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La vestaglia bianca avvolgeva Enid come un fiore di strani
petali cadenti dal profumo inebriante.
«Non avrai tempo di mangiare e dormire. Dovrai allenarti ventiquattro
ore su ventiquattro. Confido che un allenamento così duro potrà
fare per la tua testa molto di più di un lungo allenamento ai ritmi
di un comune mortale... perché... lo sai, il problema è
tutto nella tua testa vero?» terminò picchiettando sul capo
di Astea.
Il ragazzo si ritrasse pensoso. «Non credo di poter resistere per
un mese senza mangiare e dormire...»
«Infatti, col tuo benestare utilizzerò su di te un incantesimo
che ti fornirà le energie necessarie ad affrontare l'allenamento
senza riposo. »
Astea avrebbe voluto rispondere "non mi fido di un demone..."
ma qualcosa dentro, mentre apriva bocca per parlare, gli fece rispondere
diversamente: «E sia.»
Enid tracciò nell'aria uno strano simbolo con le dita che rimase
a baluginare davanti al petto del ragazzo. Con un ultimo tocco leggero
il simbolo si andò a stampare sul petto di Astea come un tatuaggio.
Il ragazzo urlò di dolore come se venisse bruciato e si sbottonò
la maglia in fretta per cercare di spegnersi.
Il tatuaggio balenava di una luce violetta. E pulsava.
«Ecco fatto.» disse lei concedendosi una svisata di sopracciglio
di fronte a un Astea in déshabillé.
Il ragazzo si scrollò di dosso qualche brivido e si rivestì
in fretta.
«Spero che questo se ne vada a giochi fatti... non vorrei rimanere
marchiato a vita...»
«Figurati... lo rimuoverò personalmente una volta finito
l'allenamento... senza contare che poi a me gli uomini piacciono glabri...»
«Che cos-...come?»
Lei era già lontana.
«Ricorda, quel simbolo ha arrestato il tuo invecchiamento e parte
delle tue funzioni biologiche. Ciò non toglie che se utilizzi i
veri poteri che sei in grado di liberare, quel marchio diventerà
utile come un salvagente in mezzo a una tempesta...»
«Ma sono davvero così enormi?»
Enid sospirò divertita. «Ma come, non te ne rendi conto?»
«Beh... io mi rendo conto della follia che mi pervade... ma quando
li uso sono del tutto incosciente...»
«Beh ti basti sapere che per tenerti chiuso nell'ala Ovest per una
settimana ho impiegato quasi tutti i miei poteri e ho retto finché
il sigillo che avevo tracciato sull'isola non si è spezzato.»
Astea si allargò il colletto della maglia.
«Bene, ora che faccio? Acchiappo Phelan? Mi metto la benda?»
prese a guardarsi intorno cercando il morbido cucciolo di pantera.
Lei sorrise. «Figurati! Le basi ormai le hai e hai anche capito
come funziona la mia tecnica... quello che ti manca è la pratica.
Il che significa che dovremo tornare nell'ala Ovest... e tu dovrai di
nuovo affrontare te stesso. Stavolta non dovrai lasciar andare tutto come
hai fatto l'altra volta. Sarà una prova che affronteremo insieme.
Dovremo riuscire a mantenere il sigillo integro per il maggior tempo possibile.»
«Che assurdità! Non c'è verso in cui io possa mantenere
il controllo!»
«Ma ci hai mai provato?»
«Non è questione di provarci! Tutto scivola via veloce...
e anche la mia coscienza...»
«Io ti darò una mano.» disse lei imboccando la via
dell'ala Ovest.
«Ok Astea... stavolta te la vai a cercare...» disse lui seguendola.
Entrò di nuovo nella stanza. Un enorme portone di legno pesante
la separava dal resto del castello.
I muri sembravano ricordare il terrore di quella settimana, non c'era
luce che passasse direttamente nei corridoi che vi conducevano e la vegetazione
cresceva più rigogliosa in volute di edera, come a cercare di mantenere
chiusa quella sala, memore delle ore di follia e odio.
Enid non c'era, e nemmeno gli specchi.
Dopo qualche minuto arrivò la donna, materializzandosi con un leggero
fruscio della vestaglia ed un tintinnio metallico..
«Guardami bene, quella che vedi qui non sono io... quantomeno...
non tutta...» disse Enid.
Astea fece l'espressione di chi sta cercando di decifrare una maturità
scientifica avendo fatto il liceo artistico.
«Per noi demoni è leggermente diverso che per voi umani.
Diciamo che la maggior parte delle mie energie è impiegata a mantenere
il sigillo, un sigillo che è stato costruito più potente
dell'altra volta grazie a una mano ricevuta dal Guardiano. Quella che
vedi qui, davanti a te sono io... ma non del tutto.»
«Ehm... è come se avessi lasciato il cervello in un vasetto?»
Enid si grattò la testa. «Beh... non potevi anche essere
intelligente...»
Astea avvampò «certo! Passi la vita a preoccuparti di non
essere incenerito da una realissima palla di fuoco poi arriva la dark
lady che parla di integrali e derivate e io dovrei capire tutto al volo?»
«Integrali e derivate?»
«Ehm... lascia perdere... insomma tu sei qui ma non del tutto perché
i tuoi poteri sono altrove. La domanda è, che ci fai qui?»
«Sono qui per darti una mano. Per rendere più facile il controllo
dei tuoi poteri.»
«Perfetto... preparati perché se non te ne sei accorta, qua
fra poco ci sarà un disastro e la "parte di te" svanirà
nel nulla...»
«Preoccupati per te... io in un modo o nell'altro me la saprò
cavare.»
Astea rimase silenzioso per un po' di tempo.
«Sicura che io non abbia bisogno di mangiare nemmeno un bel cinghiale
arrosto?»
Lei scosse la testa.
«Sei pronto?»
«Non lo sarò mai.»
La stanza si riempì di specchi.
Astea tremava come una foglia.
«Non guardare gli specchi!» gridò Enid. «Sono
là ma non posso ferirti.»
Si mise di fronte a lui. Il tintinnio dei suoi movimenti era un suono
distante.
«Guardami negli occhi Astea.» la sua voce gli arrivava a tratti,
come sospinta o contrastata dal vento.
Lo sguardo del ragazzo si fissò negli occhi della Tessitrice. Il
demone si accorse che era possibile scorgere alcune scintille baluginare
nelle iridi castane.
Guardando ancora più attentamente Enid era in grado di scorgere
antichi brani di una lotta terrificante. Rimase ipnotizzata dallo scontro
che appariva in frazioni di secondo, come in tanti flash. Brani che risalivano
persino a prima della sua nascita.
Il sudore già imperlava il volto del ragazzo.
«Non essere sciocco. Smettila di avvolgerti in una spirale di panico.
Sai che non sei al sicuro. Quindi inizia a usare la testa.»
I denti del ragazzo scivolarono gli uni sugli altri in un rumore di ossa..
«Non... non sarò in grado di fermarmi... non riesco nemmeno
quando davanti ho... Ville... sono... un codardo...»
«Non sei codardo, conosci semplicemente la tua situazione. Sai che
la ruota della vita gira e non si fermerà...»
Gli occhi di Enid avevano smarrito il loro piglio glaciale. Sembrava che
lo stesse semplicemente guardando...
«Creature inconoscibili che spargono distruzione, morte e terrore.»
sussurrò Astea con un filo di voce. «I regni cadono e continua,
si ripete e si evolve, non riesco a toglierlo dalla testa!»
«I miei occhi Astea!»
Il ragazzo si morse un labbro e un rivoletto di sangue gli scivolò
via di bocca.
«Vorrei essere... libero... un falco che possa attenuare il dolore...»
«Non guardare indietro! È al dolore che appartieni?»
«Io... non ho una risposta...» sibilò lui. «Io...
attendo una risposta...»
La testa gli pulsava e sembrava in risonanza con una strana vibrazione
emessa dagli specchi.
«Siamo noi i loro discendenti Astea. Discendenti di Shagrath e Galder.»
«Non siamo discendenti... siamo alfieri maledetti, siamo i prescelti.»
Piccoli frammenti di roccia e polvere presero a fluttuare intorno ai due.
«Siamo gli ultimi discendenti... di divinità dalla gloria
infinita.»
«Siamo spiriti caduti.»
Con la coda dell'occhio li scorgeva. Gli specchi sembravano chiamarlo.
«I MIEI OCCHI ASTEA!»
Si scosse.
«Quegli specchi non sono né Shagrath né Galder, sono
una porta... una porta su te stesso.»
Non riusciva a vedersi riflesso negli occhi di Enid. Era strano, non guardava
mai la gente troppo a lungo negli occhi per paura di vedervisi riflesso.
Nemmeno Ville... ma Enid era diversa. Nei suoi occhi c'era spazio solo
per una sterminata distesa di cristallo.
«L'odio mi cresce dentro... non voglio essere né demone né
drago perché io ho visto e... ho vissuto, i loro scontri... ho
paura.»
Ora la risposta alla domanda di Enid di qualche tempo fa appariva chiara
e nitida nella sua mente avvolta dal terrore, era così semplice,
lui aveva visto! Aveva visto e vissuto i loro scontri, la disperazione,
la morte. Lassurda e mostruosa filastrocca di uno scontro fra divinità.
Come se miliardi di voci gridassero e poi smettessero di colpo.
«L'odio mi cresce dentro come un cancro impazzito... trovare un
avversario potrebbe essere una risposta...» lamentò lui con
un tono sinistro. «E continua, si ripete e si evolve. Non... NON
RIESCO A TOGLIERLO DALLA TESTA!»
«I MIEI OCCHI ASTEA! È al dolore che appartieni? A
un luogo nell'oscurità?» Enid stava gridando adesso, per
cercare di riportarlo alla realtà. «Fai parte di una musica
senza speranza di salvezza? Non guardare indietro! Guarda dentro!»
«LA RISPOSTA NON ESISTE!» gridò lui muovendo
un passo avanti verso di lei e il suo grido fu come l'ultimo rantolo di
una bestia ferita a morte.
Enid, senza accorgersene, era indietreggiata. Adesso anche lei sentiva
distintamente gli schianti di quello scontro terrificante.
«I miei occhi Astea...» disse di nuovo avanzando. «Guarda
i miei occhi... e rilassati.»
«Non ci sono eroi» riprese lui. «Non ci sono luoghi
dove cercare rifugio... non c'è un riparo dalla tempesta... dalla
folla impazzita che spargerà il terrore... le farfalle tremeranno
e poi finiranno schiacciate al suolo...» sembrava più calmo.
La sola comparsa degli specchi era stata in grado di scatenare così
tanta angoscia nel ragazzo. Enid iniziò a domandarsi cosa sarebbe
potuto succedere alla vista della sua immagine riflessa.
Le sue braccia gli cinsero il volto e lo avvicinarono al proprio.
Sentiva distintamente un turbinare di emozioni di una potenza inaudita...
non pensava che un singolo mortale potesse sprigionare una quantità
tale di odio e paura. Era... affascinata e intanto i flash continuavano
negli occhi di Astea... anche se ora sembravano più attenuati.
«Un mortale... non può comprendere quella guerra. La mia
coscienza svanirà... come sempre...» disse di nuovo lui,
rassegnato.
«Non svanirai... io sarò con te... ora sei calmo.»
Le mani di Astea scivolarono su quelle di Enid attorno al proprio volto
prendendola per i polsi... «perché... perché proprio
me?» chiese lui.
«Tu... mi interessi...» disse ancora lei.
Lo baciò.
Premette le proprie labbra sulle sue e lo sentì quasi svenire.
Lasciarsi andare a un calore diverso dal solito, a unenergia demoniaca
che lo abbracciava e infiammava difendendolo dalla follia del suo essere
mortale.
Chiuse gli occhi e per lungo tempo ci furono solo le sue labbra.
Gli parve che gli specchi svanissero, che la stanza si staccasse dall'isola
e precipitasse verso le viscere della terra... e ... tutto questo lo faceva
stare meglio. Una sensazione di pace... e passione.
Lei si separò. «Ora... sei pronto, Astea, guardali.»
«Addio.» disse lui.
Tolse le mani del demone e incrociò il proprio sguardo su uno degli
specchi.
La stanza esplose in una polvere finissima, per poi rigenerarsi dal basso
verso l'alto a una velocità impressionante.
«Adesso tutto è perduto! Io... non ce la faccio...»
provò a distogliere lo sguardo senza riuscirci.
Quando vide nuovamente la propria immagine s'accorse che Enid, dietro
di lui gli cingeva ancora il viso, ritto verso la superficie riflettente.
Verso se stesso. Lo guardava negli occhi attraverso il vetro.
«Addio.»
Astea giaceva sdraiato fra le braccia di Enid. Lei lo cullava, non in
modo materno. Ma come un'amante.
Il ragazzo emanava terrificanti ondate di energia oscura seguite a brevi
istanti da profusioni dell'aura di Galder.
Era doloroso... anche per lei, ma gli era vicino.
L'energia fluiva a intervalli che diventavano man mano più lunghi,
fino a che non scomparvero del tutto.
Quella volta il potere era uscito fuori tutto insieme, senza freni di
sorta e il sigillo s'era spezzato dopo pochi istanti.
La materializzazione di Enid si era vaporizzata in un batter d'occhio.
Tutto intorno era macerie e vetri rotti. Una devastazione così
profonda che c'era da chiedersi come mai l'ala Ovest non fosse stata spazzata
via tutta in un colpo, protetta fino alla fine dal sigillo.
Eppure...
...eppure dopo quella tremenda deflagrazione Astea era sereno. Dormiva
beato... non sembrava tormentato dagli incubi della Vera Guerra, dal terrore
di aver distrutto tutto senza eccezioni.
I suoi capelli sbiancati si mischiavano alla vestaglia di lei, quando
il ragazzo aprì gli occhi non li distinse subito dalla seta leggera.
Enid sentì di avere una strana espressione sul volto, colpevole...
avendo visto dal vivo ciò che era successo non si sentiva più
di dire ad Astea che doveva combattere, lottare. Di dirgli che doveva
provare a vincere... o quantomeno collaborare... con le energie che aveva
dentro.
Non aveva il diritto di spingerlo al di là di se stesso, perché
non c'era una fine a quel potere. Non esistevano freni e controlli.
Non aveva più il coraggio di parlargli del suo avversario, della
sua orgogliosa voglia di vendetta.
Si domandò il perché di quella sensazione... in fondo avrebbe
dovuto spingerlo fino alla morte, pur di renderlo in grado di battersi...
nei suoi piani non era prevista la più vaga preoccupazione per
le sorti di quel ragazzo...
... eppure...
... eppure ora lei era certa che Astea non ne avrebbe più voluto
sapere nulla di lei e il pensiero la faceva stare male.
Se avesse respirato avrebbe trattenuto il fiato mentre incrociava gli
occhi castani di Astea....
...ma lui le sorrise.
Le sorrise di un sorriso sincero e tranquillo. Rimase colpita.
Astea si sistemò più comodo fra le sue braccia e riprese
a riposare. Era stremato. Il marchio sul suo petto era sbiadito... e piano
piano riacquistava colore.
Rimasero così a lungo.
Giorni.
Finché lui non riprese conoscenza.
«Ce la fai a camminare?»
«Wein, piantala.»
Wein era attaccato con entrambe le braccia al collo di Ville che lo trascinava
come uno zaino lungo con una balestra gigante legata sopra.
«Bwhah sono stanco fermiamoci!»
«Tu che sei stanco? Non ti ho mai visto veramente stanco di camminare...
senza contare che la tua velocità di crociera è ben altra...»
«Oh beh solo perché corro veloce non significa che io passi
tutto il tempo a correre senza stancarmi...»
«Allora ti togli?» sibilò lei esasperata con una vena
pulsante sulla tempia. Lo afferrò e lo scaraventò a terra.
Ora Wein sembrava uno spaventapasseri retto dalla balestra.
«Piuttosto... dicevi di essere un drago giovane vero?»
«Ehm... pe-perché?» Wein provò a districarsi
dalla posizione ma era ben fisso a terra.
«Come perché... quando ti sei battuto con quel drago della
truppa d'assalto dei Celesti sei diventato un Drago Occulto enorme....»
«Oh beh... sono parecchio alto per la mia specie!?»
«PARECCHIO ALTO? I draghi non crescono fino a un tot e poi
si fermano! Più sono vecchi e più diventano grandi e tu
eri enorme!»
Il volto di Wein si imperlò di sudore.
«ehm... e... beh ... che... che vuoi sapere?»
«La tua vera età... e chi sei veramente.»
«Beh sono Wein Sushi... Sashimi...»
«Swiftblade.»
«O... ok sì e, come ti dissi quando ci siamo conosciuti,
sono...»
«Il disco lo conosco già.»
Wein si disincagliò leggermente e riuscì a mettersi appollaiato
sull'arco della balestra. Sembrava comodo.
«Beh sono un nobile decaduto... e il mio capo mi ha detto di sparire
dalla circolazione...»
«Uno strano comportamento per i Draghi Occulti... c'è qualcosa
che io non so?»
Wein si massaggiò il mento imberbe.
«Beh ovvio... immagino che ormai mi possa fidare di te...»
disse lui facendole segno di avvicinarsi...
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