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Forme pure scorrono sul soffitto, scivolano da uno spigolo
all'altro sulla superficie liscia dell'intonaco bianco e scuro.
Arrivano con la loro ombra, con i loro doppi; indizi dei vetri e delle
luci della città.
Sdraiato, le mani dietro la testa, mentre lui parla e mi racconta.
E penso che il solo parlarne farà bene. Anche se adesso è
tutto così difficile ed io faccio il possibile, anche se non abbastanza,
forse.
Brani della mia vita mi scivolano davanti agli occhi, analogie delle nostre
vite, la sapienza di chi mi è stato vicino e la mia, maturata così
tanto in così poco tempo.
Pezzi di vita che scorrono come quelle luci in alto, che sul morire divengono
rosse.
Prima tenui, poi alcune intense, ancora in quel palco metropolitano ed
intimo.
Pochi rumori soffusi dall'esterno, i motori non passano dalle finestre
chiuse.
Ed in fondo sto bene, perché sono la, ed è la che devo essere.
Alla fine parlo anche io, snocciolo quelle quattro cazzate che ho imparato,
per quanto possa andar male alla fine migliorerà.
C'è ancora così tanto da fare.
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