|
La
torre era nera e lugubre, abbarbicata sulla montagna come un vecchio lupo
grigio. Quelle terre isolate e solitarie apparivano fuori dal tempo e
dallo spazio più di quanto lo facessero le dimore demoniache. Erano
brughiere lontane, dall'aria malsana e morta. Nessuna strada, nessun abitante.
Un mondo a parte, nel vuoto oltre le porte del continente di Aman. Il
portone si spalancò quando furono a pochi metri di distanza.
Dalla torre usciva una nebbia antica, fredda, che gelava le ossa.
Una torre aggrappata al terreno, dal quale sembrava stesse per cadere
verso il cielo.
Verso leclissi.
La luce rossiccia era inconsistente.
Sembrava schiacciare la realtà, era surreale.
Ville si mosse per prima.
«Andiamo.» disse.
Wein la seguì, Astea si fermò sulluscio.
Nives lo guardò seria. Aveva ancora il fiatone per la corsa disperata
che le aveva permesso di scampare al suo diretto avversario.
Arrivati a poco meno di un chilometro dalla torre i draghi erano stati
costretti a desistere dallinseguimento. Si erano trasformati ed
erano fuggiti, alcuni ululando di terrore, proprio mentre la torre diveniva
percepibile come una presenza fisica. Lerba verde della rupe si
era sgretolata in sabbia e tuttintorno alla torre si era propagato
un velo di finissima polvere grigia. Come se le ere non avessero avuto
abbastanza secoli per ridurre in quello stato tutta la zona. In quei pochi
metri era apparso un strappo temporale, una frazione eterna che era possibile
veder scorrere solo durante le eclissi e che faceva parte della torre
o che, per meglio dire, conteneva la torre e con essa il suo unico vero
abitante.
Quanto al capo della pattuglia
Wein nella sua versione di drago aveva dimostrato un potere magico impressionante,
se prima Nives non conosceva la differenza fra un Drago Celeste e uno
Occulto
adesso ce laveva bene fissa in mente.
Un po di sabbia venne trascinata fuori dalla torre con unaltra
folata di vento gelido.
«Vorrei che tu non entrassi.» disse Astea incontrando lo sguardo
di Nives.
«Oh non puoi chiedermi questo.»
«Sì che posso
e voglio farlo. Ho un brutto presentimento.»
Lei gli girò intorno sorridendo. «Tu che hai un brutto presentimento?»
«Sì, non entrare. Lasciaci soli.» riprese lui con un
tono fermo. «Te lo chiedo come un favore.»
«Mi dispiace ma non posso mollare proprio adesso.»
«Non ti sto chiedendo di mollare. Noi entriamo
scambiamo due
parole con la vecchietta e poi torniamo, aspettaci qui dai.»
«È unidiozia bella e buona questa!»
«Nives
o
COME DIAVOLO TI CHIAMI
»
riprese Astea afferrandola per le spalle, «tu non sei al nostro
livello! È troppo pericoloso. Troppe volte ho temuto per la tua
vita
se non fosse stato per Wein
»
Lei si districò dalla presa ed entrò. «Mi chiamo Sofìa.»
«Ehm cos
cosa?»
«Il mio vero nome
è Sofìa
» disse
lei prima di entrare.
Astea scosse la testa per poi riprendere a parlare ancora più forte
di prima.
«Perché vuoi rischiare, non ce nè bisogno! Non
cè bisogno che tu venga
» Astea abbassò
lo sguardo sulla tenue linea dombra che la torre gettava appena
oltre la porta, «perché hai scelto me?»
Lei era già quasi scomparsa nelloscurità.
Si voltò solo quando lui riusciva a distinguere i suoi occhi nelloscurità,
sottili. Distanti.
«Se sopravvivremo, te lo dirò.»
Astea sbendò lalabarda. Ora rimaneva solo una fascia di cuoio
a legare la parte larga del piatto dellarma.
La fece volteggiare in aria prima di entrare.
Il portone si chiuse dietro di loro. La corona luminosa attorno all'eclissi
baluginò infiammata.
Scalini.
Rumori di passi.
Nessuno fiatava.
Ville guidava la fila. Wein dietro di lei procedeva con lo sguardo fisso
fisso su
«Smettila di guardarmi il didietro.» sentenziò Ville.
«Se inciampo con una balestra del genere sulle spalle ti passo da
parte a parte, devo guardare dove metto i piedi!»
«E allora guarda le scale. Non il mio culo.»
Dietro Wein cera Nives.
Le parole del Guardiano le risuonarono in testa.
Accadrà, prima o poi accadrà. È il destino.
Arrivederci tesoro mio.
Scrollò il capo.
Kaviel era stato così chiaro, lei sarebbe diventata la Morte. Che
senso aveva abbandonare Astea in un momento del genere se tanto prima
o poi sarebbe comunque finita? Lo guardò di sbieco. Avrebbe voluto
girarsi e abbracciarlo. Forse per unultima volta, ma si fece coraggio.
Astea sembrò accorgersi dello sguardo e le mise una mano sulla
spalla.
«Se sopravvivremo. Anche io ho qualcosa da dirti.»
Parlò sereno.
Lei sorrise.
«Piantala idiota.»
«Potevi evitare di venire.»
«Piantala idiota.»
Allultimo piano, della torre c'era un immenso ambiente che non poteva
trovare posto nel malridotto ultimo livello della torre, era completamente
deserto. Era una sala ariosa e grande completamente circondata da veli
scuri che coprivano ogni apertura, finestra o vetrata che fosse, per schermare
la luce esterna. I veli scendevano come numerose cascate di parole sussurrate
da ogni angolo del soffitto. Quando Ville varcò la soglia del portone
decine di metri più in basso in fondo alle scale, la stanza si
illuminò di poche e sbiadite luci. Come un carillon si accesero
alcune candele e una voce appena percepibile prese a cantilenare una filastrocca
dalle parole affilate come rasoi.
«Stanno profanando il mio santuario, col loro inutile respiro scacciano
la mia polvere, con le loro parole calpestano i frammenti del mio passato,
i miei ricordi sfilacciati. Me... »
«Stanno profanando il mio santuario, coi loro inutili passi mortificano
il silenzio, coi loro sguardi ingordi consumano le mie stanze, i miei
ricordi sfilacciati. Me
»
La tromba delle scale si perdeva nelloscurità sotto di loro
quando furono di fronte alla porta che dava sull'ambiente debolmente illuminato.
Una leggera aria calda saliva dal basso portandosi dietro una nebbia diversa
da quella fuoriuscita allentrata, più densa.
Poi la porta si aprì e si ritrovarono nella gigantesca sala.
Nel mezzo cera un tavolino da tè con tre sedie.
Sui muri numerosi arazzi sbiaditi e qualche quadro la cui tela era ormai
semplicemente ingiallita.
Dallalto pendeva un lampadario le cui candele scintillavano nelloscurità.
La luce era poca e avvolgeva tutto nei toni di un rosso sangue.
I quattro si misero in riga.
«Cè qualcuno.» sibilò Wein.
In una manciata di secondi la videro tutti.
Era seduta su una sedia del tavolino da tè. O meglio, forse era
apparsa su una sedia del tavolino da tè.
Sembrava una bambola di porcellana o una bella marionetta, in quello spazio
ritagliato dal buio nella sua misura esatta. Lunghi capelli neri, striati
da poche pallide ciocche albine, si mischiavano alle numerose pieghe del
suo vestito sfilacciato. La pelle, bianca e lucida come avorio, scintillava
quasi con la stessa forza delle due manette che le cingevano i polsi.
Le gambe che sbucavano dai teli sovrapposti e irregolari della sua gonna,
erano avvolte da calze diverse, una a strisce bianche e nere, laltra
viola e nere. Colori opachi, come lo era tutto il resto tranne i suoi
occhi.
La donna mosse la testa prima a destra poi a sinistra, con uno scatto.
«Ospiti.»
La nebbia si dissipò. La porta si chiuse.
Ville fece per parlare ma venne interrotta.
«Ospiti o seccatori?»
La donna mosse ancora la testa in quel modo innaturale.
«Salve-»
«Gli ospiti seccatori parlano.» era una constatazione, non
cera ironia nella voce.
Le manette tintinnarono.
«Abbiamo la morte, gli amanti, il folle e la catena. Le carte mi
parlano.»
Astea fissò la sorella.
Ville era più tranquilla che mai, era incredibile.
Persino Wein che in genere si manteneva tranquillo, sembrava innervosito.
Lui era quello che probabilmente sapeva meglio di tutti loro chi avevano
davanti.
«Salve a voi, lady Tabata.» disse infine Ville.
«Cosa cè.» risposte Tabata.
«Siamo i gemelli Ingram di Shaen e questi due sono nostri accompagnatori
e amici. Siamo qui per chiedere udienza.»
«Siete già qui. In udienza.»
«La nostra situazione ci ha portato da voi, siamo
»
«Le carte mi hanno detto già la vostra storia. Ma non mi
interessa.» rispose Tabata svogliata.
«Saprete anche che i vostri poteri forse sono gli unici in grado
di far uscire me e mio fratello da questa situazione vero?»
«No, non lo sapevo.»
Ville si umettò le labbra.
«Scherzavo.» aggiunse poi Tabata sorridendo.
Sorrise per pochi istanti per poi tornare seria, annoiata.
«Dovè Dante?»
Wein sembrò avere una strana reazione. Tabata mosse la testa, troppo
lenta o forse troppo veloce, ogni suo movimento non era percepibile secondo
il metro con cui percepivano tutte le altre cose. L'unica cosa che capivano
era la coscienza di movimenti innaturali.
«Tu conosci Dante?» domandò lei.
Anche Ville si voltò verso il compagno.
«Faccio parte del suo popolo.» rispose Wein con voce ferma.
«Sì ma non sei come lui.»
«Nessuno è come Dante, nessuno è come me.»
«Ma io volevo Dante.»
«La prego milady
» provò Ville, ma Tabata la fulminò
con lo sguardo.
«Andate via.»
Astea si sentì venire meno.
Le sue speranze spazzate via da poche parole dette con una noncuranza
irritante.
«Voi siete la sola che
»
«Andate via. Oggi non ho voglia di parlare.»
«Ma per noi è possibile entrare qui solo-»
«Seccatura.» la troncò lei.
«Se noi trovassimo Dante servirebbe a qualcosa?» provò
a ribattere Sofìa.
«No. Adesso non voglio Dante. Andate via. La Bestia vi brama e non
conviene.»
Astea fece per fare qualche passo avanti ma Ville lo fermò poggiandogli
una mano sul petto.
«Andiamo Astea.»
Lui fece per ribattere ma la sorella si era già voltata.
Poi Wein sentì un brivido percorrerlo dalla testa ai piedi. Come
se delle energie terrificanti si fossero mobilitate in una frazione di
secondo e ora impregnassero tutta la torre.
«La porta è chiusa» provò a dire Wein.
«Ma davvero?» rispose Tabata sarcastica.
Poi tutto avvenne in fretta.
Non videro niente oltre a ciò che lei decise di fargli vedere e
fu troppo poco perché potessero sfruttare la sua generosità.
All'improvviso lei fu il nulla intorno a loro, la sentirono nell'ombra
in cui erano immersi, ma anche nella stessa torre. Nelle mura di cui era
fatta e nel pavimento che calpestavano.
Ville venne passata da parte a parte da un terrificante artiglio, alle
spalle.
Wein venne scaraventato via e andò a sbattere la testa sul muro
afflosciandosi a terra in una chiazza di sangue.
Sofìa invece crollò semplicemente a terra tramortita.
Come se improvvisamente il suo cuore avesse smesso di battere.
Astea riuscì di istinto a schivare un altro artiglio diretto a
lui.
Il cappello di Ville gli volò addosso mentre lei gli cadeva fra
le braccia.
La prese al volo, cadendo in ginocchio con lei, mentre altri due attacchi
gli fischiavano vicino alle orecchie. Due righe di sangue, come lacrime,
gli segnarono le guance.
La stanza gli ruotò attorno alla testa. Vide come di sfuggita il
corpo di Wein e quello di Sofìa.
Rimase immobile, i pugni stretti. Le pupille ridotte a un puntino.
Il suo cuore mancò due battiti.
«Non era così che doveva andare.»
«Oh
invece sì. È scritto.» risuonò
la sua voce nella stanza. Eppure era diversa da quella che avevano udito
prima, lontana, e distorta.
Ville ancora fremeva quando lartiglio le uscì dal petto facendola
cadere a terra.
Scivolò via dalle mani di Astea rimasto immobile.
Il suo cuore scandì due rintocchi.
Poi il ragazzo si alzò, prese lalabarda e piantò la
fine del manico nel pavimento davanti a sé.
«Come
hai
potuto
»
«Laltra ragazza era più educata. Usava del voi
»
continuò quel lontano suono.
«STA ZITTA!» urlò Astea.
Il suo cappotto prese a svolazzare impazzito. Il cuore, riprese a battere
impazzito.
«Cosa cè che non va? La Morte ti spaventa? La tua amica
è morta eppure non è cambiato nulla no?»
La mano di Astea fu sulla lama dellalabarda. Le dita assaporarono
il cuoio che la fasciava e poi lo strapparono via con una facilità
straordinaria.
Ora la lama era davanti al suo volto, lucente.
Rifletteva la sua bocca, il sangue, e i suoi occhi.
Un terrificante lamento si sprigionò dalla torre.
«Ora. Basta.»
Nella torre non c'era più niente.
Entro le mura vorticava un'oscurità più densa che sarebbe
forse stata palpabile, come un fumo nero e striato d'argento. La realtà
dentro la torre era invece sbilenca, storta, la prospettiva sbagliata
aveva fatto scivolare la porta chiusa sul pavimento e le finestre troppo
in alto; come se quella stanza fosse stata dipinta su una tela, e quella
tela, ribaltata da una folata di vento, giacesse ora a terra appoggiata
sul lato sbagliato.
In mezzo a tutto questo Astea giaceva riverso e immobile, il viso immerso
nella pozza lucida del suo stesso sangue. Come un pupazzo di stoffa morbida
era piegato e storto, le braccia incrociate e rotte, nascoste nel groviglio
dei suoi vestiti neri che erano laceri e umidi.
Il cappello di sua sorella era a qualche passo da lui, floscio. Di Ville
però non c'era traccia né degli altri tre corpi. La torre
era diventata un baratro nero che aveva inghiottito ogni cosa tranne lui
e la figura di Tabata che adesso gli stava di fianco, in piedi. Un manichino
grottesco.
Della bestia che aveva fatto scempio non solo dei visitatori, ma anche
della realtà in cui si erano immersi erano rimaste solo tracce
di unghielli e strisciate di sangue che andava solidificandosi. Tabata
invece era tornata indietro dal luogo remoto in cui cadeva ogni volta
che una parte di lei prendeva il sopravvento sull'altra e adesso era lì
a guardarsi intorno, perplessa e assente, come se non capisse né
ricordasse ciò che era successo. Le sue manette tintinnarono sinistre.
Poi il silenzio che c'era fu attraversato da un rumore come di spada,
quindi la tela grondò un liquido nero e denso come petrolio che
scivolò sulle mura storte e sul pavimento che si piegava là
dove prima c'erano le pareti. Gocce di quel miasma attraversarono ogni
cosa, sciogliendola.
L'atmosfera si lacerò in tanti strappi che sibilarono, come se
fossero spifferi e il vento ci passasse attraverso. Sibili di serpente,
fischi di tramontana, da un taglio di fronte ai suoi occhi Tabata vide
una folata di vento portare neve candida sul sangue di Astea.
Un altro luogo e un altro tempo, troppi anni da contare perché
trovassero un posto preciso nella memoria. I colori tremolavano come dietro
la fiamma di una candela accesa e le figure erano solo ombre opalescenti
a cui solo lei poteva dare vera forma e vero significato.
Quello squarcio era come un taglio sulla parete ma invece dello scrostarsi
dei muri, c'era il continuo cadere di quelle gocce vischiose che scivolavano
a terra e formavano altre aperture, come acido che corrodeva la realtà
per mostrarne altre dieci e cento, tutte diverse, o forse sempre la stessa
ma che si ripeteva in momenti e in luoghi diversi.
Tabata attraversò la stanza con passi lenti e cadenzati, una mano
lungo il fianco e le dita piegate come se ancora vi fossero sopra gli
artigli artefici del disastro che la circondava. Raggiunse quel taglio
e vi posò sopra la mano che non lo attraversò, rimase ferma
come se ci fosse stata una superficie trasparente e solida a fermarla.
Attraverso quel vetro immaginario le ombre la videro, o così le
parve, ma non si mossero.
C'era un'ampia stanza rettangolare, ricoperta di marmi bianchi. Enormi
finestre si aprivano su distese sconfinate di neve bianca e morbida e
foreste di conifere così fitte e rigogliose da non riuscire a scorgere
una luce provenire dal loro interno.
Nella stanza, che aveva le dimensioni e l'aspetto di una sala reale, c'erano
due troni e un lungo tavolo che sembrava sgorgare dal pavimento stesso.
Se quello non fosse stato un ricordo, il rumore di passi concitati avrebbe
invaso la stanza, sarebbe riecheggiato sul soffitto, spegnendosi solo
quando gli stivali neri che l'avevano prodotto si sarebbero fermati, là
dove erano adesso.
Il ragazzo era poco più di un'ombra scura, ma Tabata inspirò
e si portò la mano alla bocca come se fosse tormentata da quella
visione. Lei lo vedeva, lo vedeva come lo aveva visto allora, vivo e pieno
del suo entusiasmo. Dolce. Lacrime di sangue le rigarono le guance pallide
alla vista di un viso delicato che si scorgeva appena, attraverso le trasparenze
della figura evanescente oltre lo schermo invisibile del ricordo.
L'ombra portava abiti scuri e un berretto di lana che ricadeva lungo e
morbido alle sue spalle. Sorrise, forse verso Tabata, o forse verso l'ombra
di Tabata che stava appena dietro di lui e rideva anche lei.
Lei era colorata, viva nei suoi colori quasi accecanti. Viva perché
camminava ancora nel tempo.
Muoveva le labbra come se cantasse e lui, piccola anima, cantava con lei.
Tabata volse lo sguardo ma nella sua testa quel ricordo sembrò
troppo vivido e vicino per scomparire semplicemente chiudendo gli occhi.
Nelle mattine di buio che duravano così a lungo da far credere
che il sole fosse solo leggenda, la voce del ragazzo era stata un sussurro
entusiasta verso le luci del nord che danzavano all'orizzonte in veli
violacei. C'era la sua risata che ancora riempiva la torre.
Tabata cadde in ginocchio, i vestiti laceri dalla battaglia e il sangue
delle sue vittime a striare di macchie scure la sua gonna e il corpetto
che le serrava la vita. Nascose il viso nelle mani e per un istante tutto
fu silenzio, mille immagini in movimento animarono la torre. Sulle pareti
e sul pavimento, occhi verdi come smeraldi e azzurri come il mare d'inverno,
mille volti dalla pelle bianca che le sorridevano dai tagli nel tempo
e laggiù, nel buio dell'angolo più lontano della torre,
il sorgere di un sole morto secoli prima che invadeva con i suoi raggi
di memoria tutta la stanza e la illuminava senza farle male. Ombre rosa
e arancione, gocce di falsa rugiada sui capelli di Astea e sulle sue mani.
Tabata reclinò di scatto la testa all'indietro, sul suo viso i
segni della battaglia , negli occhi il dolore di qualcosa che la stava
consumando dentro. Gridò e fu un urlo rauco che veniva da recessi
più lontani, dalla distruzione che sentiva e che ora la circondava.
Si alzò in un movimento unico che non aveva niente di umano.
Afferrò Astea per il volto e lo sollevò con una mano sola
come se non fosse pesato niente, lo guardò con il distacco di occhi
troppo antichi e mentre tutto intorno a lei si spegneva e moriva di nuovo
lo lanciò oltre la finestra senza vetro. Quando il corpo del ragazzo
oltrepassò il foro fra le pesanti mura della torre, la realtà
esterna che rimaneva estranea a Tabata si oppose a quellintruso
e lo avvolse di un liquido denso per poi lacerarsi lasciandolo precipitare
di sotto.
Un attimo dopo la torre non c'era più.
|