questa terra e a non avventurarvi oltre.» parlò con voce ferma e bassa. Era un drago dalla lunga chioma bianca dai riflessi azzurri… alto circa un... metro e mezzo.
«E chi è quel tappo!? Ma non potete scegliere quanto essere alti quando vi trasformate?» Sbottò Astea verso Wein.
«Non abbiamo intenzione di accontentarvi perciò se sarete così gentili da spostarvi forse non vi farete male…» tagliò corto Ville.
Il capo dei sei fece finta di non aver sentito il commento di Astea.
«Avete fegato a ogni modo sappiate che avete di fronte la squadra delle Ali d’Argento dei Draghi Celesti. Riflettete bene su quanto avete appena detto.»
Astea scrocchiò il collo.
«E voi avete davanti i due famosi Ingram di Shaen… riflettete bene su quanto avete appena detto…»
«Deboli e stupidi… come tutti gli umani…» sibilò il drago basso mentre gli altri si allargavano ai fianchi del gruppetto.
«Nives… sta indietro, al capo ci penso io…» disse Astea ma Wein inspiegabilmente si mise davanti a lui.
«No. A quello ci penso io, tu non avresti speranze.»
«CHE COSA?» blaterò indignato Astea.
«Quello che ho detto. Sei forte, forse il più forte di tutti i presenti… ma non hai tecnica. Riuscirebbe ad ucciderti in pochi minuti…»
«Andiamo! Che cavolo ti salta in mente!» sbottò Astea avanzando ma lo sguardo di Wein lo fulminò.
«Quella notte… nella casa, quando combattemmo solo io e te… non sei riuscito a colpirmi nemmeno una volta…».
Il ragazzo si fermò. Wein avanzò verso di lui e lo superò, mettendo mano alla balestra.
«Avrai le tue occasioni…» gli disse sorridente.
Poi Ville tirò il fratello per una manica.
«Che succede Ingram? Improvvisamente ti rimangi quanto hai detto?» schernì il capo della truppa. Con un gesto della mano fece comparire una lunga lancia che culminava con una specie di lama ricurva. Come una sciabola.
«No! Torna quando sarai diventato un ometto e forse potremo scontrarci!» gridò Astea.
Wein ridacchiò.
Il Drago Celeste fissò il nuovo avversario. «Ti avverto. Le magie con me non serviranno. » disse scostando il mantello. Sotto la stoffa un’armatura di uno strano materiale trasparente rifletté i raggi del sole.
Wein portò due dita davanti alla fronte, la sua mano si illuminò di una energia oscura, poi la mano scivolò sulla sua balestra portandola sopra la spalla in posizione di attacco. «Allora ti avverto anche io, contro le mie frecce il tuo teletrasporto non funzionerà.»
La luna fece capolino sul sole.
Fu come se il tempo si fermasse.
Il cielo divenne improvvisamente plumbeo.
«È l’eclissi.» sorrise Ville.
«Sterminateli!» gridò il drago del cielo.
Astea e Ville si divisero su due lati trascinandosi dietro due draghi per parte.
Il quinto si gettò su Nives.
«MALEDIZIONE! Vieni qua bello!» gridò Astea ma schivò di istinto l’attacco di uno dei suoi due diretti avversari.
Nives prese a schivare con una leggerezza innaturale i fendenti del suo avversario. Non era mai stata forte nel combattimento ma era dotata di una agilità fuori dal comune.
«Che c’è? Adesso ve la prendete anche con i più deboli?» sibilò fra un attacco e l’altro.
«Tsk! Ricercata in almeno quindici regni diversi, condannata a morte in almeno tre di questi e sei sempre riuscita a sfuggire. Gli inquisitori ti sono dietro da anni e tu ti definisci “debole”?»
«Qualcosa in contrario?»
«No, in fondo voi umani siete OVVIAMENTE i più deboli…»
Nives sorrise di rabbia.

Il capo dei draghi tagliò l’aria con la sua lancia. Wein svanì nel nulla, se lo ritrovò accucciato sul piatto della lama.
«Sorpreso?» domandò il Drago Occulto.
«Un po’…» rispose l’altro. Poi Wein spinse sulla lama, la fece conficcare a terra e scagliò una quindicina di frecce in un solo battito di cuore.
L’avversario schivò. Scomparvero nella foresta li vicino.

Il cielo sembrava immerso in un veloce tramonto mentre l’alabarda di Astea incrociava le lance dei draghi.
Ogni suo colpo mandava fuori guardia l’avversario che veniva poi subito coperto dall’altro.
Le armi dei tre si incrociarono in stallo.
«AVANZA ASTEA! NON FERMARTI!» gridò Ville. Astea si scosse e con una forza disumana sollevò in aria le lance dei due avversari per poi tagliare l’aria con un fendente.
I due si allontanarono e lui scattò nel mezzo.
Per poco non gli accorciarono i capelli nel contrattacco.

Ora la torre sembrava più visibile di prima. Non era un miraggio ma non era nemmeno possibile giurare che fosse realmente lì. Quattro chilometri, forse cinque, oltre una collina, inerpicata su una rupe.
Ville schivò di nuovo un attacco poi la terra si mosse e dalla foresta dove erano andati a finire Wein e il capo dei draghi, si alzò un enorme drago dalle scaglie di un bianco accecante.
Numerosi alberi vennero scaraventati lontano nella trasformazione. Dopo poco un drago grande quasi il doppio si alzò in volo dal nulla. Magnifiche piume nere su due ali possenti lo sollevarono in alto.
«Oh merda quello sarebbe WEIN!?» gridò Astea.
«Certo, a trecento anni vorrebbe farci credere di essere già così enorme?» ribatté Ville.


«Dante?» domandò Aimee sedendosi risolutamente davanti a lui.
Il drago non rispose. Assente.
Dopo qualche minuto impiegato a non perdere la calma lei parlò di nuovo.
«Dante?»
Stavolta il drago sembrò accorgersi della sua presenza. Abbassò il libro di quel tanto che bastava per sfiorarla appena con lo sguardo.
«Credi che Noah sia preparato a quello che l’attende nel suo regno?»
«No.» rispose Dante prima di immergersi di nuovo nella lettura.
Lei attese. Stavolta per dieci minuti, fissando la copertina in pelle del libro come se volesse forarla.
Il Drago Occulto fece apparire un segnalibro, lo posizionò accuratamente fra le pagine per poi chiudere il libro e poggiarlo garbatamente sulle gambe.
Non aveva intenzione di continuare il discorso, non prima di un altro buon quarto d’ora o forse di più.
Forse intuiva che il discorso sarebbe stato lungo o forse voleva solo far innervosire Aimee.
Fece apparire una pipa e un contenitore con all’interno del tabacco. Era una pipa allungata e lucente, dalla splendida fiammatura che solo una radica preziosa poteva aver disegnato nella sua vita da vegetale, prima di essere strappata alla natura per diventare un mirabile strumento di piacere.
Iniziò a caricarla accuratamente, le sue mani aggraziate sembravano le gambe di un ragno che stava imprigionando la sua preda in una tela, le dita, prima premendo leggermente, poi aumentando sempre di più la pressione, la riempirono in qualche minuto.
Nella scatola del tabacco, in uno scomparto c’erano dei fiammiferi.
«Sai,» iniziò lui mentre lei finalmente sospirava, «potrei usare una formula del fuoco per accendere la pipa, ma utilizzando i fiammiferi le prime boccate hanno una certa nuance di zolfo che solletica il palato…»
Aimee da sotto il velo venne assalita da un tremendo tic al sopracciglio.
Il drago diede le prime boccate con cura e immediatamente la sala venne avvolta dall’aromatico odore del tabacco.
Il tempo sembrò rallentare mentre il drago si preoccupava di quella dannata pipa come se fosse la cosa più importante al mondo.
«Dante vorrei parla-»
Lui la zittì con uno sguardo che non era né imperioso né categorico, era semplicemente uno sguardo che chiedeva un po’ di tempo… e forse un pizzico di rispetto. Un qualcosa di accennato.
Dal primo “Dante” era passati più di tre quarti d’ora quando lui riprese la parola.
«Noah ha studiato qui per alcuni anni e ha imparato a combattere e a comportarsi. È maturato, ma non vedo come potrebbe essere preparato per quello che lo attenderà nel suo paese.»
«E allora perché l’hai fatto andare così giovane?»
«È semplice. Ho saputo che Malacania stava preparando un esercito da scagliare contro Tradnor e così ho preferito accelerare i tempi.»
Amiee rimase a bocca aperta mentre una spallina del suo vestito le scese giù lungo il braccio.
Si risistemò in fretta e furia.
«Cioè mi stai dicendo che sapevi anche che presto nel suo regno sarebbe scoppiata un’altra guerra e l’hai mandato lì lo stesso?»
«Certo. È per questo che l’ho inviato anzitempo.»
Logica disarmante? No. Follia.
Aimee alzò un attimo la voce per poi tornare normale. «MA COME… come… com’è possibile caricarlo di tutto ciò senza-»
«Non dovevamo intervenire nella sua esistenza. In fondo gli abbiamo già fatto un favore a prenderci cura di lui in questi anni…»
«Dante ma io…»
«È qualcosa che ho fatto solo per tener fede alla mia amicizia con l’ormai defunto Erich Wöelfler…»
«Le tue parole non hanno mai senso ma oggi vi hai aggiunto un tocco di odio e malizia.»
Dante sbuffò un po’ di fumo odoroso.
«Come?»
«Hai sentito bene. Ci sarebbe da preoccuparsi se con i tuoi sensi non mi avessi sentito. Non posso credere che tu abbia tenuto Noah qui in questa magione tutto questo tempo e non te ne sia importato nulla…»
Lei si alzò e si mosse verso la porta con lunghi passi.
«Aspetta Aimee.» disse lui fermo.
«C’è qualcosa che posso fare per voi maestro?»
Rispose lei riprendendo possesso del “voi”.
«Volevo sapere dove stavate andando.» rispose lui tornando al “lei”.
«Vado a Tradnor a riprendermelo.»
Uscì sbattendo la porta.
Dante mise di nuovo mano al libro. Ogni tanto dalle pagine si alzava qualche placido anello di fumo.


Dall’esercito di Malacania si staccò un manipolo di uomini a cavallo.
In poco tempo raggiunsero il centro del campo di battaglia.
«Peccato che il regno di Tradnor debba concludersi… avevo visto uno spiraglio di speranza…» sussurrò Lilith.
Noah si accorse quasi per sbaglio di quelle parole, poi però la fissò con uno sguardo placido che le diede un po’ di coraggio.
Non sembrava avere poco più di diciassette anni. Sembrava un adulto.
«Non finirà… in fondo siamo dalla stessa parte noi ribelli no?» rispose serafico.
«Certo… vallo spiegare a chi ha perso tutta la propria famiglia per la peste e la guerra civile… questa guerra ormai è più vecchia dei motivi che l'hanno scaturita... e l'odio... l'odio è troppo radicato in ogni abitante di questo regno. Questa è la resa dei conti fra due città, due popoli spinti allo stremo che hanno affrontato le peggiori calamità e con esse hanno combattuto fino allo sfinimento.»
« Insomma... re o non re, questa battaglia si spinge nelle profondità più recondite dell’odio e della frustrazione di ogni abitante del Regno di Tradnor...» concluse Noah scrutando i quattro ribelli incappucciati che si erano staccati dall'esercito avversario per andargli incontro.
Quando ormai furono vicini Lilith riprese a parlare «Non è possibile fermarli. Fremono di rabbia e ho sentito che il loro capo combatte al fianco dei ribelli dal giorno della morte di tuo padre. È un duro e lo seguiranno ovunque…»
«È questo il bello!» rispose ancora lui.
Fece per aprire bocca ma lo anticipò uno dei ribelli.
«… ma tu sei Noah!?» gridò sgomenta una voce giovanile da sotto uno dei cappucci.
Noah lo fissò bene, sorrise.
«Possibile che…»
L’incappucciato tirò indietro il mantello scoprendo una fluente chioma fulva.
«Merda Noah sei ancora vivo!» gridò il ragazzo vicino alla trentina alzando il pugno al cielo. «Lo sapevo che quel corvaccio non poteva averti ammazzato!»
«Che mi venga un colpo se tu non sei il “vecchio” Dyon!» ribatté Noah avvicinando il cavallo ai capi dei ribelli come nulla fosse, gli eserciti fremettero.
Dyon fece lo stesso e lo abbracciò, ma Noah per tutta risposta gli sputò del sangue addosso.
«Figlio d’un cane parti per la guerra malato?» continuò Dyon.
«A te ti batto pure con la peste…» rise il re con sguardo di sfida fra un colpo di tosse e l’altro.
Lilith pensò che probabilmente era una constatazione non priva di fondo di verità.
Dyon richiamò a sé il cavallo e andò ad arringare i ribelli. Un grido liberatorio si alzò sopra il campo di battaglia mentre i diecimila ribelli si inginocchiavano di fronte a Noah.
«NON DAVANTI AL VOSTRO RE DOVRETE INGINOCCHIARVI!» gridò Noah con il poco fiato che gli era rimasto in corpo.
«NÉ DAVANTI A NESSUN’ALTRO! IL POPOLO DI TRADNOR NON SI È PIEGATO IN QUESTA EPOCA BUIA E NON SI PIEGHERÀ MAI PIÙ! TRADNOR SARÀ RICOSTRUITA!» proclamò e i quasi quindicimila uomini proruppero in un urlo liberatorio.
Quella notte fu una notte di festa fra i due schieramenti nemici.
Dopo tanto tempo il regno si riuniva, era iniziato il Rinascimento di Tradnor.

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