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«Avanti prova a colpirmi
» comandò
Enid. Astea si era svegliato nuovamente e non aveva avuto nemmeno il tempo
di dire a che Enid laveva condotto sulla spiaggia della
sua meravigliosa isola. Ora i due si fronteggiavano.
«A.»
«Che cosa?»
«Ehm... ecco... dicevo... chiedermi di attaccarti non mi pare un
buon modo per spiegarmi cosa puoi fare per me
» provò
a rispondere lui.
«Tu fallo e basta.»
«Non ho unarma
»
«Già è vero
la vecchia è andata distrutta,
perciò te ne ho fatta costruire una io, nuova di zecca.»
Enid fece apparire unalabarda se possibile più grande di
quella che aveva prima alta due metri e ottanta dalla lama gigantesca
sulla quale erano presenti tre prese per le mani, il culmine dall'altra
parte della lama era una sfera di ferro che riusciva a bilanciare in qualche
modo l'arma. La soppesò un po' e la lanciò verso il ragazzo.
Lui lafferrò al volo.
«Non mi piace, è più leggera di quellaltra.»
«Unarma leggera è un vantaggio, specialmente quando,
come nel tuo caso, eri abituato a maneggiare unarma molto più
pesante dello stesso tipo.»
Astea borbottò qualcosa e la fece volteggiare intorno a sé.
«Fa dei suoni strani
» ribatté ancora, seccato.
«Ma insomma ti decidi ad attaccarmi?»
«O
ok
» Astea nella maniera meno credibile delluniverso
mollò un fendente a una velocità risibile.
«Andiamo sono un demone! Non mi spezzerò per un colpo
e comunque non riuscirai a colpirmi
»
«Beh ecco
a dire la verità ho qualche problema a
»
«Cosa?»
«Ehm
beh
il tuo
aspetto
e poi ancora non
hai fatto nulla per
giustificare
giustificare un attacco teso
a ucciderti
»
Enid si grattò il capo
«da quando in qua ti fai problemi
a colpire un demone? Non avevo pensato che il mio aspetto potesse costituire
un problema
» ci rimuginò sopra un po dopodiché
si trasformò davanti alla faccia stravolta di Astea in una creatura
bestiale dalle forme grottesche e orribili. Si avvicinò e lo colpì
dritto in faccia.
«Per il Mana!» esclamò. La creatura gli ringhiò
contro e lui stavolta scattò con una velocità fuori dal
comune tagliando laria con un fendente poderoso.
Come era logico supporre Astea andò a vuoto e, prima ancora di
accorgersene, si ritrovò Enid, di nuovo in forma umana, sotto di
sé. La donna si alzò sotto di lui costringendolo a tornare
sullattenti. La bocca della donna sfiorava il mento di Astea.
«Mancata
» sussurrò.
Astea ebbe qualche brivido.
«Non credo questo faccia parte dellallenamento
»
provò a dire «a ogni modo come hai fatto ad apparire qua
sotto? Ti sei teletrasportata?» domandò curioso.
«No
è questo il bello. Ho
letto laria,
il cielo, la terra e il mare.»
Enid sgattaiolò via da Astea che sospirò non capendo.
«Che significa?»
«Perché non tiri a indovinare?»
Astea si grattò il mento «Combatti... senza fare affidamento
solo sugli occhi? E non nel modo tipico dei demoni...»
«Una buona ipotesi. Quanto ti ho detto significa che il mio modo
di combattere consiste nel far respirare ogni angolo del corpo, nel farlo
vivere di qualsiasi minimo spostamento daria, alito di vento, spruzzo
dacqua.»
La spiaggia dellisola tropicale prese a sussurrare.
«Non capisco
»
«Capirai
a ogni modo sappi che per raggiungere un livello
sufficiente in questo tipo di combattimento è necessario allenarsi
per decine di anni
è una pratica lunga, dura e incredibilmente
noiosa.»
Astea si rabbuiò. «Eh no! Dieci anni sono troppi
preferisco
tornare da
»
«Ma tu, » lo interruppe Enid, «potrai imparare tutto
ciò in molto meno
se inizierai a controllare e conoscere
te stesso.»
Astea la fissò sorridendo.
«Controllare me stesso? Lhai detto tu stessa che nemmeno Tabata
avrebbe potuto fare nulla
»
«Lho detto. Nel tuo corpo convivono i ricordi delle battaglie
di Galder e Shagrath. Il che significa che se solo riuscissi ad afferrare
una piccola parte di ciò che è dentro di te, potresti sfruttare
una esperienza millenaria nel combattimento, a quel punto non ti ci vorrebbe
più molto nel diventare un maestro della mia tecnica.»
«Se fossi in grado di controllarmi e di apprendere la loro esperienza
di battaglia cosa me ne farei della tua tecnica?»
«Bella domanda. È semplice. Finché la tua volontà
non sarà diventata così forte da metterti fuori pericolo
definitivamente
combatterai bendato.» concluse Enid facendo
comparire una benda viola.
«Il tuo primo compito sarà di afferrare questo cucciolo di
pantera.» disse Enid.
Astea si trovò sotto i piedi un batuffolo di pelo che muoveva la
coda festoso e cercava di assestargli delle goffe zampate issandosi sugli
arti posteriori.
«Oh beh
pensavo peggio
» disse Astea incamminandosi.
«Aspetta, mettila.» gli porse la benda.
«BRUTTA PALLA DI PELO DOVE DIAVOLO TI SEI CACCIATA?»
gridò Astea nel bel mezzo della foresta.
Era notte.
«Basta ci rinuncio
per oggi
» il suo stomaco emise
suoni che scossero le palme dell'isola tropicale.
«Se non prendi la mia piccola pantera Phelan non potrai mangiare.»
risuonò secca la voce di Enid nellisola.
«COOOOSA???»
Riprese a correre tranciando di netto alberi e vegetazione.
Era il quarto giorno che rincorreva bendato quel dannato cucciolo. La
bestia rimaneva sempre nei paraggi ma era maledettamente agile.
Astea era smorto e denutrito. Gli zigomi erano più scavati del
solito.
«Cavolo
faccio anche fatica a respirare
» biascicò
sedendosi. Ogni tanto era incappato in un ruscello o in qualche frutto
tropicale ma per i suoi standard quelli non erano neanche antipasti.
Per la prima volta nei quattro giorni fece veramente caso ai suoni dellalabarda.
Larma sembrava in qualche modo reagire a quanto lo circondava. Provò
a spostarla a caso nellaria.
Non ebbe dubbi. In qualche modo il movimento dellarma gli dava qualche
informazione su quanto lo circondava. Alberi. Rocce e quantaltro.
Scosse la testa. Si rialzò ed attese.
Dopo un po sentì Phelan avvicinarsi lentamente alla sua sinistra.
«Adesso non mi scappi!»
«PRESO!» gridò afferrando con entrambe le mani
la palla di pelo.
Phelan lo mordicchiò giocoso, scalciò un po' con le zampe
di dietro per poi prendere a leccarlo di gusto con la lingua ruvida.
«Bwah! Piantala mi fai il solletico!» Si rotolò a terra
un po per poi rimettersi seduto.
Lalabarda che aveva lasciato andare durante la presa gli cadde a
qualche centimetro dal naso.
Una gocciolina si sudore freddo gli scivolò lungo il collo quando
capì quanto a fondo era scesa nella terra la lama. Nonostante fosse
semplicemente caduta dal cielo si era conficcata profondamente in un pesante
tronco di legno.
«
sarebbe stata una morte del cazzo
» sussurrò
facendo per togliersi la benda.
Ma Enid apparve di nuovo fermandolo.
«Aspetta.» disse lei.
«Aspetta cosa! Ho fame e devo mangiare!» gridò di rimando
al vuoto.
«Bene, prendi questo.» Enid gli passò una sola, unica,
insignificante mela.
«Ehm
beh?» chiese il ragazzo.
«Quello è il tuo pasto.»
Il ragazzo ebbe un tic al sopracciglio.
«Ehm
non so se sei abituata a quanto mangiano gli uomini
comunque
QUESTA MI BASTA PER UN DENTE!»
La donna rise divertita, un suono melodioso.
«Ho detto che avresti potuto mangiare ma non ho detto quanto.»
continuò lei.
Il ragazzo si alzò in piedi e barcollò vistosamente. «Ma
che allenamento è? Se non mangio non potrò mai migliorare!»
«Beh intanto hai imparato a usare un minimo la tua arma
e
comunque non te la prendere. Devi superare unaltra prova dopodiché
mangerai a volontà.»
Il volto del ragazzo si illuminò.
«Cosa devo fare?»
«È semplice, dovrai tagliare qualcosa con la tua alabarda
»
Astea si sentì portare via dalla giungla. Ora era in un luogo silenzioso
«Che è successo? Siamo nel castello? Mi gira la testa
»
«Ci siamo teletrasportati
e visto che non sei abituato ti
gira la testa. » Enid gli camminò attorno. «Siamo nel
castello. Davanti a te cè il blocco da tagliare. Buon divertimento
»
«Beh questarma taglia tutto come il burro, non mi ci vorrà
tanto.» toccò la superficie del blocco. Sembrava metallo.
Si fece una idea di quanto fosse grosso e poi calò con forza la
sua arma.
Larma gli tornò indietro con un rumore secco e metallico,
quasi con la stessa forza che aveva usato e per poco non gli andò
in testa.
«ARGH! È DURISSIMO!!»
«Già
è un blocco di mithril. Decisamente più
resistente della tua arma
tecnicamente impossibile da tagliare con
altro che non sia diamante o con un'arma incantata di grande potere.»
Astea sbiancò.
«Non ho forza! Sono stanco non ce la farò mai a farlo a pezzi!»
«Senti Astea vuoi uscire dalla tua situazione incresciosa o vuoi
rimanere per sempre una peso per gli altri?»
«
ma io
voglio mangiare
» piagnucolò
lui.
«Mangerai dopo. Ora datti da fare.»
Astea sentì una specie di sibilo. Il demone lo aveva lasciato solo.
Si sputò sulle mani e prese a colpire con nuova forza sul blocco.
Provò a colpire di punta ma le vibrazioni gli fecero venire la
pelle doca.
Era passato un altro giorno.
Astea si reggeva a mala pena in piedi e ansimava vistosamente.
«Anf anf
non ce la farò mai
» bofonchiò
mentre il blocco senza un graffio campeggiava di fronte a lui, freddo.
Provò a sollevare larma e quasi non vi riuscì
poi, in un ultimo impeto calò di nuovo lalabarda sul blocco
e questo si divise in due di netto con un sibilo che gli gelò il
sangue nelle vene
«Uargh!»
Cadde a terra e prese a ridere di gusto.
«BWHAHAH CE LHO FATTA! ORA VOGLIO MANGIARE!»
gridò sdraiato a terra con una mano sulla faccia.
La giornata seguente la passò a rifocillarsi.
Non nel senso che mangiò e si riposò
ma nel senso
che mangiò e mangiò e mangiò per una giornata di
fila.
Enid si fece nuovamente viva verso sera con una espressione prossima al
disgusto dipinta sulla faccia.
«Insomma la finisci di mangiare? Come fai a tenere dentro tutta
quella roba?»
«Oh beh
mentre mangio la digerisco perciò potrei continuare
allinfinito
»
Il demone preferì non approfondire oltre le dinamiche del metabolismo
di Astea e prese a fargli qualche domanda.
«Hai idea di come tu sia riuscito a tagliare quel blocco?»
$«"CHOMP CHOMP"... NO "CHOMP CHOMP"
»
Scosse la testa.
«E se ci rifletti un po su?»
«"CHOMP CHOMP"... NO "CHOMP CHOMP"
»
Enid continuò a fissarlo per un po' finché lui non si sentì
così tanto osservato da provare a dare una risposta.
«Ce l'ho fatta perché ero stanco morto?»
Gli occhi della Tessitrice lampeggiarono. Astea fermò per qualche
istante la sua danza di morte a tavola per poi riprendere a fagocitare
cibo. Non aveva capito nulla.
Una spallina della vestaglia di Enid le cadde dalle spalle.
«Ben detto Astea, alla fine di quasi cinque giorni di digiuno in
cui hai messo a dura prova le tue energie, sei rimasto completamente privo
di energie superflue e così lultimo movimento che hai fatto
è stato completamente naturale. Hai eliminato qualsiasi movimento
di troppo e il tuo colpo è stato tecnicamente perfetto, puro.»
«Grandioso! Significa che quello è il modo in cui devo riuscire
a brandire sempre la mia arma?»
«Humpf
più o meno
ma sappi che non è facile
dovrai fare pratica anche con quello
»
Astea riprese a mangiare con più foga di prima.
«La prossima prova
»
«A
aspetta
cè della frutta?»
Enid scosse la testa.
Il sole descriveva circoli in aria leggermente più bassi, anche
se sulla Isola di Cathal il passare delle stagioni era appena percepibile.
Molte settimane erano trascorse.
«Astea. Stasera cominceremo lallenamento
» sentenziò
Enid apparendogli vicino in un tintinnio di braccialetti.
«Che cos-argh!» il ragazzo bendato e precariamente in equilibrio
sullindice e lanulare sopra una rupe della scogliera dellisola,
cascò irrimediabilmente in mare.
Nella caduta spaccò in due di netto uno scoglio.
Il mare prese a colorarsi di sangue
poi dopo un po riaffiorò
anche lui.
«Allenamento? E fino a ora che ho fatto? Un gioco di società?»
Enid gli regalò un sorriso.
«Finora non è stato un vero allenamento. Ti mancavano anche
le basi.»
«Ma
ho battuto anche Ghorost!»
«Ghorost non è stato sconfitto
anzi, ti dirò
di più. Ho fissato con Brynard una data per un vostro nuovo scontro.»
Astea affondò.
Arrancò fino a una roccia che affiorava a pelo dellacqua
e riprese a sbraitare.
«Non ce la farò mai da solo!»
«Ma come
se mi avevi detto che lavevi battuto
»
proseguì scuotendo la testa. «Fra un mesetto sarai più
che in grado di batterlo. E ora vatti a medicare
»
Astea affondò come un sasso.
Le sere sullisola diventavano pungenti quando spirava la brezza
dal nord.
Astea si presentò da Enid verso le otto e mezza.
Aveva la barba sfatta. Con qualche pelaccio sul volto sembrava decisamente
più grande.
Il demone non lo degnò di uno sguardo, si alzò dal trono
e lo oltrepassò. Quando fu sulla porta lo chiamò.
«Seguimi.»
Il ragazzo prese a seguirla, fecero qualche rampa di scale, prima in discesa
poi in salita, e passarono per stanze arredate di tutto punto.
Astea, comunque privo dellalabarda, non urtò un singolo pezzo
darredamento e la seguì con facilità nonostante la
benda sugli occhi.
«Cominci a cavartela da cieco
»
«Certo che me la cavo
non mi ricordo nemmeno comè
fatto il mio viso
»
«Hai la barba
»
«Ah ecco che era quel ruvido
»
Uscirono dal castello per poi rientrare da unaltra entrata.
Si fermarono dopo una ventina di minuti. Quel palazzo era enorme.
«Sai dove ci troviamo?» disse lei.
«Certo, ala Ovest, nella stanza più esterna del castello.»
«Come fai a saperlo?»
« È il vento. Ci sono poche finestre in questo castello e
il vento passa solo attraverso alcune di esse. Durante parte del viaggio
ho avuto il vento alla mia destra mentre ora non lo sento più.
Significa che siamo a Ovest. Quanto alla stanza in particolare
non
sono mai entrato qua dentro, era sempre chiusa e quindi non la riconosco
mentre grosso modo il resto del castello lho visitato tutto.»
«Certo, faceva parte dellallenamento esplorare bendato il
castello. Dimmi ancora
cosa intendi quando dici che non la riconosci?»
«Significa che non percepisco gli oggetti attorno a me in un modo
che mi è familiare
»
«Capisco.»
Astea si grattò la testa.
«Posso farti una domanda?»
Enid si voltò. «Certo.»
«Perché mi hai fatto andare in giro bendato per il castello
invece che per lisola? In fondo lisola è più
confusionaria e sarebbe stato più difficile affinare i sensi no?»
Enid scosse la testa.
«Tutto il contrario. Nellisola è troppo facile. Il
vento, il calore del sole, il terreno. Diventa molto più facile
sentire quello che hai intorno. Questo castello invece riduce
al minimo qualsiasi interferenza nelle normali percezioni umane
per questo è molto più difficile riuscire a percepire le
sue parti. Molto più di unisola tropicale.»
Astea batté il pugno sul palmo della mano.
«Perfetto! Significa che sono un genio vero?»
«Un po
comunque il difficile viene adesso. Qua non avrai
bisogno del talento e nemmeno della forza fisica che sei capace di sviluppare.»
Astea si voltò intorno non capendo bene cosa volesse dire la donna.
«Questa stanza
è strana
» disse fra sé
e sé.
«Già, presto la conoscerai. In questo allenamento sarai messo
alla prova più che nei precedenti
» proseguì
lei. Il suo profumo esotico e il tintinnare dei braccialetti permettevano
al ragazzo di percepire Enid come se fosse davanti ai suoi occhi.
«Ricorda quanto ti ho detto. Usa la tua forza di volontà.
Devi superare la tua fragilità, diventare uno con le forze che
ti animano, comprenderle e imparare da loro.»
«Enid.» disse serio Astea. «Avverto una sensazione di
disagio.»
«Apri gli occhi Astea, togli la benda.»
Astea tolse con un po di timore la benda. I suoi sospetti si materializzarono
davanti a lui come il suo peggiore incubo.
La stanza era completamente circondata da specchi. Non verano né
finestre né porte.
«SCIOCCA!» gridò mentre i suoi occhi prendevano
a lampeggiare prima di rosso fuoco e poi di un azzurro iridescente.
«Divertiti
» disse lei svanendo nel nulla.
Astea crollò a terra in preda alle convulsioni. I due colori si
mescolarono nelle sue iridi fino a esplodere intorno a lui in un cono
di luce che spaccò tutti gli specchi della stanza
procedendo
in circolo fu allora che il soffitto si illuminò di un potentissimo
sigillo.
Gli specchi si rigenerarono e presero a pulsare.
Astea si scagliò contro il bersaglio più vicino, gli specchi
esplosero di nuovo ma presto si rigenerarono.
Urlò di rabbia.
Enid apparve sopra la stanza dellala Ovest e si dispose al centro
di un altro sigillo più piccolo. Poi prese a rilasciare una quantità
terrificante di energie. Dal piccolo sigillo lingue di potere demoniaco
si allargarono e corsero per tutta lisola fino a raggiungere gli
apici di un più colossale sigillo che sfruttava lintera conformazione
del lembo di terra.
«Ora viene il bello
» sibilò.
Dalla stanza dipartirono cinque coni di luce che andarono a confluire
verso cinque scogli che circondavano l'isola. La roccia prese a lampeggiare
emettendo suoni sordi.
Sette giorni e sette notti Enid rimase ferma al centro del sigillo liberando
tutte le proprie energie per mantenere in piedi la stanza nell'ala Ovest.
Alla fine del settimo giorno le rocce dislocate agli angoli dell'isola
esplosero in mille pezzi assieme allo stesso incantesimo che scosse la
terra.
Un terrificante boato accompagnò la deflagrazione poi, nel giro
di chilometri, scese il silenzio.
Enid provò ad alzarsi ma ricadde sulla sedia. Spossata.
Quando riuscì nuovamente a muoversi, vagò per il castello,
scendendo le scale che l'avrebbero condotta da Astea.
Aprì la porta. Lui era in ginocchio in mezzo alla sala, le braccia
conserte.
I suoi capelli avevano perso la benché minima tonalità di
castano ed erano sbiaditi in un bianco diafano.
Gli specchi erano svaniti col sigillo e ora la sala era tornata quella
di prima, spoglia e asettica.
«Astea?» domandò il demone.
Il ragazzo volse il capo verso di lei.
Senza accorgersene Enid era indietreggiata di un passo.
Lui svenne.
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