Cinquantasettesimo Episodio: Four to the Floor


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La torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo grigio. Quelle terre isolate e solitarie apparivano fuori dal tempo e dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante. Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman. Il portone si spalancò quando furono a pochi metri di distanza.
Dalla torre usciva una nebbia antica, fredda, che gelava le ossa.
Una torre aggrappata al terreno, dal quale sembrava stesse per cadere verso il cielo.
Verso l’eclissi.
La luce rossiccia era inconsistente.
Sembrava schiacciare la realtà, era surreale.
Ville si mosse per prima.
«Andiamo.» disse.
Wein la seguì, Astea si fermò sull’uscio.
Nives lo guardò seria. Aveva ancora il fiatone per la corsa disperata che le aveva permesso di scampare al suo diretto avversario.
Arrivati a poco meno di un chilometro dalla torre i draghi erano stati costretti a desistere dall’inseguimento. Si erano trasformati ed erano fuggiti, alcuni ululando di terrore, proprio mentre la torre diveniva percepibile come una presenza fisica. L’erba verde della rupe si era sgretolata in sabbia e tutt’intorno alla torre si era propagato un velo di finissima polvere grigia. Come se le ere non avessero avuto abbastanza secoli per ridurre in quello stato tutta la zona. In quei pochi metri era apparso un strappo temporale, una frazione eterna che era possibile veder scorrere solo durante le eclissi e che faceva parte della torre o che, per meglio dire, conteneva la torre e con essa il suo unico vero abitante.
Quanto al capo della pattuglia…
Wein nella sua versione di drago aveva dimostrato un potere magico impressionante, se prima Nives non conosceva la differenza fra un Drago Celeste e uno Occulto… adesso ce l’aveva bene fissa in mente.
Un po’ di sabbia venne trascinata fuori dalla torre con un’altra folata di vento gelido.
«Vorrei che tu non entrassi.» disse Astea incontrando lo sguardo di Nives.
«Oh non puoi chiedermi questo.»
«Sì che posso… e voglio farlo. Ho un brutto presentimento.»
Lei gli girò intorno sorridendo. «Tu che hai un brutto presentimento?»
«Sì, non entrare. Lasciaci soli.» riprese lui con un tono fermo. «Te lo chiedo come un favore.»
«Mi dispiace ma non posso mollare proprio adesso.»
«Non ti sto chiedendo di mollare. Noi entriamo… scambiamo due parole con la vecchietta e poi torniamo, aspettaci qui dai.»
«È un’idiozia bella e buona questa!»
«Nives… o… COME DIAVOLO TI CHIAMI…» riprese Astea afferrandola per le spalle, «tu non sei al nostro livello! È troppo pericoloso. Troppe volte ho temuto per la tua vita… se non fosse stato per Wein…»
Lei si districò dalla presa ed entrò. «Mi chiamo Sofìa.»
«Ehm cos… cosa?»
«Il mio vero nome… è Sofìa…» disse lei prima di entrare.
Astea scosse la testa per poi riprendere a parlare ancora più forte di prima.
«Perché vuoi rischiare, non ce n’è bisogno! Non c’è bisogno che tu venga…» Astea abbassò lo sguardo sulla tenue linea d’ombra che la torre gettava appena oltre la porta, «perché hai scelto me?»
Lei era già quasi scomparsa nell’oscurità.
Si voltò solo quando lui riusciva a distinguere i suoi occhi nell’oscurità, sottili. Distanti.
«Se sopravvivremo, te lo dirò.»
Astea sbendò l’alabarda. Ora rimaneva solo una fascia di cuoio a legare la parte larga del piatto dell’arma.
La fece volteggiare in aria prima di entrare.
Il portone si chiuse dietro di loro. La corona luminosa attorno all'eclissi baluginò infiammata.
Scalini.
Rumori di passi.
Nessuno fiatava.
Ville guidava la fila. Wein dietro di lei procedeva con lo sguardo fisso… fisso su…
«Smettila di guardarmi il didietro.» sentenziò Ville.
«Se inciampo con una balestra del genere sulle spalle ti passo da parte a parte, devo guardare dove metto i piedi!»
«E allora guarda le scale. Non il mio culo.»
Dietro Wein c’era Nives.
Le parole del Guardiano le risuonarono in testa.
“Accadrà, prima o poi accadrà. È il destino. Arrivederci tesoro mio.”
Scrollò il capo.
Kaviel era stato così chiaro, lei sarebbe diventata la Morte. Che senso aveva abbandonare Astea in un momento del genere se tanto prima o poi sarebbe comunque finita? Lo guardò di sbieco. Avrebbe voluto girarsi e abbracciarlo. Forse per un’ultima volta, ma si fece coraggio.
Astea sembrò accorgersi dello sguardo e le mise una mano sulla spalla.
«Se sopravvivremo. Anche io ho qualcosa da dirti.»
Parlò sereno.
Lei sorrise.
«Piantala idiota.»
«Potevi evitare di venire.»
«Piantala idiota.»
All’ultimo piano, della torre c'era un immenso ambiente che non poteva trovare posto nel malridotto ultimo livello della torre, era completamente deserto. Era una sala ariosa e grande completamente circondata da veli scuri che coprivano ogni apertura, finestra o vetrata che fosse, per schermare la luce esterna. I veli scendevano come numerose cascate di parole sussurrate da ogni angolo del soffitto. Quando Ville varcò la soglia del portone decine di metri più in basso in fondo alle scale, la stanza si illuminò di poche e sbiadite luci. Come un carillon si accesero alcune candele e una voce appena percepibile prese a cantilenare una filastrocca dalle parole affilate come rasoi.
«Stanno profanando il mio santuario, col loro inutile respiro scacciano la mia polvere, con le loro parole calpestano i frammenti del mio passato, i miei ricordi sfilacciati. Me... »
«Stanno profanando il mio santuario, coi loro inutili passi mortificano il silenzio, coi loro sguardi ingordi consumano le mie stanze, i miei ricordi sfilacciati. Me…»
La tromba delle scale si perdeva nell’oscurità sotto di loro quando furono di fronte alla porta che dava sull'ambiente debolmente illuminato.
Una leggera aria calda saliva dal basso portandosi dietro una nebbia diversa da quella fuoriuscita all’entrata, più densa.
Poi la porta si aprì e si ritrovarono nella gigantesca sala.
Nel mezzo c’era un tavolino da tè con tre sedie.
Sui muri numerosi arazzi sbiaditi e qualche quadro la cui tela era ormai semplicemente ingiallita.
Dall’alto pendeva un lampadario le cui candele scintillavano nell’oscurità.
La luce era poca e avvolgeva tutto nei toni di un rosso sangue.
I quattro si misero in riga.
«C’è qualcuno.» sibilò Wein.
In una manciata di secondi la videro tutti.
Era seduta su una sedia del tavolino da tè. O meglio, forse era “apparsa” su una sedia del tavolino da tè.
Sembrava una bambola di porcellana o una bella marionetta, in quello spazio ritagliato dal buio nella sua misura esatta. Lunghi capelli neri, striati da poche pallide ciocche albine, si mischiavano alle numerose pieghe del suo vestito sfilacciato. La pelle, bianca e lucida come avorio, scintillava quasi con la stessa forza delle due manette che le cingevano i polsi. Le gambe che sbucavano dai teli sovrapposti e irregolari della sua gonna, erano avvolte da calze diverse, una a strisce bianche e nere, l’altra viola e nere. Colori opachi, come lo era tutto il resto tranne i suoi occhi.
La donna mosse la testa prima a destra poi a sinistra, con uno scatto.
«Ospiti.»
La nebbia si dissipò. La porta si chiuse.
Ville fece per parlare ma venne interrotta.
«Ospiti o seccatori?»
La donna mosse ancora la testa in quel modo innaturale.
«Salve-»
«Gli ospiti seccatori parlano.» era una constatazione, non c’era ironia nella voce.
Le manette tintinnarono.
«Abbiamo la morte, gli amanti, il folle e la catena. Le carte mi parlano.»
Astea fissò la sorella.
Ville era più tranquilla che mai, era incredibile.
Persino Wein che in genere si manteneva tranquillo, sembrava innervosito. Lui era quello che probabilmente sapeva meglio di tutti loro chi avevano davanti.
«Salve a voi, lady Tabata.» disse infine Ville.
«Cosa c’è.» risposte Tabata.
«Siamo i gemelli Ingram di Shaen e questi due sono nostri accompagnatori e amici. Siamo qui per chiedere udienza.»
«Siete già qui. In udienza.»
«La nostra situazione ci ha portato da voi, siamo…»
«Le carte mi hanno detto già la vostra storia. Ma non mi interessa.» rispose Tabata svogliata.
«Saprete anche che i vostri poteri forse sono gli unici in grado di far uscire me e mio fratello da questa situazione vero?»
«No, non lo sapevo.»
Ville si umettò le labbra.
«Scherzavo.» aggiunse poi Tabata sorridendo.
Sorrise per pochi istanti per poi tornare seria, annoiata.
«Dov’è Dante?»
Wein sembrò avere una strana reazione. Tabata mosse la testa, troppo lenta o forse troppo veloce, ogni suo movimento non era percepibile secondo il metro con cui percepivano tutte le altre cose. L'unica cosa che capivano era la coscienza di movimenti innaturali.
«Tu conosci Dante?» domandò lei.
Anche Ville si voltò verso il compagno.
«Faccio parte del suo popolo.» rispose Wein con voce ferma.
«Sì ma non sei come lui.»
«Nessuno è come Dante, nessuno è come me.»
«Ma io volevo Dante.»
«La prego milady…» provò Ville, ma Tabata la fulminò con lo sguardo.
«Andate via.»
Astea si sentì venire meno.
Le sue speranze spazzate via da poche parole dette con una noncuranza irritante.
«Voi siete la sola che…»
«Andate via. Oggi non ho voglia di parlare.»
«Ma per noi è possibile entrare qui solo-»
«Seccatura.» la troncò lei.
«Se noi trovassimo Dante servirebbe a qualcosa?» provò a ribattere Sofìa.
«No. Adesso non voglio Dante. Andate via. La Bestia vi brama e non conviene.»
Astea fece per fare qualche passo avanti ma Ville lo fermò poggiandogli una mano sul petto.
«Andiamo Astea.»
Lui fece per ribattere ma la sorella si era già voltata.
Poi Wein sentì un brivido percorrerlo dalla testa ai piedi. Come se delle energie terrificanti si fossero mobilitate in una frazione di secondo e ora impregnassero tutta la torre.
«La porta è chiusa» provò a dire Wein.
«Ma davvero?» rispose Tabata sarcastica.
Poi tutto avvenne in fretta.
Non videro niente oltre a ciò che lei decise di fargli vedere e fu troppo poco perché potessero sfruttare la sua generosità. All'improvviso lei fu il nulla intorno a loro, la sentirono nell'ombra in cui erano immersi, ma anche nella stessa torre. Nelle mura di cui era fatta e nel pavimento che calpestavano.
Ville venne passata da parte a parte da un terrificante artiglio, alle spalle.
Wein venne scaraventato via e andò a sbattere la testa sul muro afflosciandosi a terra in una chiazza di sangue.
Sofìa invece crollò semplicemente a terra tramortita.
Come se improvvisamente il suo cuore avesse smesso di battere.
Astea riuscì di istinto a schivare un altro artiglio diretto a lui.
Il cappello di Ville gli volò addosso mentre lei gli cadeva fra le braccia.
La prese al volo, cadendo in ginocchio con lei, mentre altri due attacchi gli fischiavano vicino alle orecchie. Due righe di sangue, come lacrime, gli segnarono le guance.
La stanza gli ruotò attorno alla testa. Vide come di sfuggita il corpo di Wein e quello di Sofìa.
Rimase immobile, i pugni stretti. Le pupille ridotte a un puntino.

Il suo cuore mancò due battiti.

«Non era così che doveva andare.»
«Oh… invece sì. È scritto.» risuonò la sua voce nella stanza. Eppure era diversa da quella che avevano udito prima, lontana, e distorta.
Ville ancora fremeva quando l’artiglio le uscì dal petto facendola cadere a terra.
Scivolò via dalle mani di Astea rimasto immobile.

Il suo cuore scandì due rintocchi.

Poi il ragazzo si alzò, prese l’alabarda e piantò la fine del manico nel pavimento davanti a sé.
«Come… hai… potuto…»
«L’altra ragazza era più educata. Usava del voi…» continuò quel lontano suono.
«STA ZITTA!» urlò Astea.
Il suo cappotto prese a svolazzare impazzito. Il cuore, riprese a battere impazzito.
«Cosa c’è che non va? La Morte ti spaventa? La tua amica è morta eppure non è cambiato nulla no?»
La mano di Astea fu sulla lama dell’alabarda. Le dita assaporarono il cuoio che la fasciava e poi lo strapparono via con una facilità straordinaria.
Ora la lama era davanti al suo volto, lucente.
Rifletteva la sua bocca, il sangue, e i suoi occhi.
Un terrificante lamento si sprigionò dalla torre.
«Ora. Basta.»
Nella torre non c'era più niente.
Entro le mura vorticava un'oscurità più densa che sarebbe forse stata palpabile, come un fumo nero e striato d'argento. La realtà dentro la torre era invece sbilenca, storta, la prospettiva sbagliata aveva fatto scivolare la porta chiusa sul pavimento e le finestre troppo in alto; come se quella stanza fosse stata dipinta su una tela, e quella tela, ribaltata da una folata di vento, giacesse ora a terra appoggiata sul lato sbagliato.
In mezzo a tutto questo Astea giaceva riverso e immobile, il viso immerso nella pozza lucida del suo stesso sangue. Come un pupazzo di stoffa morbida era piegato e storto, le braccia incrociate e rotte, nascoste nel groviglio dei suoi vestiti neri che erano laceri e umidi.
Il cappello di sua sorella era a qualche passo da lui, floscio. Di Ville però non c'era traccia né degli altri tre corpi. La torre era diventata un baratro nero che aveva inghiottito ogni cosa tranne lui e la figura di Tabata che adesso gli stava di fianco, in piedi. Un manichino grottesco.
Della bestia che aveva fatto scempio non solo dei visitatori, ma anche della realtà in cui si erano immersi erano rimaste solo tracce di unghielli e strisciate di sangue che andava solidificandosi. Tabata invece era tornata indietro dal luogo remoto in cui cadeva ogni volta che una parte di lei prendeva il sopravvento sull'altra e adesso era lì a guardarsi intorno, perplessa e assente, come se non capisse né ricordasse ciò che era successo. Le sue manette tintinnarono sinistre.
Poi il silenzio che c'era fu attraversato da un rumore come di spada, quindi la tela grondò un liquido nero e denso come petrolio che scivolò sulle mura storte e sul pavimento che si piegava là dove prima c'erano le pareti. Gocce di quel miasma attraversarono ogni cosa, sciogliendola.
L'atmosfera si lacerò in tanti strappi che sibilarono, come se fossero spifferi e il vento ci passasse attraverso. Sibili di serpente, fischi di tramontana, da un taglio di fronte ai suoi occhi Tabata vide una folata di vento portare neve candida sul sangue di Astea.
Un altro luogo e un altro tempo, troppi anni da contare perché trovassero un posto preciso nella memoria. I colori tremolavano come dietro la fiamma di una candela accesa e le figure erano solo ombre opalescenti a cui solo lei poteva dare vera forma e vero significato.
Quello squarcio era come un taglio sulla parete ma invece dello scrostarsi dei muri, c'era il continuo cadere di quelle gocce vischiose che scivolavano a terra e formavano altre aperture, come acido che corrodeva la realtà per mostrarne altre dieci e cento, tutte diverse, o forse sempre la stessa ma che si ripeteva in momenti e in luoghi diversi.
Tabata attraversò la stanza con passi lenti e cadenzati, una mano lungo il fianco e le dita piegate come se ancora vi fossero sopra gli artigli artefici del disastro che la circondava. Raggiunse quel taglio e vi posò sopra la mano che non lo attraversò, rimase ferma come se ci fosse stata una superficie trasparente e solida a fermarla. Attraverso quel vetro immaginario le ombre la videro, o così le parve, ma non si mossero.
C'era un'ampia stanza rettangolare, ricoperta di marmi bianchi. Enormi finestre si aprivano su distese sconfinate di neve bianca e morbida e foreste di conifere così fitte e rigogliose da non riuscire a scorgere una luce provenire dal loro interno.
Nella stanza, che aveva le dimensioni e l'aspetto di una sala reale, c'erano due troni e un lungo tavolo che sembrava sgorgare dal pavimento stesso. Se quello non fosse stato un ricordo, il rumore di passi concitati avrebbe invaso la stanza, sarebbe riecheggiato sul soffitto, spegnendosi solo quando gli stivali neri che l'avevano prodotto si sarebbero fermati, là dove erano adesso.
Il ragazzo era poco più di un'ombra scura, ma Tabata inspirò e si portò la mano alla bocca come se fosse tormentata da quella visione. Lei lo vedeva, lo vedeva come lo aveva visto allora, vivo e pieno del suo entusiasmo. Dolce. Lacrime di sangue le rigarono le guance pallide alla vista di un viso delicato che si scorgeva appena, attraverso le trasparenze della figura evanescente oltre lo schermo invisibile del ricordo.
L'ombra portava abiti scuri e un berretto di lana che ricadeva lungo e morbido alle sue spalle. Sorrise, forse verso Tabata, o forse verso l'ombra di Tabata che stava appena dietro di lui e rideva anche lei.
Lei era colorata, viva nei suoi colori quasi accecanti. Viva perché camminava ancora nel tempo.
Muoveva le labbra come se cantasse e lui, piccola anima, cantava con lei.
Tabata volse lo sguardo ma nella sua testa quel ricordo sembrò troppo vivido e vicino per scomparire semplicemente chiudendo gli occhi. Nelle mattine di buio che duravano così a lungo da far credere che il sole fosse solo leggenda, la voce del ragazzo era stata un sussurro entusiasta verso le luci del nord che danzavano all'orizzonte in veli violacei. C'era la sua risata che ancora riempiva la torre.
Tabata cadde in ginocchio, i vestiti laceri dalla battaglia e il sangue delle sue vittime a striare di macchie scure la sua gonna e il corpetto che le serrava la vita. Nascose il viso nelle mani e per un istante tutto fu silenzio, mille immagini in movimento animarono la torre. Sulle pareti e sul pavimento, occhi verdi come smeraldi e azzurri come il mare d'inverno, mille volti dalla pelle bianca che le sorridevano dai tagli nel tempo e laggiù, nel buio dell'angolo più lontano della torre, il sorgere di un sole morto secoli prima che invadeva con i suoi raggi di memoria tutta la stanza e la illuminava senza farle male. Ombre rosa e arancione, gocce di falsa rugiada sui capelli di Astea e sulle sue mani.
Tabata reclinò di scatto la testa all'indietro, sul suo viso i segni della battaglia , negli occhi il dolore di qualcosa che la stava consumando dentro. Gridò e fu un urlo rauco che veniva da recessi più lontani, dalla distruzione che sentiva e che ora la circondava. Si alzò in un movimento unico che non aveva niente di umano.
Afferrò Astea per il volto e lo sollevò con una mano sola come se non fosse pesato niente, lo guardò con il distacco di occhi troppo antichi e mentre tutto intorno a lei si spegneva e moriva di nuovo lo lanciò oltre la finestra senza vetro. Quando il corpo del ragazzo oltrepassò il foro fra le pesanti mura della torre, la realtà esterna che rimaneva estranea a Tabata si oppose a quell’intruso e lo avvolse di un liquido denso per poi lacerarsi lasciandolo precipitare di sotto.

Un attimo dopo la torre non c'era più.

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