Sessantaduesimo Episodio: Wait for an Answer


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La vestaglia bianca avvolgeva Enid come un fiore di strani petali cadenti dal profumo inebriante.
«Non avrai tempo di mangiare e dormire. Dovrai allenarti ventiquattro ore su ventiquattro. Confido che un allenamento così duro potrà fare per la tua testa molto di più di un lungo allenamento ai ritmi di un comune mortale... perché... lo sai, il problema è tutto nella tua testa vero?» terminò picchiettando sul capo di Astea.
Il ragazzo si ritrasse pensoso. «Non credo di poter resistere per un mese senza mangiare e dormire...»
«Infatti, col tuo benestare utilizzerò su di te un incantesimo che ti fornirà le energie necessarie ad affrontare l'allenamento senza riposo. »
Astea avrebbe voluto rispondere "non mi fido di un demone..." ma qualcosa dentro, mentre apriva bocca per parlare, gli fece rispondere diversamente: «E sia.»
Enid tracciò nell'aria uno strano simbolo con le dita che rimase a baluginare davanti al petto del ragazzo. Con un ultimo tocco leggero il simbolo si andò a stampare sul petto di Astea come un tatuaggio.
Il ragazzo urlò di dolore come se venisse bruciato e si sbottonò la maglia in fretta per cercare di spegnersi.
Il tatuaggio balenava di una luce violetta. E pulsava.
«Ecco fatto.» disse lei concedendosi una svisata di sopracciglio di fronte a un Astea in déshabillé.
Il ragazzo si scrollò di dosso qualche brivido e si rivestì in fretta.
«Spero che questo se ne vada a giochi fatti... non vorrei rimanere marchiato a vita...»
«Figurati... lo rimuoverò personalmente una volta finito l'allenamento... senza contare che poi a me gli uomini piacciono glabri...»
«Che cos-...come?»
Lei era già lontana.

«Ricorda, quel simbolo ha arrestato il tuo invecchiamento e parte delle tue funzioni biologiche. Ciò non toglie che se utilizzi i veri poteri che sei in grado di liberare, quel marchio diventerà utile come un salvagente in mezzo a una tempesta...»
«Ma sono davvero così enormi?»
Enid sospirò divertita. «Ma come, non te ne rendi conto?»
«Beh... io mi rendo conto della follia che mi pervade... ma quando li uso sono del tutto incosciente...»
«Beh ti basti sapere che per tenerti chiuso nell'ala Ovest per una settimana ho impiegato quasi tutti i miei poteri e ho retto finché il sigillo che avevo tracciato sull'isola non si è spezzato.»
Astea si allargò il colletto della maglia.
«Bene, ora che faccio? Acchiappo Phelan? Mi metto la benda?» prese a guardarsi intorno cercando il morbido cucciolo di pantera.
Lei sorrise. «Figurati! Le basi ormai le hai e hai anche capito come funziona la mia tecnica... quello che ti manca è la pratica. Il che significa che dovremo tornare nell'ala Ovest... e tu dovrai di nuovo affrontare te stesso. Stavolta non dovrai lasciar andare tutto come hai fatto l'altra volta. Sarà una prova che affronteremo insieme. Dovremo riuscire a mantenere il sigillo integro per il maggior tempo possibile.»
«Che assurdità! Non c'è verso in cui io possa mantenere il controllo!»
«Ma ci hai mai provato?»
«Non è questione di provarci! Tutto scivola via veloce... e anche la mia coscienza...»
«Io ti darò una mano.» disse lei imboccando la via dell'ala Ovest.
«Ok Astea... stavolta te la vai a cercare...» disse lui seguendola.
Entrò di nuovo nella stanza. Un enorme portone di legno pesante la separava dal resto del castello.
I muri sembravano ricordare il terrore di quella settimana, non c'era luce che passasse direttamente nei corridoi che vi conducevano e la vegetazione cresceva più rigogliosa in volute di edera, come a cercare di mantenere chiusa quella sala, memore delle ore di follia e odio.
Enid non c'era, e nemmeno gli specchi.
Dopo qualche minuto arrivò la donna, materializzandosi con un leggero fruscio della vestaglia ed un tintinnio metallico..
«Guardami bene, quella che vedi qui non sono io... quantomeno... non tutta...» disse Enid.
Astea fece l'espressione di chi sta cercando di decifrare una maturità scientifica avendo fatto il liceo artistico.
«Per noi demoni è leggermente diverso che per voi umani. Diciamo che la maggior parte delle mie energie è impiegata a mantenere il sigillo, un sigillo che è stato costruito più potente dell'altra volta grazie a una mano ricevuta dal Guardiano. Quella che vedi qui, davanti a te sono io... ma non del tutto.»
«Ehm... è come se avessi lasciato il cervello in un vasetto?»
Enid si grattò la testa. «Beh... non potevi anche essere intelligente...»
Astea avvampò «certo! Passi la vita a preoccuparti di non essere incenerito da una realissima palla di fuoco poi arriva la dark lady che parla di integrali e derivate e io dovrei capire tutto al volo?»
«Integrali e derivate?»
«Ehm... lascia perdere... insomma tu sei qui ma non del tutto perché i tuoi poteri sono altrove. La domanda è, che ci fai qui?»
«Sono qui per darti una mano. Per rendere più facile il controllo dei tuoi poteri.»
«Perfetto... preparati perché se non te ne sei accorta, qua fra poco ci sarà un disastro e la "parte di te" svanirà nel nulla...»
«Preoccupati per te... io in un modo o nell'altro me la saprò cavare.»
Astea rimase silenzioso per un po' di tempo.
«Sicura che io non abbia bisogno di mangiare nemmeno un bel cinghiale arrosto?»
Lei scosse la testa.
«Sei pronto?»
«Non lo sarò mai.»
La stanza si riempì di specchi.

Astea tremava come una foglia.
«Non guardare gli specchi!» gridò Enid. «Sono là ma non posso ferirti.»
Si mise di fronte a lui. Il tintinnio dei suoi movimenti era un suono distante.
«Guardami negli occhi Astea.» la sua voce gli arrivava a tratti, come sospinta o contrastata dal vento.
Lo sguardo del ragazzo si fissò negli occhi della Tessitrice. Il demone si accorse che era possibile scorgere alcune scintille baluginare nelle iridi castane.
Guardando ancora più attentamente Enid era in grado di scorgere antichi brani di una lotta terrificante. Rimase ipnotizzata dallo scontro che appariva in frazioni di secondo, come in tanti flash. Brani che risalivano persino a prima della sua nascita.
Il sudore già imperlava il volto del ragazzo.
«Non essere sciocco. Smettila di avvolgerti in una spirale di panico. Sai che non sei al sicuro. Quindi inizia a usare la testa.»
I denti del ragazzo scivolarono gli uni sugli altri in un rumore di ossa..
«Non... non sarò in grado di fermarmi... non riesco nemmeno quando davanti ho... Ville... sono... un codardo...»
«Non sei codardo, conosci semplicemente la tua situazione. Sai che la ruota della vita gira e non si fermerà...»
Gli occhi di Enid avevano smarrito il loro piglio glaciale. Sembrava che lo stesse semplicemente guardando...
«Creature inconoscibili che spargono distruzione, morte e terrore.» sussurrò Astea con un filo di voce. «I regni cadono e continua, si ripete e si evolve, non riesco a toglierlo dalla testa!»
«I miei occhi Astea!»
Il ragazzo si morse un labbro e un rivoletto di sangue gli scivolò via di bocca.
«Vorrei essere... libero... un falco che possa attenuare il dolore...»
«Non guardare indietro! È al dolore che appartieni?»
«Io... non ho una risposta...» sibilò lui. «Io... attendo una risposta...»
La testa gli pulsava e sembrava in risonanza con una strana vibrazione emessa dagli specchi.
«Siamo noi i loro discendenti Astea. Discendenti di Shagrath e Galder.»
«Non siamo discendenti... siamo alfieri maledetti, siamo i prescelti.»
Piccoli frammenti di roccia e polvere presero a fluttuare intorno ai due.
«Siamo gli ultimi discendenti... di divinità dalla gloria infinita.»
«Siamo spiriti caduti.»
Con la coda dell'occhio li scorgeva. Gli specchi sembravano chiamarlo.
«I MIEI OCCHI ASTEA
Si scosse.
«Quegli specchi non sono né Shagrath né Galder, sono una porta... una porta su te stesso.»
Non riusciva a vedersi riflesso negli occhi di Enid. Era strano, non guardava mai la gente troppo a lungo negli occhi per paura di vedervisi riflesso. Nemmeno Ville... ma Enid era diversa. Nei suoi occhi c'era spazio solo per una sterminata distesa di cristallo.
«L'odio mi cresce dentro... non voglio essere né demone né drago perché io ho visto e... ho vissuto, i loro scontri... ho paura.»
Ora la risposta alla domanda di Enid di qualche tempo fa appariva chiara e nitida nella sua mente avvolta dal terrore, era così semplice, lui aveva visto! Aveva visto e vissuto i loro scontri, la disperazione, la morte. L’assurda e mostruosa filastrocca di uno scontro fra divinità. Come se miliardi di voci gridassero e poi smettessero di colpo.
«L'odio mi cresce dentro come un cancro impazzito... trovare un avversario potrebbe essere una risposta...» lamentò lui con un tono sinistro. «E continua, si ripete e si evolve. Non... NON RIESCO A TOGLIERLO DALLA TESTA
«I MIEI OCCHI ASTEA! È al dolore che appartieni? A un luogo nell'oscurità?» Enid stava gridando adesso, per cercare di riportarlo alla realtà. «Fai parte di una musica senza speranza di salvezza? Non guardare indietro! Guarda dentro!»
«LA RISPOSTA NON ESISTE!» gridò lui muovendo un passo avanti verso di lei e il suo grido fu come l'ultimo rantolo di una bestia ferita a morte.
Enid, senza accorgersene, era indietreggiata. Adesso anche lei sentiva distintamente gli schianti di quello scontro terrificante.
«I miei occhi Astea...» disse di nuovo avanzando. «Guarda i miei occhi... e rilassati.»
«Non ci sono eroi» riprese lui. «Non ci sono luoghi dove cercare rifugio... non c'è un riparo dalla tempesta... dalla folla impazzita che spargerà il terrore... le farfalle tremeranno e poi finiranno schiacciate al suolo...» sembrava più calmo.
La sola comparsa degli specchi era stata in grado di scatenare così tanta angoscia nel ragazzo. Enid iniziò a domandarsi cosa sarebbe potuto succedere alla vista della sua immagine riflessa.
Le sue braccia gli cinsero il volto e lo avvicinarono al proprio.
Sentiva distintamente un turbinare di emozioni di una potenza inaudita... non pensava che un singolo mortale potesse sprigionare una quantità tale di odio e paura. Era... affascinata e intanto i flash continuavano negli occhi di Astea... anche se ora sembravano più attenuati.
«Un mortale... non può comprendere quella guerra. La mia coscienza svanirà... come sempre...» disse di nuovo lui, rassegnato.
«Non svanirai... io sarò con te... ora sei calmo.»
Le mani di Astea scivolarono su quelle di Enid attorno al proprio volto prendendola per i polsi... «perché... perché proprio me?» chiese lui.
«Tu... mi interessi...» disse ancora lei.

Lo baciò.

Premette le proprie labbra sulle sue e lo sentì quasi svenire. Lasciarsi andare a un calore diverso dal solito, a un’energia demoniaca che lo abbracciava e infiammava difendendolo dalla follia del suo essere mortale.
Chiuse gli occhi e per lungo tempo ci furono solo le sue labbra.
Gli parve che gli specchi svanissero, che la stanza si staccasse dall'isola e precipitasse verso le viscere della terra... e ... tutto questo lo faceva stare meglio. Una sensazione di pace... e passione.
Lei si separò. «Ora... sei pronto, Astea, guardali.»
«Addio.» disse lui.
Tolse le mani del demone e incrociò il proprio sguardo su uno degli specchi.
La stanza esplose in una polvere finissima, per poi rigenerarsi dal basso verso l'alto a una velocità impressionante.
«Adesso tutto è perduto! Io... non ce la faccio...» provò a distogliere lo sguardo senza riuscirci.
Quando vide nuovamente la propria immagine s'accorse che Enid, dietro di lui gli cingeva ancora il viso, ritto verso la superficie riflettente. Verso se stesso. Lo guardava negli occhi attraverso il vetro.
«Addio.»

Astea giaceva sdraiato fra le braccia di Enid. Lei lo cullava, non in modo materno. Ma come un'amante.
Il ragazzo emanava terrificanti ondate di energia oscura seguite a brevi istanti da profusioni dell'aura di Galder.
Era doloroso... anche per lei, ma gli era vicino.
L'energia fluiva a intervalli che diventavano man mano più lunghi, fino a che non scomparvero del tutto.
Quella volta il potere era uscito fuori tutto insieme, senza freni di sorta e il sigillo s'era spezzato dopo pochi istanti.
La materializzazione di Enid si era vaporizzata in un batter d'occhio.
Tutto intorno era macerie e vetri rotti. Una devastazione così profonda che c'era da chiedersi come mai l'ala Ovest non fosse stata spazzata via tutta in un colpo, protetta fino alla fine dal sigillo.
Eppure...
...eppure dopo quella tremenda deflagrazione Astea era sereno. Dormiva beato... non sembrava tormentato dagli incubi della Vera Guerra, dal terrore di aver distrutto tutto senza eccezioni.
I suoi capelli sbiancati si mischiavano alla vestaglia di lei, quando il ragazzo aprì gli occhi non li distinse subito dalla seta leggera.
Enid sentì di avere una strana espressione sul volto, colpevole... avendo visto dal vivo ciò che era successo non si sentiva più di dire ad Astea che doveva combattere, lottare. Di dirgli che doveva provare a vincere... o quantomeno collaborare... con le energie che aveva dentro.
Non aveva il diritto di spingerlo al di là di se stesso, perché non c'era una fine a quel potere. Non esistevano freni e controlli.
Non aveva più il coraggio di parlargli del suo avversario, della sua orgogliosa voglia di vendetta.
Si domandò il perché di quella sensazione... in fondo avrebbe dovuto spingerlo fino alla morte, pur di renderlo in grado di battersi... nei suoi piani non era prevista la più vaga preoccupazione per le sorti di quel ragazzo...
... eppure...
... eppure ora lei era certa che Astea non ne avrebbe più voluto sapere nulla di lei e il pensiero la faceva stare male.
Se avesse respirato avrebbe trattenuto il fiato mentre incrociava gli occhi castani di Astea....
...ma lui le sorrise.
Le sorrise di un sorriso sincero e tranquillo. Rimase colpita.
Astea si sistemò più comodo fra le sue braccia e riprese a riposare. Era stremato. Il marchio sul suo petto era sbiadito... e piano piano riacquistava colore.
Rimasero così a lungo.
Giorni.
Finché lui non riprese conoscenza.


«Ce la fai a camminare?»
«Wein, piantala.»
Wein era attaccato con entrambe le braccia al collo di Ville che lo trascinava come uno zaino lungo con una balestra gigante legata sopra.
«Bwhah sono stanco fermiamoci!»
«Tu che sei stanco? Non ti ho mai visto veramente stanco di camminare... senza contare che la tua velocità di crociera è ben altra...»
«Oh beh solo perché corro veloce non significa che io passi tutto il tempo a correre senza stancarmi...»
«Allora ti togli?» sibilò lei esasperata con una vena pulsante sulla tempia. Lo afferrò e lo scaraventò a terra. Ora Wein sembrava uno spaventapasseri retto dalla balestra.
«Piuttosto... dicevi di essere un drago giovane vero?»
«Ehm... pe-perché?» Wein provò a districarsi dalla posizione ma era ben fisso a terra.
«Come perché... quando ti sei battuto con quel drago della truppa d'assalto dei Celesti sei diventato un Drago Occulto enorme....»
«Oh beh... sono parecchio alto per la mia specie!?»
«PARECCHIO ALTO? I draghi non crescono fino a un tot e poi si fermano! Più sono vecchi e più diventano grandi e tu eri enorme!»
Il volto di Wein si imperlò di sudore.
«ehm... e... beh ... che... che vuoi sapere?»
«La tua vera età... e chi sei veramente.»
«Beh sono Wein Sushi... Sashimi...»
«Swiftblade.»
«O... ok sì e, come ti dissi quando ci siamo conosciuti, sono...»
«Il disco lo conosco già.»
Wein si disincagliò leggermente e riuscì a mettersi appollaiato sull'arco della balestra. Sembrava comodo.
«Beh sono un nobile decaduto... e il mio capo mi ha detto di sparire dalla circolazione...»
«Uno strano comportamento per i Draghi Occulti... c'è qualcosa che io non so?»
Wein si massaggiò il mento imberbe.
«Beh ovvio... immagino che ormai mi possa fidare di te...» disse lui facendole segno di avvicinarsi...

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