Cinquantanovesimo Episodio: Resta


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«Avanti prova a colpirmi…» comandò Enid. Astea si era svegliato nuovamente e non aveva avuto nemmeno il tempo di dire “a” che Enid l’aveva condotto sulla spiaggia della sua meravigliosa isola. Ora i due si fronteggiavano.
«A.»
«Che cosa?»
«Ehm... ecco... dicevo... chiedermi di attaccarti non mi pare un buon modo per spiegarmi cosa puoi fare per me…» provò a rispondere lui.
«Tu fallo e basta.»
«Non ho un’arma…»
«Già è vero… la vecchia è andata distrutta, perciò te ne ho fatta costruire una io, nuova di zecca.»
Enid fece apparire un’alabarda se possibile più grande di quella che aveva prima alta due metri e ottanta dalla lama gigantesca sulla quale erano presenti tre prese per le mani, il culmine dall'altra parte della lama era una sfera di ferro che riusciva a bilanciare in qualche modo l'arma. La soppesò un po' e la lanciò verso il ragazzo.
Lui l’afferrò al volo.
«Non mi piace, è più leggera di quell’altra.»
«Un’arma leggera è un vantaggio, specialmente quando, come nel tuo caso, eri abituato a maneggiare un’arma molto più pesante dello stesso tipo.»
Astea borbottò qualcosa e la fece volteggiare intorno a sé.
«Fa dei suoni strani…» ribatté ancora, seccato.
«Ma insomma ti decidi ad attaccarmi?»
«O… ok…» Astea nella maniera meno credibile dell’universo mollò un fendente a una velocità risibile.
«Andiamo sono un demone! Non mi spezzerò per un colpo… e comunque non riuscirai a colpirmi…»
«Beh ecco… a dire la verità ho qualche problema a…»
«Cosa?»
«Ehm… beh… il tuo… aspetto… e poi ancora non hai fatto nulla per… giustificare… giustificare un attacco teso a ucciderti…»
Enid si grattò il capo… «da quando in qua ti fai problemi a colpire un demone? Non avevo pensato che il mio aspetto potesse costituire un problema…» ci rimuginò sopra un po’ dopodiché si trasformò davanti alla faccia stravolta di Astea in una creatura bestiale dalle forme grottesche e orribili. Si avvicinò e lo colpì dritto in faccia.
«Per il Mana!» esclamò. La creatura gli ringhiò contro e lui stavolta scattò con una velocità fuori dal comune tagliando l’aria con un fendente poderoso.
Come era logico supporre Astea andò a vuoto e, prima ancora di accorgersene, si ritrovò Enid, di nuovo in forma umana, sotto di sé. La donna si alzò sotto di lui costringendolo a tornare sull’attenti. La bocca della donna sfiorava il mento di Astea.
«Mancata…» sussurrò.
Astea ebbe qualche brivido.
«Non credo questo faccia parte dell’allenamento…» provò a dire «a ogni modo come hai fatto ad apparire qua sotto? Ti sei teletrasportata?» domandò curioso.
«No… è questo il bello. Ho… letto l’aria, il cielo, la terra e il mare.»
Enid sgattaiolò via da Astea che sospirò non capendo.
«Che significa?»
«Perché non tiri a indovinare?»
Astea si grattò il mento «Combatti... senza fare affidamento solo sugli occhi? E non nel modo tipico dei demoni...»
«Una buona ipotesi. Quanto ti ho detto significa che il mio modo di combattere consiste nel far respirare ogni angolo del corpo, nel farlo vivere di qualsiasi minimo spostamento d’aria, alito di vento, spruzzo d’acqua.»
La spiaggia dell’isola tropicale prese a sussurrare.
«Non capisco…»
«Capirai… a ogni modo sappi che per raggiungere un livello sufficiente in questo tipo di combattimento è necessario allenarsi per decine di anni… è una pratica lunga, dura e incredibilmente… noiosa.»
Astea si rabbuiò. «Eh no! Dieci anni sono troppi… preferisco tornare da…»
«Ma tu, » lo interruppe Enid, «potrai imparare tutto ciò in molto meno… se inizierai a controllare e conoscere te stesso.»
Astea la fissò sorridendo.
«Controllare me stesso? L’hai detto tu stessa che nemmeno Tabata avrebbe potuto fare nulla…»
«L’ho detto. Nel tuo corpo convivono i ricordi delle battaglie di Galder e Shagrath. Il che significa che se solo riuscissi ad afferrare una piccola parte di ciò che è dentro di te, potresti sfruttare una esperienza millenaria nel combattimento, a quel punto non ti ci vorrebbe più molto nel diventare un maestro della mia tecnica.»
«Se fossi in grado di controllarmi e di apprendere la loro “esperienza di battaglia” cosa me ne farei della tua tecnica?»
«Bella domanda. È semplice. Finché la tua volontà non sarà diventata così forte da metterti fuori pericolo definitivamente… combatterai bendato.» concluse Enid facendo comparire una benda viola.
«Il tuo primo compito sarà di afferrare questo cucciolo di pantera.» disse Enid.
Astea si trovò sotto i piedi un batuffolo di pelo che muoveva la coda festoso e cercava di assestargli delle goffe zampate issandosi sugli arti posteriori.
«Oh beh… pensavo peggio…» disse Astea incamminandosi.
«Aspetta, mettila.» gli porse la benda.

«BRUTTA PALLA DI PELO DOVE DIAVOLO TI SEI CACCIATA?» gridò Astea nel bel mezzo della foresta.
Era notte.
«Basta ci rinuncio… per oggi…» il suo stomaco emise suoni che scossero le palme dell'isola tropicale.
«Se non prendi la mia piccola pantera Phelan non potrai mangiare.» risuonò secca la voce di Enid nell’isola.
«COOOOSA???»
Riprese a correre tranciando di netto alberi e vegetazione.

Era il quarto giorno che rincorreva bendato quel dannato cucciolo. La bestia rimaneva sempre nei paraggi ma era maledettamente agile.
Astea era smorto e denutrito. Gli zigomi erano più scavati del solito.
«Cavolo… faccio anche fatica a respirare…» biascicò sedendosi. Ogni tanto era incappato in un ruscello o in qualche frutto tropicale ma per i suoi standard quelli non erano neanche antipasti.
Per la prima volta nei quattro giorni fece veramente caso ai suoni dell’alabarda.
L’arma sembrava in qualche modo reagire a quanto lo circondava. Provò a spostarla a caso nell’aria.
Non ebbe dubbi. In qualche modo il movimento dell’arma gli dava qualche informazione su quanto lo circondava. Alberi. Rocce e quant’altro.
Scosse la testa. Si rialzò ed attese.
Dopo un po’ sentì Phelan avvicinarsi lentamente alla sua sinistra.
«Adesso non mi scappi!»
«PRESO!» gridò afferrando con entrambe le mani la palla di pelo.
Phelan lo mordicchiò giocoso, scalciò un po' con le zampe di dietro per poi prendere a leccarlo di gusto con la lingua ruvida.
«Bwah! Piantala mi fai il solletico!» Si rotolò a terra un po’ per poi rimettersi seduto.
L’alabarda che aveva lasciato andare durante la presa gli cadde a qualche centimetro dal naso.
Una gocciolina si sudore freddo gli scivolò lungo il collo quando capì quanto a fondo era scesa nella terra la lama. Nonostante fosse semplicemente caduta dal cielo si era conficcata profondamente in un pesante tronco di legno.
«… sarebbe stata una morte del cazzo…» sussurrò facendo per togliersi la benda.
Ma Enid apparve di nuovo fermandolo.
«Aspetta.» disse lei.
«Aspetta cosa! Ho fame e devo mangiare!» gridò di rimando al vuoto.
«Bene, prendi questo.» Enid gli passò una sola, unica, insignificante mela.
«Ehm… beh?» chiese il ragazzo.
«Quello è il tuo pasto.»
Il ragazzo ebbe un tic al sopracciglio.
«Ehm… non so se sei abituata a quanto mangiano gli uomini… comunque… QUESTA MI BASTA PER UN DENTE
La donna rise divertita, un suono melodioso.
«Ho detto che avresti potuto mangiare ma non ho detto quanto.» continuò lei.
Il ragazzo si alzò in piedi e barcollò vistosamente. «Ma che allenamento è? Se non mangio non potrò mai migliorare!»
«Beh intanto hai imparato a usare un minimo la tua arma… e comunque non te la prendere. Devi superare un’altra prova dopodiché mangerai a volontà.»
Il volto del ragazzo si illuminò.
«Cosa devo fare?»
«È semplice, dovrai tagliare qualcosa con la tua alabarda…»
Astea si sentì portare via dalla giungla. Ora era in un luogo silenzioso…
«Che è successo? Siamo nel castello? Mi gira la testa…»
«Ci siamo teletrasportati… e visto che non sei abituato ti gira la testa. » Enid gli camminò attorno. «Siamo nel castello. Davanti a te c’è il blocco da tagliare. Buon divertimento…»
«Beh quest’arma taglia tutto come il burro, non mi ci vorrà tanto.» toccò la superficie del blocco. Sembrava metallo.
Si fece una idea di quanto fosse grosso e poi calò con forza la sua arma.
L’arma gli tornò indietro con un rumore secco e metallico, quasi con la stessa forza che aveva usato e per poco non gli andò in testa.
«ARGH! È DURISSIMO!!»
«Già… è un blocco di mithril. Decisamente più resistente della tua arma… tecnicamente impossibile da tagliare con altro che non sia diamante o con un'arma incantata di grande potere.»
Astea sbiancò.
«Non ho forza! Sono stanco non ce la farò mai a farlo a pezzi!»
«Senti Astea vuoi uscire dalla tua situazione incresciosa o vuoi rimanere per sempre una peso per gli altri?»
«… ma io… voglio mangiare…» piagnucolò lui.
«Mangerai dopo. Ora datti da fare.»
Astea sentì una specie di sibilo. Il demone lo aveva lasciato solo.
Si sputò sulle mani e prese a colpire con nuova forza sul blocco.

Provò a colpire di punta ma le vibrazioni gli fecero venire la pelle d’oca.
Era passato un altro giorno.
Astea si reggeva a mala pena in piedi e ansimava vistosamente.
«Anf anf… non ce la farò mai…» bofonchiò mentre il blocco senza un graffio campeggiava di fronte a lui, freddo.
Provò a sollevare l’arma e quasi non vi riuscì… poi, in un ultimo impeto calò di nuovo l’alabarda sul blocco e questo si divise in due di netto con un sibilo che gli gelò il sangue nelle vene…
«Uargh
Cadde a terra e prese a ridere di gusto.
«BWHAHAH CE L’HO FATTA! ORA VOGLIO MANGIARE!» gridò sdraiato a terra con una mano sulla faccia.

La giornata seguente la passò a rifocillarsi.
Non nel senso che mangiò e si riposò… ma nel senso che mangiò e mangiò e mangiò per una giornata di fila.
Enid si fece nuovamente viva verso sera con una espressione prossima al disgusto dipinta sulla faccia.
«Insomma la finisci di mangiare? Come fai a tenere dentro tutta quella roba?»
«Oh beh… mentre mangio la digerisco perciò potrei continuare all’infinito…»
Il demone preferì non approfondire oltre le dinamiche del metabolismo di Astea e prese a fargli qualche domanda.
«Hai idea di come tu sia riuscito a tagliare quel blocco?»
"CHOMP CHOMP"... NO "CHOMP CHOMP"…»
Scosse la testa.
«E se ci rifletti un po’ su?»
«"CHOMP CHOMP"... NO "CHOMP CHOMP"…»
Enid continuò a fissarlo per un po' finché lui non si sentì così tanto osservato da provare a dare una risposta.
«Ce l'ho fatta perché ero stanco morto?»
Gli occhi della Tessitrice lampeggiarono. Astea fermò per qualche istante la sua danza di morte a tavola per poi riprendere a fagocitare cibo. Non aveva capito nulla.
Una spallina della vestaglia di Enid le cadde dalle spalle.
«Ben detto Astea, alla fine di quasi cinque giorni di digiuno in cui hai messo a dura prova le tue energie, sei rimasto completamente privo di energie superflue e così l’ultimo movimento che hai fatto è stato completamente naturale. Hai eliminato qualsiasi movimento di troppo e il tuo colpo è stato tecnicamente perfetto, puro.»
«Grandioso! Significa che quello è il modo in cui devo riuscire a brandire sempre la mia arma?»
«Humpf… più o meno… ma sappi che non è facile… dovrai fare pratica anche con quello…»
Astea riprese a mangiare con più foga di prima.
«La prossima prova…»
«A… aspetta… c’è della frutta?»
Enid scosse la testa.

Il sole descriveva circoli in aria leggermente più bassi, anche se sulla Isola di Cathal il passare delle stagioni era appena percepibile. Molte settimane erano trascorse.
«Astea. Stasera cominceremo l’allenamento…» sentenziò Enid apparendogli vicino in un tintinnio di braccialetti.
«Che cos-argh!» il ragazzo bendato e precariamente in equilibrio sull’indice e l’anulare sopra una rupe della scogliera dell’isola, cascò irrimediabilmente in mare.
Nella caduta spaccò in due di netto uno scoglio.
Il mare prese a colorarsi di sangue… poi dopo un po’ riaffiorò anche lui.
«Allenamento? E fino a ora che ho fatto? Un gioco di società?»
Enid gli regalò un sorriso.
«Finora non è stato un vero allenamento. Ti mancavano anche le basi.»
«Ma… ho battuto anche Ghorost!»
«Ghorost non è stato sconfitto… anzi, ti dirò di più. Ho fissato con Brynard una data per un vostro nuovo scontro.»
Astea affondò.
Arrancò fino a una roccia che affiorava a pelo dell’acqua e riprese a sbraitare.
«Non ce la farò mai da solo!»
«Ma come… se mi avevi detto che l’avevi battuto…» proseguì scuotendo la testa. «Fra un mesetto sarai più che in grado di batterlo. E ora vatti a medicare…»
Astea affondò come un sasso.

Le sere sull’isola diventavano pungenti quando spirava la brezza dal nord.
Astea si presentò da Enid verso le otto e mezza.
Aveva la barba sfatta. Con qualche pelaccio sul volto sembrava decisamente più grande.
Il demone non lo degnò di uno sguardo, si alzò dal trono e lo oltrepassò. Quando fu sulla porta lo chiamò.
«Seguimi.»
Il ragazzo prese a seguirla, fecero qualche rampa di scale, prima in discesa poi in salita, e passarono per stanze arredate di tutto punto.
Astea, comunque privo dell’alabarda, non urtò un singolo pezzo d’arredamento e la seguì con facilità nonostante la benda sugli occhi.
«Cominci a cavartela da cieco…»
«Certo che me la cavo… non mi ricordo nemmeno com’è fatto il mio viso…»
«Hai la barba…»
«Ah ecco che era quel ruvido…»
Uscirono dal castello per poi rientrare da un’altra entrata.
Si fermarono dopo una ventina di minuti. Quel palazzo era enorme.
«Sai dove ci troviamo?» disse lei.
«Certo, ala Ovest, nella stanza più esterna del castello.»
«Come fai a saperlo?»
« È il vento. Ci sono poche finestre in questo castello e il vento passa solo attraverso alcune di esse. Durante parte del viaggio ho avuto il vento alla mia destra mentre ora non lo sento più. Significa che siamo a Ovest. Quanto alla stanza in particolare… non sono mai entrato qua dentro, era sempre chiusa e quindi non la riconosco… mentre grosso modo il resto del castello l’ho visitato tutto.»
«Certo, faceva parte dell’allenamento esplorare bendato il castello. Dimmi ancora… cosa intendi quando dici che non la riconosci?»
«Significa che non percepisco gli oggetti attorno a me in un modo che mi è familiare…»
«Capisco.»
Astea si grattò la testa.
«Posso farti una domanda?»
Enid si voltò. «Certo.»
«Perché mi hai fatto andare in giro bendato per il castello invece che per l’isola? In fondo l’isola è più confusionaria e sarebbe stato più difficile affinare i sensi no?»
Enid scosse la testa.
«Tutto il contrario. Nell’isola è troppo facile. Il vento, il calore del sole, il terreno. Diventa molto più facile “sentire” quello che hai intorno. Questo castello invece riduce al minimo qualsiasi interferenza nelle normali percezioni umane… per questo è molto più difficile riuscire a percepire le sue parti. Molto più di un’isola tropicale.»
Astea batté il pugno sul palmo della mano.
«Perfetto! Significa che sono un genio vero?»
«Un po’… comunque il difficile viene adesso. Qua non avrai bisogno del talento e nemmeno della forza fisica che sei capace di sviluppare.»
Astea si voltò intorno non capendo bene cosa volesse dire la donna.
«Questa stanza … è strana…» disse fra sé e sé.
«Già, presto la conoscerai. In questo allenamento sarai messo alla prova più che nei precedenti…» proseguì lei. Il suo profumo esotico e il tintinnare dei braccialetti permettevano al ragazzo di percepire Enid come se fosse davanti ai suoi occhi.
«Ricorda quanto ti ho detto. Usa la tua forza di volontà. Devi superare la tua fragilità, diventare uno con le forze che ti animano, comprenderle e imparare da loro.»
«Enid.» disse serio Astea. «Avverto una sensazione di disagio.»
«Apri gli occhi Astea, togli la benda.»
Astea tolse con un po’ di timore la benda. I suoi sospetti si materializzarono davanti a lui come il suo peggiore incubo.
La stanza era completamente circondata da specchi. Non v’erano né finestre né porte.

«SCIOCCA!» gridò mentre i suoi occhi prendevano a lampeggiare prima di rosso fuoco e poi di un azzurro iridescente.
«Divertiti… » disse lei svanendo nel nulla.
Astea crollò a terra in preda alle convulsioni. I due colori si mescolarono nelle sue iridi fino a esplodere intorno a lui in un cono di luce che spaccò tutti gli specchi della stanza… procedendo in circolo fu allora che il soffitto si illuminò di un potentissimo sigillo.
Gli specchi si rigenerarono e presero a pulsare.
Astea si scagliò contro il bersaglio più vicino, gli specchi esplosero di nuovo ma presto si rigenerarono.
Urlò di rabbia.

Enid apparve sopra la stanza dell’ala Ovest e si dispose al centro di un altro sigillo più piccolo. Poi prese a rilasciare una quantità terrificante di energie. Dal piccolo sigillo lingue di potere demoniaco si allargarono e corsero per tutta l’isola fino a raggiungere gli apici di un più colossale sigillo che sfruttava l’intera conformazione del lembo di terra.
«Ora viene il bello…» sibilò.
Dalla stanza dipartirono cinque coni di luce che andarono a confluire verso cinque scogli che circondavano l'isola. La roccia prese a lampeggiare emettendo suoni sordi.

Sette giorni e sette notti Enid rimase ferma al centro del sigillo liberando tutte le proprie energie per mantenere in piedi la stanza nell'ala Ovest.
Alla fine del settimo giorno le rocce dislocate agli angoli dell'isola esplosero in mille pezzi assieme allo stesso incantesimo che scosse la terra.
Un terrificante boato accompagnò la deflagrazione poi, nel giro di chilometri, scese il silenzio.
Enid provò ad alzarsi ma ricadde sulla sedia. Spossata.
Quando riuscì nuovamente a muoversi, vagò per il castello, scendendo le scale che l'avrebbero condotta da Astea.
Aprì la porta. Lui era in ginocchio in mezzo alla sala, le braccia conserte.
I suoi capelli avevano perso la benché minima tonalità di castano ed erano sbiaditi in un bianco diafano.
Gli specchi erano svaniti col sigillo e ora la sala era tornata quella di prima, spoglia e asettica.
«Astea?» domandò il demone.
Il ragazzo volse il capo verso di lei.
Senza accorgersene Enid era indietreggiata di un passo.
Lui svenne.

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